Dal qualche mese su facebook è nata una pagina dedicata alla nostalgia, o per meglio dire, citando la descrizione della pagina stessa, “una pagina per i veri nostalgici di un calcio che non c’è più”.

I motivi della nostalgia per un determinato giocatore o giocatori possono essere diversi e variano da persona a persona, da nostalgico a nostalgico ma comunque quello che è chiaro è che il motivo della nostalgia non è legato prettamente alla bravura del calciatore stesso, oppure al numero dei gol segnati in questo o quel campionato, anzi il più delle volte i calciatori che vengono citati sono stati vere e proprie meteore, ma il motivo ha una radice più profonda che, per un motivo o per un altro, è riuscita a preservarli dall’oblio e lasciarli ad imperitura memoria nella mente e nel cuore di chi in quegli anni aveva come passione il calcio.

Che c’entra tutto questo con la pallacanestro?
La risposta è semplice: in questo articolo tenterò di trasportare lo stesso spirito nostalgico alla palla a spicchi americana e quindi raccontare, attraverso diverse puntate, episodi particolari della carriera di alcuni giocatori o personaggi legati al mondo Nba che sono riusciti a rendere ancora più unica ed incredibile questa lega.

Wrong Rim Ricky

foto1Il primo nome della mia personale lista nostalgica è… Ricky Davis.
Il mio primo ricordo di Ricky Davis è la sua pettinatura big-afro, con fascetta tergisudore a coprire la fronte, con la maglia dei Cavs pre-rivoluzione lebroniana (per intenderci quella da trasferta era nera con bordi blu ed arancio e la scritta Cleveland sul petto, da rivalutare).

Il motivo, però, per cui lo ricordo con nostalgia ancora oggi è legato ad un episodio avvenuto il 16 marzo del 2003 in una partita giocata contro gli Utah Jazz, che per una delle ultime volte annoverava ancora tra le sue fila il leggendario duo Stockton-to-Malone (non riesco a pronunciarli staccati, scusatemi!) con Jerry Sloan sul pino ed ancora ben lontano dalla pensione.

Tuttavia, facciamo un passo indietro e prima di raccontare dell’episodio che lo fece balzare agli “onori” delle cronache, vediamo chi è Ricky Davis.

Tyree Ricardo Davis IV, detto Ricky, nasce a Las Vegas il 23 settembre 1979 da Tyree Sr e Linda Davis ma cresce a Davenport, Iowa, dove frequenta la Wood intermediate School prima e la Davenport North High School poi.

Proprio a scuola, nella palestra della Wood intermediate School, che all’età di 14 anni Ricky schiaccia per la prima volta in partita. Una schiacciata nella pallacanestro è normale routine ma quando a farlo è un poco più che un bambino il rumore che ne viene fuori è ben diverso. Quella schiacciata, infatti, lo farà apparire diverso, in un certo senso speciale e lo fa diventare da un giorno all’altro il ragazzino più popolare della scuola.

Ci aveva provato per mesi con il canestro dietro casa senza mai riuscirci, ma quel giorno a scuola rubò palla in difesa, corse per tutto il campo e saltò: la gravità non gli sembrò più un problema come gli era accaduto centinaia e centinaia di volte a casa e così schiacciare nel canestro avversario fu solo la logica conseguenza.

Dirà di quell’episodio: “Ho realizzato quello che ho fatto solo dopo averlo fatto davvero, ero in Iowa e lì nessuno aveva mai schiacciato a 14 anni. Era come aver fatto la storia”.

La schiacciata fece fermare la partita mentre sulla palestra calò il silenzio. La mattina seguente la notizia fu tramessa dagli alto parlanti della scuola tra le notizie della giornata. Non tutti erano contenti, però, di quella schiacciata.

Un suo compagno, nell’allenamento del giorno dopo, gli fece notare che, in quel contropiede, era libero per un facile lay-up ma Ricky l’aveva ignorato. Era vero ed anche Ricky lo sapeva, ma allo stesso tempo si era reso conto che nessuno avrebbe interrotto la partita per un semplice assist, seppur bellissimo.

Quella schiacciata, quindi, fu solo la prima di tante schiacciate eseguite più per emozionare il pubblico (e per il proprio ego) che per il bene della squadra.

Arrivò il tempo di lasciare la Wood intermediate e di andare alle superiori. Anche alla Davenport North High School ben presto fu riconosciuto come uno tra i ragazzi più sportivi e polivalenti della scuola, infatti faceva parte della squadra di basket, baseball e di atletica leggera.

Ovviamente la sua specialità rimase il basket: negli anni dell’high school fu una presenza fissa nel primo quintetto della sua conference; il suo anno migliore fu senza dubbio il terzo quando viaggiò ad una media di 25 punti a partita.

La notizia di quel giovane talento non rimase per molto tempo nascosta, ben presto molti scout NBA si accorsero di lui. Fu invitato a far parte del Magic Johnson Roundball Classic del 1997 a Detroit, una partita dove si sfidavano i migliori giocatori delle high school del paese. Davis non deluse le attese e chiuse la partita con 27 punti,13/16 dal campo, e sentì in cuor suo di aver giocato meglio dell’altro fuoriclasse presente nella sua squadra, un certo Tracy McGrady (la loro squadra vinse la partita 124-106).

Di nuovo nella sua breve vita e carriera aveva gli occhi di tutti puntati addosso, le università di tutta america avrebbero fatto a gara per portarselo a casa. Appunto, casa. E’ quello che pensò anche Ricky quando decise di rimanere nell’Iowa e frequentare il college nel proprio stato.

All’University of Iowa rimase solo un anno, la stagione 1997/1998. Il suo impatto come sempre fu immediato: in 31 partite viaggiò a 15 punti, 4.8 rimbalzi e 3 assist di media, numeri di tutto rispetto per un freshman.

Stabilì il record di punti per una matricola della sua università con 464 punti e guidò la squadra come miglior realizzatore 14 volte con un season high di 26 punti.

Dopo il suo primo ed unico anno al college si dichiarò elegibile per il draft del 1998, dove fu selezionato al primo giro alla 21 dagli Charlotte Hornets. Un teenager tra i pro’.

Una storia che si ripeteva sempre più spesso nella Nba di quegli anni, ma per i diretti interessati era difficoltoso abituarsi a quel mondo, anzi era molto più facile farsi trascinare dai veterani in serate poco raccomandabili.

“A volte i veterani della squadra, come Anthony Mason, Derrick Coleman ed Eddie Jones venivano nella mia stanza e mi dicevano: ‘Hey rook, fai le valigie e vieni con noi. E faresti meglio a portarti dei preservativi’ e quindi capitava che in alcune serate eri fuori fino a tardi a fare baldoria e poi la sera dopo in campo a metterne 40” e ancora “Quei giorni mi hanno segnato, delle volte arrivava Mason in stanza con 50 shots di tequila. Questo succedeva prima che cominciassero a portare dentro intere bottiglie. All’epoca avevo solo 19 anni e questo è andato avanti per molto tempo. E’ stato poi difficile cambiare questa routine”.

Le prime stagioni in Nba Ricky le passa per lo più in panchina, prima a Charlotte e poi per una stagione a Miami dove era stato spedito tramite una megatrade di 9 giocatori nell’agosto del 2000. Ad ogni panchina, però, la sua voglia di giocare aumentava sempre di più, era impaziente di dimostrare il suo valore e non solo, avrebbe voluto anche dimostrare di essere in grado di emulare il suo mito, di sfidarlo in una partita vera, ma purtroppo per lui il suo mito, cioè Michael Jordan, si era ritirato poco prima dell’inizio della sua stagione da rookie nel gennaio del 1999.

La prima squadra che gli permise di calcare con continuità il parquet Nba fu Cleveland, dove arrivò nell’ottobre del 2001 sempre tramite una trade.

Nelle sue stagioni a Cleveland, l’aumento del minutaggio gli consentì di mettere in mostra sia le sue qualità, cioè la capacità di essere un allround player e di arrivare con continuità al ferro, che i suoi difetti, cioè la sua smania di protagonismo che gli impediva di ergersi ad uomo-squadra.

Al suo nuovo status di stella nascente si aggiunse anche, come perfetta ciliegina sulla torta, la possibilità di poter finalmente sfidare il suo mito: Jordan, infatti, aveva interrotto nel frattempo il suo secondo ritiro.

L’occasione della prima sfida con Jordan fu una partita di regular season contro gli Wizards nella stagione 2001/2002, entrambi chiusero a 18 punti ma con MJ a sbagliare 10 tiri in più del suo giovane rivale.

Quello che alla fine però finì per spazientire Jordan furono sia le continue schiacciate di Ricky e sia il fatto che durante la partita parlò un po’ troppo (in uno degli ultimi scambi di battute della partita, MJ disse a Davis che si sarebbe ricordato della sua prestazione la prossima volta che si sarebbero incontrati). A fine partita, alla richiesta di Davis di avere le sue scarpe, Jordan non rispose ma si limitò a tornare indietro e dargli una pacca sul sedere.

In seguito di quell’episodio Davis disse: “Nella partita successiva contro di lui, MJ mi segnò 40 punti in faccia ma non parlò molto, si limitava a dire ogni tanto: ‘I’ve got your ass, young fella, i’ve got your ass’. Da quel momento non gli ho più parlato, non volevo svegliarlo di nuovo”.

Per la cronaca Ricky in quella partita finì con 7 punti e 2/8 dal campo…

Come detto, al grande talento si affiancò la fama di ‘showboater’, ossia di un giocatore interessato più alla giocata per impressionare il pubblico e dare sfoggio del proprio talento (è stato il primo giocatore a tentare una schiacciata facendosi passare il pallone tra le gambe) oppure all’idea di piazzare un record personale piuttosto che tener conto delle esigenze della squadra.

Ed è proprio questa sua voglia di record e di riflettori che ci riporta a quella famosa data, il 16 marzo del 2003.

La partita tra i Cavaliers e i Jazz è stranamente a senso unico per i primi, 120-95 a circa 6 secondi dalla fine, mentre quella di Ricky è a tutto tondo: 26 punti, 12 assist e 9 rimbalzi, appunto 9, ad un rimbalzo dalla tripla-doppia.

Più volte quella stagione aveva quasi raggiunto questo traguardo ma sempre per poco l’aveva mancato. Quando uno dei suoi compagni lo avvertì che mancava solo un rimbalzo, nella sua testa, affermò poi, cominciò a sentire la voce di Ice Cube cantare ‘Mess around and got a triple-double’ (dalla canzone It was a good day).

Il tempo, però, stava per scadere ed i Jazz, nonostante fossero sotto più di 20 punti, erano in modalità fallo sistematico già da qualche minuto, questo voleva dire che, se avessero rifatto fallo anche in quegli ultimi 6 secondi, Ricky avrebbe perso l’opportunità di raggiungere quel traguardo, di nuovo.

Decise, invece, che quel giorno le cose dovevano andare diversamente: fece rimettere la palla nella sua metà campo, andò verso il suo canestro ed appoggiò la palla al ferro riprendendo poi il pallone al volo. Et voilà: 10 rimbalzo, tripla-doppia, vittoria e tutti contenti.

No, purtroppo non andò così.
Quella furbata, per prima cosa, non gli valse la tanta agognata tripla-doppia perché secondo le regole Nba un giocatore non può venire accreditato di un rimbalzo per un tiro verso il proprio canestro (viene considerato fallo tecnico) ed inoltre non fece altro che scatenare l’ira dei Jazz.

Deshawn Stevenson si avventò su di lui non appena riprese il pallone in mano e lo stese con un fallo duro. Coach Jerry Sloan in un primo momento restò attonito per poi andare su tutte le furie quando capì anche lui il motivo di quello strano gesto.

Sloan disse poi ai giornalisti: “Sono grato a ‘Shawn (Stevenson) per aver provato a colpirlo duro. Potranno mettermi in galera o dove vorranno per averlo detto, ma è quello che penso”.

Come conseguenza, i Cavs lo multarono di 35 mila dollari per condotta antisportiva ed in tutta lega non si parlava altro che del suo egoistico modo di giocare. Il tutto si allargò ad un aspro dibattito mediatico in tutto il Paese sul senso dei record individuali nello sport.

“Pensavo solo a prendere quel rimbalzo” disse anni dopo “Ero così preso dal mio egoismo che non pensai a quali conseguenze potesse avere il mio gesto. Quando sei giovane, non pensi a cosa può accadere dopo. Non pensavo di mettermi nei guai perchè eravamo sopra di 20: questo è quello pensavo nella mia testa”.

Quell’anno i Cavaliers, vincendo solo altre 16 partite oltre quella con i Jazz, andarono in lottery; la lottery li premiò con la prima scelta assoluta che nel draft del 2003 voleva dire Lebron James. Ben presto, poichè la volontà dei Cavs era quella di costruire su Lebron una squadra su misura, Ricky fu scambiato di nuovo finendo ai Celtics.

Il suo peregrinare, tuttavia, non si fermò lì: prima Celtics come detto, poi Timberwolves, di nuovo Heat ed infine Clippers, per quanto riguarda l’Nba, poi altre diverse squadre tra europa, Cina e D-league.

In tutte le squadre in cui ha giocato, Davis è sempre stato discutibilmente se stesso, con il suo atletismo e la sua voglia di far parlare di sé. Purtroppo questo suo modo di essere gli permesso solo in parte di esprimere il suo enorme talento ma ciò nonostante è riuscito a ritagliarsi un piccolo spazio nella storia Nba. Anche se dalla parte sbagliata. Non a caso verrà ricordato come Wrong Rim Ricky.

P.S. Come è noto, gli Dei del basket sono dispettosi: Davis mancherà per sempre di poco la tripla doppia!

Ecco alcuni esempi:
19 marzo 2003 @MEM: 9p,8r, 10a
08 aprile 03 vs WAS: 18p, 9r, 11a
12 aprile 03 vs NYK: 37p, 11r, 9a
14 aprile 03 @DET: 25p, 9r, 12a
07 novembre 03 @IND: 9p, 12r, 10a
06 marzo 07 vs LAL: 33p, 10r, 8a

P.P.S. Ecco il link della furbata con il commento dell’avvocato Federico Buffa:

 

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3 thoughts on “NBA Back In The Days: Ricky Davis

  1. Non conoscevo ricky davis per cui ti ringrazio per questo omaggio. Non vedo l’ora di leggere il prossimo ritratto/ricordo.

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