1 punto e 4 decimi di secondo sul cronometro. Questa la differenza tra Celtics e Hawks nella partita di stanotte, e chi si aspettava una serie combattuta non può che essere soddisfatto dell’esordio, anche se le nude cifre raccontano una piccola bugia. Atlanta ha difeso il parquet di casa con autorità ed è parsa la squadra migliore per tutti i 48 minuti, soltanto la tenacia di Boston e l’astuzia di coach Stevens li hanno limitati a un margine così risicato.

Pronti, via e i falchi scavano un solco di 10 punti. Budenholzer non si fa scrupoli a impiegare tutti i centimetri e i chili dei suoi uomini in una difesa fisica che non concede spazio alle zingarate di Isaiah Thomas. Il folletto di Seattle è quarto nella lega per tiri liberi guadagnati a partita, ma con le mani legate non riesce a attaccare il canestro e Boston si incaponisce in uno sterile tiro al bersaglio (1-9 dall’arco nel primo tempo); c’è spazio solo per qualche midrange jumper di Bradley, ma per trovare l’uomo smarcato i verdi devono sudare sette camicie.

Dall’altra parte del campo Millsap e Horford (24+12) portano a spasso i lunghi avversari con una strategia prevedibile quanto efficace; quando l’uno esce sul perimetro l’altro chiude in area. Amir Johnson, il protettore del ferro, viene portato fuori dal pitturato e Sullinger, l’anello debole della catena, sembra un vigile chiamato a dirigere il traffico il primo giorno di lavoro; gli sfrecciano da ogni lato.

L’attacco ordinato di Atlanta permette agli Hawks di arraffare anche un paio di rimbalzi offensivi, non esattamente la specialità della casa, e soprattutto nega ai Celtics le ripartenze in contropiede, vera e propria benzina dell’attacco di Brad Stevens.

Il coach corre ai ripari col quintetto piccolo e Smart in difesa limita i danni. La pressione che lui e Avery Bradley portano sugli esterni è impressionante, di quelle capaci di rimetterti in partita anche quando il parziale è pesante. Ed è quello che succede nel terzo quarto.

Gli Hawks calano leggermente i giri e i Celtics sono indemoniati; spendono il bonus dei falli commessi in meno di due minuti, ma recuperano anche tanti palloni guadagnandosi 11 punti in contropiede. Adesso entrano anche le triple.

Si torna pari sugli 86, lo strappo è ricucito ma Atlanta, con pazienza, riprende a macinare gioco. Dopo i primi due quarti contratti il resto della partita ha svelato tutte le potenzialità di questa serie, due squadre ben organizzate che si sfidano a armi pari.

Atlanta sfodera un provvidenziale Mike Scott dalla panchina e, soprattutto, ha un Kent Bazemore in serata di grazia. 23 punti per lui alla sirena, e in difesa arriva dappertutto. Questo è un lusso che Brad Stevens senza dubbio invidia al collega Budenholzer: poter sfruttare uno specialista nel suo ruolo naturale, mentre tra i verdi i vari Crowder, Bradley e Smart sono costretti agli straordinari anche in attacco.

Alla lunga, non a caso, Boston soccombe alla fatica. Le rotazioni dei lunghi sono generose – tantissimo spazio a Jerebko – ma poco produttive, il quintetto piccolo gira meglio ma subisce in difesa, il gioco si accentra su un Isaiah Thomas dalla verve ritrovata (27 punti alla sirena) ma gli attori non protagonisti scompaiono.

Atlanta allunga di nuovo, questa volta con Jeff Teague. Il play da Wake Forest ha interpretato la partita alla grande fin dalla palla a due, con la giusta aggressività, e nel finale mette a referto rubate e canestri decisivi; attira il cambio di Jae Crowder sul pick and roll e lo batte in velocità. 23 punti e 12 assist, recita la sua stat line.

L’infortunio di Avery Bradley giunge a 6 minuti e mezzo dalla fine e taglie le gambe ai Celtics. Sospetto stiramento al bicipite femorale, si temono conseguenze serie. Con le unghie e con i denti Boston resta in partita e avrebbe persino due tiri per tentare l’aggancio, frutto di due bellissime giocate collettive disegnate al time-out.

Evan Turner prima e Jerebko poi sono a tu per tu con il pallone, ma sbagliano dall’arco. Quei tiri sarebbero appartenevano Bradley, glaciale nei pressi della sirena. La rincorsa disperata arriva corta di 1 punto e 4 decimi di secondo. La rimessa è per Atlanta, basta buttarla in campo.

In attesa di conoscere l’entità dell’infortunio di Bradley, Brad Stevens ha un bel sudoku da risolvere nel settore lunghi. La qualità di Millsap e Horford non si può contrastare e deve scegliere da quale lato preferisce che la coperta resti corta; oppure, provare a tirarla per allungarla finché non si strappa.

Mike Budenholzer, invece, ha tra le mani una squadra già ben registrata, partita col piede giusto, e può dedicarsi alle operazioni di fine tuning. Ad esempio, come sfruttare al meglio un Kyle Korver che sembra irriconoscibile rispetto a 12 mesi fa, decisamente meno minaccioso dall’arco, e assicurarsi che la prestazione autoritaria di Jeff Teague non risulti un fuoco di paglia.

Post By Andrea Cassini (50 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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