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Al primo giorno di training camp della stagione 2014/15 gli Utah Jazz si presentavano con un coach esordiente, un rookie che non aveva ancora collezionato minuti né da Pro né in NCAA e con il ricordo del quarto peggior record di squadra nella stagione precedente.  Non si trattava certo di uno scenario esaltante per il futuro a breve termine.

L’inizio della stagione sembrava dover assecondare le predizioni estive con la squadra che vantava la quarta peggior difesa della NBA ed un attacco mediocre: eppure, considerando il periodo che va da dopo l’All-Star Game al 17/03, i Jazz vantano il miglior record NBA (11-2), un NET Rating di 12.1 (miglior dato), sono ovviamente i migliori della lega a rimbalzo ed hanno un fantascientifico Def Rating di 89.7 che li colloca al primo posto con cinque – esatto CINQUE- punti di margine rispetto agli Indiana Pacers ed a quasi 9 dai Rockets che occupano la terza piazza.

È curioso notare come – nonostante possa sembrare irragionevole – il miglioramento della squadra vada ricercato nella trade che ha allontanato Enes Kanter (in cambio di future scelte e Kendrick Perkins) da Salt Lake City.

Nella stagione che molto probabilmente passerà alla storia per il rafforzamento del concetto “addiction by subtraction” (vedi alle voci Josh Smith e Dion Waiters) l’epurazione del turco ha concesso la possibilità di aumentare significativamente il minutaggio di Rudy Gobert, il quale é passato dai 22 di media Pre-ASG ai 33.8 odierni, favorendo il miglioramento dell’efficienza difensiva di una squadra che ad oggi ha nella propria metà campo il segreto su cui sta costruendo vittorie imprevedibili fino a qualche settimana fa.

Il centro francese ha acquisito consensi nella campagna spagnola degli scorsi mondiali e oggi è la vera sorpresa della RS, in attacco non occupa spazi ed è efficace come ricevitore di lob e scarichi, ai liberi è un tiratore rispettabilissimo ed è anche migliorato nel punire gli aiuti dopo il P&R.

In pratica è – già adesso a 22 anni – un discreto centro nella metà campo offensiva mentre compete per il DPOY nell’altra. In difesa concede solamente il 38.9% al ferro (miglior dato in NBA) ed è ormai un giocatore che sfrutta anche il fattore intimidazione per limitare preventivamente l’attacco avversario.

Ma, nonostante l’enorme crescita di Gobert, i volti copertina di questi Utah Jazz rimangono Favors e – specialmente – Gordon Hayward rifirmato in estate pareggiando l’offerta degli Hornets.

Il primo ha mostrato evidenti segni di miglioramento: conclude meglio -e più spesso- al ferro rimanendo comunque un’ottimo difensore mentre il secondo è sostanzialmente il fulcro dell’attacco dei Jazz tanto che quando si siede in panchina l’Off Rtg cala di 10 punti rispetto a quando il prodotto di Butler è in campo.

Una differenza addirittura superiore a quella di John Wall nel deficitario sistema offensivo creato da Wittman.
Difatti – nonostante formalmente rimanga una SF – Hayward si comporta come la Point Guard della squadra avendo sostituito, egregiamente, Burke prima e Exum ora nei compiti di gestione del pallone. Segna quasi 20 punti a partita, smista 4 assists e -nonostante nella striscia di vittorie dei Jazz stia tirando con un negativo 32.7% da tre- rimane il giocatore a cui affidare possessi nei momenti caldi della gara.

Un altro elemento positivo della stagione è sicuramente il rendimento di Dante Exum. L’australiano era senza mezzi termini il più grosso punto interrogativo dello scorso draft (senza contare Bruno Caboclo, all’epoca nemmeno considerato come una possibile scelta) e sino ad adesso ha risposto in maniera più che positiva.

Le incognite al tiro sono svanite, è già adesso un ottimo difensore – nell’ultimo mese Keep-in-Front% di 50.4, quarta miglior guardia NBA – e la sua velocità di piedi combinata alla mostruosa wingspan (6-9 ¼ più di MCW) rischia di essere il perfetto complemento alle capacità di un lungo statico come Gobert.

Nonostante tutto il gioco di Exum rimane ancora estremamente acerbo, in attacco si comporta come ricettore per gli scarichi appostandosi negli angoli e nonostante abbia provato più volte di avere un primo passo fulminante non riesce ancora ad attaccare il ferro con convinzione, vuoi per il peso ancora -nettamente- al di sotto degli standard NBA, vuoi per una mancanza di aggressività che l’australiano sta cercando di combattere. I margini di crescita sono ancora immensi e già dalla prossima stagione rischia di essere un giocatore completamente diverso. Paura.

Ovviamente giocare con due lunghi incapaci di tirare da zone esterne al pitturato ed un rookie ancora acerbo influisce negativamente sull’attacco di una squadra ma, grazie al pace più lento della lega e molto ordine, i Jazz sono riusciti a rimanere nella media NBA collocandosi al 16 posto per OffRtg, una notizia ottima in attesa dello sviluppo di Rodney Hood – rookie inserito in quintetto nelle ultime partite e più che discreto tiratore – e del ritorno di Alec Burks previsto per la prossima stagione dopo l’operazione alla spalla sinistra.

Tutte le statistiche e le sensazioni devono essere necessariamente lette con la premessa che il periodo di gioco preso in considerazione è estremamente corto. Nessuno pensa che gli Utah Jazz siano diventati la miglior squadra NBA nel giro di dodici partite ma la metamorfosi subita dalla squadra con l’inserimento di Gobert in quintetto è netta ed importante per il futuro.

Nonostante i Play-offs sembrino ormai un miraggio l’età media della squadra di Quin Snyder è la più bassa in NBA – 23.5, inferiore anche ai 76ers- ed in pratica il coach di scuola Spurs sta rischiando di portare ad avere un record positivo una squadra in età pressoché da college.

All’interno dello spartito rimangono note negative come ad esempio Trey Burke che dopo un buona stagione da rookie ed un mese di Febbraio in ripresa è tornato a tirare con percentuali (26.7 dal campo e 20.7da tre) pessime.  Il prodotto di Michigan può ancora diventare un discreto scorer dalla panchina ma per il momento ha sicuramente disilluso le aspettative che lo volevano come un solido titolare NBA.

Come già detto, a meno di un suicidio sportivo dei Mavericks, la post-season rimarrà irraggiungibile per i Jazz ma già dalla prossima stagione il core avrà un anno di esperienza in più – fondamentale per Exum – e la squadra ripartirà da una situazione ottima senza considerare che al roster potranno essere aggiunti giocatori tramite la free-agency e, specialmente, tramite il draft. Infatti, in caso di mancato aggancio all’ottavo posto, i Jazz avranno una scelta in lottery da affiancare ad altre due al secondo giro, un lusso considerato il punto di partenza della squadra.

In una lega in cui uscire dai bassifondi richiede capacità, tempo e specialmente fortuna, gli Utah Jazz sembrano aver finalmente trovato la formula giusta; il nucleo è estremamente giovane ed il futuro non fa che sorridere ai mormoni che già a partire dalla prossima stagione potranno tentare un viaggio ai play-offs.

Dopo essere passati in un anno e mezzo dall’essere la peggior difesa della NBA alla migliore il sogno sembra molto meno utopistico.
Il futuro dei Jazz è ora.

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5 thoughts on “I nuovi Utah Jazz

  1. Articolo molto interessante! A mio modo di vedere i Jazz sono un pò come i Bucks della Western Conference. Ancora uno step indietro ma con ottime prospettive da qui in avanti. Assolutamente da tenere d’occhio…

  2. Ciao Sebastian, secondo te quali di questi talenti potrebbe giocare in NBA? Rochestie, Maryanovic, Teodosic, Seems o Seems?

  3. Secondo me i Jazz sono un pò i Milwaukee Bucks della Western Conference. Ancora un passo indietro ma con ottime prospettive davanti a sé. Squadra interessantissima da tenere sott’occhio nel prossimo triennio…

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