Indiana Pacers e Miami Heat hanno dato vita ad una delle rivalità più accese ed interessanti degli ultimi tempi ma, due anni dopo l’ultimo scontro ai playoff, lo scenario è cambiato del tutto.

Miami è cambiata: James è tornato a casa, Wade ha salutato la compagnia e Bosh è protagonista di un docufilm in cui racconta la sua battaglia contro gli importanti problemi di salute che lo affliggono (e contro la franchigia stessa) per tornare a giocare.

I Pacers invece hanno un altro allenatore, Paul George è tornato ad alti livelli dopo un grave infortunio, BornReady Stephenson è sparito dalla circolazione e la squadra non lotta più per il titolo.

A Maggio, quando Larry Bird ha deciso di licenziare Frank Vogel, è stato chiaro a tutti che qualcosa doveva cambiare a Indianapolis.

Nonostante la squadra fosse andata ad una sola vittoria da un sorprendente secondo turno dei playoff, il presidente ha voluto chiudere un ciclo positivo ma che rischiava di rimanere troppo ancorato ad un tipo di basket lontano da quello giocato dai top team. Già lo scorso anno, le mosse estive di scaricare Hibbert e firmare Ellis puntavano in questa direzione ma nei fatti non si sono visti grossi cambiamenti filosofici.

George ha giocato prevalentemente in posizione di ala piccola e la squadra è finita nelle ultime posizioni per efficienza offensiva e a metà classifica per efficacia da 3 punti. Sarà compito del prossimo capo allenatore accontentare i desideri presidenziali.

Nate McMillan già conosce l’ambiente e potrà beneficiare di un mercato più incisivo del solito.

In cabina di regia è arrivato da Atlanta Jeff Teague, un notevole upgrade se si considera la sua capacità di segnare e di far segnare rispetto a Hill: il buon George è un ottimo difensore ma in attacco non è uno che sposta gli equilibri e per una squadra è difficile essere una macchina da punti senza una point guard d’elite.

Teague doppia Hill per assist percentuali (34.4 a 15.5), gioca molti più pick and roll rispetto al precedessore (545 a 259) e porta in dote tra i 13 e i 15 punti a partita. Rimane comunque qualche dubbio, se è vero che è dalla stagione 2011/2012, quando condivideva il parquet con due mangia palloni del calibro di Josh Smith e IsoJoe Johnson, che non gioca accanto ad altri giocatori che hanno bisogno di avere palla in mano e quest’anno a Indiana ce ne sarà più di uno.

Difensivamente poi l’ex Atlanta è peggiore di Hill, viene da una stagione travagliata per via di qualche problema al ginocchio e di una convivenza difficile con Shoreder, suo ex backup agli Hawks. Probabilmente ci sarà il lieto fine, ma McMillan avrà molto da lavorare.

Le aggiunte di Big Al Jefferson e di Thaddeus Young permetteranno da una parte di far crescere Myles Turner, piacevole sorpresa dell’anno passato, che sarà il centro titolare e dall’altra di formare un reparto lunghi di tutto rispetto.

Jefferson è un veterano dal fisico fragile con alle spalle anni e anni di esperienza nel pitturato, ma in questo nuovo ruolo ridimensionato nel minutaggio può ancora dire la sua ed essere un fattore. E, in ogni caso, potrà essere importante per lo sviluppo del sophomore atteso da una stagione sopra le righe visto quanto di buono fatto al primo anno nella lega.

Young è un’ala forte sottodimensionata che tira bene, garantisce un solido apporto a rimbalzo ed è in grado di giocare e difendere su tanti ruoli: la sua versatilità e la sua capacità di leggere e creare le spaziature sarà molto utile al nuovo corso voluto da Larry Bird.

Paul George, alla seconda stagione completa dall’infortunio alla gamba, viene dalla migliore annata in termini statistici: career high per punti segnati (23.1), tirando tanto e bene da tre punti (210 canestri segnati), massimo in carriera per assist e rubate (4.1 e 1.9) e andando oltre i 7 rimbalzi ad allacciata di scarpe per la seconda volta in carriera.

Dunque, se già ai tempi delle sfide per il trono della Eastern Conference si erano intravisti gli assi nella manica a disposizione di PG13, non è da escludere una sua candidatura per l’MVP 2016/2017. In una lega di supereroi, l’ex 24 può essere considerato senza dubbio uno di questi ed è una della poche superstelle in grado di essere incidere anche difensivamente, come leader del calibro di LeBron James, Kawhi Leonard e Draymond Green.

Monta Ellis viene da una stagione negativa in cui ha segnato poco (13.8, minimo assoluto in carriera se si esclude l’anno da rookie) e tirato male (42%, minimo dal 2012) ma rimane uno attaccante in grado di fare tanti canestri se inserito in un sistema che limiti le sue forzature. Teague è sicuramente un giocatore più dinamico di Hill ma è anche vero che toglierà il pallone dalle mani di Monta senza coprirne i buchi difensivi: la loro convivenza sarà uno dei primi rebus da risolvere per McMillan.

Teague, Ellis, Turner, George e Young sarà lo starting five dei Pacers mentre, per quanto riguarda il resto della squadra, non dovrebbe essere un problema fare canestro per la second unit: Aaron Brooks, Rodney Stuckey, CJ Miles e Jefferson dovrebbero garantire un rendimento elevato.

La rotazione e il minutaggio invece risentiranno delle scelte del nuovo coach e da quanto spesso deciderà di ricorrere allo small ball. Ellis, George, Miles, Teague e Turner dovrebbe essere il quintetto piccolo più gettonato: nel caso in cui il back court non si facesse distruggere difensivamente, questo dovrebbe essere il quintetto migliore per bilanciare velocità e spaziature.

Frank Vogel è stato uno degli allenatori più longevi della franchigia e detiene anche il record di vittorie da oltre 25 anni a questa parte e fare meglio di lui non sarà semplice.

Lo scorso anno i Pacers sono stati terzi per efficienza difensiva ma, con Solomon Hill, George Hill, Ian Mahinmi e lo stesso Vogel partiti verso altri lidi, sarà molto difficile replicare quei risultati.

Fare un passo indietro difensivamente potrebbe non essere una tragedia nel caso in cui l’attacco  operasse lo sperato salto di qualità. La realtà dei fatti però dice che alla Conseco Fieldhouse giocano troppi giocatori la cui produzione nasce per la maggior parte da palla in mano: solo Turner e Young segnano la maggior parte dei propri canestri assistiti mentre a roster mancano quasi del tutto i tiratori pronti a punire i raddoppi.

All’alba della nuova stagione, Indiana punta ad allungare il viaggio ai playoff il più possibile anche se, a differenza di qualche anno fa quando si qualificavano anche squadre ben al di sotto del 50% di vittorie, nulla è scontato: la Eastern Conference presenta, oltre ai campioni in carica, una folta schiera di franchigie pronte a scalare le gerarchie e altre pronte a confermarsi ai vertici.

Per battere Toronto e giocarsela alla pari con i Cavs manca un’altra stella in grado di cambiare gli equilibri e, più in generale, puntare ad un miglioramento dell’attacco a discapito della solidità difensiva non è mai una strategia che porta grandi dividendi.

Il vecchio corso dei Pacers aveva già dato il meglio ma l’idea di scartare le proprie carte vincenti rimane comunque una scelta dal coefficiente di rischio piuttosto elevato: solo il tempo dirà se Larry Legend avrà vinto la sua scommessa.

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