Quando tutto il mondo NBA ha visto Mark Cuban in pantaloncini e maglietta provare qualche jumper prima di gara tre fra i suoi Mavericks e i Rockets (e mettere anche qualche buon canestro), un po’ a tutti è venuto in mente che forse le cose sarebbero andate in maniera diversa rispetto a quello che in diversi andavano prospettando, e cioè una squadra di casa impotente e tutto sommato già convinta che la montagna fosse un po’ troppo dura da scalare.

Di scuse, in effetti, ce ne erano molte e piuttosto convincenti. Da una parte c’è l’avversario, quella Houston che ha disputato una grande stagione regolare, che può permettersi di schierare uno dei candidati MVP della stagione, che sfoggia un centro apparso immarcabile nelle prime due gare.

Dall’altra parte invece ci sono le tegole a ripetizione con le quali confrontarsi. Rajon Rondo, l’uomo che doveva essere della Provvidenza, ha definitivamente rotto con Rick Carlisle ed è stato scaricato dopo gara due, mentre per Chandler Parsons la stagione si concluderà sotto i ferri del suo chirurgo di fiducia.

E soprattutto, non lo dimentichiamo, Dallas era sotto due a zero, il che significava avere più o meno il sei per cento delle possibilità di superare il turno. Non una bella situazione.

E siccome spesso piove sul bagnato Raymond Felton, quello che doveva essere il vice Rondo, si fa male subito (anche lui!) ed esce di scena. Ah, per non farsi mancare niente i Mavs provavano a stroncare i più fiduciosi fra i suoi tifosi difendendo in maniera inguardabile per tutto il primo quarto, cosa che consentiva ai Rockets di fare il massimo di punti stagionali per la prima frazione, ovvero 42, senza nemmeno mettere in scena particolari numeri da circo.

Eppure i Mavs, questi Mavs, finiranno per dimostrare di non essere una squadra che molla. Grazie anche ai Rockets, che a tratti si adeguano alla imbarazzante difesa di casa, ma soprattutto perché in attacco la squadra di Carlisle c’è.

Dirk Nowitzki, dopo la pessima prestazione in gara due, oggi è un altro giocatore e si vede. Poi c’è il solito Monta Ellis, di gran lunga il migliore dei suoi per dedizione, talento e presenza. Ma soprattutto c’è la panchina, o per meglio dire la squadra nel complesso, che si danna l’anima per tenersi in partita, JJ Barea su tutti.

E così quando finalmente si vede un po’ di difesa Dallas piazza un parzialone fatto di transizione e tanto cuore. All’intervallo si contano 137 punti complessivi con sette di vantaggio per i Mavs, compresi 23 punti in contropiede e 31 della sua panchina.

Eppure Houston è più forte, e lo è stata anche in questa gara tre. Harden ha gestito l’attacco a piacimento mischiando entrate, tiri e scarichi con continuità e firmando il massimo in carriera nei playoff (42 punti).

Howard nonostante i falli e qualche provocazione ha letteralmente dominato sotto canestro, firmando anche lui il massimo in carriera nella postseason per quanto riguarda i rimbalzi (26).

E quando la squadra ha difeso sul serio, evitando la transizione avversaria e limitando la prima opzione dei Mavs, cioè Ellis, ha sempre dato l’impressione di poter chiudere l’incontro da un momento all’altro, galleggiando in realtà per quasi tutto il secondo tempo intorno alla doppia cifra di vantaggio.

Nonostante questo si è ritrovata punto e punto fino in fondo perché i Mavs non ci stavano a perdere, e anche quando Harden ha deciso che era il momento di finirla piazzando un paio di giocate delle sue nell’ultimo minuto, hanno avuto la forza di arrivare ad un tiro dell’overtime.  Non è bastato. Non sono bastati 128 punti. Non è bastata la voglia della squadra.

Adesso le statistiche, sotto tre a zero, sono ancora più impietose, la montagna ancora più difficile da scalare. Carlisle durante la conferenza stampa è sembrato ancora combattivo, lamentandosi con gli arbitri che a suo modo di vedere hanno concesso a Howard di poter giocare a wrestling con i suoi ragazzi.

Chissà se lo sono anche i suoi giocatori. E chissà se lo sarà anche Cuban, domenica sera, prima di gara 4.

 

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