La corsa ai playoff nella Eastern Conference si sta rivelando, pur nella mediocrità complessiva delle squadre coinvolte, un momento molto avvincente di questa stagione NBA.

Pacers, Hornets, Heat e, più staccate, Celtics, Pistons e Nets si stanno contendendo gli ultimi due posti disponibili, in quanto verosimilmente gli altri 6 saranno occupati, con posizioni ancora da stabilire, dalle squadre attualmente meglio classificate.

Oggi vogliamo concentrarci sui Charlotte Hornets: quali sono i problemi della franchigia di MJ, capaci di alternare partite entusiasmanti con prestazioni offensive ai limiti dell’accettabile?

Andando oltre le difficoltà fisiche legate ai back-to-back o alla serie di partite ravvicinate cui devono far fronte i Calabroni in questo periodo, è importante valutare quali siano le carenze strutturali di un gruppo che, nonostante alcuni elementi di grandissimo talento, non riesce a esprimere il salto di qualità necessario ad entrare nell’elite dei team della Eastern Conference.

Analizzando il roster oggi a disposizione di coach Clifford (vero valore aggiunto in termini di capacità di gestire la squadra e di responsabilizzazione dei propri giocatori) si nota da subito un back court piuttosto affollato, con elementi come Walker, Mo Williams (arrivato nel mese di febbraio, con un impatto immediato e di grande effetto sulle performance del gruppo) e Roberts nel ruolo di playmaker e Henderson, Stephenson, Hairston e Daniels nel ruolo di guardie.

Tra le ali piccole sono da annoverare Michael Kidd Gilchrist (uno dei migliori difensori dell’intera Nba, pur con la grande pecca di un jumper in miglioramento ma ancora poco affidabile) e Taylor, mentre in ala grande trovano spazio Zeller, Marvin Williams, Maxiell e Vonleh. In posizione di centro evoluisce la coppia composta da Jefferson e Biyombo.

Il quintetto più spesso in campo – salvo infortuni – è quello composto da Walker, Henderson, Kidd-Gilchrist, Zeller e Jefferson.

E’ curioso innanzitutto notare come 4/5 del team sia lo stesso dello scorso anno, con la sola eccezione di Zeller che ha preso il posto di McRoberts (partito in estate con destinazione Miami Heat): formazione che aveva evidenziato, tra le pecche principali, la mancanza di tiratori affidabili da 3 punti e di peso in post aggiuntivo a quello di Jefferson.

Ciò significa che lo spazio salariale a disposizione della squadra in estate non è servito per migliorare i punti deboli del team: l’arrivo di Stephenson (la loro seconda scelta, in quanto il vero obiettivo era il restricted free agent Gordon Hayward, per il quale i Jazz hanno pareggiato l’offerta da 16 milioni a stagione avanzata dagli Hornets) non ha infatti portato il miglioramento sperato dalla dirigenza.

Arrivato con la considerazione di una star, non è riuscito a ripetere le performance espresse nei Pacers, peggiorando nelle percentuali al tiro, soprattutto dalla lunga distanza (ad oggi tira da 3 con il 16%, rispetto al 30% medio in carriera), e nel minutaggio in campo (28 minuti di media in stagione contro i 35 dello scorso anno).

Inoltre il suo stile di gioco, che richiede la palla in mano, mal si sposa con quello del vero uomo franchigia, il play Kemba Walker, e non ha permesso un arricchimento del gioco complessivo degli Hornets basato sull’asse Walker-Jefferson e che avrebbe avuto bisogno di migliori tiratori dalla lunga distanza per aprire il campo.

Da ultimo, una personalità certamente spiccata non ne ha favorito l’ambientamento in un nuovo gruppo dopo un’intera carriera trascorsa tra le fila degli Indiana Pacers.

L’altro importante arrivo estivo è stato Marvin Williams, “vecchio” pallino della franchigia della Carolina sin di tempi del draft 2005: glue guy in grado di ricoprire entrambi i ruoli di ala, è il classico giocatore in grado di fare tutto in campo, senza eccellere in niente in particolare.

In particolare, dovendo sostituire tra i titolari l’ex McRoberts, giocatore più grosso fisicamente e miglior passatore, non ha saputo offrire prestazioni all’altezza delle attese non tanto per scarso impegno, quanto per limiti tecnici in difesa su giocatori più alti di lui e di adattabilità al nuovo contesto.

Dal punto di vista dei rookie, Charlotte ha dapprima scommesso su un freshman di grandi qualità fisiche come Noah Vonleh, nel ruolo di ala grande-centro, ed ha acquisito un tiratore già pronto come Hairston, proveniente dalla D-League.

I due però sino ad oggi non sono riusciti ad esprimersi ai livelli attesi: il primo, dopo avere saltato la preaseason per problemi fisici ha dimostrato di non avere un gioco offensivo ancora pronto per la Nba, mentre il secondo ha dimostrato di avere limiti caratteriali e di giusta motivazione (che peraltro lo avevano accompagnato già dal college) che ne hanno limitato il minutaggio in campo, benché abbia dimostrato di poter essere una valida e concreta alternativa come tiratore.

In sostanza quindi, ad eccezione dell’arrivo “invernale” di Mo Williams, gli Hornets sono sostanzialmente lo stesso team dell’anno scorso, con le stesse criticità, peraltro forse acuite dall’avvicendamento McRoberts-Zeller.

Se la franchigia del grande Michael Jordan vorrà migliorare la costanza del proprio rendimento, avere un record positivo a fine regular season e rappresentare un avversario ostico anche per il passaggio del turno dei playoff dovrà certamente lavorare, nella prossima estate, al miglioramento di tre posizioni in campo, in ordine di importanza:

  • reperire un’ala grande in grado di tirare da tre punti. Agli Hornets manca uno stretch four vero e proprio, un giocatore che possa colpire dagli scarichi, giocare in pick n’pop con il pivot e che fornisca un’alternativa seria in generale come tiratore da tre punti. Non è possibile che una squadra Nba moderna non schieri in campo almeno 3 elementi in grado di tirare da tre e contando che tra gli Hornets, dei tre intoccabili (Walker, Kidd-Gilchrist e Jefferson) solo Walker è in grado di tirare decentemente, appare evidente che un big man tiratore sia oggi un must per la squadra di Clifford. In tal senso, alcuni nomi interessanti potrebbero essere Ryan Anderson, Paul Millsapp o Mirza Teletovic;
  • reperire un centro con un gioco offensivo migliore di quello di Biyombo. Quest’ultimo è un eccellente difensore ed un elemento il cui costante impegno in campo è sempre assicurato, ma senza la capacità di sostituire degnamente Jefferson da un punto di vista offensivo e tale da costringere gli Hornets a modificare il proprio stile di gioco in assenza del titolare: in questo senso, non deve essere dimenticata la crescita di Vonleh e un importante lavoro estivo su questo giocatore può portare verosimilmente i primi risultati concreti nella prossima stagione;
  • reperire una guardia tiratrice capace di tirare da tre con buone percentuali e di difendere con aggressività: fra i free agent con queste caratteristiche, la prossima estate ci saranno Matthews, Afflalo ed il “nostro” Belinelli.

A livello di budget complessivo del livello salariale, può essere interessante valutare una trade di Stephenson e Marvin Williams, per reperire quelle risorse necessarie al corteggiamento di uno dei giocatori citati. Di fatto, si andrebbe a sconfessare il mercato dell’estate 2014, il quale tuttavia non ha saputo portare i necessari miglioramenti attesi al gruppo.

Le modifiche necessarie al roster dei Charlotte Hornets quindi non sono sostanziali e con mirate modifiche conseguibili tramite trade o acquisizione di free agents la squadra di Michael Jordan potrebbe compiere un passo importante verso la consacrazione tra le migliori franchigie dell’est.

La presenza di coach Clifford poi costituisce un’autentica garanzia dal punto di vista della guida tecnica ed egli merita di poter dirigere un gruppo in grado di soddisfarne in toto le sue esigenze di gioco.

Da ultimo, è necessario anche che gli Hornets migliorino dal punto di vista dello scouting in fase di draft: senza necessariamente riportare alla memoria la disastrosa chiamata di Adam Morrison, molte delle scelte degli ultimi anni non sono state del tutto convincenti (nel 2013 Cody Zeller anziché il più noto –benchè allora infortunato– Nerlens Noel o la guardia Ben McLemore, senza contare il futuro R.O.Y. Carter Williams; nel 2011 la trade di Tobias Harris; nel 2008 la scelta di Alexis Ajinca anziché Ryan Anderson, o Serge Ibaka, Nicolas Batum, Nikola Pekovic, DeAndre Jordan, Goran Dragic; nel 2008 la scelta di Brandan Wright anziché Noah, o Wilson Chandler, Fernandez, Afflalo solo per citare le più recenti) e, sebbene sia noto ed ammissibile che non è cosa agevole riuscire a determinare la qualità e le potenzialità di un ragazzo prima di poterlo allenare con continuità, certamente i nomi citati indicano che qualcosa di meglio si sarebbe comunque potuto fare.

Le prestazioni degli ultimi anni tuttavia, unite alla crescita complessiva di un gruppo che ha dimostrato di non lasciarsi andare nei momenti di difficoltà, lasciano ben sperare per l’esito della marcia degli Hornets verso i playoff di quest’anno e, se la dirigenza saprà operare in modo oculato nella finestra estiva per il mercato, possiamo attenderci certamente che i calabroni potranno finalmente spiccare il volo verso le vette della Eastern Conference.

Post By daviza (3 Posts)

Davide, ingegnere bergamasco di 30 anni; ha due idoli sportivi, Tim Duncan e Paolo Maldini. Si è avvicinato al basket NBA grazie alle gesta di Shaquille O’Neal e Allen Iverson, per poi diventare presto tifoso dei San Antonio Spurs.

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