In NBA è finita l’era del play-on, quando si continuava a giocare su infortuni assortiti in nome di un certo machismo, che perdura sotto altre forme, e che ha ceduto il passo (almeno in infermeria) a prassi più scientifiche.

La gestione attuale di rotazioni, infortuni e stanchezza, è diventata meno conservativa di una volta, quando si giocavano più isolamenti, i titolari stavano in campo più a lungo, e i riposi preventivi non erano necessariamente di moda.

I nomi di Kevin Garnett, Paul Pierce, Dwayne Wade, LeBron James e persino di Kobe Bryant (che, causa lesione alla cuffia del rotatore della spalla destra, potrebbe aver chiuso anticipatamente la terza stagione consecutiva) quest’anno sono sovente accompagnati, nel box score, dalla dicitura DNP-Rest.

La squadra che per prima, e con maggior successo ha intrapreso una diversa gestione di minutaggi e “fatigue”, è certamente San Antonio, non nuova nel ruolo di apripista per le altre 29 franchigie.

L’aneddoto ricorrente risale a due anni fa, in una partita contro gli Heat in diretta TV nazionale, quando Gregg Popovich optò per il riposo precauzionale di Duncan, Parker, Danny Green e Ginobili, destando l’ira funesta di David Stern.

Il Commissioner appioppò agli Spurs una multa da 250.000 dollari, e si scusò con il pubblico per il “disservizio”. La decisione (draconiana come poche, anche per gli standard di Stern) generò un dibattito piuttosto acceso circa la legittimità dell’intervento del Commish nella gestione prettamente tecnica della squadra.

Era chiaro a tutti che San Antonio stava semplicemente gestendo le forze, facendo riposare quattro giocatori importanti, dopo due back-to-back in cinque giorni (in trasferta); però secondo Stern quel riposo in diretta nazionale danneggiava l’immagine della NBA e rappresentava l’ennesima sfida (vera o immaginata) di Coach Pop alla sua autorità.

Per onore di cronaca, quella sera gli spettatori dell’American Airlines Arena (certamente più interessati a Wade e LeBron, piuttosto che l’anguilla di Bahia Bianca o Tim Duncan) assistettero a una signora partita, con gli Spurs in vantaggio a un minuto dalla fine, e una vittoria-thriller di Miami, 105-100.

Di là dalla faida personale tra Stern e gli Spurs (una parentesi troppo estesa per essere liquidata all’interno di questo spazio), quella vicenda è simbolica di due diverse concezioni a confronto: meglio veder i “grandi nomi” giocare una partita (di quelle che, di solito, sono matinée) a ritmi blandi, con errori marchiani e senza intensità, oppure è accettabile, di tanto in tanto, accontentarsi di giocatori di minor blasone, che disputano però una partita intensa?

È un discorso molto ampio, che tocca anche il tanking (se è vietato far riposare i giocatori per una partita, perché questo genera un disservizio, cosa dire di squadre che sono allestite per perdere programmaticamente per tutta la stagione?) e il valore che si attribuisce alla Regular Season, argomento dibattuto ormai da tanto tempo, almeno da quando Shaquille O’Neal (e non solo lui) si disse favorevole a una riduzione del calendario NBA.

Ci sono vari argomenti contrari a una contrazione della schedule; uno su tutti, quello economico: sponsor e televisioni pagano la NBA per 82 partite; scendere a giocarne 60, significherebbe rivedere al ribasso alcuni contratti, ma è altresì vero che, dal 1978 ad oggi, la stagione NFL dura solo 16 partite, eppure il Football Americano, che non ha certo la diffusione globale della NBA, vanta contratti principeschi.

Inoltre meno partite, spalmate con accortezza, consentirebbero di mantenere invariato il numero di gare da mostrare sulle televisioni nazionali (e internazionali: se si giocasse meno, in Italia continueremmo comunque a vederne tre a settimana).

Ragionando con elasticità, è facile capire che, anche dal punto di vista dell’appeal televisivo, sono meglio 60 partite giocate bene che 80 disputate trascinando i piedi; per giunta, meno partite giocate implicherebbero squadre più riposate, e un peso maggiore di ogni gara nell’economia di una stagione: motivi che inviterebbero gli allenatori a schierare sempre la formazione migliore.

Con la nuova direzione di Adam Silver, la riduzione del calendario è entrata per la prima volta nella stanza dei bottoni. Potranno volerci diversi anni prima che quest’ipotesi veda la luce, ma è un primo passo, anche a compensazione dell’aumento delle partite di Playoffs, che dal 2003 sono composti di sole serie al meglio di 7 (fino al 2003 il primo turno era al meglio di 5, e fino al 1983, era al meglio di 3).

Mentre il dibattito è abbozzato, le franchigie e gli staff tecnici sono da tempo corsi ai ripari per cercare di gestire meglio la fatica dei giocatori e prevenire l’incorrere d’infortuni.

Anche in assenza di dati scientifici precisi e concludenti, è chiaro che riposare paga; durante le Finali 2013 Manu Ginobili sembrava pronto per il ritiro, mentre dodici mesi più tardi, opportunamente monitorato e centellinato, ritrovò la condizione giusta per arrivare caricato a molla al rematch con gli Heat.

Dwayne Wade si trascinava in campo, nonostante Spoelstra lo avesse dosato il più possibile; l’anno scorso Flash giocò 54 partite di Regular Season con un impiego medio di 32.9 minuti, mentre El Narigon ne disputò 68, ma con soli 22.8 minuti a gara.

Secondo una ricerca del 2011, San Antonio è la squadra ad aver sofferto meno infortuni della decade, con una media di 40 partite saltate all’anno per infortunio, seguiti da Pistons e Suns (il loro trainer è il geniale Aaron Nelson).

SLOAN-popupPer la verità, già Jerry Sloan, alla fine degli anni novanta, iniziò a dosare le energie dei giocatori con maggiore chilometraggio, limitando il minutaggio delle sue stelle (Karl Malone, John Stockton, non a caso tra i giocatori più longevi di sempre) per prolungarne le carriere.

Sloan non fece mai saltare partite intere ai suoi giocatori (“sarebbe disonesto nei confronti dello spettatore che, magari, ha solo quest’occasione per venire a vederli giocare”), ma, nondimeno, iniziò a ragionare in termini moderni di rotazioni e uso della panchina.

Può sembrare strano che giocatori che viaggiano su voli privati e che possono allenarsi secondo metodologie e con strumenti d’assoluta avanguardia, lamentino stanchezza, ma va detto che il basket NBA odierno è assai logorante.

Spaziare il campo richiede tiro, ma anche costante movimento di palla e degli attaccanti, mentre in difesa, il lavoro di close-out sul tiro da tre è più intenso rispetto a quando il difensore in recupero poteva anche non mettere la mano in faccia al tiratore (banalizziamo un po’, ma nemmeno troppo).

Le franchigie centellinano i veterani, proprio come faceva Sloan ai tempi di Malone e Stockton, preferendo minutaggi ridotti (e rotazioni più lunghe) al rischio di mandare a ramengo una stagione intera per colpa di un infortunio.

Il modo in cui i giocatori si devono allenare è fonte di controversie. Alcuni tendono a strafare in sede di off-season, negando al corpo la possibilità di guarire.

A settembre, il Washington Post era preoccupato dalle condizioni fisiche di Andre Miller, ma l’ineffabile playmaker ha snocciolato il segreto di tanta longevità (tre partite saltate in 14 anni): “Riposo. D’estate non mi distruggo di lavoro. Molti fanno allenamento di forza e conditioning, e lavorano tutta l’estate. Poi arriva il training camp, e per metà novembre sono spremuti. Preferisco prender peso e perderlo naturalmente, e trovare la forma durante la stagione”.

Naturalmente, quel che funziona per Miller (che in ogni caso, non ci ha detto nulla sull’alimentazione, quanto fa stretching, etc.) non va necessariamente bene per tutti: Karl Malone è stato altrettanto longevo, ma d’estate correva su e giù per le colline di Salt Lake City con dietro un paracadute aperto, e faceva pesi con religiosa cura. Kareem Abdul-Jabbar, che smise a quarant’anni, si dedicava allo yoga.

Nonostante gli atleti di oggi dispongano di tecnologie e studi impensabili anche solo 15 anni fa, continuano a esserci molti infortuni. Intendiamoci, ci sono sempre state carriere messe a repentaglio (chiedere a Danny Manning o a Grant Hill), ma la caratteristica di molti degli infortuni attuali è che non sono di natura traumatica.

Danilo Gallinari, Kobe Bryant, Derrick Rose, Russell Westbrook e ora anche Brandon Jennings, non si sono rotti per un contatto violento, o per una brutta caduta, ma perché il loro corpo ha detto basta a determinate sollecitazioni, più o meno violente.

È un caso ovviamente diverso quello di Paul George, il cui tremendo infortunio è tipicamente traumatico, o quello di Kevin Durant, ma c’è una sequela d’infortuni, soprattutto alle gambe (menisco, tendini) che non ha nulla a che vedere con la sfortuna o con un contatto violento, e che diversi professionisti del settore, come Micah Lancaster e Keith Veney, riconducono addirittura ai tornei AAU, e al mancato riposo durante la crescita.

Keith Veney, che ha lavorato con Dirk Nowizki, Kemba Walker, Jennings e Paul Pierce, esclama: “Hanno giocato troppo da giovani, davvero troppo basket AAU!”.

Sempre a suo avviso, troppi professionisti non si allenano bene d’estate, seguendo metodologie pericolose (CrossFit su tutti) oppure negligono l’alimentazione: “Come puoi giocare per 10 anni nell’NBA ed essere sovrappeso?

Per Micah Lancaster, oggi è invalsa la prassi di allenarsi con bassa intensità e molte ripetizioni, esattamente il tipo di dinamica che invita gli infortuni da logoramento, e che implica uno shock quando si torna a giocare “a tutta”.

Capisco perché i giocatori lo trovino attraente: hanno l’impressione che sia più sicuro per le loro carriere”, continua Lancaster, “ma è un rischio per la salute, e così facendo non ottengono i miglioramenti di Kobe, LeBron, o Durant”. In effetti, questi sono tutti giocatori che si allenano in modalità full-contact anche d’estate, optando per alta intensità in sessioni abbastanza contenute; abbiamo visto Durant allenarsi a finire al ferro mentre gli sparring lo spintonavano con dei cuscini.

Il discorso cambia, ovviamente, in Regular Season, quando, a causa del calendario fitto, succede di potersi allenare solo blandamente. Tutti i coach però, da Pitino a Thibodeau, insegnano che, appena è possibile, occorre alzare l’intensità delle sedute.

Persino un giocatore del tutto particolare come LeBron James, che ha un fisico da giocatore di Football (e piedi rubati a Roberto Bolle), dopo i crampi e problemi assortiti della scorsa stagione, ha ritenuto di diminuire la propria massa muscolare, proprio come Bryant, o come Tim Duncan, grandi giocatori che hanno adattato il loro fisico al logorio dell’età diminuendo la massa che le loro giunture doloranti portano a spasso.

Tuttavia, sta diventano frequente che a infortunarsi siano anche giocatori giovanissimi, e non solo veterani di mille battaglie: sette dei primi undici draftati di giugno si sono fermati ai box, e per 4 la stagione è quasi certamente finita.

In questo caso, non dovrebbe aver senso parlare di fatica, poiché si tratta di giovani di 19-20 anni. Tim Grover, forse il più rispettato trainer d’America, concorda con Veney: la responsabilità è di troppe partite giocate a livello AAU, e di metodologie d’allenamento approssimative.

Gare, viaggi, allenamenti (spesso condotti con programmi diversi), non lasciano tempo al corpo di ripararsi e di riposare, o di praticare sport diversi; “Il risultato? Gli stessi muscoli, legamenti, tendini e giunture sono messi sotto sforzo ripetuto, sollecitando gli stessi angoli e movimenti. Quale macchina non si rompe, dopo anni di utilizzo? A un certo punto il corpo umano dice basta”.

I corpi di bambini e ragazzi sono fatti per essere attivi, per giocare, e non per continuare a ripetere sempre e solo lo stesso movimento”. E invece, molti allenatori (o gli improvvidi genitori) allenano bimbi delle elementari come se fossero adulti.

Alzi la mano chi non ha mai visto i bambini di qualche scuola calcio correre attorno al campo; eppure a quell’età, fare jogging è pressoché inutile. Un bambino delle elementari deve sviluppare coordinazione motoria, non comportarsi come un runner di mezz’età che prova a buttar giù qualche etto di troppo.

Il risultato è di logorare le giunture, con il risultato di affacciarsi (eventualmente) sul professionismo con un carico d’infortuni da veterano.

Un altro problema, a detta di Grover, è che: “Molti atleti non hanno la capacità di fermarsi. Tutti vogliono essere veloci, ma senza la capacità di decelerare, cosa succede? Ti schianti. Ogni pilota d’auto sa andare forte, ma i grandi piloti sanno quando accelerare, quando rallentare, e quando fermarsi”.

Questo non può che far pensare a Derrick Rose; durante la sua riabilitazione, il numero uno dei Bulls ha lavorato molto proprio sull’abilità di gestire la propria esplosività nel tentativo di prevenire altri infortuni.

Insomma, al netto della possibile riduzione del numero di partite (un numero realistico potrebbe essere 67, tre contro ogni avversaria) e degli infortuni, le franchigie stanno rivedendo il modo in cui guardano alla Regular Season, e forse è per il meglio.

La Regular Season è sempre stata una lenta marcia d’avvicinamento ai Playoffs (che quest’anno saranno ricchi di motivi d’interesse e imprevedibili). La qualità del gioco è sicuramente cresciuta, con tante squadre che giocano bene (capitanate da Spurs, Warriors, e dagli strepitosi Atlanta Hawks), e se il prezzo da pagare è l’impiego in dosi omeopatiche di alcuni giocatori, ben venga.

Discorso diverso per quelle squadre che, scientemente, “prolungano” gli infortuni oltre il loro naturale decorso, seguendo le ben note logiche della lottery, ma si tratta di un fenomeno diverso e facilmente “sgamabile” che, normalmente, si verifica dopo l’All Star Game, quando le infermerie si riempiono di malati più o meno immaginari.

Post By Francesco Arrighi (199 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall’ASB di Limardi e Gotta.
Una volta mi chiesero: “Ma come fai a saperne così tante?” Un amico rispose per me: “Se le inventa”.

@francescoarrigh

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6 thoughts on “Focus: la gestione di riposi ed infortuni in NBA

  1. “Alzi la mano chi non ha mai visto i bambini di qualche scuola calcio correre attorno al campo; eppure a quell’età, fare jogging è pressoché inutile. Un bambino delle elementari deve sviluppare coordinazione motoria, non comportarsi come un runner di mezz’età che prova a buttar giù qualche etto di troppo.” avete qualche sito/libro da consultare a riguardo? è un argomento che mi sta molto a cuore

  2. “Alzi la mano chi non ha mai visto i bambini di qualche scuola calcio correre attorno al campo; eppure a quell’età, fare jogging è pressoché inutile. Un bambino delle elementari deve sviluppare coordinazione motoria, non comportarsi come un runner di mezz’età che prova a buttar giù qualche etto di troppo.” avete le fonti (internet, libri,…) da cui avete tirato fuori questa parte? è un argomento che mi sta molto a cuore

  3. La necessaria premessa è che non siamo un sito di medicina sportiva. Detto questo, il cuore e i polmoni dei bambini sono più piccoli di quelli degli adulti (da cui, la tendenza alla tachipnea), e le fibre nervose non hanno ancora la stessa qualità di rivestimento mielinico degli adulti.

    Scrivendo l’articolo non ho fatto riferimento a siti internet, ma a conoscenze sparse, apprese qua e là, da un insegnante di educazione fisica, piuttosto che da un allenatore del minibasket. Se intendi passare dalla teoria alla pratica, il mio consiglio è di rivolgerti alle (ottime) federazioni italiane.

  4. bell’articolo, fonte di spunti interessanti: praticamente ogni paragrafo meriterrebe almeno un ulteriore articolo di approfondimento. Spero che qualcosa uscirà nei prossimi mesi

  5. Sicuramente sì, sia sul discorso tanking, appena accennato, che sul modo in cui ci si allena e prepara (specialmente a livello tattico, ma perché no, anche fisico) alla stagione NBA

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