Chi segue il basket professionistico statunitense è istruito abbastanza per sapere che in ciascuna delle partite, delle serie playoff, delle regular season in generale, questo sport può regalarti da un momento all’altro delle sorprese incredibili, delle partite epiche, dei finali inimmaginabili.

È tutto quello che non sta accadendo ( e presumibilmente non accadrà ), nel primo round post season che vede affrontarsi San Antonio e ciò che rimane dei Memphis Grizzlies.

Dopo due gare gli Spurs hanno messo un’ipoteca abbastanza pesante su quello che sarà il passaggio del turno ed è davvero difficile ipotizzare un rientro degli avversari.

Il divario è netto e le assenze in casa Memphis di Conley, Gasol, Wright e Adams, tutte di lungo corso e tutte senza speranza alcuna di risoluzione a breve termine, non aiutano.

Il primo quarto di Gara-2 è praticamente identico ai primi 12 minuti della partita di apertura, a cominciare dal punteggio, 22-11, rispetto al 22-13 di Gara-1, ma è tutto quello che succede che è sorprendentemente identico.

Memphis è ben contenta di tenere i ritmi bassi, chiave di cui si era discusso nelle analisi pre partita dei giorni scorsi. La squadra di coach Dave Joerger ha dovuto sempre spostare il gioco d’attacco molto vicino al canestro coi pick’n roll tra Conley e Marc Gasol e le scorribande in posizione di post basso e di ala forte da parte di Zac Randolph: se mancano due di questi tre interpreti la sciarada diventa abbastanza irrisolvibile.

Si arriva stancamente agli ultimi due minuti e, esattamente come era successo domenica scorsa, la panchina di Popovich piazza un terrificante parziale di 9-0 che da la netta sensazione di partita già chiusa grazie anche e soprattutto a Ginobili e Mills che confezionano la tripla finale del massimo vantaggio Spurs.

Nel secondo quarto si ha la nettissima sensazione che gli Spurs possano amministrare a piacimento gara e serie. Rotazioni senza soluzione di continuità, capacità di rallentare e aumentare il ritmo, “quick decision”, tutte armi devastanti in possesso dell’allenatore di East Chicago.  Le scelte non sono mai banali, ma l’avversario oppone una ridottissima resistenza.

Memphis cerca di limitare i danni e lo fa chiudendo a meno 14 il secondo quarto con un poco incoraggiante 15 su 43 dal campo e un ancor meno incoraggiante 0 (leggasi zero) su 5 da 3.

Si gira 49-35, con gli Spurs che si dividono il loro bottino equamente e nessuno che tocca la doppia cifra in quanto a punti fatti.

I restanti due quarti servono per sancire una vittoria scontata e aumentare il gap tra le due squadre anche nel punteggio, oltre che dare la possibilità ai tre magnifici vecchietti e a tutto il quintetto in generale, di stare in panchina per quasi tutto l’ultimo quarto e conservare energie preziose in vista di impegni più gravosi.

Gli ultimi 6 minuti diventano una sorta di pleonastico palcoscenico per le seconde e terze linee, palcoscenico gradito dai tifosi del “AT&T Center” che hanno adottato come loro beniamino il centro serbo, ex Stella Rossa, Boban Marjanovic, accolto da una standing ovation al suo ingresso in campo e osannato dalle parti di Fort Alamo fin dall’ultima partita di regular season a Dallas, quando fece riposare Tim Duncan mettendo a segno 22 punti e catturando 12 rimbalzi.

Il risultato finale dice 94-68 per i texani, con una magistrale prova collettiva che ha lasciato, come il coach predica e insegna ormai da decenni, poco spazio alle individualità.

Da segnalare i 16 punti di un ottimo Patty Mills (5/8 e 4/6 da tre) e i 13 di Leonard, fresco vincitore del titolo di Defensive Player of The Year. Per Kawhi è un “back to back”, visto il titolo conseguito anche nella passata stagione e adesso nel mirino c’è Dwight Howard che vinse questo premio per ben tre volte consecutive a partire dalla stagione 2008/09.

Per Memphis dobbiamo segnalare un abbastanza significativo 28/86 al tiro e una percentuale di realizzazione disastrosa da parte un po’ di tutti. Vogliamo salvare i 12 punti di Tony Allen in 21 minuti e davvero poco altro.

La sfortuna alcune volte incide sulle stagioni delle squadre, molto più pesantemente che in altre e in questa, di sicuro, non si può proprio dire che ai Grizzlies che la sorte possa averli in qualche modo baciati.

Venerdì notte Manu & Co volano al FedExForum, cambierà la musica imposta da San Antonio?

Il basket sorprende sempre, lo sapete e lo dicevamo all’inizio, ma per Memphis è scoccata l’ora del “fish or cut bait”, detto americano che letteralmente sarebbe “pesca o taglia l’esca”.

Staremo a vedere.

Post By Andrea Borea (3 Posts)

Le parole fanno molto più male di un pugno o di uno schiaffo. Ma il rumore del cotone al 48° quando eri avanti di uno lo dovresti provare come estrema prova di disperazione. Hal Greer.

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