Secondo il mito, il giovane Narciso era talmente preso dalla sua stessa bellezza da innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua.

La stessa cosa è accaduta ai Golden State Warriors nel terzo quarto di gara 1, rientrati dall’intervallo col pigiama e le pantofole dopo un convincente vantaggio di 13 punti. I Thunder non sono rimasti a guardare gli avversari trasformarsi in fiore, anzi li hanno aggrediti da par loro. L’upset più clamoroso dei playoff edizione 2016 è servito.

La partita inizia sui binari dell’equilibrio. Curry è ancora dolorante al ginocchio e prova da subito a scaldare la mano senza successo; anche il fratello di canestri Klay Thompson ha le polveri bagnate.

L’attacco comunque si muove agile col consueto balletto di blocchi e tagli a canestro che generano punti facili. Dall’altra parte Oklahoma City fa più fatica.

Russell Westbrook è accolto come il più indesiderato degli ospiti, a pesci in faccia. Anzi, a manate, come quella che gli assesta inavvertitamente Andrew Bogut, mentre Thompson lo placca con la grazia di un linebacker alla rincorsa di una palla vagante. Ci sarà da sudarsi la pagnotta, capisce Russ, e non si scompone.

Ad un primo quarto difficile reagisce coinvolgendo i compagni e servendo un ispirato Kevin Durant. Sotto i tabelloni Steven Adams aggrava il pollice malandato e tampona col cotone il naso sanguinante; ordinaria amministrazione per lui, non sente nemmeno il dolore tutto preso a gongolare per la definizione di cui l’ha omaggiato Steve Kerr nel prepartita: “uno dei migliori centri della lega”.

Anche Billy Donovan si sfrega le mani, ma per altri motivi; nonostante l’avvio incerto, più la partita si fa fisica e più i suoi hanno da guadagnarci. In quanto a taglia, sono superiori.

Per insistere sul concetto, ecco in campo il quintetto lungo, quello più interno, quello che ha demolito gli Spurs. Enes Kanter subentra a un Serge Ibaka a cui la difesa lascia con piacere il tiro dalla media.

Kerr accetta la sfida e risponde con la famigerata death lineup: Draymond Green da 5 e Iguodala e Barnes sulle ali. Il parziale di Golden State non si fa attendere, ma la replica dei Thunder è immediata con una serie di rimbalzi offensivi, tanto che è il coach dei Warriors il primo a abbandonare le carte sul tavolo senza chiamare il rilancio.

Dalla panchina si alza Festus Ezeli. Segnale di debolezza o mossa tattica? Ai posteri, come di consueto, l’ardua sentenza. Quel che conta è che Golden State sfonda la resistenza dei Thunder approfittando delle numerose palle perse, non per niente è la migliore della lega nei punti in contropiede.

Sul finale si accende anche Steph Curry, Donovan prova a sua volta a andare corto con Durant da 4 ma l’inerzia non cambia. +13 all’intervallo; non un vantaggio confortante, ma per la velocità con cui è maturato il parziale il body language dei giocatori lascia intendere che la partita sia già in ghiaccio. I tifosi della Oracle Arena non sembrano pensarla diversamente.

Oklahoma City quest’anno ha abbracciato in pieno il ruolo di party crasher. Prima ha privato gli appassionati del chiacchieratissimo scontro tra Warriors e Spurs eliminando i texani, poi ha rovinato la festa di Golden State trasformando la prima casalinga in un fiasco. Billy Donovan deve possedere qualche artefatto dagli oscuri poteri, perché ha la singolare capacità di rimettere in riga il gioco rabbioso di Westbrook durante il riposo.

Le palle perse diminuiscono drasticamente e l’attacco di Curry e soci perde ritmo, cincischia, si attarda in tiri velleitari. Draymond Green prova a motivare i compagni come il miglior Paolo Bonolis, guida con l’esempio attaccando i lunghi avversari dal palleggio, ma il suo richiamo resta inascoltato.

Il terzo parziale è tutto di Westbrook, diciannove punti per ridurre il distacco a -3 e infine operare il sorpasso in apertura del quarto periodo.

Difesa mordace su Curry e tanti viaggi in lunetta, questa la ricetta per rallentare la partita a un tempo più congeniale. Dobbiamo recuperare il ritmo, si preoccupa Steve Kerr al microfono di Craig Sager.

Donovan continua a andare lunghissimo coi suoi quintetti e il gioco fisico dei Thunder, alla lunga, paga. I più leggeri Warriors paiono stanchi, fiaccati dalle botte date e incassate. Si intestardiscono al tiro ma collezionano un gramo 1/10 dall’arco per un complessivo 6/23 dal campo.

È l’habitat naturale di Steven Adams, animale da playoff se ce n’è uno. Decisive le sue giocate in difesa e anche in attacco, dove macina rimbalzi e realizza tiri liberi di capitale importanza.

Steve Kerr prova a oliare gli ingranaggi dell’attacco riproponendo la death lineup e il finale è da seguire tutto in apnea. I Thunder hanno il braccino del tennista, Durant s’inceppa e fallisce sette tiri consecutivi prima di mandare a bersaglio l’ultimo, risolutivo. L’Oracle Arena è espugnata.

Strano da dirsi per una squadra che ha superato in scioltezza i primi due turni al termine di una stagione da record, ma i segnali d’allarme che i Warriors avevano lanciato – un paio di prestazioni incolori contro i modesti Rockets, tre vittorie sul filo di lana contro i Blazers – si sono infine concretizzati al cospetto di un avversario in ottima forma e in totale fiducia.

Non ce ne voglia Scott Brooks, ma la differenza di tocco nella mano che regge le redini si sente tutta. Billy Donovan ha affrontato ad armi pari un mostro sacro come Popovich e ora sfida i favoriti assoluti con le idee chiarissime e coraggio da vendere.

In una corsa a chi forza per primo la mano del rivale è riuscito in ciò che sembrava, se non impossibile, quantomeno improbabile; imporre la sua lineup lunga allo spumeggiante small ball di Golden State.

Possono ignorare lo strapotere a rimbalzo di Oklahoma City, si pronosticava – nel primo dei tre confronti stagionali il tabellino recitava 62-32 sotto le plance per i Thunder, eppure fu un secco 3-0 per la franchigia della Bay Area.

Così non è stato questa notte. Merito di un’attenta difesa su Curry, preso in consegna da Westbrook e seguito fino a oltre 8 metri dal canestro dai lunghi in uscita dai blocchi.

Magistrale l’interpretazione di Steven Adams e Ibaka, meno quella di un pur volenteroso Enes Kanter, ma l’idea di fondo resta: se qualcuno ci deve battere, che non sia l’MVP.

Klay Thompson, Draymond Green e Harrison Barnes hanno a lungo pascolato negli spazi lasciati liberi nel pitturato, ma troppo presi a bearsi della loro immagine riflessa non ne hanno approfittato con la necessaria cattiveria.

I Thunder invece sono scesi sul parquet con l’elmetto e la faccia di chi non vuole fare prigionieri. Westbrook e Durant iniziano la serie col piede giusto.

Il primo reagisce con carattere e un’insospettabile intelligenza a un primo tempo disastroso, il secondo si carica senza paura il peso dell’attacco sulle spalle e sigla la vittoria nonostante le modeste percentuali al tiro.

Steve Kerr dovrà pescare dal Playbook del sosia Barney Stinson soluzioni migliori per contrastarlo, perché finora il suo approccio alla serie non è stato affatto leggendario.

Alternare uomini in single coverage non ha sortito l’effetto sperato e i continui cambi sui blocchi permettevano a Durantula di cercarsi il mismatch che preferiva, solitamente quello con Shaun Livingstone. Andre Iguodala quello che l’ha contenuto meglio, ma l’ha avuto in cura per pochi possessi.

Si è visto un solo raddoppio in 48 minuti, nell’ultima azione KD ha giocato l’uno contro uno indisturbato in un quarto di campo per un facile jumper dal palleggio. Un tema su cui varrebbe la pena insistere, considerando che quando c’è Andre Roberson in campo Draymond Green se ne disinteressa e difende a zona.

Il coaching staff di Golden State ha peccato di troppa fiducia ma ha a disposizione i mezzi per girare la serie. Kerr non si tira indietro di fronte a scelte tattiche inconsuete, lo ha mostrato l’anno scorso, ma da qui in avanti ogni partita presenterà una prova di forza da vincere per chi controlla il flow.

Un braccio di ferro tra il jazz scoppiettante della Bay Area e il blues fangoso e un po’ caotico dell’Oklahoma. I Thunder non devono fare altro che continuare a seguire lo spartito; se azzeccassero una serata con percentuali migliori al tiro, ne vedremmo davvero delle belle.

Post By Andrea Cassini (51 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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