Avere 19 anni e non sentirli. Basterebbe questo per descrivere D’Angelo Russell, il ragazzino uscito da Ohio State scelto alla numero 2 dell’ultimo Draft dal duo Kupchak/Buss, che in lui hanno visto forme e attitudini adatte e funzionali al rilancio dei Los Angeles Lakers.

Il nuovo numero 1 dei gialloviola, dopotutto, è uno con la faccia tosta, con l’atteggiamento giusto, uno a cui Madre Natura ha riconosciuto un talento spropositato per il gioco della pallacanestro e uno swag, fuori dal campo, che ne fanno il giocatore più NBA-ready della sua tornata.

Lo staff operativo losangelino ha visto questo e tanto altro in quei 195cm x 88kg di uomo, perché è di un uomo e non di un normale classe ’96 che stiamo parlando.

Nonostante una preseason giocata piuttosto al di sotto delle aspettative – seppur, c’è da dire, travagliata da diversi problemini fisici – di fatto Russell possiede sulla carta tutte le potenzialità per diventare il futuro volto di questa franchigia.

Perché sentiamo di sbilanciarci così tanto? Beh, anzitutto perché il ragazzo, come detto, è dotato di un talento cestistico che esula da ogni media NBA nel suo ruolo.

In una Lega popolata e, oserei dire, dominata dalle combo-guards in stile Westbrook, Curry e compagnia bella, un ball-handler dall’IQ cestistico così alto e capace di prendere decisioni di improbabile lettura in tempistiche così inverosimilmente rapide, potrebbe rappresentare una pepita d’oro dal valore inestimabile per gli anni a venire.

Russell è un playmaker istintivo ma allo stesso tempo vecchio-stile, nella misura in cui antepone l’extra-pass ad un compagno più smarcato rispetto ad una conclusione personale. Questo ne fa l’ingranaggio perfetto per tornare a far correre la macchina Lakers, sovraccaricata negli anni di realizzatori (Bryant, Young, Williams) o pseudo-tali (vedi Clarkson), ma povera di cervelli in grado di dettare i tempi della partita e di dirigere l’orchestra quando necessario.

Spesso, questa sua inclinazione all’altruismo sul parquet lo porta anche a qualche leziosismo di troppo, e con esso ad un numero eccessivamente elevato di palloni buttati nel tentativo di assistere i compagni. Ma siamo certi che il salto repentino dal basket collegiale alla NBA lo “educherà”, accompagnandolo verso una maggiore razionalizzazione dei possessi a propria disposizione.

Al fianco di queste innate capacità di playmaking, l’ex-Buckeyes presenta anche una discreta capacità al tiro: nel suo unico anno al college, nonostante le attenzioni di tutte le difese fossero focalizzate su di lui, ha infatti chiuso con un ottimo 41% da tre e il 45% complessivo dal campo (19.3 i punti di media a contesa), statistiche difficilmente replicabili sui campi NBA – in particolar modo nell’annata da rookie – ma che sicuramente lasciano ben sperare i tifosi di LA.

Queste comunque contribuiscono a farne certamente un’arma pericolosissima in fase di pick-n-roll – così imprescindibile nelle trame di gioco del basket odierno – da cui Russell è capace di creare per i compagni, ma anche per sé stesso (ha tenuto il 44% nelle situazioni di tiro off-the-dribble l’anno passato, con una media di 1.04 punti per possesso).

Ciò che non va nel suo stile di gioco, è assolutamente l’atteggiamento difensivo, troppo “pigro” per l’NCAA, figuriamoci per il piano di sopra.

Ha sicuramente tutte le qualità atletiche ma soprattutto fisiche (che non potranno che migliorare con la preparazione NBA) per essere un buon difensore, quantomeno accettabile, ma ciò che finora gli è sempre mancato è l’impegno e la dedizione per diventarlo. Lontano dalla palla, in particolare, ha dei passaggi a vuoto che tra i professionisti non possono essere ammessi. Per questo quello difensivo sarà sicuramente uno degli aspetti su cui dovrà lavorare con particolare zelo negli anni a venire.

Altrettanto “scarsa” è la sua esplosività offensiva, in termini di primo passo e capacità d’elevazione vicino al canestro. Questo lo porterà, come già è stato ampiamente dimostrato durante questa fase pre-stagionale, ad avere un periodo di assestamento per inserirsi al meglio nei meccanismi e nei ritmi del gioco dei “grandi”.

Se Scott decidesse di lanciarlo da subito nella mischia, rischierebbe di mandarlo un po’ come in pasto ai leoni, in special modo nei matchups con le point guards più dinamiche e atletiche della Lega. Di fatto, ci auguriamo che il coach ex-Hornets possa centellinarne l’impiego, permettendone l’adattamento graduale alla fisicità della NBA, per non rischiare di veder bruciare un talento che, se covato e “coccolato” nel modo giusto – e siamo certi che Bryant abbia già in mente una sua personalissima strategia a riguardo – potrebbe seriamente rappresentare la pietra miliare da cui far ripartire la franchigia gialloviola.

Tutta una questione di prospettive e lungimiranza insomma, a cui Scott e tutto l’ambiente Lakers sono chiamati ad affidarsi per continuare in questo lungo processo di rifondazione della squadra, in attesa di giorni sicuramente migliori.

Che, ci mettiamo due mani sul fuoco, passeranno anche e soprattutto attraverso le mani di D’Angelo Russell.

 

Post By EmilianoT (53 Posts)

Appassionato di basket americano e di calcio, soprattutto quello inglese da qualche tempo, è laureato triennale in Scienze Politiche presso la LUISS di Roma e studia Marketing presso lo stesso ateneo. Gioca agonisticamente a basket. Conta diverse collaborazioni sul web come redattore sportivo, specializzato in basket NBA. E' regolarmente iscritto all'ODG del Lazio come pubblicista.

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3 thoughts on “D’Angelo Russell, il diamante grezzo

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