La notte del 12 Maggio 2016 l’ho iniziata guidando tra Roma e Firenze. Stavo rientrando a casa dopo aver passato la giornata in compagnia di alcuni parenti di mia moglie arrivati da Boston. 

I viaggi in macchina notturni mi hanno sempre affascinato molto. Il clima silenzioso, quasi immobile. La continuità imperscrutabile dell’oscurità e delle luci intermittenti delle auto o di chi lavora. Anche la sigaretta finisce con l’avere un sapore diverso, quasi proibito, come se avesse aspettato tutto il giorno per avere quel momento di intimità con te. I viaggi notturni sono molto intimi.

Arrivato quasi a destinazione ho realizzato che avevo avuto un piede pesante, forse troppo, e che provavo un senso di incompiutezza. 

Perso nell’astrattismo dei miei pensieri mi sono ritrovato a singhiozzare. Poi a piangere: di quei pianti con le lacrime grandi che ti lasciano sempre svuotato. 

Stavo realizzando ― forse inconsciamente ― che la mia fretta del ritorno andava a contraddirsi con la mia disperata voglia di fermare il tempo. Ma non soltanto perché il vento primaverile lascia un piacere sottile, ma perché avevo ― sempre inconsciamente ― realizzato che di lì a poco qualcosa sarebbe cambiato.

Il 12 Maggio 2016, dopo poche ore dal mio ritorno a casa, gli Spurs vengono eliminati dai playoff dagli Oklahoma City Thunder. La sconfitta sportiva lascia il tempo che trova, ma la mia percezione (e non sono solo) è che quella è stata l’ultima partita di Timothy Theodore Duncan.

 

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Parlare della storia di Tim Duncan per me è come parlare della storia della mia vita. Avevo sette anni quando ho visto la mia prima partita NBA e lui era in campo. 

Questo raro esemplare di fisico dominante senza la superbia di chi per marcare il territorio ricorre alla violenza: gli occhi, totalmente inespressivi, totalmente immersi in un mondo diverso, proibito: una capacità di ruotare le spalle in movimenti congrui e leggiadri che mi ha sempre trasmesso una tranquillità primordiale, come familiare. Empatico, seppur involontariamente.

Mi sono appassionato al Gioco ― per merito suo e non solo, la bellezza è sconfinata ― e la prima volta che ne ho visto l’epilogo in diretta (le Finals) era il 2003 ed in campo c’era lui. 

Non giocava, dominava. La serie contro New Jersey (okay non avversari irresistibili ma comunque quadrati) è un trattato sul cosa una squadra ha bisogno dal suo leader. 

Oggi tendiamo ad avere la visione che Duncan sia sempre stato un vecchio professore; di quelli che le hanno viste tutte e che lasciano parlare i silenzi al posto loro. 

Ma Duncan è stato molto di più: vederlo giocare nel suo picco fisico-atletico era qualcosa di forviante, di etereo.

Tim Duncan ha travolto la mia esistenza (sportiva e non solo) con la stessa forza con la quale ha travolto gli avversari. 

L’ho visto vincere tanto, l’ho visto perdere. L’ho visto apprezzare i dispiaceri così come rispettare un avversario sconfitto.

 Era con me in uno dei momenti più delicati della mia vita nella battaglia contro Detroit; ero con lui quando, dopo il dominio contro Cleveland, abbracciava un giovane LeBron James dicendogli genuinamente che un giorno la lega sarebbe diventata sua.

 

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L’America ha sempre rappresentato qualcosa di diverso per me, di particolare. Ma non tanto per una questione esotica quanto più per la componente sognante e nostalgica del mio io che rivive un passato prossimo finito troppo presto, troppo male. Ho avuto la fortuna di poter andarci grazie ad un amico molto speciale, ed è là che ho conosciuto la persona in grado di aprire la cassaforte del mio cuore.

Il deserto caldo e magico dell’Arizona mi ha cullato. La mia prima partita NBA vista dal vivo era anche una sua partita. Ed è stata una partita che rispecchia perfettamente il concetto di normalità. In un tour ad ovest, dopo un back-to-back, in trasferta. Di quelle partite dove l’acido lattico è una presenza involontaria e dove sei talmente più forte degli avversari che finisci con lo sfruttare i quarantotto minuti per riposarti.

Ma in quei pochi minuti in campo c’è stato tutto Tim Duncan, in tutta la sua perfezione in tutta la sua imperfezione. Ineluttabile tecnicamente, incredibilmente umano. Sembrava che ogni suo movimento, anche il più impercettibile, si estendesse come cassa di risonanza ad ogni compagno, allenatore, dirigente, tifosi, cittadino.

Sono cresciuto con la sua mitologia, con la sua leadership silenziosa. Ne ho amato ogni tratto letterario, ogni parola non detta: ho amato il fatto di trascendere la percezione moderna di cosa e come sia un campione. Ho amato la sua impercettibile centralità.

 

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Anch’io come lui so bene cosa voglia dire perdere una guida fondamentale troppo presto. Il dover processare un emozione senza averne le capacità adeguate. 

Anch’io come lui tendo ad essere parco con l’emozioni ed adoro, come lui, l’importanza capitale del legare con gli altri esseri viventi attraverso il contatto fisico. Il toccare una persona, il sentirla: il comunicarle attraverso un gesto spesso banale ma mai superficiale un sentimento di stima o rispetto, come di rabbia o solitudine.

Ho amato la sua solitudine. La sua privacy e la sua capacità quasi infantile di prendersi gioco di tutto e tutti facendolo prima di tutto con se stesso. Quell’affrontare la vita con l’impegno di uno spartano ma con la coscienza di un bambino. Ho amato il suo dare il senso giusto ad ogni cosa, la sua allegria.

Ho adorato il suo essere filosofo. Il suo cuore da fornaio. Le sue mani magre. Crescendo ho visto la carriera di Duncan crescere con me, evolversi. 

Una carriera che numericamente è da consegnare ai posteri e che avrà pochi uguali anche in futuro. Ma della quale i numeri ne spiegano quasi zero. Perché in un basket analitico dove la preoccupazione maggiore è valutare un giocatore in base alla sua effective field goal percentage (e non fraintendetemi, è una visione corretta) Tim Duncan ha ridefinito il concetto di epicità, avvolgendo ogni sua partita in una sorta di brina. Quella polvere magica che fa riflettere in maniera diversa solo chi il Gioco lo ha cambiato davvero.

Ho amato il suo comportamento con ogni singolo avversario, il rispetto per ogni persona che lo ha circondato nel corso della sua carriera, e forse della sua vita. Il suo essere il miglior compagno di sempre ―, che lo dica Popovich quasi in lacrime o che lo si veda accudire i compagni in ogni situazione poco cambia ― quella sua dote spontanea di relazionarsi con le persone attraverso la più brutale sincerità.

 

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L’11 Luglio 2016 Tim Duncan ha deciso di ritirarsi. E lo fa in un mese molto particolare per me, articolato. Continuando questo legame impercettibile che lo spinge nel mio universo sentimentale. 

Non ci sarà mai nessun’altro come lui. Questo mi ha fatto piangere nella notte che ho realizzato che un ciclo, forse il più significativo e provante della mia vita, stava finendo. Mi ha fatto pensare, mi ha lasciato dispiaciuto, amaro. Ma mi ha anche dato coraggio, fiducia. Perché nella parabola della sua carriera possiamo trovare la risposta all’anoressia della nostra esistenza.

Tim Duncan si ritira, dopo aver dedicato ogni singolo giorno a mettere tutto se stesso nella propria passione. Esiste qualcosa di più umano? 

La sua è la parabola dell’uomo comune. E come tutti ha saputo adattarsi, ha dovuto aspettare che spiovesse: ha fatto in modo che un imprevisto, qualsiasi esso sia, non ponesse fine alla sua voglia di lottare: ha aggirato gli ostacoli, tornando più forte di prima.

Ho avuto tanto da Tim Duncan, e tanto ho cercato di ridare indietro (tipo molte ore di sonno). 

Ho amato Tim Duncan come ho amato me stesso, perché infondo lui era il mio io. Era il mio cuore malato. Era la mia coscienza cambiata. Era il miglior amico ed uno sconosciuto al tempo stesso. 

Era mio padre. Che negli anni delle grandi sfide contro i SUOI Phoenix Suns ― nella più assoluta consacrazione che il tempo è davvero un cerchio piatto ― Duncan stava là e faceva l’unica cosa che poteva fare. Essere Tim Duncan.

Chissà cosa penserai adesso. Chissà dove andrai adesso. Quando si finisce col ringraziare sembra sempre di scadere nella retorica, ma non lo è mai. Dire grazie non è mai banale. 

Tim Duncan non è stato mai banale, così come mio padre. Grazie Timmy.

Post By Niccolo' Scarpelli (21 Posts)

Niccolo' Scarpelli nasce a Firenze (1990) ma appartiene al Deserto del Sonora. Da piccolo soffrivo di insonnia, tipo Al Pacino. Poi ho scoperto gli sport americani e sono peggiorato, proprio come Al Pacino.

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