Nella notte di mercoledì, contro i derelitti Lakers, è servita meno di metà partita a Russel Westbrook per eguagliare il record di triple doppie in una stagione regolare. 18, quelle che Magic Johnson – corsi e ricorsi storici, proprio un’icona dei gialloviola – registrò nel 1982.

Billy Donovan l’ha tenuto a riposo nel season finale dei suoi Thunder, ma chissà se avrebbe provato a infrangerlo. Lui sostiene che le cifre non gli interessano, che conta solo vincere, ma certi suoi comportamenti in passato indicano altrimenti. Difficile capire quel che passa veramente nella testa di Russell, un individuo che abita su un pianeta tutto suo e che farebbe la gioia degli appassionati di Lie to me.

Il look sgargiante – in mancanza di una definizione migliore – che sfoggia fuori dal campo fa a pugni con la sua reticenza a parlare con la stampa; come quando rivisitò il famigerato monologo di Iverson cambiando practice con execution, o quando si esibì nella sua migliore interpretazione di Marshawn Lynch ignorando le domande dei giornalisti.

A volte poi diventa loquace, ma per i motivi che non ti aspetti. Non più tardi del mese scorso se la prese con l’ex compagno Reggie Jackson reo di aver festeggiato con eccessivo trasporto la vittoria dei suoi Pistons sui Thunder; “some real BS”, si premurò di definire l’esultanza ai media.

Russell è così, prendere o lasciare. Sul parquet ha l’aplomb di un cocainomane ma nessun altro giocatore possiede una simile forza trascinante, un atletismo così esplosivo.

Mettergli la museruola non funziona, e ad onor del vero da quando è sbarcato a Oklahoma City nessuno ci ha mai provato; le sue espressioni saranno difficili da decifrare, ma quando si tratta di pallacanestro Westbrook è un uomo semplice.

Il record di triple doppie giunge a coronamento della migliore stagione della sua carriera, quella della conferma.

L’anno scorso, in assenza di Durant, Westbrook segnò come non mai ma i Thunder mancarono addirittura i playoff, costretti a dipendere dalla sua tunnel vision che escludeva tutto ciò che non fossero i due strumenti del gioco; la palla e il canestro, per l’appunto.

Se Kevin dovesse seguire le sirene della free agency, come a tanti piace fantasticare, Russell sarà in grado di guidare i Thunder da solo? L’anno scorso, di questi tempi, la risposta era negativa.

Il Westbrook versione 2015/2016 è un uomo in missione e ogni suo miglioramento sembra volto a far cambiare idea ai suoi critici.

Intendiamoci, a prima vista il gioco è sempre lo stesso; schizofrenico, aggressivo, a tratti folle, ma sono i dettagli che fanno la differenza e le cifre ci aiutano a riconoscerli.

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Rimbalzi e assist sono al massimo storico; i primi salgono da 7.3 a 7.8, i secondi da 8.6 a un’impressionante 10.4. Significa che Russell è diventato un playmaker? Fino a un certo punto.

Se approfondiamo i dati scopriamo che è appena ottavo per numero di passaggi effettuati, ma è primo per distacco nella passing efficiency: il 22.8% dei suoi passaggi si trasformano in assist, primari (canestro diretto) o secondari (tiri liberi o i cosiddetti hockey pass). I vari Paul, Rondo, Wall e Rubio seguono a più di due punti di distanza.

Se avevate bisogno di una prova per convincervi che il ruolo di point guard è irrimediabilmente cambiato, non serve cercare oltre. Westbrook è un playmaker nel senso più moderno del termine, crea gioco per sé e per gli altri, fa accadere cose in campo senza necessariamente muovere la palla.

L’architettura dei Thunder riflette a pieno questo modus operandi; OKC raschia il fondo del barile per numero di passaggi effettuati, una tendenza che è passata in eredità da Scott Brooks a Billy Donovan, con Westbrook che controlla il 55.7% (True Usage) delle operazioni – vale a dire, il principe dei ball hogs.

Al tempo stesso, però, OKC è seconda nella già citata passing efficiency. Il nuovo coach l’aveva annunciato già in estate, avrebbe dato piene responsabilità di creare gioco alle sue due stelle sfruttando isolamenti e mismatch in post-basso.

Il compagno Anthony Morrow ha ben descritto il suo modo di interpretare il basket. Westbrook gioca come un quarterback, ha detto, che sa sempre dove sono i compagni e tiene la palla in attesa della soluzione migliore. Quando è sotto pressione, a rischio sack, la lancia più o meno nella tua zona; ti dà fiducia e tu devi ripagarla andandola a prendere. Lui stesso ha dovuto modificare la meccanica di tiro per adattarsi a ricevere passaggi inaspettati e poco precisi.

Nella stagione in corso Westbrook ha ripreso l’idillio mai interrotto con Durant, a cui indirizza il 35.4% dei suoi suggerimenti, e ha sviluppato una sinergia con Steven Adams e Enes Kanter, sue armi di elezione.

Al di là della nuda matematica, osservandolo si nota come cerchi i compagni più che in passato, come segua con lo sguardo i movimenti dei lunghi fin dalla metà campo per premiarli con scarichi sotto canestro, dopo aver attirato la difesa su di sé.

Serge Ibaka, bersaglio primario della scorsa stagione, diventa a tutti gli effetti una terza opzione nonostante la sua affidabilità come spot-up shooter dalla media distanza e dall’angolo.

“E’ dura quando non vedi palla per 8 minuti filati”, si è lamentato non troppo sottilmente il nativo del Congo qualche settimana fa; il suo ruolo nell’attacco dei Thunder sta subendo una lieve involuzione.

Ma Russell Westbrook non è il giocatore perfetto, e lui e Durant hanno forse già raggiunto il loro picco. I Thunder le hanno provate tutte ma restano sospesi in un limbo che le separa dalle più serie pretendenti al titolo.

Tra le note dolenti, l’efficienza al tiro. È la sua migliore di sempre, 45.4% rispetto al 42.6% dello scorso anno, ma niente di esaltante per un giocatore che è tra i top della lega e che, per giunta, attacca così tanto il ferro.

Un po’ è colpa del suo stile di gioco, un po’ delle scelte di tiro obsolete. Mentre tutta la lega si sdilinquisce per Curry, lui i piedi dietro l’arco li mette poco volentieri – 4 tiri scarsi a partita, con un modesto 29% -; preferisce il midrange, quell’area intasata di traffico da cui l’attaccante NBA moderno tende a allontanarsi.

Da lì scocca il suo tiro, quel jumper dal gomito che, a forza di riprovarlo nel campetto di casa col padre a marcarlo, gli è entrato nel DNA.

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In secondo luogo, se c’è qualcosa che ancora separa Westbrook dai veri playmaker, per quanto labili siano divenuti i confini del termine, è la capacità di prendersi cura del pallone. Ne perde 4.3 a partita, peggio di lui solo James Harden, con un AST/TO ratio distante anni luce dai migliori del lotto.

Se solo non avesse tutte quelle responsabilità in attacco, poi, la difesa potrebbe essere di tutt’altro livello. Di élite, persino; le doti non mancano.

Il quadro che emerge dai dettagli è pericolosamente simile a quello di un giocatore che cerca l’assist a tutti i costi, la giocata flashy e le statistiche a discapito del gioco.

Al pieno della sua maturazione Westbrook non tradisce la sua natura, quella di un talento atletico dominante che azzanna la partita alla giugulare e che opera in un permanente stato di caos. È questa la sua forza, è questa la sua debolezza.

È questo ciò che lo distanzia da un leader come Magic Johnson, Oscar Robertson, Michael Jordan, LeBron James, per rimanere nel campo delle triple doppie.

Russell ha ampliato i suoi orizzonti ma il suo modo di stare in campo è meccanico, il suo basket sociopatico, ragiona per pattern e quando deve improvvisare conosce solo la strada del canestro.

L’ignoranza è forza, scriveva Orwell, ma per chi la controlla. Dategli qualcuno che lo guidi senza mettergli la museruola, che gli impartisca ordini dal punto di quiete al centro dell’uragano, e ne vedremo delle belle.

Post By Andrea Cassini (51 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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