Il progetto che coach Jason Kidd ha in mente per Giannis Antetokounmpo è ambizioso nonché chiaro da tempo. Modellare il greco come fosse un automa à la Ghost in the Shell fino a renderlo il playmaker del futuro, una point guard distopica.

Sotto il naso ha dei fogli trafugati dai migliori laboratori di ingegneria genetica di Cleveland, Ohio, più qualche appunto arraffato a Miami. È il suo modello di riferimento, l’archetipo a cui si deve inevitabilmente rifare. Sono i piani con cui la natura e la pallacanestro hanno costruito LeBron James.

Qui abbiamo già parlato di come l’evoluzione di Giannis lo porti a somigliare sempre di più al prescelto, con alcuni distinguo su cui torneremo a breve. I due, quando s’incontrano, fanno scintille. Peccato che finora si sia trattato solo di innocui confronti da regular season; con una posta in gioco più alta il loro duello potrebbe ricordare due Terminator che si danno la caccia.

Un anno fa si scambiarono cortesie fino a registrare 60 punti in due, career-high del greco incluso; era un inizio stagione rampante per i giovani Bucks, prima che si afflosciassero col passare dei mesi, mentre Cleveland giocava coi nervi a fior di pelle e Tyronn Lue che scalpitava per un posto da head coach. La settimana scorsa abbiamo assistito all’atto secondo, al Bradley Center, in condizioni diverse.

L’annata dei Bucks è cominciata tra luci e ombre ma l’unica certezza è che le chiavi della squadra stanno in mano a Giannis. Cleveland invece è partita col botto e con la pipa in bocca. Ha vinto Milwaukee senza nemmeno troppi sforzi, i Cavs avevano bisogno di tirare il fiato – e JR Smith di salutare vecchi amici a bordocampo. Ha vinto Giannis.

I 34 punti sono il nuovo massimo in carriera, evidentemente ci tiene a superarsi in presenza di James, in più affollano il tabellino 12 rimbalzi, cinque assist, cinque rubate, due stoppate. King James si ferma a 22 punti con 7 delle 20 palle perse di squadra, poi ha speso parole di lode per il rivale.

Per una sera, il prototipo ha superato il modello madre. L’esperimento ha battuto il blueprint. Con una carrellata di immagini spettacolari, cerchiamo di capire come.

LA “O CAPITANO, MIO CAPITANO”

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3 minuti dentro alla partita, LeBron in marcatura su Giannis, il gameplan è cristallino: concedergli un buffer di due, tre, pure quattro metri per scoraggiare le penetrazioni e invogliarlo a tirare. Potrebbe sostenere una tesi di laurea su questa tattica dopo tutte le volte che se l’è trovata davanti, ma Giannis è un controrelatore piccato e, soprattutto, possiede una falcata impareggiabile per qualsiasi giocatore NBA.

Appena oltre il logo abbassa il baricentro con un palleggio forte sulla sinistra, sembra troppo lontano da canestro per generare un pericolo ma James scorge i prodromi di una penetrazione, insospettito anche dal blocco che gli chiude l’angolo. Perde l’attimo fuggente proprio quando spinge via Dellavedova. Poi reagisce, fa un passo indietro, rimbalza sul blocco, ancora un passo di lato. Troppo tardi.

Se guardate bene, noterete che nel momento stesso in cui James distoglie lo sguardo Antetokounmpo mette la quarta e si mangia il pitturato con un cambio mano, palleggio lunghissimo e gather-step ritardato, come insegnano nelle scuole d’oggi, per evitare l’infrazione di passi – o quantomeno ingannare gli arbitri. Irving intanto gigioneggia nei pressi dell’azione ma i due lo attraversano come fosse incorporeo.

LO “SCACCO MATTO”

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Corre l’anno 2016 e intere architetture offensive si basano sul concetto di spacing, coi coach che si lambiccano il cervello e sbavano al pensiero del value insito in una tripla dall’angolo. Avere in squadra Giannis è un bel lusso. Si interseca con le linee del campo, è una spaziatura umana, si muove libero come la regina degli scacchi. La difesa non gli concede a cuor leggero nemmeno il post-alto nei pressi della linea da tre punti, così JR Smith prova l’anticipo senza successo. Un altro palleggio lungo e siamo già sotto il ferro. Non è ubiquo, è solo molto lungo; la chiusura peregrina di Kevin Love su John Henson fa il resto. L’aiuto di Tristan Thompson ha un tempismo onesto ma il greco ormai ha guadagnato il semicerchio e lo evita col più comodo dei double clutch.

LA “ROLL THE BOAT”

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Con l’interpretazione del pick and roll, ogni allenatore lo sa, si sposta l’equilibrio delle partite. LeBron James, escluso un breve bagno d’umiltà nel primo anno in Florida, lo gioca quasi sempre dal lato di chi porta palla. Giannis vanta una pregevole visione di gioco e una grande disposizione al passaggio, ma non ha -ancora? – eguagliato il maestro in termini di controllo palla e di gestione del ritmo della partita.

Coach Kidd gli allevia il carico facendolo aiutare da Dellavedova, Terry e altri; già che c’è lo sfrutta come bloccante. Il taglio a canestro è fulmineo, lo schema ben eseguito, l’errore di comunicazione tra James e Irving palese. Giannis resta solo. Notate il gioco di piedi necessario per restare in linea col passaggio un po’ impreciso; l’assist di sinistro per l’accorrente Henson è solo la naturale conseguenza di un gesto intuito e deciso con decimi di secondo d’anticipo.

LA “BARBIERE DI SIVIGLIA”

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Con questa giocata doppia c’inoltriamo nell’iperspazio. Un occhio sulla palla, un occhio sull’uomo e il terzo occhio che spunta sulla fronte per rubare il tempo dell’atterragio a Thompson e ghermirgli il pallone dalle mani. D’altronde Giannis al posto delle dita ha dieci artigli. Poi eccolo partire in contropiede in versione factotum della città.

LA “ALBERTO TOMBA”

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Antetokounmpo, dicevamo, non ha la proprietà di palleggio di LeBron né la sua potenza in transizione, ma in quanto a velocità pura non teme rivali. Sfrutta poi l’agilità per arrivare dove la sensibilità dei polpastrelli non gli permetterebbe e approfitta degli spazi aperti per disegnare la sua diagonale preferita, da sinistra verso destra. Il risultato è questo slalom gigante con paletti mobili impreziosito da una poderosa schiacciata.

LA “BOMBA LIBERA TUTTI”

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Ancora una volta LeBron ha un sussulto vedendo la sua immagine riflessa in uno specchio. Non tenta nemmeno il close out su Giannis, anzi si arresta su quel cuscinetto di due metri e lo invita a palleggiare a sinistra. Tutto scolastico, tutto corretto. Un non-tiratore in quel frangente di solito esita, e LeBron lo sa bene, ma qui il greco non batte ciglio e arma la fionda. Se siete osservatori attenti avrete già capito dove vogliamo andare a parare: quella è la mattonella preferita di LeBron.

LA “TIRATORI FANTASTICI E DOVE TROVARLI”

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Mancano meno di dieci minuti e i Cavs assaltano all’arma bianca, provano a giocarsi almeno un quarto d’intensità e Lue dà l’ordine di sparare a vista, Giannis va inseguito e raddoppiato quando gestisce il pallone in punta. James e Love, educati, lo mandano a sinistra. Da quel lato il greco è un po’ in ambasce ma supera il raddoppio egregiamente. Passeggia nel primo grado di separazione concesso da Love, intanto il terzo occhio si è spostato sulla nuca dove scorge il movimento del compagno. Irving qui ha imbracciato il retino e caccia le farfalle, ma il passaggio aveva comunque la sufficiente profondità. Il tiro del Jet, che rifiuta da par suo l’extra pass senza degnare Beasley di uno sguardo, ovviamente entra.

LA “PILLOLA ROSSA”

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Nella sua ultradecennale carriera LeBron James ha attraversato varie fasi, tappe di uno sviluppo cestistico elaborato coi frattali e trasferite nel midollo spinale come in Matrix. Quella del tiro da tre, quella del tiro dalla media, quella del gioco in post.

Ora le ha amalgamate in un gioco fluido, ma il suo emulo è ancora alla fase più bella, quella della sperimentazione. Per ora gli piace manovrare in punta o in post-alto, anzi altissimo come in questo caso, specialmente quando fiuta il mismatch.

Irving fa un lavoro corretto ostruendogli la strada più breve per il canestro ma Antetokounmpo non ha bisogno di sfidare il traffico del pitturato, gli basta conquistare la linea tratteggiata. Le braccia smisurate coprono lo spazio restante, e quella maestria nell’uso delle leve è frutto di talento più che di una sessione virtuale con Morpheus.

Post By Andrea Cassini (79 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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2 thoughts on “Focus: Giannis vs Lebron

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