Le NBA Finals sono lo spettacolo più bello del Mondo. Lo sappiamo. E’ una della certezze della vita.

Tutto quello che circonda le quattro/sette partite che servono per conquistare l’unico anello più ambito di quello partorito dalla perfidissima penna di J.R.R Tolkien è sempre affascinante, particolare, etereo.

Le grandi prestazioni dei migliori giocatori al mondo, la cornice unica e patinata che solo gli States sanno regalare, i tanto attesi adjustments.

Dopo una gara-5 giocata al limite della perfezione da parte di Cleveland si è tornati nella Città del Lago Erie con la consapevolezza che dovevamo ancora leggere le pagine più emozionanti di questa grande sfida. Esattamente un anno prima Golden State vinceva a Cleveland la decisiva gara-6 ed il primo titolo dopo quarant’anni, il funesto 0-32 delle squadre che avevano provato a rimontare sotto 1-3 in una serie continuava ad aleggiare e l’animo in casa Golden State era più o meno questo.

 

Ma tra le altre certezze della vita c’è sicuramente quella che LeBron James, negli Elimination Games e non solo, è un giocatore straordinariamente unico, forse venuto da un altro pianeta, capace di attuare un dominio sul parquet in grado di spazzare via ombre, paure e soprattutto la squadra più forte – dati alla mano – del Gioco.

Draymond Green rientra dopo il turno di sospensione e parte in quintetto causa assenza di Bogut – finali finite per lui – assieme agli altri del Death Lineup.

Dall’altra parte Lue riconferma Love in quintetto al posto di Jefferson, anche se dopo neanche due minuti l’ex-Minnesota è costretto a lasciare il campo per falli.

LeBron prende in consegna dall’inizio Green potendo dirottare Jefferson su Barnes, che come in gara-5 giocherà una partita disastrosa.

Già dal primo possesso si percepisce la diversa intensità con Cleveland che gioca un primo quarto sui livelli – e forse meglio – del quarto d’apertura di gara-3, spaccando totalmente la partita.

L’energia con cui giocano i padroni di casa è ingestibile per una Golden State distratta: Curry viene attaccato su ogni possesso e viene costretto a due falli dopo pochi minuti da un attacco Cavs molto brillante: entrata nei giochi nei primi secondi dell’azione, movimento di palla e uomini e tagli continui.

 

Irving spinge a tutta velocità in contropiede senza dare tempo alla difesa dei Warriors si posizionarsi, trovando LeBron per la bimane che piega il ferro.

 

Qui invece la palla si muove con il giusto ritmo e l’attacco è spaziato bene al punto che la ricezione interna per LeBron James anche se troppo chiusa sulla linea di fondo non gli impedisce di trovare JR Smith per una tripla piedi per terra

 

Golden State esce totalmente dalla partita e LeBron prende totalmente il proscenio, controllando mentalmente e fisicamente la partita. Non forza un possesso, mette in ritmo i compagni e attacca con un decisione un ferro-Warriors ancora mal difeso e figlio delle percentuali al tiro della partita precedente.

E tra quelli che si abbeverano di più alla sua fonte c’è Tristan Thompson che con la sua grandissima capacità di tagliare – e le preoccupazioni tutte rivolte al duo LeBron&Irving –  segna 15 punti tutti al ferro con addirittura quattro Alley-Oop che fanno impazzire la Quicken Loans Arena.

 

La difesa distratta degli Warriors aiuta, ma Thompson è bravo nel mettersi in luce in attesa del passaggio. Ecco, poi bisogna essere LeBron per lasciare andare via una palla così.

 

Cleveland continua a spingere ogni volta che ne ha la possibilità arrivando al ferro con l’Alley-Oop di James per Thompson, uno dei centri migliori della Lega nel correre in campo aperto.

 

Thompson che, oltre a continuare il dominio a rimbalzo (16), si è dimostrato abilissimo nella metà campo difensiva assorbendo i veri matchup sfavorevoli e permettendo ai Cavs di non andare in sofferenza – cosa che invece succede sistematicamente con Love in campo, anche ieri il peggiore dei suoi con tutti numeri ampiamente negativi (-18.4 di DefRtg, -6 di plus-minus, unico dello starting-five).

Anche nella metà campo offensiva è un fattore grazie ai blocchi – un po’ generosi per la verità, ma in NBA il metro di giudizio è più largo – che hanno impedito a chiunque ci finisse dentro, Iguodala su tutti, di poter evitare lo switch che spesso ha portato James a potersi giocare l’uno-contro-uno con avversari dalla diversa struttura fisica, o impedendo gli aiuti in caso di pick-and-roll giocato con i vari Irving/JR/Jefferson. I suoi highlights trasudano di intensità in ogni frame.

Gli Warriors dopo un primo quarto da soli 11 punti (minimo stagionale) hanno provato a rientrare nel secondo e terzo quarto, restando sempre a galla e dando una dimostrazione di quanto la squadra californiana sia tosta da affrontare. Cleveland non si può permettere cali d’intensità e soprattutto, a meno di prestazioni balistiche irripetibili come quella sulla Baia di tre giorni prima, deve attaccare sempre muovendo velocemente la palla; ogni volta che l’attacco ristagna Golden State è sempre riuscita a fare un parziale positivo.

Ma Cleveland grazie al vantaggio acquisito nei primi dodici ha potuto gestire i momenti di calo e ha trovato giocate d’energia anche da giocatori come Mo Williams e Dantey Jones che fino ad adesso avevano avuto il privilegio di assistere alle Finals senza pagare il costosissimo biglietto.

Soprattutto ha giocato una partita solida Kyrie Irving, confermandosi prima spalla di LeBron e seppur distante dai numeri fantascientifici di gara-5 ha chiuso con 23 punti (7/18 al tiro) ma esercitando la consueta pressione sulla difesa degli Warriors senza forzare, attaccando presto nell’azione e soprattutto attaccando Curry in ogni occasione possibile.

 

Grazie al vantaggio acquisito può iniziare il secondo quarto riposato, sparando una tripla in faccia a Livingston e mandando ai pazzi Varejao in meno di un minuto.

 

Anche Love, nonostante la cattiva prestazione, mette una tripla che dà a Cleveland ventiquattro punti di vantaggio (70-46) nel terzo quarto e tutti questi piccoli pezzi vanno a sommarsi al grande, incontrastato, ingestibile dominio di LeBron James che ha giocato 42:35 minuti da consegnare all’UNESCO del Gioco.

Se ne facciamo una questione di numeri: 41 punti, 8 rimbalzi, 11 assist, 4 palle recuperate e 3 stoppate: mai nessuno prima di lui. L’intensità dei Cavs ed il jumper ritrovato nella partita precedente gli hanno permesso di trovare un’area più aperta che ha attaccato con una precisione chirurgica (10/13 in Restricted Area), senza forzare e continuando a tirare bene (6-13 nei jump-shot) e dando una sensazione di controllo totale su qualsiasi cosa fosse all’interno del palazzo.

 

La tripla che interrompe un tentativo di rientro di Golden State. La pulizia tecnica del movimento per un giocatore di quelle dimensioni rimane inspiegabile.

 

Ha contribuito a SETTANTA dei 115 punti segnati dai Cavs, facendosi trovare pronto nelle secche della partita quando la squadra subiva il calo fisico inevitabile e continuando il dominio offensivo assoluto, che sia da palleggiatore o rollante del pick-and-roll, in transizione o in isolamento, poco importa. Soprattutto ha saputo mantenere la pericolosità del suo tiro (3/6 da tre punti) cosa che lo rende inarrestabile anche per difensori come Green o Iguodala, problemi alla schiena o meno.

 

Dopo il rimbalzo LeBron guida subito la transizione trovando Love in buona posizione; poi sull’errore del compagno segue a rimbalzo e in un movimento solo apre dietro la testa in maniera inspiegabile per JR Smith che segna la tripla non bruciando assist al lui e adulazione a noi.

 

LeBron ha sempre preso in mano la situazione dopo ogni parziale-Warriors e ha pervaso compagni e tifosi con la sua straripante intensità, voglia di vincere. Anche difensivamente, come in gara-5, è stato un fattore assoluto. Ha lottato, tenuto su ogni cambio, scivolamento, recupero. Stoppando prima Green e poi anche Curry. Mandando un messaggio chiaro a tutta la Bay Area e confermandosi come uno dei giocatori più decisivi di sempre.

 

James assorbe tutta la penetrazione di Curry nel uno-contro-uno in stile sfida western e, dopo non essere cascato sulla finta, manda in seconda fila il pallone nel più classico dei Not in my house.

 

E davvero tutta la sua partita è piena di giocate sublimi: dalla superbia delle sue schiacciate, al chiudere al ferro la bella circolazione dell’attacco, dalla leadership agli isolamenti che hanno permesso a Cleveland di non soffrire nel finale l’ultimo ritorno degli Warriors, chiudendo la partita – con un’altra tripla dal niente – e consegnando a tutti gli amanti della pallacanestro la gioia di un’evento tanto raro quanto epico: Gara 7.

 

Tutta l’aggressività con cui LeBron schianta gli Warriors. (vista con la telecamera dietro il canestro è ancora più brutale. Sembra quasi che potrebbe continuare il salto, entrare dentro la vostra televisione e terrorizzare i vostri sogni)

 

Per l’ultima volta si torna ad Oakland e la tavola è apparecchiata per una partita for the ages. Coach Lue dopo gli sbandamenti iniziali sembra aver trovato armi valide per rispondere ai rebus del Death Lineup, apparsi finora irrisolvibili. Il movimento del pallone in attacco è tornato sui livelli visti nelle precedenti serie ad Est e il quintetto con Jefferson in campo al posto di Love più Irving-JR-LeBron-Thompson è apparso indigesto agli Warriors visto il 35.2 di NetRtg sui cinquantotto minuti giocati.

Irving si è dimostrato in grado – e forse più adatto – di spalleggiare James, al contrario di un Love che ormai recita un ruolo da comprimario.

Le triple di JR e la tracimante energia di Tristan Thompson sono indispensabili per aprire il campo e reggere i continui cambi a cui è costretta la difesa dei Cavs. Ma soprattutto c’è LeBron. C’è sempre LeBron. Le sue Finals, indipendentemente dall’esito di domenica, resteranno leggendarie – come del resto la sua carriera.

Da quando i Cavs sono spalle al muro (ovvero nelle ultime due partite) James ha totalizzato 82 punti (32/57 dal campo con 7/14 da tre) impedendo – letteralmente, impedendo – alla sua squadra di arrendersi.

Un bel biglietto da visita per cancellare quello zero nelle rimonte nelle finali, entrare definitivamente nella storia (come se non ci fosse già) e consegnare a Cleveland un successo che manca da tanto, troppo tempo.

 

Post By Niccolo' Scarpelli (21 Posts)

Niccolo' Scarpelli nasce a Firenze (1990) ma appartiene al Deserto del Sonora. Da piccolo soffrivo di insonnia, tipo Al Pacino. Poi ho scoperto gli sport americani e sono peggiorato, proprio come Al Pacino.

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