Le Olimpiadi di Rio sono dietro l’angolo, quelle due settimane che sono un po’ il Natale di ogni appassionato di sport, e per noi cestofili il torneo di basket è il regalo più atteso sotto l’albero.

Chi impensierirà Team USA nella sua marcia verso l’oro? Questa è la domanda che si ripete a ogni rassegna a cinque cerchi, almeno da qualche anno a questa parte.

Dal 2008 per la precisione, quando il Redeem Team tornò da Pechino col trofeo che mancava agli Stati Uniti da un tempo, per i loro standard, inaccettabile.

I flop di Indianapolis 2002, Atene 2004 e Giappone 2006 oggi sono lontani ricordi ma allora erano ben impressi nella memoria di un paese che pecca di superbia sportiva al punto di chiamare world champion i vincitori delle leghe nazionali.

Si narra che quando Jerry Colangelo accettò il ruolo di managing director pose una sola condizione: le regole le faccio io. Contattò i giocatori personalmente, senza passare da comitati e agenti, e soprattutto scelse di legare le proprie fortune all’unico coach col physique du rôle che conosceva.

Coack K, al secolo Mike Krzyzewski, cresciuto come lui con le maniere rudi di Chicago. Lo convinse a tavola, tra una fetta di pizza e un bicchiere di vino, un corteggiamento che si ripete ogni due anni quando il buon Mike è ansioso di tornare al suo day job sulla panchina di Duke e non vuole più saperne di stelle e strisce.

Un sodalizio fondato sulla divisione ecumenica di onori e oneri e che ha prodotto quattro ori tra mondiali e Olimpiadi.

Dopo Rio 2016 si scioglierà, qualunque sia il risultato; Jerry resterà dietro alla scrivania fino al 2020 in attesa di lasciarla proprio a Mike, che nel frattempo si appunterà al petto il cartellino di consigliere speciale.

La panchina di Team USA, per i prossimi tre anni, sarà tutta di un certo Gregg Popovich – perché una volta che ti sei seduto a un ristorante cinque stelle, non puoi mica ordinare un’insalata.

È l’ultimo giro di giostra per Coach K, ma la presa sulle redini non sembra averla allentata. “I’m not in a reflective mood”, ha dichiarato, poi è passato dalle parole ai fatti sgridando i suoi per gli eccessivi siparietti in campo e fuori.

Se l’è presa anche con Kyle Lowry, accusato di una scarsa confidenza col tiro. “Would you take one shot at least?”

L’atteggiamento è lo stesso, vincente, degli ultimi otto anni; quello di un allenatore che si confessa pronto a imparare quanto più possibile da superstar professioniste, ma che al tempo stesso mette una dozzina di plurimilionari sullo stesso piano dei suoi allievi a Duke, e richiede da loro un’identica dose di rispetto.

La spedizione 2016 ha dovuto sottostare alle solite defezioni, LeBron James e Steph Curry su tutti, ma non manca di talento. Snoccioliamo il roster: Kyrie Irving, Kyle Lowry, DeMar Derozan, Klay Thompson, Kevin Durant, Jimmy Butler, Paul George, Harrison Barnes, Carmelo Anthony, Draymond Green, DeMarcus Cousins, DeAndre Jordan.

Una selezione intelligente, improntata su atletismo e versatilità in linea con le tendenze NBA; due guardie pure, due lunghi puri e una batteria di esterni capaci di fare un po’ di tutto.

Una selezione giovane, tra l’altro, col trentaduenne Anthony a fare da chioccia e alla caccia dell’ennesimo trofeo internazionale.

Per ovvi motivi il training camp di Team USA è sempre un pollaio con troppi galli, la leadership di Melo dovrà agire in sinergia con l’autorità di Coach K per stabilire le giuste gerarchie, in campo ma anche fuori.

Il blocco Warriors è rappresentato da tre pezzi pregiati compreso il nuovo arrivo Durant, che giocherà fianco a fianco con l’uomo a cui ha rubato il posto, Harrison Barnes, e quello che ha scippato ai Dubs il titolo in gara 7, Kyrie Irving.

Ci sarà da divertirsi, specialmente con la turbolenta estate di cui è protagonista Draymond Green (nelle puntate precedenti: calcetti e manate sotto la cintura, sospensione nelle Finals, arresto per aggressione, pic delle proprie parti intime condivisa per errore su snapchat).

A condire il tutto, un paio di campioni insoddisfatti come l’incontentabile DeMarcus Cousins e Jimmy Butler, più un big in cerca di riscatto come Paul George; gioverà ricordare che amicizie e superteam del recente passato, citofonare Miami Heat, sono nati proprio in maglia a stelle e strisce.

Le soluzioni tattiche sono molteplici e le congetture sul quintetto si sprecano.

“It’s probably the most versatile team that we’ve had”, ha detto Krzyzewski. “We can put a group out there to really go after people”.

L’asse play-pivot designato è quello tra Irving e Cousins con Durant a spaziare sul perimetro, ma coach K sarà libero di sperimentare a piacimento.

Può spostare il playmaking in posizione avanzata sfruttando l’abilità con la palla di Draymond Green (sarà interessante ammirarlo in un contesto diverso da quello Warriors), affidare la difesa a virtuosi del settore come Klay Thompson e Jimmy Butler, andare piccolo con una rivisitazione della Death Lineup in salsa USA: Green da 5, Durant da 4, Thompson da 3, chi volete voi negli spot restanti.

Specialmente contro le squadre materasso di inizio girone (per loro, s’intende – le affrontasse la selezione italiana, sarebbero le solite incognite da non sottovalutare e con cui puntualmente sudiamo sette camicie) Krzyzewski potrà scegliere di cavalcare i suoi lunghi per non sprecare preziose energie.

Lo si è visto nelle recenti amichevoli con Nigeria, Venezuela, Cina e Argentina; DeAndre Jordan sembra un adulto che gioca tra i bambini, persino con le mani rubate all’edilizia che si ritrova.

Sono competizioni come queste che ci fanno comprendere uno dei motivi, se non il principale, del controverso declino dei big men in NBA; non è tanto colpa loro, quanto degli esterni ipertrofici che gli contendono il pitturato.

Nell’accettare la sfida di compagini più attrezzate – si pensi a Spagna, Lituania, Francia – coach K avrà tutto da guadagnare proprio dall’atletismo delle sue ali, ineguagliabile per i pari ruolo.

La parola chiave, come sempre, è l’intesa. I meccanismi, la chimica, quella che si avverte a pelle e quella che si costruisce in allenamento. L’adattamento alle regole FIBA. Il tempo è poco ma i presupposti sono buoni.

Dicevamo di una selezione intelligente, l’ennesimo colpo da maestro di Colangelo; ci sono molti giocatori disciplinati e pochi solisti, tanta intercambiabilità nei ruoli per risolvere i problemi in corso d’opera, una folta pattuglia di tiratori per sopravvivere a giornate dalla mira imprecisa.

L’unico insostituibile è forse Kyrie Irving, ma ormai si sa che coach K lo manderebbe anche all’aeroporto a prendere sua nipote.

“When you want to win, chemistry’s not a problem”, ha pontificato KD, un messaggio che gli sarà utile ricordare anche nel suo futuro in maglia Warriors.

“The communication is there. We’re talking. We’re trusting one another, we’re believing in one another”, gli fa eco Carmelo Anthony.

Nulla di diverso dalle parole di circostanza che ci si aspetta da un leader, ma dal 6 agosto sapremo se corrispondono al vero. I 12 di Team USA aspetteranno l’esordio contro la Cina nella nave da crociera adibita a campo base, lontana dal villaggio olimpico come consuetudine, con sulle spalle doppia dose della pressione che è possibile immaginare.

All’alba della redenzione di Pechino 2008 LeBron James proclamò al Time: “It’s the gold, or it’s failure”. Quattro ori dopo, nulla è cambiato.

Post By Andrea Cassini (50 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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