C’era da aspettarselo, anche se non a questi livelli. Warriors e Cavaliers hanno dato vita ad un scontro sui generis, in una serata particolare e in un contesto altrettanto speciale come quello natalizio.

L’hype dei giorni precedenti aveva alzato l’asticella delle attese ad uno zenit che, ad appena un paio di mesi dall’inizio della stagione, non sarebbero mai potuti essere raggiunti, anche se di fronte si trovavano le due migliori squadre della NBA, le due ultime finaliste dello scorso anno e i due migliori giocatori attualmente sul pianeta.

E’ stata una partita maschia, dura e a tratti qualitativamente “brutta” da vedere, ma non per questo meno interessante e affascinante, con diversi spunti tattici degni di menzione da ambo le parti.

Abbiamo visto un po’ tutto il contrario di quello che potevamo aspettarci dopo quanto accaduto lo scorso giugno, quando queste stesse franchigie ci proposero una delle Finali più intense degli ultimi anni, e alla luce della qualità messa in campo durante queste prime settimane di stagione regolare da entrambi i coaching staff.

Fatto sta, che al termine di 48 minuti di durezza inusuale, anche per un main event natalizio, il tabellone recitava 89-83 in favore dei padroni di casa.

Trattasi di minimo stagionale in attacco per Golden State – sotto i 100 per la seconda volta in stagione, la prima dopo l’unica sconfitta patita contro i Milwaukee Bucks, quando i Dubs segnarono “solo” 95 punti – ma di season low anche per i Cavs di James, e non solo per punti segnati: peggior prestazione offensiva dopo gli 84 contro Miami di qualche settimana fa, ma in quel caso non giocò LeBron, 31.6% di squadra dal campo (terza peggior prestazione balistica di una squadra di James in maglia wine-and-gold) e un misero 16.7% da oltre l’arco.

Numeri abbastanza eloquenti, che hanno condannato Cleveland nonostante una prestazione monstre in difesa, ma che contro questi Warriors evidentemente non è abbastanza.

Tirare così tanto – 92 tentativi – e così male – 62 errori dal campo – sebbene in una partita dal ritmo felpato, così come “non piace” ai Warriors, cancella in un amen ogni sforzo perpetrato nella propria metà campo per tentare di limitare il miglior giocatore della Lega (tenuto a 19 punti, lui che in media ne mette 31 a serata, con 6/15 al tiro) e il suo compagno più pericoloso, Klay Thompson (18 con 6/16).

Il game plan di Blatt era chiaro: abbassare il più possibile i ritmi, attaccare esclusivamente da situazioni statiche di post-up e giocare la stessa pallacanestro grit in difesa che tanto aveva pagato nel secondo e terzo episodio delle scorse Finals, quando gli Splash Brothers soffrirono oltremodo la fisicità messa sul parquet da Cleveland.

In altri termini, una partita preparata per far giocare male gli altri.

Ma lo stesso si può dire abbia pensato Luke Walton dall’altra parte. Perché i suoi aggiustamenti in corso d’opera, quando ci si è resi conto dell’andazzo preso dalla serata – pace di gioco blando e 5 triple mandate a bersaglio di squadra su 18 tentativi, un 27.8% in completa controtendenza con le medie tenute normalmente dai Warriors – sono andate proprio in quella stessa direzione.

Di qui la scelta di concedere minuti importanti a Shaun Livingston e di lasciare carta bianca a Draymond Green, due che fanno dell’atipicità il proprio punto di forza e che su questa hanno fatto leva per scombinare i matchup difensivi dei Cavs.

E’ da qui che sono nati i veri problemi di LeBron e compagni, che proprio come l’anno passato hanno pagato la scelta tattica dei Dubs di rinunciare a Bogut e Ezeli per tentare la via dello small ball, ovvero del quintetto piccolo, pur di tornare ad alzare i ritmi di una partita “addormentata” dagli isolamenti di James e dalla staticità delle situazioni offensive dei Cavs, che tanto male si conciliano con la natura run-and-gun dei Warriors (una squadra da 101.9 possessi a gara, dato più alto dell’intera NBA).

In particolare, Cleveland ha avuto difficoltà a trovare gli accoppiamenti adeguati al quintetto con Green e Iguodala da lunghi mascherati, trovandosi costretta a fare a meno di Mozgov – completamente avulso dall’incontro, con 0/5 dal campo in appena 14 minuti di impiego – riducendo i chili in campo ma sfruttando la maggiore versatilità difensiva di Thompson e Love.

Una scelta quasi obbligata che ha però spalancato le porte del pitturato a Golden State, con i Cavs orfani del proprio lungo intimidatore sotto il tabellone e sorprendentemente lenti negli aiuti dal lato debole sulle penetrazioni.

Come risultato finale, le due giocate che hanno letteralmente spezzato le gambe alla partita sono proprio venute fuori da situazioni di questo tipo, con un paio di driving layups di Curry, praticamente “non difesi” da Cleveland, sia come presidio dell’area che come rotazioni difensive.

CurryLayup

Gran parte dei meriti per quanto successo va comunque riconosciuta a Walton e ai suoi Warriors, bravi nel sacrificare molte delle proprie peculiarità e nell’adattarsi alla straordinarietà imposta alla gara dai Cavaliers.

Draymond Green, vero ago della bilancia di Golden State, ha dato vita ad una prestazione all around degna di una Finale NBA. 22 punti – frutto di un 8/17 dal campo e un 2/3 dalla lunga distanza – 15 rimbalzi, 7 assist e 2 stoppate. Ma sarebbe riduttivo rendere giustizia solo attraverso i numeri alla performance dell’ex-Spartans, per il quale gli aggettivi positivi stanno pian piano cominciando a sprecarsi.

Al suo fianco, è l’insospettabile Livingston ad aver spostato gli equilibri dalla parte dei suoi, con una gara da 16 punti con 8/9 al tiro – suo record stagionale – giocata perlopiù dal mid-range,­ sfruttando la netta differenza in verticalità rispetto ai propri diretti avversari.

Nella globalità, quella di Golden State è comunque stata una vera e propria dimostrazione di forza in diretta mondiale, l’ennesima se ancora ce ne fosse bisogno dopo il record di 28-1 messo in piedi in questo primo spezzone di regular season.

I Dubs, con la vittoria sui Cavs, hanno di fatto dato prova di poter vincere qualunque tipo di partita: quelle da 120+ punti giocate sui 7.25, quelle contro squadre sulla carta più deboli ma allo stesso tempo scomode, quelle trasformatesi in battaglie difensive o ancora quelle in serate negative al tiro.

In sostanza, l’unica che hanno perso è stata quella in cui hanno dovuto alzare bandiera bianca dopo aver giocato, la sera precedente, due OT in quel di Boston, sfiancati e sfiniti dall’infinito road trip ad Est.

Per il resto, la marcia trionfale dei Warriors non è mai stata messa in discussione. O quasi, perché comunque i Cavaliers dell’altro giorno non se ne sono andati dalla Oracle Arena privi di qualche certezza, seppur in una serata difficile sotto tanti punti di vista.

In primis, la consapevolezza di potersela giocare alla pari con i campioni in carica. Perché, come chiaramente sottolineato da Love negli spogliatoi, non capiterà molto spesso di vedere lui e Kyrie Irving tirare ancora 9/31 dal campo e 0/11 da tre punti. E ciò non fa che lasciarci con dubbi ancora più profondi di quanti non ne avessimo maturati a fine giugno scorso.

In secundis, la certezza di poter imporre i propri ritmi alle gare attraverso l’intensità difensiva. Fattore imprescindibile se davvero Cleveland aspira ad arrivare fino in fondo, soprattutto nell’ottica di un eventuale re-match delle Finals dell’anno passato.

Perché è solo attraverso questo sistema che i Cavs possono puntare a limitare velocità e fiducia dei Warriors, nel tentativo di togliere i punti di riferimento agli avversari prima ancora che di cavalcare le proprie caratteristiche di gioco.

In attacco, rimane nonostante tutto la necessità di trovare scappatoie valide ad una serata storta al tiro, che come visto può capitare e dove la cristallizzazione dell’attacco nelle mani di LeBron in situazioni di gioco spalle a canestro non potrà mai bastare.

A Blatt il compito di trovare accorgimenti tattici per provare ad impensierire maggiormente la più che buona difesa di Golden State, perchè va bene ridurre il numero di possessi giocati, ma non per forza si deve snaturare oltremisura il sistema offensivo di squadra, solitamente imperniato su letture dal palleggio in isolamento, piuttosto che su giochi rigidi sviluppati da situazioni di post-up.

Post By EmilianoT (53 Posts)

Appassionato di basket americano e di calcio, soprattutto quello inglese da qualche tempo, è laureato triennale in Scienze Politiche presso la LUISS di Roma e studia Marketing presso lo stesso ateneo. Gioca agonisticamente a basket. Conta diverse collaborazioni sul web come redattore sportivo, specializzato in basket NBA. E' regolarmente iscritto all'ODG del Lazio come pubblicista.

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One thought on “Warriors – Cavaliers: lettura di una partita giocata al contrario

  1. Partita non spattacolare ma fino alla fine tirata e con spunti molto interessanti.
    Anni fà, anche pochi ad esempio quando c’era il Barone e Captain Jack non avrei mai detto di vedere a Natale i GSW…e ovviamente nemmeno come campioni…..Non finiro’ mai di dirlo, il management dei Warriors andrebbe elogiato a non finire….

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