Il brillante inizio di stagione aveva illuso tutti sulle rive dell’Hudson. Con 14 vittorie, 10 sconfitte e il terzo posto nella Eastern Conference sembrava esserci la reale possibilità di giocarsi i playoff: da quel momento in poi però sono arrivate 10 sconfitte in 13 partite, (ri)portando i Knicks nelle sabbie mobili abituali.

La presidenza di Phil Jackson avrebbe dovuto costruire un team solido che giocasse bene in attacco e che dimostrasse coesione difensiva, tutte caratteristiche che dopo quasi 3 anni sono totalmente assenti.

Il progetto di ricostruzione sarebbe dovuto iniziare alla fine della prima disastrosa stagione dell’era Jackson, chiusa con il non invidiabile record di 17-65 ma, nei fatti, si è ripartiti da zero anche dopo la stagione successiva, quella che costò il posto a Derek Fisher al termine di una stagione da 30-52.

Quest’anno l’aggiunta di veterani (ex) all star, Derrick Rose su tutti, aveva alzato le aspettative con un costoso restauro che non solo non sta producendo i risultati sperati, ma sta anche mettendo in dubbio il valore del progetto di rebuild messo in atto da Coach Zen.

Nonostante i buoni risultati iniziali la stagione di New York aveva preso una piega sinistra quasi subito, quando la polemica tra Jackson e LeBron James finì su tutti i giornali: da quel momento si è anche definitivamente accesa la miccia del sempre complesso rapporto tra Carmelo Anthony e il presidente.

Melo infatti si è subito schierato con decisione dalla parte dell’amico nativo di Akron, mettendo alla berlina tutte le crepe di una sinergia mai sbocciata e di un rapporto ridotto ai minimi termini.

A prescindere dal merito della questione, l’ex Lakers si è addentrato in un campo minato, attirando antipatie e polemiche in una piazza che storicamente non ne ha bisogno essendo da sempre nell’occhio del ciclone.

Phil Jackson è un totem di questo sport ma la NBA è e rimane la lega dei giocatori e andare allo scontro frontale con il più importante e rappresentativo non è stata l’idea del secolo neanche per uno con il suo curriculum.

Ma non solo. Melo rimane un attaccante extralusso ed è il giocatore più importante e più amato della squadra nonché uno dei più influenti in assoluto essendo uno dei membri più anziani del sindacato dei giocatori (NBPA).

La querelle mediatica si è via via sgonfiata ma dal punto di vista sportivo si è praticamente arrivati al capolinea quando, a seguito della poco memorabile sconfitta patita domenica scorsa a Toronto, Anthony ha per la prima volta parlato espressamente dell’eventualità di essere ceduto.

Giunto al terzo anno di un quinquennale da 124M, l’ex Syracuse ha detto che “se il mio tempo è giunto al termine, sarebbe il caso che qualcuno me lo dica” che, tradotto dallo sportivese, dovrebbe suonare più o meno come “o io o tu”. Dal canto suo, Jackson non si è ancora espresso pubblicamente e, a dire il vero, non dice niente da quando lui e Jeanie Buss hanno annunciato il divorzio a Dicembre.

I tentativi di riconciliazione, per la verità più ad uso e consumo del pubblico che per reale volontà distensiva, hanno lasciato i duellanti arroccati sulle proprie posizioni e congelato lo scontro in vista della resa dei conti estiva.

Carmelo ha preso atto che il trasferimento in una delle squadre favorite (Cavs, Clippers) è fuori discussione a meno di qualche evento eccezionale ed ha così chiarito pubblicamente che non intende lasciare New York, legando le mani del presidente forte della No-Trade Clause e del suo status di super-stella.

Kristaps a parte, tra l’altro momentaneamente alle prese con noie al tendine d’Achille, la squadra naviga a vista nella mediocrità.

Rose si è preso una prima pagina il giorno che non si è presentato alla partita e in generale il team non sembra credere al progetto Hornacek: tra chi sa di essere di passaggio e chi già si guarda intorno, i 10 volti nuovi dei Knicks versione 2016/2017 (di cui ben 6 al primo anno in NBA), non sono riusciti ad aggiungere molto alla storica franchigia.

Noah al momento vale meno dell’ombra del giocatore che è stato eletto difensore dell’anno nel 2014 e i 73M di contratto offertigli da Jackson in estate rappresentano uno degli errori più evidenti della sua gestione tanto che, ironia della sorte, quando il figlio di Yannick siede a bordocampo in borghese i Knickerbockers vincono sempre, 5 vinte e zero perse.

Il campo dice che difensivamente NY concede oltre 108 punti a partita (25° posto), con un net rating negativo di -3.1 e scarsa attenzione a rimbalzo difensivo a fronte di un attacco nella media (14° posto) e poco spumeggiante frutto di un gioco offensivo poco fluido in cui solamente il 54% dei canestri è assistito (25° posto) per una percentuale reale complessiva di poco sotto al 50% (20°).

A parte la buona presenza a rimbalzo offensivo (4°), le altre statistiche confermano la mediocrità di una squadra con troppo talento individuale per affondare ma troppa poca coesione e troppa poca chimica per pensare in grande.

Senza asset appetibili e con la guerra fredda tra il presidente e la stella della squadra, sembra quasi di essere tornati ai giorni ruggenti di Isiah Thomas.

La prossima estate bisognerà fare chiarezza e iniziare finalmente a costruire qualcosa intorno a Porzingis, con o senza Anthony, con o senza Phil Jackson.

 

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One thought on “La crisi infinita dei Knicks

  1. Non so quale siano le tue fonti, ma i Knicks hanno tutte le prime scelte dall’estate 2017 in poi (puoi controllare qui http://www.prosportstransactions.com/basketball/DraftTrades/Future/Knicks.htm)
    Anzi, quest’anno avranno anche 2 seconde scelte in un draft molto profondo.
    Non concordo con il tono catastrofico dell’articolo, in un anno (l’ennesimo) chiaramente negativo dal punto di vista dei risultati, i Knicks stanno comunque scoprendo dei giocatori validi in ottica futura: oltre ovviamente a KP, che sará il perno del nuovo corso, anche Kuzminskas, Hernangomez e aggiungerei anche Holiday, potrebbero far parte della ricostruzione.
    Il parallelo con la gestione Thomas mi pare del tutto fuori luogo onestamente.
    Il vero grosso problema di Jackson sarà cercare una soluzione alla questione Anthony, che secondo me ha fatto il suo tempo a Ny.

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