“Ricomincio da capo” è un bellissimo film del 1993 nel quale il protagonista, interpretato da un grande Bill Murray, rimane intrappolato in un circolo temporale. Ogni mattina viene svegliato dalla radio che trasmette “I Got You Babe” di Sonny & Cher e da lì in poi ogni giornata trascorre per lui sempre nello stesso modo.

Ecco, credo che più o meno questa sia la sensazione che provano tutti i tifosi dei Dallas Mavericks da cinque anni a questa parte.

Dal 2012 in poi infatti, ogni free-agency è iniziata con grandi aspettative e obiettivi ambiziosi, ma è poi finisce sempre nello stesso modo , con i Mavs snobbati dalla stella di turno che si trovano costretti a ripiegare su piani alternativi. Riuscendo sì in qualche modo ad imbastire una squadra dignitosa (sempre record pari o superiore a .500 e una sola stagione senza playoff) ma anche inevitabilmente senza ambizioni di titolo.

Dal meraviglioso 2011 in poi, Dirk e soci non sono mai stati più una reale contender proprio per l’impossibilità di portare nella metropoli texana uno o più free-agent di alto livello, che per un motivo o per l’altro hanno sempre preferito accasarsi in altri lidi.

Qui sotto un breve riepilogo della situazione.

Offseason del 2012

  • Obiettivi: Deron Williams
  • Principali giocatori firmati: Chris Kaman, Elton Brand, Darren Collison e O.J. Mayo

Offseason del 2013

  • Obiettivi: Dwight Howard
  • Principali giocatori firmati: Monta Ellis, Jose Calderon, Devin Harris e Samuel Dalembert

Offseason del 2014

  • Obiettivo: Carmelo Anthony
  • Principali giocatori firmati: Chandler Parsons, Tyson Chandler, J.J. Barea

Offseason del 2015

  • Obiettivo: DeAndre Jordan
  • Principali giocatori firmati: Zaza Pachulia e Wesley Matthews

Offseason del 2016

  • Obiettivi: Mike Conley e Hassan Whiteside
  • Principali giocatori firmati: Andrew Bogut, Harrison Barnes e Seth Curry

Ora, un flash che riportasse la notizia della firma di Curry e di due giocatori del quintetto dei Golden State Warriors avrebbe potuto generare fraintendimenti e svenimenti di massa tra i tifosi dei Mavs (me compreso), ma purtroppo anche in questa stagione la squadra di Coach Carlisle si è ritrovata con in mano la classica pagliuzza più corta.

Curry infatti non è QUEL Curry e i due giocatori del quintetto di cui sopra non sono né Klay Thompson né Draymond Green.

Ma perché i free-agent di primo piano non vogliono venire a Dallas? In fondo la città non è poi così male, le tasse in Texas non sono alte, Mark Cuban è uno dei proprietari più appassionati dell’intera Lega e tutto sommato a roster ci sarebbe ancora un certo tedesco, che avrà sì 38 primavere sulle spalle ma sembra ancora cavarsela discretamente…

Spiegazioni “vere” non ce ne sono. Dallas semplicemente non è un mercato di primissimo piano come possono essere Los Angeles, Boston, New York o Miami e la fiammata del 2011 non è stata sufficiente a nobilitare la piazza come una stabile contender. E dire che negli ultimi sedici anni (!), Dallas non ha MAI avuto una stagione perdente e ha mancato i playoff una sola volta.

Solo gli Spurs hanno fatto meglio in questo lasso di tempo, ma a differenza dei cugini dell’Alamo i Mavericks faticano ad imporsi nell’immaginario collettivo come una franchigia di successo.

Una tendenza come questa sarà difficile da invertire, soprattutto quando il 41 avrà deciso di appendere le scarpe al chiodo tra un paio di stagioni. Dirk Nowitzki è stato ricompensato per la sua devozione alla squadra e alla città (e ci mancherebbe altro) con un ultimo contratto biennale da 40 milioni, ma il problema è che non si vedono franchise players all’orizzonte.

I grandi nomi come detto non sono mai arrivati e Dallas ha sempre un po’ snobbato il Draft preferendo cedere le sue scelte in cambio di giocatori magari dal potenziale limitato ma già “pronti”.

I prossimi anni rischiano quindi di diventare molto complessi, in ogni caso prima di pensare al futuro (per quanto ormai prossimo) c’è da fare i conti con il presente e anche se Cuban e i suoi hanno dovuto nuovamente rinunciare ai grandi nomi del mercato, anche stavolta sembrano essere riusciti ad allestire una squadra competitiva per i playoff.

Niente Whiteside? Pazienza. Al posto del partente Pachulia (curiosamente poi approdato proprio a San Francisco) è arrivato Andrew Bogut, sostanzialmente in cambio di nulla perché i Warriors dovevano assolutamente liberare spazio salariale nell’operazione che gli ha permesso di firmare Kevin Durant.

Niente Conley? Fa lo stesso. Si va avanti con l’accoppiata Williams-Barea, sperando che il primo abbia risolto i suoi guai fisici e che il secondo abbia ancora birra in corpo per le sue zingarate portoricane.

Chandler Parsons saluta il gruppo e va a Memphis? Nessun problema. Si punta tutto su Harrison Barnes, l’altro nuovo arrivo proveniente dai vice-campioni del mondo, che si spera come minimo garantisca ginocchia migliori del suo predecessore.

Per il resto il roster comprende i confermati Wesley Matthews, Devin Harris, Justin Anderson, Dwight Powell, Salah Mejri, più i giocatori già citati e gli arrivi di Quincy Acy e appunto di Steph… ehm, no di Seth Curry.

Dal secondo giro del Draft è arrivato il sette piedi da Purdue A.J. Hammons, che difficilmente vedrà molto il campo in questa stagione, essendo il terzo centro della rotazione dietro a Bogut e Mejri, ma che ha talento e un potenziale interessante.

Tutto bello direte voi, ma la domanda importante alla fine è questa: la Dallas della prossima stagione sarà più forte di quella della passata stagione oppure no?

Per quanto mi riguarda, barrare la risposta A.

Esclusi Nowitzki, Williams e Barea, a cui un anno in più difficilmente farà migliorare le prestazioni sul campo (ma tutto è possibile), gli altri giocatori sono quasi tutti in crescita e le due principali acquisizioni rappresentano un potenziale salto di qualità rispetto al passato.

Nonostante le buone premesse, l’esperienza in Texas di Chandler Parsons è stata infatti una sostanziale delusione. I troppi problemi alle ginocchia lo hanno limitato rispettivamente a 66 e a 61 partite nelle sue due stagioni a Dallas e lo scorso anno è stato anche costretto a saltare interamente la serie di playoff contro i Thunder.

Ci si aspettava (o perlomeno me lo aspettavo io) che evolvesse ulteriormente dal buon giocatore visto a Houston per prendere le redini della franchigia e diventare il futuro della squadra, ma il percorso si è interrotto a metà e Parsons è sembrato un po’ un’opera incompiuta.

Harrison Barnes arriva a Dallas con un background molto simile. Titolare in una squadra di alto, anzi altissimo, livello ma dove aveva responsabilità limitate. Rispetto al prodotto di Florida ha meno tiro ma più atletismo ed è sicuramente un difensore migliore.

Ha fatto intravedere lampi di grandissimo talento ma anche alcune insicurezze, che si sono poi palesate in una serie di Finale NBA che definire deludente sarebbe un eufemismo. Quest’anno avrà l’occasione della vita, grandi responsabilità e molti più tiri da prendersi.

Dovrà dimostrare di valere il max-contract da 94 milioni (sic.) che ha inchiostrato a Giugno ma potrebbe essere la grande sorpresa della stagione.

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Anche l’altro arrivo da Golden State ha l’aspetto di un upgrade rispetto al suo predecessore.

Le statistiche non riescono a dire fino in fondo l’importanza di Bogut su un campo da gioco, ma per capirlo basterebbe andare a rivedere le partite dell’Australia alle Olimpiadi (sconfitta dalla Spagna nella finale per il bronzo solo grazie ad una chiamata arbitrale “assassina”).

Molto più rim-protector rispetto al pur arcigno Pachulia, l’australiano era la vera ancora difensiva dei Warriors, che infatti sono andati sotto in finale proprio quando Bogut non era sul parquet. Le sue letture di gioco e le sue doti da passatore ne fanno un’arma offensiva eccellente e solo per i giochi di alto-basso con Dirk il League Pass potrebbe essere un’opzione da non scartare.

Le uniche grosse incognite sono date dalla sua propensione agli infortuni e dalle percentuali “shaquillesche” in lunetta (si parla del 48% nella scorsa stagione).

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Per parlare anche degli altri, Anderson, Powell e Mejri sono la linfa giovane e atletica di una squadra che potrebbe sorprendere molti addetti ai lavori, soprattutto perché il genio offensivo di Carlisle è secondo veramente a pochi e il coach di Dallas troverà sicuramente il modo di far rendere al meglio il materiale umano a disposizione.

Il tunisino in particolare è già un personaggio di culto e se solo impara a giocare a basket sono dolori per tutti, perché iper quanto riguarda la difesa…

Insomma, con il proverbiale orgoglio texano i biancoblù non hanno intenzione di abbandonare il tavolo che conta nemmeno quest’anno. Inoltre, anche il film citato all’inizio dell’articolo ha un lieto fine: dopo aver ripetutamente tentato il suicidio ed essere scivolato nella depressione, Bill Murray riesce a trovare il vero amore e ad uscire dall’incantesimo per tornare al mondo reale.

Chissà, magari un giorno anche un grande free-agent si innamorerà dei Mavericks e Dallas uscirà finalmente dal dignitoso limbo in cui è attualmente rinchiusa per tornare ad essere una contender.

Post By Giorgio Barbareschi (26 Posts)

Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei '49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.

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5 thoughts on “Il giorno della marmotta dei Dallas Mavericks

  1. L’articolo a mio parere è veritiero e mostra chiaramente come stanno i fatti: la corsa ai f.a. più importanti è sempre andata male ai Mavs negli ultimi anni e questo ha impedito alla squadra di essere sempre competitiva ad alti livelli dopo il fantastico 2011. Secondo me un grosso errore fu commesso proprio dopo il 2011 quando Tyson Chandler e J.J. Barrea furono lasciati partire per creare spazio salariale, la squadra probabilmente non sarebbe stata in grado di bissare il titolo, ma i due erano perfetti per il team, tanto che, a pochi anni di distanza i Mavs se li sono ripresi. Tyson Chandler è il miglior centro che abbia mai giocato al fianco di Dirk e poi era un uomo di grande energia e agonista come pochi, J.J., oltre ad essere un super giocatore per la sua taglia in una Lega di superuomini, è uno di quelli che non molla mai e non teme niente, qualità che non si trovano facilmente. Per paradosso la caccia ai f.a. citati e non firmati non è stata poi così deleteria se vista col senno di poi in relazione agli obbiettivi citati: D. Williams era considerato al tempo uno dei migliori play della Lega e pronto a diventare una star, ma poi questo non è accaduto, oggi mi pare un buon giocatore, ma nulla di più. D. Haward? Dio ce ne scampi: una rimessa più che un vantaggio, dopo Orlando dovunque sia andato ha fatto schifo. Si crede una Star e non lo è, è viziato e come difesa ha solo la stoppata. In attacco non sposta, ad inizio carriera la sua esplosività lo rendeva immarcabile, oggi(e nel 2013) nessuno costruirebbe un attacco attorno al suo “talento”; tira i liberi in modo osceno e questo è un grosso problema per la sua squadra. Carmelo Anthony è un ottimo giocatore, attaccante eccezionale, ma secondo me allora ed adesso non è quel giocatore che arriva in una squadra e ti garantisce il successo immediato. DeAndre Jordan? Mah, non mi convince, cioè potenza, rimbalzi, stoppate: diamine come pochi nella NBA, ma il resto? I Clippers vinceranno con lui? per ora no e a mio parere anche a Dallas non avrebbe garantito nulla, anzi. Sono invece un grande estimatore di Conley e di Whiteside, se fossero arrivati entrambi, allora si che Dallas avrebbe avuto una squadra se non da titolo comunque da prima fascia nella Western C.
    Barnes per me è meglio di C. Person, ma deve ancora mostrare molto, a G.S. viveva molto di quello che gli lasciavano le altre star e il fatto di non essere il giocatore chiave(come sarà ai Mavs)gli permetteva di giocare con più tranquillità e con meno attenzione delle difese altrui.
    Bogut mi è sempre piaciuto molto, però temo che sia nella fase calante della sua carriera e per un lungo questo è ancora più determinante che per una guardia che può riciclarsi meglio come specialista. Bogut dovrà giocare molto e se non sei in forma la cosa si fa notare. S. Curry è una scommessa come un altra, non è arrivato per fare il fenomeno.
    I Mavs sono team che merita rispetto: tanti anni a così alto livello nella Conference più forte non si ottengono con la fortuna o col caso, ma – purtroppo – anche la prossima stagione ci sono squadre decisamente molto più attrezzate.

    • Ciao. Grazie per il tuo commento, quasi più dettagliato del mio articolo… :-)
      Concordo con te praticamente su tutto, nell’offseason post 2011 Cuban ha scelto di non strapagare Chandler e Barea, ritenendo l’esborso sproporzionato alle qualità tecniche dei due giocatori in questione. A prescindere dal fatto che avesse ragione o no, quella mossa ha dato all’ambiente dell’NBA l’idea che non ci fosse la volontà di spendere per restare continuativamente ad alti livelli. Cosa che ad esempio ha invece fatto Cleveland quest’anno, pur dovendo investire cifre faraoniche per mantenere praticamente intatto il roster. Mi trovi abbastanza d’accordo anche sul fatto che non sia stata poi una gran sfortuna perdere alcuni dei citati free-agent (Williams e Howard), mentre per altri (Melo e Jordan) credo invece che Dallas sarebbe stata la destinazione tecnica ideale e che avrebbe garantito ai Mavs chance perlomeno di arrivare in finale di Conference. Barnes e Bogut sono due scommesse, ma sono le migliori che erano disponibili sul mercato per la franchigia, che sicuramente meriterà un’alzata di cappello anche quest’anno ma purtroppo vedo lontana la prospettiva di un altro titolo nel prossimo futuro…

  2. Il video di Mejri è uno dei più belli che abbia mai visto (una mia personalissima classifica dominata dagli highligths di tutti i tiri di Bennet, Anthony nella sua stagione da rookie [https://www.youtube.com/watch?v=6lt3Xw_8oMI]).
    Detto questo, pensi che il fatto che siate così vincenti possa contribuire ad una mancanza di appeal per quanto riguarda le superstar? Cerco di spiegarmi.
    San Antonio a parte – che riesce a pescare all-of-famers dal nulla – ogni tot anni una franchigia ha bisogno di una prima scelta, perchè se pesca bene da lì a 3-5 anni si trova in squadra un talento gratuito; il fatto che Dallas sia sempre andata ai playoff, quindi non abbia mai potuto ricostruire sulle macerie, comporta che questo talento “gratis” non abbia mai avuto la possibilità di sceglierlo. La storia delle prime scelte texane negli ultimi anni è quanto meno desolante, converrai [https://en.wikipedia.org/wiki/Dallas_Mavericks_draft_history].
    Sono dell’opinione che una franchigia vincente, ma non COSI’ vincente (leggasi: deve vincere il titolo) non sia una scelta che ripaghi in NBA – o meglio – in America, che sappiamo essere estremista quando vuole.
    Sì è vero che giochi un gran bel gioco, ma se non arrivi primo, non vali niente.

    • Ciao Pietro. Le scelte al draft sono importanti ma anche quelle da sole non fanno una franchigia vincente (citofonare Philadelpia) e proprio San Antonio dall’arrivo di Duncan in poi non ha mai scelto più in alto della 24.. Cuban e Donnie Nelson non hanno mai nascosto di fare ben poco affidamento sul draft e negli ultimi anni anche quando ha avuto delle pick medio-alte hanno sempre preferito scambiarle per giocatori già pronti. L’ultima scelta decente è stata quella di Josh Howard nel 2003, anche se Justin Anderson non mi dispiace. Non sono tanto d’accordo infine sul tuo assunto finale, perché restare ai piani medio-alti della lega contribuisce comunque a creare una cultura vincente all’interno dell’organizzazione e prima o poi i pezzi potrebbero incastrarsi nel modo corretto.
      P.S. Mejri potrebbe essere destinato a fare onde o ad essere un bust, ma per l’energia che mette fa paura…

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