È possibile essere l’allenatore più vincente nella storia della franchigia ed essere esonerati?

Si può essere licenziati qualche mese dopo una (onorevole) sconfitta alle finals? E se sì, si può essere costretti a lasciare l’incarico mentre la squadra è al primo posto a Est con 30 vinte e 11 perse?

Se vi chiamate David Blatt, il vostro datore di lavoro si trova in Ohio e risponde al nome di Cavaliers la risposta a tutte queste domande è certamente sì.

Dall’inizio dell’anno due delle squadre semifinaliste nella passata stagione hanno cambiato guida tecnica, prima i Rockets e ora i Cavaliers. Ma, se per i primi il cambio sembrava l’unica opzione possibile visto il pessimo inizio di stagione, lo stesso non si può dire per i secondi, almeno stando ad una prima disamina.

Non è bastato giocarsi la vittoria finale con DellaVedova titolare e senza 3 starters: Blatt paga perché, soprattutto dopo le pesanti sconfitte contro Spurs e Warriors, è sembrato sempre più solo.

Solo all’interno dell’organizzazione ed estraneo ad un gruppo che non lo ha mai seguito con convinzione. Entra nella storia NBA dalla parte sbagliata, diventando il primo allenatore ad essere esonerato con la squadra al primo posto.

La questione non è tanto se Blatt sia o non sia un buon allenatore né se sia o meno la persona giusta al posto giusto. È stato esonerato perché personaggi molto importanti e molto influenti all’interno della franchigia non erano affatto contenti del suo modo di gestire gli eventi: Griffin, il general manager della franchigia era uno di questi ed ha premuto il grilletto, James era un altro, anche se probabilmente è solo uno dei mandanti indiretti.

“Pretty good is not what we’re here for”. Con queste parole il GM dei Cavs ha spiegato alla stampa i motivi della decisione: una mossa rischiosa basata sul fatto che la squadra, pur vincendo partite, non stesse migliorando rispetto all’anno passato.

I risultati sono in linea con le attese, eppure, nonostante le vittorie, la squadra non ha (ancora) mai dato l’impressione di essere all’altezza delle corazzate della West Coast. Anzi, la mancanza di chimica e la scarsa identità di squadra sono venute a galla non appena si è alzata l’asticella della competizione.

A lastricare la strada verso l’uscita però, sono stati i rapporti con la squadra, pessimi o inesistenti. Il peccato originale di Blatt è stato quello di non essere riuscito a portare dalla sua parte Lebron, padre padrone della franchigia e simbolo dell’intera lega: sarebbe stata l’unica possibilità dell’ex Maccabi di uscire vivo dal frullatore in cui si era ritrovato, a sorpresa, poche settimane dopo la sua nomina.

James non l’ha aiutato molto, per usare un eufemismo: allenatore debuttante, non scelto e quindi non gradito, per di più europeo. Stando alle fonti di ESPN, Lebron non avrebbe congiurato direttamente contro di lui e probabilmente è vero: più che di cattivi rapporti tra i due sarebbe corretto parlare di mancanza di rapporti, di una glaciale convivenza forzata in cui le fin troppo sbilanciate forze in gioco hanno finito per schiacciare il più debole.

Blatt, dal canto suo, ha colpe fin troppo evidenti per un allenatore con il suo pedigree. In molti, velatamente prima e pubblicamente ora, lo accusano di favoritismi nei confronti delle stelle, con mancati rimproveri per esecuzioni sbagliate, chiamate non rispettate e mancanza di polso nelle situazioni chiave.

Tra schemi poco chiari e giocatori che si sentivano più a loro agio a confidarsi con gli assistenti, il filo che univa coach e giocatori è diventato via via sempre più sottile, finchè la dirigenza non è intervenuta praticando l’eutanasia.

Nei momenti chiave Blatt è stato sempre oscurato da Lue e a da James i quali, a turno, chiamavano i timeout e le sostituzioni, discutendo apertamente le decisioni che non apprezzavano.

Brendan Haywood ha parlato espressamente di timore reverenziale di Blatt nei confronti di James, citando una sessione video in cui il coach ometteva di criticare James per una difesa molle e veniva per questo incalzato da Ty Lue e James Jones.

Poi c’è il caso Love. Il giorno dell’esonero molti giocatori erano convinti che la riunione tecnica fosse stata indetta per comunicare loro la cessione di Kevin, anche lui umanamente e tecnicamente ai ferri corti con il coach.

L’ex Minnesota è un progetto su cui Gilbert ha investito molto ed il sistema blattiano non lo aiutava granchè, mettendone in risalto le lacune difensive senza massimizzare le sue eccellenti qualità di rimbalzista e attaccante. Il futuro del giocatore da UCLA resta comunque ancora in bilico, non si sa mai se i colpi di scena in Ohio sono finiti o se c’è ancora spazio per qualche effetto speciale.

Tyronn Lue, già il più pagato tra gli assistenti dal 2015, è stato immediatamente promosso a capo allenatore e gode della fiducia e del rispetto dell’intera organizzazione, specialmente dei ruoli chiave.

Lebron ha sempre manifestato la volontà di essere allenato da un ex giocatore e, vista l’impossibilità di arrivare a Mark Jackson [*], l’entourage del prescelto ha puntato forte proprio sull’ex lakers famoso in tutto il mondo per la foto in cui viene scavalcato da Iverson alle finali 2001.

Il neoallenatore, terzo allenatore esordiente degli ultimi quattro di Lebron, nell’immediato dovrà dare una scossa, lavorando su chimica e fiducia per arrivare ai playoff fisicamente pronti e mentalmente rigenerati, possibilmente con la prima moneta a Est.

Le sue prime parole, dopo i dispiaceri di rito, sono state per il metodo che adotterà: non diverso da quello di Blatt, ma migliore, allungando la rotazione e cercando di sfruttare al meglio Kevin Love e in generale quanto di buono fatto dal predecessore.

Il vantaggio tecnico rispetto alle inseguitici orientali consentirebbe a Cleveland di arrivare alla finali di conference senza allenatore alcuno e dunque il lavoro di Ty Lue sarà giudicato da quel punto in avanti: tutto ciò che dovesse concludersi prima sarebbe da catalogarsi nella sezione “disastri”.

Lebron è ancora il giocatore più forte di tutti a livello assoluto, sa dominare le partite che contano e prendersi la squadra sulle spalle ma forse ha (ancora) peccato nel sentirsi il re Mida del basket, le cui manone trasformano in campioni qualsiasi gruppo di giocatori.

La franchigia naviga a vista pur avendo come obiettivo minimo (necessità?) la vittoria finale, non un grande affare dal momento che ora come ora Golden State e San Antonio sembrano ingiocabili e nettamente superiori.

La mossa dei Cavs assomiglia molto alla mossa della disperazione: il management non sembra avere né la solidità né l’esperienza per gestire risultati diversi dalla vittoria finale e soffre della sindrome da “mancanza di continuità progettuale”, piuttosto diffusa e potenzialmente mortale.

[*Secondo i bene informati (Wojnarowski) lo stesso Lue non sarebbe altro che un compromesso tra l’entourage del King e il front office dei Cavaliers: l’obiettivo sarebbe infatti l’ex warriors Mark Jackson, e in tal caso ci troveremmo di fronte a una vera e propria congiura di palazzo stile Game of Thrones. La stagione è ancora lunga, vedremo.]

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One thought on “I retroscena del caso Blatt

  1. Ottima analisi, condivido in pieno. Blatt è stato un dead man walking a partire dal termine delle Finals dell’anno scorso (probabilmente anche da prima).

    Jackson era il candidato più probabile, forse anche più affascinante come scenario, ma a questo punto non credo che se ne faccia più niente, perlomeno per quanto riguarda questa stagione.

    La cosa più ironica è che fra qualche settimana Blatt sarebbe stato l’allenatore della Eastern Conference all’All Star Game…

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