Se gara 4 ci aveva regalato 5 minuti di pallacanestro extra, la sfida successiva se li riprende con gli interessi. What goes around comes around, come amano dire dall’altra parte della pozza. 

Gara 5 alla Philips Arena dura due quarti e spiccioli, il tempo necessario agli Hawks per oliare gli ingranaggi e riportare il motore a pieno regime. E dire che erano partiti col freno a mano tirato, l’attacco ingolfato come già successo, a sprazzi, nelle partite precedenti. 

Era come se gara 4 non fosse mai finita. Gli Hawks continuavano a cavalcare gli isolamenti di Millsap e Teague ma i due martellavano il ferro in attesa di rientrare in ritmo, mentre Boston aggrediva la partita con lo stesso piglio mostrato nell’overtime al Garden e un Marcus Smart ispiratissimo. 

La stanchezza prende presto il sopravvento e i Celtics non sono capaci di allungare, pur giocando meglio. La palla gira veloce per eludere la pressione degli Hawks sul perimetro, ma i verdi finiscono per incartarsi in una serie di possessi sterili. 20-15 al primo intervallo, squadre fredde, 4/18 complessivo nel tiro dalla distanza.

L’impressione è che Atlanta sia rimasta negli spogliatoi e debba ancora accendersi. L’innesco lo fornisce Mike Scott, 17 punti di pura incoscienza dalla panchina, il combustibile umano che ogni coach in certi momenti della partita vorrebbe avere. 

Horford s’infrange su Amir Johnson, che probabilmente lo segue fino a casa per rubargli il posto sul divano, e non ha ancora segnato un canestro dal campo. Coach Budenholzer lo manda senza scrupoli a rinfrescarsi le idee e va col primo, sostanziale aggiustamento della sua serie. 

Tanti minuti al quintetto piccolo per sfruttare la verve di Mike Scott e cambiare su tutti i blocchi. Il gioco funziona e Millsap è il primo a sbloccarsi. Insieme al compagno di reparto era partito 0/11. 

None, nessuna, aveva risposto coach Stevens quando gli erano state chieste le misure speciali per contenerlo dopo i 45 punti di gara 4, mascherando con un sorriso il sospetto allungamento del naso. Non serviva un occhio particolarmente attento per notare i raddoppi tempestivi e i cambi negli accoppiamenti, con Smart a contenerlo sul perimetro e negargli il pitturato, c’è persino una zona 2-3 a confondere le acque.

 Ma quando l’attacco di Atlanta gira così bene non c’è strategia che tenga. Gli uomini di Budenholzer segnano 11 degli ultimi 12 tiri e vanno avanti di 8 col contributo prezioso di Kyle Korver e del solito, indemoniato Kent Bazemore.

Il terzo quarto non serve ad altro che a far prendere agli Hawks ancora più fiducia al tiro, una vera panacea per una squadra finora imprecisa. È una shooting clinic dall’arco. In una serie che si è giocata tutta su rimonte e parziali questo è il primo vero allungo che non concede risposta.

 La barca di Boston beccheggia e infine affonda, 9 palle perse e appena 7 canestri dal campo al rientro dall’intervallo lungo, col suo capitano che stavolta resta sottocoperta. Un magro bottino di 7 punti per Isaiah Thomas, simbolo di una squadra col piombo nelle gambe per la stanchezza, forse più mentale che fisica, di due partite intense giocate sul parquet amico.

Il 110 a 83 finale si lascia interpretare come un’impressionante prova di forza di Atlanta, l’asso calato sul tavolo nel momento migliore perché conduce al match point. Oppure, a voler guardare entrambi i piatti della bilancia e l’equilibrio dei primi due quarti, si può inserire come tara il calo fisiologico di Boston. Ma in una serie così tesa nessuna delle due parti in causa può permettersi di giocare al risparmio. 

La ciurma di Brad Stevens ha lanciato preoccupati segnali di inesperienza nelle gare in trasferta e la domanda che aleggia è ingombrante come il proverbiale elefante nella stanza; i Celtics saranno abbastanza maturi da reagire allo schiaffo in faccia? 

Perché la capacità di buttarsi una cattiva prestazione alle spalle e reggere alla tensione di un elimination game in casa è propria delle grandi squadre. 

Tra pochi giorni sapremo se Boston può già guardare in alto o deve prima studiare i propri difetti allo specchio; Atlanta sembra conoscerli già tutti nei minimi dettagli, ha bisogno di altri 48 minuti con la faccia cattiva per sfruttarli.

Post By Andrea Cassini (50 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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