Il basket di Stan Van Gundy è semplice: un dominatore in area e 4 esterni sempre pronti al tiro.

Semplice a dirsi, ovviamente, perché per riuscire ha bisogno di automatismi e, soprattutto, degli uomini giusti al posto giusto. Fin dal giorno dell’addio di Greg Monroe, partito in direzione Milwaukee, uno di questi è sembrato poter essere Dre Drummond, opera prima che i Pistons  rifiniscono con pazienza già da qualche anno.

Da subito SVG ha cercato di indirizzarne la crescita, facendolo seguire h24 dai suoi assistenti, e, grazie anche alla rinnovata etica lavorativa dentro e fuori dal campo del giocatore, i risultati sono andati oltre le più rosee aspettative.

L’inizio di stagione di Drummond vale quello di Curry. Da un punto di vista offensivo Steph sta facendo cose mai viste, tira con percentuali fuori dal mondo, segna 30 punti dando l’impressione che potrebbe segnarne il doppio qualora fosse necessario.

Il numero 0 di Detroit però non sta facendo da meno: al momento in cui si scrive le sue cifre dicono 18.4 punti e 17.8 rimbalzi di media a partita.

A rimbalzo il suo dominio è totale, assoluto, imbarazzante. È primo in tutte le statistiche: a partita, per minuti, totali, percentuali, offensivi, difensivi. Drummond ha acchiappato un totale di 208 carambole e il secondo, Love, arriva terzo inseguendo a quasi 80 lunghezze: tra primo e secondo in classifica vi è la stessa differenza che intercorre tra il secondo e 70°.

Gli offensivi sono 70 e il secondo si ferma a 38; 138 quelli difensivi, mentre il secondo si ferma a 100. Fin dal suo ingresso nella lega Andre è stato molto efficiente a rimbalzo (12 di media in carriera) ma quest’anno sembra aver fatto anche un salto di qualità nella tecnica “a terra”, lavorando molto in fase di preparazione e non affidandosi esclusivamente alle doti fisiche: infatti, secondo le statistiche avanzate circa il 45% dei suoi rimbalzi sono contestati.

Ha già fatto segnare tre 20+20 con un 29+27 contro Portland e sono numeri anacronistici oltre che folli. I record di novembre lo hanno accomunato a grandissimi come Jabbar e Chamberlain ma va anche considerato che nell’epoca in cui Wilt chiudeva la stagione a 24 rimbalzi di media c’era una folta schiera di giocatori specialisti che stava abbondantemente oltre i 15.

Oltretutto, se consideriamo che si giocavano più possessi e che le differenze fisiche/atletiche e di ruoli erano molto più determinanti di oggi, il peso specifico di queste cifre impressionanti dovrebbe essere addirittura maggiore.

Il paragone con Howard viene quasi spontaneo: stesso sistema, stesso coach, simili caratteristiche fisiche e tecniche.

Per stazza, mobilità, atleticità, capacità a rimbalzo e pessimo rapporto con i tiri liberi ricorda moltissimo DH12.

In attacco Drummond, seppur attestatosi intorno ai 20 di media, non ha grande varietà di colpi e si affida soprattutto alle giocate al ferro. In post produce poco, raccogliendo solo 0,69 punti/possesso col 38% dal campo (Howard quasi 1 punto/possesso), e calcolando la scarsissima propensione all’assist, solo 55 totali lo scorso anno, e la pessima vena ai liberi un attacco in post del numero 0 somiglia quasi ad un buco nero.

Le statistiche avanzate specificano come, in generale, si trovi molto a suo agio quando può sfruttare un mismatch, 63% dal campo, rispetto ad un pari stazza, 47%. Questo però non significa che sia un giocatore deleterio in attacco, se è vero che quando è lui a giocare il pick and roll i Pistons segnano 121 punti / 100 possessi. Ma non solo.

Seppur rimanga ancora un giocatore a disagio quando costretto a tenere palla per più di un secondo, la sua presenza, il suo atletismo, la minaccia costante di alley-oop, la sua capacità di creare punti da tap in e da rimbalzo offensivo preoccupano le difese avversarie che collassano lasciando spazio libero a Jackson e compagni.

Se Detroit riuscisse a far toccare poco il pallone ed a limitare il più possibile l’hack-a-Drummond potrebbe essere la sorpresa della corsa ai playoff.

Intelligentemente ha capito di non poter essere la prima opzione offensiva, tara psicologica che alla lunga ha contribuito a logorare i rapporti di DH12 con allenatori e compagni.

In difesa, esattamente come accadeva col buon Dwight, non bisogna farsi accecare dallo scintillio delle stoppate. Drummond concede quasi il 60% al ferro in difesa individuale ed è un difensore istintivo, non naturale e poco dotato tecnicamente. Eppure con lui in campo si difende molto meglio.

I Pistons concedono il 58% al ferro con un complessivamente incoraggiante 96.2 di rating difensivo quando Andre è sul parquet contro il 65% accompagnato da un sixeresco 107 quando questi sventola l’asciugamano. Evidentemente, di questi tempi, è sufficiente una buona fama a scoraggiare conclusioni da vicino.

Non è prettamente uno studioso del gioco ma, rispetto agli inizi, è un giocatore molto migliorato e più attento ai vari aspetti della partita, in particolare nelle letture attacco/difesa e nella gestione dei falli, vero e proprio tallone d’achille del prodotto di Connecticut.

I margini di miglioramento sono ancora ampi e la cura Van Gundy è solo all’inizio. A 22 anni Howard non aveva questa maturità ed era complessivamente un giocatore peggiore del Drummond attuale: SVG riuscì a farlo diventare un fattore in difesa (in post e in aiuto), ambito in cui si deve fare il salto di qualità definitivo anche qui nel Michigan, e in attacco tessendogli addosso un vestito fatto su misura per esaltarne le qualità.

Facile profetizzare che il coach cercherà di forgiare la pregiata materia prima con la stessa efficacia. Se sarà disposto a lavorare sulle sue debolezze con la costanza e l’etica con cui si è fatto trovare pronto nell’anno della sua grande occasione, avrà diritto di veto nel ristretto club dei dominatori della next generation.

Nel frattempo è già pronto il contratto da 100 milioni che firmerà la prossima estate.

 

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