Per Houston, era una partita senza ritorno. Gara 3, sotto due a zero, è di fatto un elimination-game, perché nessuno ha mai rimontato vincendone 4 di seguito dopo aver perso i primi tre episodi di una serie di Playoffs.

I Rockets, con tutti i loro limiti, individuali e di squadra, hanno risposto presenti, e, certo, l’assenza di Steph Curry ha giovato, ma i razzi texani ci hanno messo del loro, lottando come non avevano fatto nelle partite giocate alla Oracle Arena.

Tra le fila dei Warriors, è emerso Mo Speights, autore di 22 punti in 18 minuti (con 3-6 da tre), ma Houston è partita subito forte, portandosi avanti 31-18 nel primo parziale, giocando quel basket intenso e cattivo, come aveva chiesto Bickerstaff, che fino ad ora non si era proprio visto.

Nelle parole di Harden, i Rockets sono stati aggressivi sin dall’inizio, prendendo l’iniziativa senza mai cedere, nemmeno quando Golden State ha tentato la rimonta, grazie anche alle solide prestazioni di Dwight Howard (13 e 13) e di Michael Beasley (12 punti in 20 minuti), che hanno aiutato il Barba, tirato a lucido per l’occasione.

I Rockets hanno vinto la guerra a rimbalzo (52-43) e quella per le second-chance (16-5), creando un contesto di lotta nel quale sono emersi i vari Beasley, Ian Clark, Beverley, anziché Klay Thompson (solo 17 punti), e che forse ha giovato a Howard, il centrone tornato, almeno per una sera, a dominare seriamente il verniciato.

James Harden ha segnato 35 punti (solo 11-26 dal campo, ma 11 liberi tentati) 8 rimbalzi e 9 assist, oltre al canestro della vittoria. A soprendere è stato soprattutto Motiejunas, con 13 punti e 14 rimbalzi, un giocatore che, dopo due primi episodi interlocutori, ha trovato il modo di incunearsi nella serie, dando anche un discreto fastidio a Draymond Green, che si è autoaccusato della sconfitta, non tanto per la palla persa finale, quanto per una partita giocata sottotono.

Nel finale di terzo quarto, i Warriors hanno eroso il vantaggio dei Rockets, arrivando a soli due possessi pieni di distacco per iniziare il quarto periodo. Senza Curry però, Golden State non ha lo stesso potenziale offensivo, e si è visto, anche in termini di spazi concessi agli “altri”.

I Warriors erano rientrati a meno uno, con 9 minuti da giocare, ispirati da Shaun Livingston (per lui, 16 punti, 5 rimbalzi e 3 assist), ma nel momento di massimo sforzo dei Dubs, Harden li ha ricacciati indietro, segnando 5 punti in un parziale di 7-0 che ha ristabilito le distanze.

Nel finale, Golden State è riuscita a ricucire lo strappo con una tripla di Iguodala, riportandosi a meno uno, con poco più di due minuti sul cronometro. Addirittura, con Ian Clark (autore di 11 punti), sono riusciti a riprendere il controllo delle operazioni (94-93) per la prima volta dall’inizio del primo quarto, ma due liberi di Beasley hanno ribaltato la situazione, fino all’ultimo, grande canestro di Harden, che in entrata ha trovato separazione da Iguodala per piazzare il jumper.

In vista di Gara 4 (domenica), sarà importante capire in che condizioni giocherà (se lo farà) Steph Curry, posto che ormai Houston è rientrata nella serie, e se manterrà quest’attitudine (è un grosso se, ce ne rendiamo conto), potrebbe giocarsela come l’anno scorso.

Steve Kerr ha preferito non rischiarlo in Gara 3 (anche se Curry avrebbe voluto giocare) ed è difficile immaginare che Steph possa non essere della partita per una Gara 4 che si preannuncia decisamente pivotal per gli equilibri della serie.

Sull’altro versante, si tratta di capire se questa è stata la partita dell’orgoglio, per evitare lo sweep, o se il gruppo riuscirà a costruire su queste fondamenta, magari non per vincere, ma almeno per disputare una serie combattuta senza rimpianti. Poteva essere l’ennesima partita buttata al vento, e invece Houston ha riposto presente, ma solo il tempo e Gara 4 ci dirà se si è trattato di una circostanza effimera.

Golden State ha lottato, difeso bene, ma non ha trovato continuità al tiro (come dite? Mancava Curry?), e hanno pagato con una sconfitta di misura. Leslie Alexander (che ha donato un cospicuo assegno per aiutare la città di Houston, colpita da un’innondazione che ha mietuto vittime e inferto danni), dovrà valutare con attenzione la situazione.

Si diceva che in caso di resa senza lottare, il destino di Morey e Bickerstaff sarebbe stato segnato (Jeff Van Gundy incombe), ma resta da capire se una sola partita, o anche due, giocate di nervi, possono rovesciare l’impressione lasciata da una stagione orrenda, e da una squadra che, comunque la si metta, non è pronta per competere ai massimi livelli con continuità.

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