“Those guys were puppies. Now, they’re men” .

A pronunciare queste parole, a margine di una partita tra Nets e Grizzlies dello scorso Gennaio, è stato l’attuale allenatore dei newyorchesi, Lionel Hollins, voce molto autorevole in qualità di head coach di Memphis tra il 2009 e il 2013: in pratica, l’uomo che ha “svezzato” il nucleo portante dell’ attuale seconda forza della Western Conference.

Ma quali chance hanno i Grizzlies di puntare al primo titolo della storia della franchigia già nella prossima primavera?

Prima di tutto, partiamo da un dato statistico: solo una volta (anno di grazia nowitzkiana 2011) negli ultimi cinque anni le finali della Western Conference non sono state disputate da almeno una delle due squadre giunte nei primi due posti della classifica in regular season, mentre nelle ultime tre stagioni lo scontro tra le teste di serie #1 e #2 si è verificato per ben due volte (e in quell’ unico caso, a far saltare il pronostico furono proprio i Grizzlies, che nel 2013 eliminarono i Thunder in semifinale in 5 partite).
Si fa dunque un gran parlare del fatto che ad Ovest i play-off siano una lotteria, nella quale col giusto match-up tutti possono eliminare tutti; poi, a conti fatti, il dato che emerge dopo 82 partite non pare essere così irrilevante.
Cabala a parte, vi sono delle motivazioni molto più valide sulle quali si fondano le possibilità di vedere i Grizzlies alzare il Larry O’Brien Trophy in Giugno.

Le prime due hanno un nome e un cognome: Marc Gasol e Zach Randolph.

E’ innegabile infatti che, in un contesto generale nel quale lo smallball e lo stretch four tendono ad imporsi come Verbo Cestistico Dominante, poche squadre possano pareggiare, sui due lati del campo, l’impatto della coppia di Memphis; se poi aggiungiamo a ciò la presenza di Mike Conley, probabilmente uno dei playmaker più capaci e meno pubblicizzati della Lega, allora è evidente che impostare una difesa efficace contro una squadra del genere diventa un problema di difficile risoluzione per qualsiasi tecnico avversario.

D’ altra parte, i Grizzlies hanno senza ombra di dubbio una panchina molto profonda: l’arrivo di Jeff Green da Boston ha infatti garantito sia la presenza di un’ ala con punti nelle mani, che mancava in questo roster sin dalla partenza di Rudy Gay, quanto un ampliamento delle varianti tattiche che, nel contesto quanto meno selvaggio dei play-off ad Ovest, risulta spesso fondamentale ( un argomento di cui lo stesso Conley ha parlato).

Ricordando poi la presenza a roster di uno specialista difensivo come Tony Allen, di giocatori come Courtney Lee, Beno Udrih e Kosta Koufos che in altri contesti si giocherebbero il posto da starter e, ultimo ma non meno importante, di un veterano che all’anagrafe risponde al nome di Vince Carter, è chiaro che non è possibile biasimare quanti ritengono che i Grizzlies abbiano uno dei migliori organici (se non il migliore) dell’ intera NBA.

Inoltre, c’è da considerare il fatto che, in una Lega sempre più frenetica e nella quale non è concesso il tempo necessario per costruire una squadra con ambizione di vertice in un progetto a medio-lungo termine (anche se gli Hawks di quest’ anno dimostrano che la scuola di pensiero per la quale “o sei una contender o sei in cerca di una lottery pick” può non essere l’unica via percorribile), i Grizzlies rappresentano un’ eccezione: i “big three” giocano insieme sin dal 2009, con Tony Allen (altro uomo fondamentale nella definizione della forte identità difensiva della squadra) che li ha raggiunti l’anno successivo, mentre coach David Joerger è membro dello staff tecnico, prima come assistente e poi come capo allenatore, addirittura dal 2007.

Si tenga presente poi che la squadra ha una discreta esperienza di post-season (quella quasi certa di quest’anno sarà la quinta apparizione consecutiva), durante la quale ha praticamente dimostrato di potersela giocare alla pari con ogni avversario: Spurs, Thunder e Clippers sono stati tutti eliminati almeno una volta, mentre i match-up con i temibili back court di Rockets (serie stagionale sul 2-2) e, soprattutto, Warriors (battuti nell’ unico precedente fin qui disputato), non creano più preoccupazioni di quanto, a parti invertite, accade per gli accoppiamenti tra i rispettivi front court.

D’ altro canto, potremmo stilare una lista di ugual numero di motivazioni per le quali non vedremo cadere i coriandoli dal tetto del FedEx Forum alla fine delle prossime Finals: prima di tutto, bisogna considerare il fatto che l’attuale seconda posizione nel ranking (tra l’altro non ancora blindata) potrebbe non rispecchiare i veri valori in campo, con i Thunder fin troppo limitati dagli infortuni delle proprie due stelle e gli Spurs che, come accade frequentemente, tendono a nascondere le proprie carte in regular season per poi sbocciare a primavera inoltrata.

 In seconda battuta, se estromettere Memphis dai play-off nelle ultime stagioni è stata un’ impresa più che titanica, visto che per 3 volte negli ultimi 4 anni i Grizzlies sono riusciti a forzare una gara-7, d’altra parte l’unica eliminazione verificatasi in meno partite (lo sweep degli Spurs nel 2013) è maturata proprio nel contesto di una finale di Conference: è chiaro dunque che la tenuta, soprattutto quella mentale, di Randolph e compagni sui più elevati palcoscenici vada quanto meno verificata.

Per giunta, permangono dei dubbi sull’efficacia di un ipotetico quintetto piccolo sul medio periodo: se infatti, offensivamente parlando, l’acquisizione di Green rappresenta un upgrade notevole rispetto a Tayshaun Prince, la scarsa attitudine difensiva del prodotto di Georgetown potrebbe risultare fatale contro squadre che fanno dello smallball un’arma fondamentale.

Infine, va verificato il contributo che gente come Leuer, Adams, Stokes e Calathes, più o meno parte integrante della rotazione, potranno dare alla causa quando i giochi si faranno veramente duri.

Insomma, si può tranquillamente essere d’accordo con Hollins sul fatto che i “cuccioli” siano cresciuti e che chiunque voglia sopravvivere all’ inferno che saranno i play-off della Western Conference dovrà necessariamente passare per il Tennessee.

Di contro, per verificare la seconda parte dell’ assunzione del coach dei Nets, saremo costretti ad attendere ancora per un altro mese almeno, anche se siamo certi che, nella città che diede lustro ad Elvis, crederci sia ben più di una semplice esortazione.

Post By Dario Abete (8 Posts)

Laureato in Ingegneria con la passione dello sport,più quello guardato che quello giocato,anche se non potrebbe mai rinunciare alla partita di calcetto settimanale.
Tifoso del Napoli e dei New York Knicks,pensa che non vedrà mai nessuna delle sue due squadre del cuore vincere qualcosa di importante.
A chi interessasse,single.

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3 thoughts on “Believe Memphis: quali chance da titolo per i Grizzlies?

  1. Ciao Dario, secondo te quali di questi talenti potrebbero giocare in NBA? Rochestie, Maryanovic, Teodosic, Seems o Seems?

  2. Ciao!

    Premetto che seguo poco il basket europeo,provo comunque a risponderti.

    Rochestie mi sta stupendo in positivo onestamente, non credevo che il montenegrino potesse avere un impatto così profondo anche in Russia. A livello NBA credo che il problema principale sia fisico, sarebbe un miss-match continuo per la propria squadra al quale dovrebbe compensare con qualche altra caratteristica. Per quel che mi riguarda, siccome di Nate Robinson ne nascono uno ogni mille anni, l’ Europa rimane la sua collocazione naturale.

    Teodosic è sicuramente quello che stuzzicherebbe di più la mia fantasia: la sua visione di gioco e le sue abilità nel tiro dalla distanza potrebbero renderlo, nel best case scenario e nel giusto contesto, un buon sesto uomo. Credo però che per lui il treno per la NBA sia passato qualche tempo fa, mi pare difficile che un 28enne che comunque ha acquisito una sua dimensione a livello continentale possa decidere di fare il salto, anche se Prigioni l’ha fatto ad un’ età molto più avanzata dimostrando che anche a livello NBA è ancora possibile interpretare quel ruolo senza avere l’ atleticità di un Westbrook o di un Rose pre-infortunio,quindi per Milos mai dire mai!

    Marjanovic ci ha provato qualche anno fa a dirla tutta(draft 2010) ,ma non ha convinto gli addetti ai lavori. Certo, con qualche anno di esperienza in più e con i numeri che sta mettendo su in Eurolega, un centro di quella altezza(che, come dice il saggio, non si insegna) e soprattutto quelle caratteristiche potrebbe sicuramente rientrare nel radar di qualche GM da quest’ altra parte dell’oceano.Da qui a vederlo realmente in NBA,o da qui a pensare che possa avere un impatto, la strada però non è cortissima.

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