Dopo la débâcle di Gara 1, Houston era chiamata ad una partita di tutt’altra sostanza: meno lamentele, e più basket, idee chiare e determinazione nel metterle in pratica, per evitare di tornare al Toyota Center con il morale sotto le scarpe, e una serie virtualmente ipotecata dai Dubs.

L’inizio è stato incoraggiante, anche perché Stephen Curry era costretto in panchina dal suo infortunio alla caviglia, e nel solo primo quarto i Rockets avevano quasi eguagliato i loro punti di tutto il primo tempo in Gara 1 (30 a 33). Proprio in questo momento di difficoltà però, è emersa la qualità della panchina di una squadra che ha fatto (come ci raccontava tempo fa Ron Adams) della flessibilità il proprio marchio di fabbrica.

Klay Thompson si è preso tante responsabilità, ma tutta la squadra ha reagito alla grande all’assenza del proprio miglior realizzatore, l’uomo che apre spazi grazie alla sua pericolosità al tiro.

Thompson ha scherzato: “È molto più facile senza Curry tra i piedi; quando è in campo, il suo difensore rincula in verniciato, non muove la palla, è veramente un egoista”, per poi aggiungere (questa volta serio) che sarebbe servito tanto lavoro di squadra per supplire l’assenza della guardia da Davidson.

In effetti non c’è stato solo Klay (34 punti, 5 assist, ma 8-20 dal campo, perché in effetti, senza Curry c’è meno spazio), Draymond Green (12 punti, 14 preziosi rimbalzi, e 8 assist, ma con il 33% dal campo) ma anche ovviamente Andre Iguodala, che per l’occasione ha anche sfoggiato un’inconsueta prova da tre punti (66.7%), 18 punti, 3 assist e 3 rimbalzi.

Nonostante queste difficoltà al tiro dei giocatori più responsabilizzati (Barnes ha fatto 1-10), i Warriors hanno comunque sfiorato il 50% dal campo, e se la guerra delle panchine è stata vinta da Houston di un’incollatura (39-37), quella dei titolari è andata nettamente in favore di G-State (78-67), che hanno superato i loro pari-ruolo texani anche per rimbalzi, assist, palle rubate, perdendo meno palloni (9 a 13) e tirando meglio dal campo (43.9 contro il 38.9 di Howard e soci).

Così il vantaggio del primo quarto si è rapidamente eroso per riportare davanti Golden State, che una volta sorpassato i Rockets, non si è più voltata indietro, limitandosi a fare il consueto elastico nel punteggio, che era 66-58 all’intervallo.

Nel corso del terzo quarto i ragazzi di Bickerstaff sono rientrati fino al 67-71, ma una rara tripla dall’angolo di Speights ha ristabilito le distanze per l’86-79 che ha spento le velleità di Houston, pur autrice di un buon quarto difensivo, ma, sinceramente, distantissima dalla formazione che giocava col coltello tra i denti 12 mesi fa.

Curry avrà tempo per recuperare, mentre le squadre si sposteranno dalla East Bay a Houston, per Gara 3 (in programma giovedì) ma non c’è estrema fretta di rivederlo in campo, poiché la serie sembra tutto sommato gestibile, e c’è un cuscinetto di due gare di vantaggio da gestire, come ha sottolineato Steve Kerr, forte delle certezze garantitegli da un roster profondo, compatto e determinato.

James Harden, reduce da una partitaccia nella notte di sabato, si è riscattato con 28 punti e 11 assist, giocando in modo più aggressivo e andando in lunetta la bellezza di 15 volte (nel primo tempo, è riuscito a farsi fare fallo tre volte oltre la linea da tre).

Donatas Motiejunas, ritrovatosi in quintetto dopo i segnali di vita di Gara 1, non ha risposto granché bene, con soli 7 punti e il 30% dal campo (dati identici per Trevor Ariza), mentre qualcosa in più ha fatto Dwight Howard, che però ha speso troppi falli, come di suo solito.

Se si va oltre ai freddi numeri questa partita evidenzia ancora di più la distanza tecnica e soprattutto caratteriale tra le due squadre. Senza Curry, era un’occasione d’oro per provare l’impresa in trasferta, e poi giocarsi le proprie carte in Texas, e invece la squadra più intensa e determinata si è dimostrata Golden State, a partire da Shaun Livingston, che, reduce da un malanno e chiamato a rimpiazzare il numero 30, ha messo a referto 16 punti e sei assist (portando a spasso in post basso Beverley), oltre al canestro del 99-86 che ha messo la parola fine su questa gara.

I Warriors hanno perso solo 12 palloni contro i 18 di Gara 1, hanno vinto la guerra a rimbalzo (e di conseguenza, anche quella dei second-chance-points, 18 a 9), hanno messo più canestri in verniciato (56-44, dopo aver messo le cose in chiaro subito, con Green e Bogut a pattugliare l’area) e sono andati meglio in campo aperto, mentre i Rockets continuano a vivere di strappi nervosi, e se limitare gli Splash Brothers non sarà facile per nessuno, Houston da proprio la sensazione di non riuscire a mettere in campo un piano tattico chiaro ed identificabile, che non sia una serie di giocate estemporanee.

Questa poteva essere l’opportunità per voltare pagina e, se non altro, dimostrare di avere cuore, e invece i Rockets continuano, proprio come James Harden, a giocare un basket afasico, che alterna momenti esaltanti e lunghi, lunghissimi iati. Oppure, come le pause mentali inspiegabili e i falli da matricola che Dwight continua a commettere, sera dopo sera, sorridendo quando sbaglia lui, lamentandosi quando sbagliano i compagni.

Se questi sono i “leader” (e O’Neal, ai microfoni, c’è andato giù pesante, dicendo che Harden non ha il benché minimo talento da leader), è chiaro perché la squadra sia così palesemente svogliata, tanto da far dire ad Andre Iguodala, all’intervallo, che la gara sembrava una partitella d’allenamento.

In tutto questo, Beverley, Ariza e Motiejunas hanno tirato 9-28 dal campo, ma buttargli la croce addosso sarebbe ingeneroso, posto che i giovani “promettenti” non si stanno dimostrando all’altezza (Donatas è uscito decisamente a pezzi dal confronto con Green) e le uniche cose buone arrivano sempre dai soliti Smith e Jason Terry.

La serie, chiusa nel pronostico della vigilia, sembra ormai indirizzata anche nel punteggio. A meno che i Rockets estraggano improbabili conigli dal cilindro in Gara 3, questa serie servirà soltanto a Golden State per consolidare ancor di più le proprie certezze (per giunta, in contumacia-Curry), e prepararsi per un secondo turno contro un’avversaria di ben altro livello.

Post By Francesco Arrighi (142 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall'ASB di Limardi e Gotta. Una volta mi chiesero: "Ma come fai a saperne così tante?" Un amico rispose per me: "Se le inventa". @francescoarrigh

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One thought on “Warriors sul 2-0 anche senza Curry

  1. Pensare a quando vedevo i Warrior di Spree,Mullin,Smith o anche dopo mi fà strano. Vedere un team che per moltissimi anni passa da essere una delle formazioni peggiori al top della NBA e’ sbalorditivo…

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