“Dejardin chiama Portland e chiede il rinvio. Picche, nessuno vuole perdersi i Sicksers. I pompieri liberano uno spicchio di pista e in abissale ritardo la squadra parte. (…) I giocatori si cambiano in pullman ed entrano in campo di corsa tipo squadre inglesi di calcio. Si comincia e ovviamente anche si finisce. Viene stabilito il vero, imbattibile record di ogni epoca: nessuno dei primi dieci tiri dei Sicksers termina la sua parabola neanche vagamente vicino al ferro.”

No, non mi sono sbagliato a scrivere. Questo brano è tratto da uno dei miei pezzi preferiti dell’Avvocato (se state leggendo questo articolo mi auguro non sia necessario spiegarvi di quale Avvocato io stia parlando), in cui si narra la leggendaria stagione NBA del 1972/73 che si chiuse con il mai battuto record di 9 vinte e 73 perse per i  Philadelphia 76ers, per l’occasione ribattezzati appunto “Sicksers” (dall’inglese sicks = malati).

Spesso definiamo leggendarie le squadre vincenti: i Bulls del ’96, i Lakers del ’72, i Celtics dell’86 o i Blazers del ’77. Ma tendiamo a sottovalutare che un record è sempre un record e quelli negativi sono altrettanto difficili da stabilire: anch’essi meritano quindi un riconoscimento storico.

In particolare, la stagione in questione è stata fino ad oggi qualcosa di unico e irripetibile, se è vero che in oltre quarant’anni nessuna squadra della NBA è mai riuscita ad battere quel record negativo di vittorie: quelle che ci sono andate più vicine sono state i Mavericks del 1993 e i Nuggets del 1998, che hanno chiuso entrambe con 11-71.

Ok, è vero che i Bobcats nella stagione 2011-12, parzialmente ridotta a causa del lockout, hanno fatto registrare un 7-59 che è percentualmente inferiore al 9-73 di Philadelphia (0.106 contro 0.110). Ma come disse Phil Jackson sul primo titolo degli Spurs targato 1999: “Una stagione con l’asterisco non vale quanto una stagione normale”. Quindi, a mio personale modo di vedere, quel record è rimasto virtualmente intoccato… almeno fino ad ora.

Il team di quest’anno della Città dell’Amore Fraterno sembra infatti avere tutte le carte in regola per “fare la storia”. Purtroppo la sfolgorante partenza 0-18 è stata sfregiata dalla vittoria sugli altrettanto derelitti Lakers di un Kobe Bryant ufficialmente prossimo al ritiro, ma l’organico a disposizione sembra quello giusto per scalzare il leggendario team degli anni ’70 dal cuore degli appassionati.

Tanto per restare in tema di record, i Sixers di quest’anno ne hanno già infranto uno: le 28 sconfitte consecutive che si ottengono sommando le ultime dieci della scorsa stagione con le prime diciotto di questa, sono infatti il nuovo primato NBA, superando il precedente limite di 26 dei… Sixers del 2013-2014 (sic). Lo 0-18 interrotto dall’ormai insperata vittoria contro i Lakers pareggia inoltre la peggior partenza della storia della NBA, stabilita dai Nets nel 2009.

Secondo qualunque indicatore statistico, Philadelphia è una squadra terribile. In particolare Coach Brown ha affermato qualche settimana fa che questa squadra “sembra essere stata costruita per perdere palloni”. In effetti, guardando questa breve clip si può capire di cosa il povero allenatore dei Sixers, saldamente in vetta alla graduatoria delle palle perse con quasi 19 a sera, stia parlando.

L’intera NBA si stringe con affetto attorno al coach dei 76ers, che in due anni e spiccioli ha registrato un deprimente record di 38-146 (strasic). Se considerate la sua provenienza dallo staff degli Spurs, diciamo che il buon Brett era abituato ad un altro tipo di soddisfazioni.

Principale artefice di questa situazione (e destinatario molto probabilmente della frecciata dello scoraggiato Brown) è il GM Sam Hinckie. Da quando l’attuale GM ha preso il comando delle operazioni, Hinkie ha completamente rivoluzionato il roster, scambiando tutti i giocatori potenzialmente validi (Jrue Holiday, Michael Carter-Williams, Evan Turner, Thaddeus Young, solo per fare qualche nome) in cambio di contratti in scadenza e scelte al draft.

Il tutto nell’ottica di ottenere il massimo della flessibilità salariale e accumulare talento a basso costo dal draft, alla ricerca di una o più pietre angolari su cui costruire il futuro di questa storica franchigia. Dopo tre anni però, la luce in fondo al tunnel ancora tarda a farsi vedere. Per i soli parziali:

2013-2014 record finale 19-63

2014-2015 record finale 18-64

2015-2016 record parziale 1-19 (proiettato su 82 partite farebbe circa 4-78…)

Possiamo quindi considerare fallita l’esperienza di Hinkie? Dipende.

Dipende perché il prossimo dovrebbe finalmente essere, per lo meno nei piani del GM, l’anno zero della rinascita. Il prossimo draft i Sixers avranno a disposizione altre 4 scelte al primo giro, di cui 2 molto probabilmente saranno top-10.

In aggiunta ai nuovi arrivi dal college, un team con Okafor, Noel, Covington e si spera finalmente Embid (grosso rischio però di un Greg-Oden-scenario) e Saric (se deciderà di esercitare l’opzione di NBA-exit del suo contratto con l’Efes) potrebbe essere piuttosto interessante.

In particolare il prodotto di Duke, oltre ad essere uno dei principali candidati al premio di Rookie of the Year, sembra avere le stigmate della futura stella NBA, anche se ultimamente si è fatto notare soprattutto per diversi comportamenti discutibili fuori dal campo. Nell’ordine: litigio con pistola puntata alla testa, rissa fuori da un night club di Boston e multa per guida a oltre 170 Km/h. Direi il più classico dei “bene ma non benissimo”.

Il futuro dei Sixers potrebbe quindi essere finalmente vicino ad una svolta, soprattutto se Philadelphia dovesse riuscire a portare in città qualche free agent di livello nel back court. Di sicuro non manca lo spazio salariale per farlo, poi bisognerà vedere se i grossi nomi del prossimo mercato sceglieranno di calarsi in un contesto così perdente come quello dei Sixers.

In ogni caso, la strategia del “Perdere e perderemo” di borlottiana memoria sta suscitando parecchie polemiche tra appassionati e agli addetti i lavori.  Può una Lega che nel Novembre del 2012 sanzionò Greg Popovich con una multa da 250.000 dollari per aver tenuto a riposo quattro titolari in un match contro i Miami Heat, rendendo quindi un cattivo servizio agli spettatori dell’NBA, lasciare che ci siano franchigie che impostano programmaticamente delle stagioni perdenti in modo da risparmiare soldi e assicurarsi scelte al Draft?

A mio modo di vedere la risposta è no. Infatti circolano molte voci che Adam Silver stia cercando una strada per uscire da questo tipo di impasse. Il sistema della Lottery, la cui ultima modifica risale al lontano 1994, ha parzialmente ridotto il problema ma non lo ha eliminato del tutto.

Una prima soluzione potrebbe essere quella di rivedere le probabilità di prendere la prima scelta. Semplificando la spiegazione il più possibile, attualmente le 14 squadre che entrano nella Draft Lottery sono classificate in ordine inverso rispetto al record della regular season e vengono loro assegnate il seguente numero di chances di vedersi sorteggiata la prima scelta assoluta:

image

L’idea di modifica prevede di assegnare alle prime quattro squadre con il peggior record la stessa probabilità di pescare la prima scelta, circa 11% ciascuna. A seguire le probabilità scenderebbero in maniera molto più graduale: la quinta avrebbe circa il 10%, poi circa il 9% e così via. In questo modo perdere un maggior numero di partite in una stagione darebbe comunque un vantaggio minimo.

Un’altra idea tornata recentemente di moda si rifà ad una proposta presentata da Adam Gold, uno studente dell’Università del Missouri, all’MIT Sloan Sport Analitics Conference nel 2012. Il metodo è denominato “Reverse Standings” e funziona in questo modo.

Le squadre che non partecipano ai playoff sono classificate in base al numero di gare che esse vincono dal momento in cui sono state matematicamente eliminate dalla corsa ai playoff. La squadra con il maggior numero di vittorie in questa speciale classifica riceve la prima scelta al draft successivo, la seconda in classifica riceve la seconda scelta e così via. La cosa importante è che solo le gare giocate del momento della matematica esclusione dai playoff sono valide per determinare l’ordine di scelta al draft. Questo sistema dovrebbe creare uno scenario in cui le squadre avrebbero comunque l’incentivo a cercare di vincere più partite possibili.

Questo metodo presenta però delle potenziali inefficienze. In particolare, le squadre potrebbero puntare a perdere subito il maggior numero di partite possibile per poi poter entrare nella corsa alla scelta più alta. Si può però obiettare che tankare per metà stagione sia comunque un passo avanti rispetto al farlo per una stagione intera.

Una terza proposta prevede infine di far disputare un mini-torneo al termine della regular season con le squadre escluse dalla corsa al titolo: chi lo vince si becca la prima scelta, le altre a scalare. In questo modo ci sarebbero due playoff, uno per vincere l’anello ed uno per vincere la prima scelta al draft. Tutte le squadre e tutti i tifosi sarebbero coinvolti e ci sarebbero più partite da vendere per la NBA.

Questa soluzione avrebbe però parecchi problemi organizzativi. Primo, sarebbe molto complicato da inserire in calendario. Secondo, il contratto collettivo dice che chi non fa i playoff finisce lì la stagione e sarebbe molto difficile convincere i giocatori a disputare più partite per gli stessi soldi.

In ogni caso, qualunque sia la soluzione che si deciderà di adottare di sicuro il problema esiste e alla Olympic Tower stanno pensando a come risolverlo per rendere sempre migliore il prodotto NBA. La speranza è che ci riescano in fretta e che Philadelphia possa tornare ai suoi vecchi fasti, per la gioia dei tanti tifosi presenti anche in Italia.

Post By Giorgio Barbareschi (26 Posts)

Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei '49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.

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8 thoughts on “I 76ERS E IL TANKING: ESISTE UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL?

  1. Ciao Giorgio,
    e se tutte le escluse avessero pari probabilità di avere la prima scelta?
    Che ne pensi di questo?

    • Ciao Jeremy
      Dare a tutte le squadre escluse le stesse probabilità sarebbe forse un po’ troppo “estremo”. Il senso del Draft della NBA (ma non solo) è sempre stato quello di riequilibrare i valori nella Lega, facendo in modo che le squadre più deboli potessero utilizzare le scelte più alte al draft per migliorare l’organico e tornare competitive.
      Se, tanto per fare un esempio, la prima scelta dell’anno scorso fosse andata ai Thunder che hanno mancato i playoff per un soffio, tale meccanismo perderebbe di senso ed efficacia. Si rinforzerebbe infatti una squadra già forte e quelle mediocri avrebbero meno possibilità di risalire la china.
      L’idea di fondo del Draft secondo me è molto corretta, il problema è che il sistema è ormai utilizzato in modo un po’ distorto, soprattutto in alcuni casi come quello di Philadelphia, e urge trovare un correttivo…

    • Ciao Jeremy.
      Credo che la tua sarebbe una soluzione un po’ troppo “estrema”.
      Il senso del Draft resta comunque quello di permettere alle squadre più deboli di rinforzarsi e tornare competitive. Se, tanto per fare un esempio, la prima scelta assoluta dell’anno scorso fosse andata ai Thunder, sarebbe andato a rinforzare ulteriormente una squadra già attrezzata (e non poco).
      Il problema è che il meccanismo del Draft in alcuni casi viene utilizzato in modo distorto e a questo va trovato un rimedio, senza però stravolgerlo completamente.
      Ciao e grazie

  2. Complimenti per l’articolo, preciso e documentato! Io continuo però ad essere dell’idea che la miglior soluzione sia invertire l’ordine di scelta tra le non-classificate ai Playoffs. Più “palline nell’urna”, per così dire, alla prima esclusa dai Playoffs, e non alla squadra peggiore. In un contesto sportivo, non dovrebbero mai esserci incentivi a perdere, per nessun motivo. Giusto e bello voler dare un’opportunità a tutti di rinforzarsi, senza creare eterne vincenti e eterne perdenti, ma il sistema attuale consente a degli incapaci di vendere al pubblico e al proprietario l’idea che in fondo perdere vada bene, salvando il posto di lavoro. Occorre cambiare prospettiva, e pensare che si “premia” chi ha “merito”, e quindi si debba passare per il lavoro, la ricerca di talento sottovalutato, free agent sottostimati, e non il Tim Duncan che magicamente ti risolve tutti i problemi, che oltretutto è una frottola bella e buona, perché se hai ottenuto Duncan perché sei un incapace, continuerai ad esserlo e nel giro di 3 anni lo perderai sulla free-agency, come la storia del draft, peraltro, conferma (Duncan e Robinson sono le uniche due prime scelte assolute ad aver vinto l’anello con la squadra che li aveva scelti).

    • Ciao Francesco.
      Il tuo è un punto di vista pienamente condivisibile.
      Vorrei aggiungere che ci sono stati molti casi in cui la prima scelta assoluta è stata un flop clamoroso (Olowokandi, Bargnani, Kwame Brown, Oden, Bennet solo per citare le più recenti) e quindi non ha risolto un bel niente…
      Grazie dei complimenti.

  3. Soluzioni ce ne sono diverse, per esempio

    taglio del 30% ai salari contrattuali dei giocatori della squadra che vince meno di 20 partite per 2 anni di fila (incentivo tecnico);

    esclusione dal draft per la squadra che vince meno di 20 partite per 2 anni consecutivi (incentivo manageriale, depriva di senso il tanking).

    • La prima tua proposta è non è attuabile perchè i giocatori non accetterebbero mai una clausola del genere nel loro contratto collettivo, la seconda proposta invece non la accetterebbero i proprietari…
      Ciao

      • Qualsiasi proposta ha la caratteristica di scontentare qualcuno: 2 proprietari o 30 giocatori sono un’inezia rispetto ai milioni di telespettatori o alle decine di migliaia di frequentatori dei palazzetti. Fra l’altro 20 partite sono una soglia bassissima, sotto la quale il comportamento antisportivo sarebbe facilmente sanzionabile (come nel caso di Popovich), volendo.

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