L’anno scorso, dopo che i futuri campioni avevano fermato la corsa dei Rockets all’ultima fermata prima delle Finals, c’erano ottimi motivi per essere soddisfatti e ottimisti riguardo il futuro di Harden e soci.

Houston aveva raggiunto le finali di Conference con una cavalcata a tratti esaltante, nonostante un Howard a mezzo servizio per gran parte dell’anno e vari infortuni che avevano alternativamente modificato il roster.

Il Barba era stato battuto sul filo di lana nella MVP race e Ty Lawson, pezzo pregiato del mercato free agent, era pronto ad unirsi alla squadra per innalzare ulteriormente il livello e compiere il decisivo salto di qualità.

Anche quest’anno sono stati gli Warriors a mandare in vacanza anzitempo i Rockets ma stavolta, negli spogliatoi della Oracle Arena, il mondo era capovolto rispetto a 12 mesi fa.

Sembra passata un’era geologica, all’epoca era la finale dell’Ovest e Houston ci arrivava come seconda forza, mentre stavolta si trattava di un primo turno cui i Razzi sono riusciti a partecipare per il rotto della cuffia. L’atteggiamento negativo, la progressiva scomparsa dello spirito di squadra e lo scadimento costante della qualità del gioco hanno reso possibile questa picchiata verso la mediocrità, a dispetto di un roster sostanzialmente identico.

L’andamento della serie e la non reazione dei compagni al canestro vincente di gara 3 sono emblematici di una stagione agonica, maledetta e triste di un gruppo disunito che da tempo ha smesso di essere una squadra.

In gara 5 Steph era seduto in borghese eppure non c’è stata storia: nel 114-81 finale, Harden ha monopolizzato il pallone segnando 35 punti lasciando le briciole ai compagni e, in generale, Houston assomigliava poco ad una squadra pronta a sfruttare l’occasione e molto ad una rassegnata ad andare a casa.

Non c’è gara che renda meglio l’idea del perché i Rockets siano stati così deludenti quest’anno: Terry aveva predetto una vittoria dei suoi ma ha terminato mestamente senza punti sbagliando tutti e sette i tiri tentati.

Una prestazione senz’anima che ha posto fine ad una stagione senz’anima. L’estate a Houston sarà calda e si dovranno trovare le risposte giuste ad una lunga serie di domande, a partire dal general manager Daryl Morey e dalla guida tecnica, Bickerstaff, già in grado di vedere gli avvoltoi sopra la propria testa.

Di sicuro, nell’immediato day after svetta la figura di James Harden, e non potrebbe essere altrimenti, dato che da quando ha messo piede a Houston andare a vedere i Rockets ha significato andare a veder giocare Harden, diventando la stella intorno alla quale orbita il resto della squadra.

Una concezione lebronesca del proprio team, senza avere né il carisma né le capacità del 23 e con una differenza sostanziale: se giocare con James è piacevole e porta benefici statistici (quasi) a tutti e risultati, giocare con Harden è frustrante perché ne beneficia solamente lui.

Il Barba ha sempre il pallone in mano, gestisce il 100% dei possessi e gli unici tre scenari possibili dell’attacco di Houston si esauriscono o in un jumper, o in un fallo subito, o nel passaggio al tiratore libero sul perimetro: big numbers per il titolare, pochi tiri e pochi punti per tutti gli altri.

Se i risultati non arrivano, diventa impossibile giustificare e sopportare questo sistema: per conferme guardare la (non) reazione dei compagni al game winner di gara 3, immagini che spiegano più di mille parole lo scollamento e la distanza tra l’uomo franchigia e il resto della squadra.

Tutte cose vere che però non possono scagionare il resto del team, tutt’altro che povero di talento, dal momento che la mancanza di accordo non significa che i singoli giocatori abbiano facoltà di tirare i remi in barca.

Dwight Howard nel progetto originale doveva essere il co-capitano della franchigia ma, complice un declino fisico e tecnico tanto inatteso quanto inarrestabile, è retrocesso nelle gerarchie fino ad estromettersi dal progetto, anche a causa delle frequenti “differenze di vedute” con Harden.

I due hanno smesso presto di amarsi e, da quando DH12 ha chiarito che in estate avrebbe testato il mercato free agent (Dallas? Portland?), hanno anche messo da parte i “convenevoli” pubblici. Da subito il gigante da Atlanta ha mugugnato per lo scarso coinvolgimento in attacco fino a renderlo pubblico in un’intervista rilasciata lo scorso mese di Marzo ottenendo però l’opposto del risultato sperato, visto che se fino a quel momento tentava 9 tiri a partita dopo sono addirittura scesi a 6.

Howard non è certo noto per la sua abilità nella gestione dei rapporti interpersonali ma, pur tenendo conto dei suoi acciacchi, è difficile pensare che sia stato messo nelle condizioni migliori durante la sua esperienza in Texas. Distanze tecniche e personali che né lo staff tecnico né il management sono riusciti a colmare.

Il GM Morey, sempre che non rotoli via anche la sua testa, avrà il suo bel da fare.

Prima di tutto c’è da scegliere a chi affidare la responsabilità della guida tecnica, con Jeff Van Gundy in pole position dopo che i pezzi più pregiati si sono già accomodati su altre panchine.

Bickerstaff, promosso ad inizio anno dopo una decina di partite per via dell’esonero di Kevin McHale, si è trovato a dover gestire una situazione molto complicata ma non sarà confermato perchè, a conti fatti, non è riuscito a migliorare la squadra in nessun aspetto: il team non riesce a recepire le sue indicazioni o, peggio ancora, è in autogestione, come suggerisce la stridente distanza tra le sue analisi pre gara 5 e l’effettivo responso del campo.

Non è riuscito né ad incanalare sui giusti binari lo sconfinato talento di James Harden, lasciato a briglie sciolte e libero di fare e disfare a proprio piacimento, né a mediare tra i due elementi di spicco dello spogliatoio, impresa non facile viste le teste calde ed inclini più a dire di essere leader che ad esserlo veramente.

Sia McHale che il suo successore non sono riusciti a toccare le corde giuste fino a perdere il controllo della situazione e della squadra, e c’è da prendere in considerazione la possibilità che questo sia un gruppo che non abbia interesse a farsi trovare: il nuovo coach dovrà lavorare sulla costruzione del gruppo e sulla condivisione di obiettivi comuni.

Sul mercato, detto del probabile addio di DH12, ci saranno da gestire le situazioni dei restricted free agent Motiejunas e Terrence Jones e da sostituire (o rifirmare) i free agent Smith e Terry, mentre i sogno è rappresentato dalla firma di Kevin Durant, anche se stando agli esperti è difficile che il 35 accetti il trasferimento a Houston. La squadra dovrà essere migliorata sul piano tecnico ma, soprattutto, sarà chiamata a fare un salto di qualità sul piano della mentalità.

Il nodo Harden resta però centrale. Presentatosi fuori forma a inizio anno, è riuscito nella non facile impresa di peggiorare la sua già scarsa attitudine difensiva finendo più volte ridicolizzato nelle nomination di shaqtin a fool e, basandoci sull’annata appena conclusa, è facile concludere come non sia adatto al ruolo di leader di una squadra che punta alla vittoria finale.

Il suo stile gioco gli richiede di recitare costantemente il ruolo del maschio alpha cosa che, se da un lato gli attira le antipatie delle altre stelle, dall’altro fissa il limite delle aspirazioni un gradino sotto al championship level.

Quest’anno i Rockets hanno giocato come una squadra con profonde carenze strutturali: sono mancate coesione, impegno e spirito di squadra. Dovranno trovarle nel corso di una calda e fondamentale estate di rifondazione.

 

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3 thoughts on “Inizio della rivoluzione in casa Rockets?

  1. L’involuzione di H.mi è sembrata sia tecnica che di chimica di squadra. Harden si prende l’ A, il B, il C anche il D dell’attacco e gli altri stanno a guardare e giustamente si adombrano e non ci mettono tutto l’impegno. Servirebbe trovare un coach che sappia il fatto suo e studi un sistema che sì abbia in Harden la stella finalizzatrice, ma alla fine di un discorso tecnico più ampio. Mandare via DH per i Rockets sarebbe solo un colpo di fortuna, DH è quel tipo di giocatore che chiama tanti soldi, rompe le scatole e non ti farà mai vincere un titolo, mai, perchè non è leader, non è dominante se non a sprazzi (e 5 anni fa non ora), tira i liberi in maniera oscena e per difesa intende solo mettere assieme 2/3 stoppate ogni tanto. Se trovano un secondo violino giusto i Rockets possono tornare competitivi ad Ovest. Il talento in squadra c’è, ma le volte che li ho visti giocare quest’anno mi sono sembrati meccanici, statici e mai una vera squadra, mai.

  2. Nessuno però cita l’altra ipotesi, e cioè…scambiare James Harden e ripartire. Pazzia?

  3. @Francesco Arrighi= sì, è ipotesi e potrebbe stare anche in piedi, ma significa, quasi sicuramente, costringersi a 2-3 anni di ricostruzione-anonimato e pochi playoff. Hai una stella in squadra, hai fatto i p.o per due anni di fila e butti via tutto? No, non penso che un gm.NBA ragioni così, troppo complicato e troppo difficile, ricostruisci quando il ciclo è finito, quando la tua superstar sta mollando o è vecchia. I Rockets hanno Harden, può portarli al titolo? Questo non lo so, forse no, ma un gm proverà a costruirci una squadra attorno e puntare all’anello, questa è la logica.

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