L’attuale vice di Gregg Popovich, Ettore Messina, coach italiano di grande preparazione, spesso indicato come papabile di qualche team in cerca di rilancio (e al timone della nazionale italiana per la seconda volta), quando era vice di Mike Brown ai Lakers, su domanda di un Flavio Tranquillo, diede il suo parere sui San Antonio Spurs di allora. “Sono bravi ed organizzati, ma fisicamente hanno dei limiti. Per giocare al massimo hanno bisogno che tutti siano al top fisicamente, se no perdono contro squadre più atletiche”.

Questo lapidario giudizio, rilasciato da chi poi avrebbe preso in mano gli Spurs insieme al suo allenatore/mentore, è ancora valido al presente, con l’inattesa eliminazione degli Spurs da parte dei Thunder.

Che gli Spurs abbiano giocato una stagione favolosa non c’è dubbio, lo dicono i numeri. Ma che questa squadra soffra di un deficit di fisicità, che si manifesta ad Ovest, in particolare contro i Thunder,vera e propria “bestia nera”, è altrettanto indubbio.

I “big Three” non sono più tali, specialmente Ginobili e Duncan, il cui calo di incisività sulle gare che contano è decisamente vistoso, come anche Tony Parker, che era colui che si lamentava, in occasione dell’ultimo titolo vinto contro gli Heat, che i giornalisti li dessero già per “bolliti” prima di vincere.

La verità è che i playoff sono qualcosa di diverso della stagione regolare, qualcosa in cui cuore e talento si mischiano, in cui la fame di vittorie conta più del professionismo e le gare mal giocate, ma vinte, contano quanto quelle vinte con un bel gioco corale.

I Thunder hanno questa fame, massimamente le loro due superstar e leader indiscussi, Westbrook e Durant.

In particolare, coach Donovan ha influito non poco sulla crescita del play di Oklahoma City. Come?

La sua tendenza, data l’esplosività fisica e la straripanza atletica, era sempre stata quella ad esagerare con le conclusioni a canestro, a discapito del ruolo di regista che gli compete. Oggi, dicono i numeri, Westbrook è al top degli assist nei playoff e il maggiore beneficiario è quello Steven Adams che non è certo un talento tecnico, ma fisicamente è un duro come pochi.

E’ bastato questo, oltre ad un Ibaka finalmente integro e cresciuto come tiratore piazzato. Gli Spurs, d’altro canto, dall’epoca del giudizio di Ettore Messina, si sono anch’essi evoluti.

Kawhi Leonard e Lamarcus Aldridge hanno rinforzato il quintetto, David West ha rinunciato a un sacco di soldi per fare il 6°/7° uomo, e una sfilza di rincalzi di lusso, da Diaw a Kevin Martin, hanno allungato la panchina a dismisura. Ma resta una squadra con un deficit di fisicità: perché?

Il segreto, che poi segreto non era, se non di Pulcinella, del successo degli Spurs stava nella tenuta sotto canestro di Tim Duncan, oggi quarantenne, nelle scorribande in area di Tony Parker e Manu Ginobili, decisamente in calo, e in una batteria di tiratori, non ultimo Danny Grenn (e, da ultimo, Marco Bellinelli), che approfittavano della concentrazione in area delle difese avversarie.

Tutto questo è finito, anche se dura da quindici anni e ha regalato ai tifosi di San Antonio titoli e finali. Il gioco è cambiato, dicono tutti, spesso criticandolo, allorché si parla dei campioni in carica, i Warriors di Kerr, Curry e Thompson.

Oggi è un gioco ancora più veloce, esasperato nella ricerca della transizione e del tiro da 3 punti. I Thunder hanno a disposizione giocatori difensivamente validi e fisicamente dominanti come Ibaka, Adams e lo stesso Durant, non a caso definito “Durantula” per la lunghezza dei suoi arti inferiori e superiori.

Una selva di braccia protese in alto, con una mobilità al di sopra della media; nel reparto guardie, invece, dispongono di un talento fisico come Westbrook e di un difensore di ruolo come Robertson. Sono armi letali, se messe a confronto con lo stato fisico di Duncan, Ginobili e Parker.

Aldridge, poi, è sparito dalla serie per effetto delle marcature avvicendatesi su di lui, anche perché, malgrado la stazza, si tratta di un giocatore più tecnico che fisico, mentre Leonard, in predicato anche di un MVP, non è un giocatore che si possa definire “creatore di tiri”, come un Kobe Bryant, o lo stesso Curry: ha bisogno di un sistema, che gli crei le opportunità di tiro, se no batte in testa, con conclusioni spesso forzate e perciò inefficaci.

Ecco allora che si spiega perché i Thunder, questa “eterna incompiuta”, come frettolosamente ribattezzati dalla stampa specialistica, possono essere i veri outsider della finale di Conference.

Da ultimo, ma non meno importante, anzi, forse decisivo, c’è Kevin Durant. In questa stagione e in questi playoff è sempre apparso come un uomo in missione. Ha respinto per il momento ogni voce su un suo trasferimento in altre squadre perché vuole vincere, qui ed ora, prima di ogni altra decisione sulla sua carriera.

Gli infortuni in squadra e suoi personali lo hanno sempre condizionato nelle post season del passato e la sua maturità e forza sono oggi al top. Non è solo un tiratore. E’ un giocatore totale, un difensore mortale, un rimbalzista ed uno stoppatore e, soprattutto, uno che entra nel pitturato e ti schiaccia in testa con la stessa facilità con cui lascia andare le sue leggendarie “piume”, come sono stati definiti i suoi tiri.

La mentalità vincente non gli manca, come ha dimostrato negli anni in varie occasioni, anche se, come il “fratello” Westbrook, non può pensare di fare tutto da solo.

Quanto agli Spurs, c’è un altro giudizio interessante di Ettore Messina su coach Popovich, sempre formulato a Flavio Tranquillo in una intervista: “Lui ha mille soluzioni, mille schemi, mentre io forse propendo per pochi giochi, ma fatti bene”.

Ecco: per il passato, Ginobili in primis e Parker in secundis hanno rappresentato la rottura del sistema del coach di San Antonio, una eccezione che ha reso il suo sistema di gioco (definito dai critici: “noioso”) un sistema vincente, proprio perché intriso di elementi di imprevedibilità  e fisicità, che l’argentino ed il francese hanno portato in un gioco eccessivamente organizzato.

Questi elementi hanno fatto disperare  il coach in un primo tempo, rendendolo addirittura avverso al loro uso, finché la sua intelligenza del gioco non ha compreso che il genio e la fisicità, anche se accoppiato alla sregolatezza, può sbloccare le partite difficili e scardinare le difese più ostiche. Ben vengano, allora, gli imprevisti in questo gioco fantastico.

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2 thoughts on “Spurs – Thunder: quando la fisicità batte il gioco organizzato

  1. Condivisibile analisi. Sinceramente pensavo che OKC, pur essendo un’ottima squadra, completa e solida, sarebbe stata sconfitta dal gioco-SPurs. Invece hanno tirato fuori partite da squadra di cuore e il duo W-D dietro ha fatto la differenza per cuore e tecnica. Complimenti a loro. SA forse dovrà rivedere certe cose, ma la base per tornare a vincere presto c’è tutta.

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