Non sono ancora passati sei anni da quando Derrick Rose diventava il più giovane MVP della storia NBA.

Trecento km più a nord, in Massachusetts, Rajon Rondo era ormai ritenuto l’erede designato della gloriosa tradizione dei Boston Celtics, l’uomo sul quale puntare per restare ai vertici.

In quel momento nessuno poteva immaginarlo, ma questi due playmaker (allora ritenuti due sicuri protagonisti del ruolo per il decennio a venire) si erano già messi alle spalle i loro anni migliori.

In poco più di un lustro, Derrick Rose e Rajon Rondo sono passati al rango di giocatori qualsiasi, nomi che fanno più notizia per il bagaglio scomodo portato appresso, anziché per l’impatto sui ventotto metri, fattosi via via meno incisivo, se non addirittura deleterio.

La scaturigine della spirale discendente di D-Rose è facilmente riconoscibile nell’infortunio
che lo mise fuori gioco in Gara 1 dei Playoffs 2012, contro i Sixiers (già, Philadelphia faceva i Playoffs!); Derrick non ha più giocato ai livelli stratosferici cui stava abituando lo United Center, ma il sospetto è che quel giorno, a cedere non sia stato solo il tendine del suo ginocchio .

Dopo l’infortunio, l’atteggiamento un po’ rinunciatario di Rose e certe frasi mal consigliate, hanno contribuito a creare un clima irrespirabile, complice il contrattone appena firmato (94.8 milioni in 5 anni), e l’impossibilità di giocare all’altezza delle attese di una città come Chicago, capace di amare i propri beniamini sportivi, ma mai tenera, con chi mostra debolezze.

Nel corso dei Playoffs 2012, Rondo raggiunse invece le Conference Finals con i suoi Celtics, capitanati per l’ultima volta dai “big three” al completo: Kevin Garnett, Ray Allen, e Paul Pierce. Nessuno poteva saperlo, ma dopo quella sconfitta patita per mano di Miami, Allen si sarebbe trasferito a giocare in Florida, Danny Ainge avrebbe iniziato a ricostruire, e Rajon non sarebbe mai più stato lo stesso giocatore.

Nel 2014 venne spedito ai Dallas Mavs, ed era già chiaro a tutti che Rondo non sarebbe mai diventato il generale in campo vagheggiato quando serviva assist a Ray Allen, o giocava sopra il ferro con KG.

Tutti però, erano ancora convinti che il figlio della signora Amber (abbandonata dal marito quando Rajon aveva sette anni, faceva i turni di notte per mantenere lui e i suoi tre fratelli) fosse un eccellente giocatore, bisognoso solo di un cambio di scenario e forse di un contesto meno responsabilizzante rispetto ai Celtics dell’epoca, in piena transizione tra l’era di Doc Rivers e quella, tutta in divenire, di Brad Stevens.

In Texas però Rondo finì rapidamente ai ferri corti con coach Rick Carlisle, esibendosi anche in un acceso diverbio dinnanzi alle telecamere, che gli costò una partita di sospensione. Il divorzio era annunciato, e infatti, complice la free agency, Rajon levò le tende, accasandosi a Sacramento, dove ha continuato a racimolare buone cifre (11.9 punti a gara, con 11.7 assistenze in 35.2 minuti d’impiego) senza però nessun vero impatto sui destini della sua franchigia, e così, ancora una volta, l’estate 2016 portò l’occasione di ricominciare daccapo a Chicago, che aveva deciso di chiudere con il passato e con Derrick Rose, e di ripartire dallo strano terzetto composto da Rondo, Jimmy Butler, e dal tri-campione NBA Dwyane Wade.

L’addio di Rose ai Bulls era stato salutato con un respiro di sollievo da tutte le parti coinvolte, a partire dal giocatore, che appariva soffocato dal peso eccessivo di aspettative che non era più in grado di reggere.

Anche Chicago, però, stante la rivoluzione tecnica in atto (l’arrivo di Fred Hoiberg sulla panchina, e l’esplosione di Jimmy Butler in campo), era in fin dei conti felice di potersi disfare di un ex uomo-franchigia, ormai trasformatosi in un peso contrattuale e tecnico.

I Knicks potevano essere l’occasione giusta per D-Rose: una franchigia nuova, senza il peso di un passato illustre e insostenibile sulle spalle, con vicino due bocche di fuoco potenzialmente compatibili, come Carmelo Anthony e Kristaps Porzingis. Invece, prima ancora di arrivare al giro di boa di metà stagione, l’avventura di Rose con i Knickerbockers sembra già volgere al tramonto.

Allenatosi lunedì mattina con la squadra, e dato per titolare fino a 90 minuti prima della palla a due contro i New Orleans Pelicans, Derrick Rose si è reso irreperibile alla società e ai compagni (battuti abbastanza malamente da Anthony Davis e compagni, e giunti all’ottava sconfitta nelle ultime nove gare), ricomparendo solo molte ore dopo, a Chicago.

D-Rose (17.3 punti, 4.5 assist, 3.9 rimbalzi) ha detto che la sua sparizione “non aveva nulla a che vedere con il basket”, e che si era recato nella sua città natale per stare assieme alla madre, parlando di non meglio precisati “motivi di famiglia”.

Non ci sarebbe nulla di male, se solo la guardia ventottenne avesse avvertito per tempo i suoi datori di lavoro, anziché volatilizzarsi (senza nemmeno l’ombra di un tweet), dimostrando un’etica professionale quantomeno rivedibile.

Derrick è tornato a New York la mattina successiva (chiedendo ai Knicks di organizzare il volo, quando ventiquattro ore prima era stato capacissimo di fare tutto da solo), scusandosi con la società e con i compagni.

Parlando con il giornalista Frank Isola, Rose ha detto di aver preso in considerazione un “periodo di pausa” dalla pallacanestro, ma, indipendentemente dalle parole di facciata, questa vicenda ricalca fedelmente i comportamenti che finirono col renderlo comprensibilmente inviso al pubblico della Windy City.

In realtà, pare che qualcosa di “cestistico”, quest’assenza ce l’avesse; la concomitanza tra questo viaggetto imprevisto, e la scelta di coach Jeff Hornacek di panchinarlo nel quarto quarto contro Milwaukee e contro Indiana, è quantomeno sospetta, anche se i due diretti interessati smentiscono categoricamente ogni tipo di dissidio.

Non fa altrettanto Rajon Rondo, che a Chicago ha subito l’onta della retrocessione in panchina, in favore del redivivo Michael Carter-Williams. Rondo si è lamentato di non aver ricevuto spiegazioni soddisfacenti dal coaching staff (lui le ha definite bullshit, senza mezzi termini). Stando all’ineffabile play del Kentucky, coach Hoiberg non si è peritato di illustrargli la nuova situazione, e Rondo, come d’abitudine, non l’ha presa benissimo.

Se davvero c’è stata cattiva o scarsa comunicazione, Rondo ha parzialmente ragione: certo, 14 milioni di dollari di stipendio consiglierebbero maggior flessibilità da parte sua, ma è anche vero che parlare ai propri atleti è gratis, e in linea di massima conviene, anziché delegare il tutto ad un membro dello staff (rimasto anonimo), il quale ha comunicato al suscettibilissimo Rajon che la panchina era “per salvarlo da sé stesso”.

Dubitiamo che il concetto sia stato espresso in questi termini (anche perché Rondo è un ex giocatore di football, e dal vivo sembra un armadio a quattro ante), ma la sostanza doveva sostanzialmente essere questa, ed è peraltro la pura verità, per quanto Rondo si ostini a guardare il dito (il declassamento in panchina) anziché la luna (il suo tragico plus/minus reale, che è il settantesimo tra le guardie, e corrisponde a -2.90).

Se quest’estate i suoi commenti facevano eco a quelli di Wade, tutti improntati alla circolazione di palla, all’amicizia e alla fraternità, questi propositi si sono squagliati come neve al sole dinnanzi alla realtà di un roster con il quale non può pensare di dominare la palla, ed è chiamato a difendere. Invece, il DefRtg del nostro playmaker si è inabissato (era 96.1 a Sact-to, e ora siamo a 100.5) e il suo rating offensivo è crollato (da 110.2 a 100.2). Se l’anno passato il suo net-rating era 14.1, ora siamo a -0.3, e questa non è un’opinione di Fred Hoiberg.

Quel che lo staff gli contesta non sono le percentuali al tiro (20.7% da tre, e 64.7% ai liberi) quanto la mancanza di efficacia nella propria metà campo.

Ancor più che nel caso di Rose, la permanenza di Rondo ai Bulls appare agli sgoccioli: l’arrivo di MCW e la scelta di continuare a panchinarlo, nonostante Rondo avesse avvertito i dirigenti John Paxson e Gar Forman di non volersi accomodare sul pino, non lasciano grande spazio ad interpretazioni.

Peraltro, stando alle dichiarazioni pubbliche di coach Hoiberg, il declassamento di Rondo non era una misura punitiva (o non solo punitiva, perlomeno). Il Sindaco si è speso in complimenti per l’impatto che il suo giocatore stava avendo in uscita dal pino, ma evidentemente, coach e play non sono sulla stessa lunghezza d’onda, ed è ormai una costante della carriera di Rajon.

Difficilmente Rondo uscirà vincitore da quest’ennesimo braccio di ferro con l’allenatore; a quasi 31 anni d’età, non è più una stella capace di influenzare le decisioni del front-office, e non ha la forza contrattuale per impuntarsi (Chicago l’ha firmato per due stagioni, ma il secondo anno non è garantito). Più probabilmente, Chicago tenterà di sbarazzarsene prima del 23 febbraio (data ultima per gli scambi) anche se non è facile immaginare chi possa volere un giocatore così problematico, a certe cifre.

Rose non ha mai attaccato in modo altrettanto frontale le organizzazioni per le quali ha giocato, ma spesso i suoi atteggiamenti passivo-aggressivi hanno contribuito a creare tensioni tra lui, la franchigia e il pubblico, e di certo non l’ha aiutato l’accusa di stupro (di gruppo) ai danni di una donna che frequentava.

La vicenda si è chiusa con l’assoluzione (e con le foto con i giurati…) ma dalle trascrizioni è emerso uno stile di vita disordinato e abbastanza squallido, lontano da quello atteso da un atleta NBA, che per giunta prova a recuperare da una serie di gravi infortuni.

Se lo spazio a disposizione di Rondo si è drammaticamente ridotto, i New York Knicks continuano ad avere bisogno di Derrick Rose, e questo a causa delle scelte –non proprio impeccabili– di Phil Jackson, che ha scommesso pensantemente sull’ex Bull, su Brandon Jennings e su Joakim Noah (72 milioni in 4 anni). Se il figlio di Yannick è ormai chiaramente un giocatore compromesso fisicamente, Rose è rotto sia nel fisico che nello spirito.

Abbiamo visto tante carriere promettenti andare in fumo all’improvviso: Stephon Marbury, proprio a New York, passò dall’essere Starbury (controverso fin che si vuole, ma forte) ad essere allontanato dalla squadra in quanto cattiva influenza, e invitato a non presentarsi alle partite.

Lamar Odom non si è mai ripreso dalla cessione a Dallas, finendo nel vortice di droga e depressione che conosciamo (fa piacere sapere che Luke Walton sta valutando se portarlo nello staff dei suoi Lakers). Molti anni prima, Vin Baker finì schiavo dell’alcohol, e Shawn Kemp, passato da Seattle a Cleveland nel 1997, ingrassò a dismisura e non ritrovò mai più le armonie che l’avevano reso un trascinatore capace di portare i Sonics in Finale.

Rose però non era solo un gran giocatore: è stato Rookie dell’Anno, e poi è diventato MVP, seguendo il percorso che appartiene solo ai grandissimi. Gli infortuni che ha subito ne hanno ovviamente ridimensionato l’impatto atletico, ma di solito i giocatori di questo livello sono perlomeno capaci di reinventarsi come comprimari. Derrick invece oscilla tra l’esitante e il disinteressato, come se il suo fuoco interiore fosse svanito.

Difende male, è un volume-shooter, e non da mai l’impressione d’essere intenso, tanto che Hornacek nei finali di gara lo sta rimpiazzando con Ron Baker (che arriva da Wichita State, e non è stato scelto al draft). Quale titolare non si sentirebbe punto nell’orgoglio, continuando a giocare con la piattezza emotiva esibita da Rose?

Rondo, invece, è diventato suo malgrado l’epitome del giocatore che vive per le proprie statistiche; davvero incredibile, per uno dei leader dello spogliatoio di una squadra campione NBA.

Probabilmente però, con il passare degli anni e con l’assenza di guide sicure come i “big three” (e Doc Rivers), la sua competività si è spostata dal campo allo spogliatoio, e anziché diventare il miglior play puro della sua generazione, si è trasformato in una specie di journeyman d’alto bordo.

Forse gli manca un obiettivo chiaro per il quale lottare, o la guida di compagni dotati di personalità (ma Wade e Butler dovrebbero essere esattamente questo tipo di giocatori), o più probabilmente, Rajon si è perso per strada, intrappolato in polemiche legate al minutaggio e all’impiego, quando in realtà, un giocatore col suo tocco e con la sua intelligenza cestistica, potrebbe trovare il modo di mettersi in luce in qualsiasi franchigia NBA.

Rose non può dire lo stesso, perché anche quando faceva a pezzi le difese avversarie, era un giocatore che fondava il suo basket su presupposti eminentemente atletici; una volta privato della capacità di accelerare e cambiare direzione “su di un centesimo” (come dicono dall’altra parte dell’Atlantico) era logico immaginarlo con meno impatto, ma anche qui, è lecito chiedersi: alla luce delle ricadute, D-Rose ha fatto riabilitazione con l’intensità di un Russell Westbrook o di un Kobe Bryant, oppure ha tirato i remi in barca?

Non abbiamo le risposte alle tante domande poste nel corso di quest’articolo, e forse, nemmeno i diretti protagonisti possono davvero spiegare quel che è successo loro.

Possiamo rimpiangere due grandi giocatori persi per strada, alle prese con i loro fantasmi e i loro limiti caratteriali, più che tecnici.

A questo punto delle rispettive carriere, è difficile immaginare una catarsi; resta solo il ricordo di un passato glorioso, e il sapore dolceamaro di ciò che sarebbe potuto essere, e non è stato.

 

Post By Francesco Arrighi (174 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall'ASB di Limardi e Gotta. Una volta mi chiesero: "Ma come fai a saperne così tante?" Un amico rispose per me: "Se le inventa". @francescoarrigh

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3 thoughts on “Derrick Rose e Rajon Rondo: carriere sprecate?

  1. La vicenda di Rose mi pare molto condizionata dagli infortuni come è stato ricordato; è difficile sapere se poi lui abbia tirato un po’ i remi in barco o si senta solo demotivato/frustrato, della serie potevo essere un Re, mi è andata male. Certo N.Y.non è il posto ideale per ricominciare/risalire, da una parte troppa pressione, dall’altra l’assenza di un stile societario serio, ai Knicks tutto pare senza regole, senza progetto e ricostruire diventa ancora più difficile di costruire.

    Rondo. Mai sopportato, certo ai Celtics del titolo ha fatto la sua parte e non poco, ma poi ha dimostrato solo il suo alto peggiore sia ai Celtics, sia altrove. Mi viene da pensare che le sue cifre e il suo valore fosse gonfiato dal contesto, avere KG, Pierce e Allen in squadra ti consentiva più libertà di improvvisare e più possibilità di fare bene, inoltre nello spogliatoio c’erano altri a guidare con esempio e professionalità. Dopo il diluvio: la pallacanestro divina dei tempi buoni scomparsa, mentre è emersa la sua non-professionalità. Ai Mavs ha fallito perchè si crede chi sa chi e si sente superiore a gente e allenatori che ne sanno più di lui. A Kings aveva la grande possibilità di mostrare di essere quel fenomeno che era stato: fallimento completo in un team che cmq aveva talento e profondità. L’anno scorso puntò tutto sull’eliminare i Mavs dai play-off, ma quando i p.o.iniziarono Dallas era presente, Rondo invece mangiava salatini di fronte alla tv.
    Un pacco.

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