Gara 6 è un instant classic, una di quelle partite predestinate di cui, mezz’ora dopo la sirena, si parla già come storia. Sono i Warriors a scriverne le pagine con una rimonta spettacolare per tempi e modi; dopo 40 minuti passati a rincorrere mettono la freccia e non si guardano più indietro. 

Steph Curry ha gli occhi ben puntati in avanti quando si rivolge alla sua panchina dopo l’ultima, l’ennesima palla rubata e fa il segno del sette con le dita. Ce n’è ancora una. La più attesa e, si spera, la più bella; una delle serie più coinvolgenti degli ultimi anni non può chiudersi con un finale anticlimatico.

Se una prova d’orgoglio di Golden State al ritorno sul parquet di casa era preventivabile, la vera impresa della squadra di Kerr comincia alla palla a due di stanotte. 

Espugnare la Chesapeake Energy Arena e il suo manipolo di ventimila indemoniati; quelli che li preoccupano di più però sono solo cinque e indossano divise bianche e azzurre. Stanotte non sembrano posseduti da spiriti maligni. 

Sarà la paura di vincere, sarà la ghisa nei muscoli dopo cinque partite da lingua penzoloni, sarà la garra ritrovata dagli avversari; i Thunder partono con troppa foga e perdono l’occasione di mettere subito le cose in chiaro come nelle prime due gare casalinghe. 

Inopportune pennichelle in difesa generano falli che, più avanti, peseranno nel conteggio, mentre in attacco Kevin Durant si lascia ingolosire dalle opportunità di uno contro uno. La sua hero ball non dà frutti, una sparatoria da 6/19 all’intervallo. 

Westbrook, per paradosso, fa la parte del ragionatore. Quando non muove la retina contribuisce a rimbalzo e negli assist tanto da sfiorare la solita tripla doppia. Poi però le cose si fanno difficili e lui torna a affidarsi alla sua pallacanestro oltranzista; tampona l’occasionale zona di Golden State senza nemmeno redigere la constatazione amichevole.

Le tre vittorie che Oklahoma City ha collezionato fino a oggi possono apparire come classici blowout, cifre alla mano. In realtà, il diavolo sta nei dettagli. Pochi accorgimenti, esercitati alla perfezione e per 48 minuti filati, hanno ingigantito il margine.

 Stanotte non suona la stessa musica, complice un inevitabile calo fisiologico e il nuovo assetto di Golden State che Steve Kerr ripropone senza sorprese. Più minuti a Bogut e meno enfasi sul pick and roll, un attacco capace di pazientare e un quintetto che regge il confronto a rimbalzo (43-49, anche se i Thunder dominano con 52 punti nel pitturato).

 Se all’intervallo il vantaggio sorride a Oklahoma City per cinque lunghezze è perché se Atene piange, Sparta non ride. I Warriors tirano col 36% e Draymond “Cuor di Leone” Green non è caricato a molla come in gara 5.

Il terzo parziale prosegue sugli stessi binari ma, sottotraccia, accadono due eventi di rara importanza. Il diavolo, ancora una volta, è nei dettagli. 

Soldatino Roberson spreca quarto e quinto fallo in un amen e priva Billy Donovan di un’arma tattica (mortiferi i suoi tagli a canestro quando tutti lo attendono a camperare sul perimetro); Steph Curry approfitta della marcatura più blanda per mettersi in ritmo con entrate a canestro, rimbalzi e assist. Anche lui finirà per flirtare con la tripla doppia e, soprattutto, s’intiepidirà le mani per il gran finale. 

Durant perfeziona la mira e sigla il +8, ma all’inizio dell’ultimo quarto dagli altoparlanti della Chesapeake Energy Arena si sentono squillare le trombe dell’Apocalisse. Al posto dei canonici quattro cavalieri se ne presentano solo due. Basteranno.

Il primo è Klay Thompson. Temeva che si sarebbe liberato di Roberson solo con un’ordinanza restrittiva, così appena lo scorge in panchina approfitta della situazione e innesta il turbo. Prende, tira, segna, da qualunque posizione sull’arco.

 Gli schemi, a questo punto della partita e della serie, contano poco e le gambe non rispondono ai comandi del cervello. 41 punti con 11 triple realizzate, record assoluto nei playoff, uno di quei ruolini che tramanderemo a figli e nipoti ne “l’NBA dei vostri padri” edizione 2040. Torna in campo l’asfissiante Roberson? Non c’è problema, il testimone passa a Steph Curry.

Steve Kerr alla vigilia ha notato un particolare. Non che ci volesse una laurea in psicologia comportamentale, ma il fatto stesso che si sia concesso di svelarlo alle telecamere è segno della sua fiducia sul tema in oggetto.

 I Thunder, per via dell’elevata pressione che esercitano a tutto campo, nei finali di partita soffrono di un calo fisico quando non riescono a nasconderlo chiudendo il match in anticipo. La più facile delle profezie autoavveranti.

 La Death Lineup, fino a ieri inutilizzabile e persino surclassata dal quintetto piccolo di Donovan, torna a mietere vittime nel momento più importante. A cinque minuti dalla fine Golden State aggancia sul 99 e supera sul 101. Oklahoma City segnerà solo due punti dalla linea della carità.

 Non tirerà nemmeno a canestro, con cinque palle perse da accreditare per metà sul conto di Andre Iguodala; chiude la saracinesca e spiega come si difende nei finali di partita. Una storia che i tifosi Thunder hanno già visto, la stessa paura di vincere che suggerì ai media locali l’epiteto di Mr. Unreliable per il loro numero 35. 

Se i due leader della franchigia vogliono scrollarsi di dosso quest’etichetta, insieme a quella di eterni incompiuti, mani e cervelli non devono tremare in una gara 7 aperta a qualsiasi pronostico. L’inerzia è tutta sul versante Warriors, eppure Kerr non ha da dormire sonni tranquilli. 

La prestazione corale di gara 5 si è dissolta in uno show degli Splash Brothers e la pallacanestro frizzante della regular season è un vago ricordo, vuoi per avversari più combattivi, vuoi per una freschezza atletica in pericoloso declino. Fino a metà dell’ultimo parziale la cronologia di Google racconterebbe di canne da pesca, ami e lenze, perché i suoi erano tragicamente vicini a una vacanza anticipata.

Con i tatticismi ormai esauriti l’atto finale alla Oracle Arena sarà una collisione tra volontà e talenti contrastanti, il terreno dove si misura la grandezza di squadre e atleti. 

Dateci gara 7 il prima possibile, grazie. Anche Steph Curry sembra pensarlo, ha quel sorrisetto. “It’s gonna be fun”, dice.

Post By Andrea Cassini (50 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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One thought on “Ne rimarrá soltanto una: Warriors e Thunder a Gara 7

  1. Thunder eliminati a gara 6: non esiste tirare col 10% da 3 contro i Warriors e sperare di vincere.

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