Era il 1988 quando il gruppo hip hop noto come N.W.A. (che tra le sue fila contava, tra gli altri, artisti del calibro di Dr.Dre, Ice Cube ed Eazy-E) scalava le classifiche con “Straight Outta Compton”, aggressivo pezzo rap tratto dall’omonimo disco che descriveva la vita di chi era solito trascorrere le giornate per le strade di South Los Angeles, laddove nacquero le prime vere gang da strada e dove sparatorie, rapine ed omicidi erano (e ancora oggi sono) all’ordine del giorno.

Si tratta di un sobborgo che, nonostante l’altissimo tasso di criminalità, ha sempre avuto la tendenza a sfornare personaggi di rilievo in diversi ambiti, da quello musicale (Coolio, The Game, Suge Knight, Kendrick Lamar) a quello sportivo (almeno una quarantina di atleti che giocano o hanno giocato nelle varie leghe professionistiche americane, dal cornerback NFL Richard Sherman alle sorelle tenniste Serena e Venus Williams, passando per un gran numero di giocatori NBA tra cui Tayshaun Prince, Tyson Chandler, Baron Davis, Demar DeRozan, Cedric Ceballos, Arron Afflalo e Brandon Jennings).

E anche il protagonista della nostra storia, pur non essendo nato a Compton, è legato a doppio filo al sobborgo losangelino: nato nel 1991 a Riverside, cittadina californiana che dista meno di 100km dalla città degli angeli, Kawhi Leonard (“Mio padre voleva un nome che suonasse hawaiiano”, spiega il ragazzo a chi gli chiede l’origine del suo nome) era solito passare le estati della sua infanzia ed adolescenza proprio a Compton, dove il padre possedeva un autolavaggio.

Per il giovane Kawhi, lontano anni luce dallo stile di vita sregolato di molti suoi coetanei, lavorare per ore con il padre era il modo migliore per restare fuori dal giro delle compagnie sbagliate, quelle in cui era fin troppo facile finire frequentando quartieri del genere.

Il padre Mark cercò fin da subito di inculcare nel figlio una forte etica del lavoro, costringendolo ad esempio a lavare da capo un’auto nel caso in cui il risultato finale non fosse stato convincente. “Alcuni giorni tornavo a casa dicendo che non avrei più lavato una macchina in vita mia, ma alla fine l’insistenza di mio padre mi ha aiutato a diventare il lavoratore che sono oggi”.

E Mark Leonard non era pressante solo sul posto di lavoro: dopo aver notato l’attitudine del figlio per il basket, egli si trasformò nel suo primo vero allenatore, insegnandogli la tecnica di tiro e portandolo a correre sulle colline circostanti per mantenersi in forma.

Considerava il lavoro all’autolavaggio e gli allenamenti di basket una cosa sola: “Se impari a lavorare duro lavando auto, ti sarà più facile lavorare duro anche sul campo da basket: è solo una questione di mentalità” ripeteva in continuazione il padre al figlio.

E tutti gli sforzi diedero i loro frutti fin dal primo contatto di Kawhi con il basket di un certo livello, sia durante la breve permanenza alla Canyon Springs High School che soprattutto alla Martin Luther King High School di Riverside, dove sbocciò definitivamente come giocatore iniziando ad attirare su di sé la attenzioni di diverse università.

Ma il 18 gennaio 2008, alla vigilia di una partita di stagione regolare in cui King Riverside avrebbe dovuto sfidare (per un orribile scherzo del destino) la Dominguez High School di Compton, l’allora 16enne Kawhi ricevette una tragica telefonata proprio da Compton che lo informava dell’assassinio del padre: secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Mark Leonard stava per chiudere l’autolavaggio quando si presentò all’entrata un’auto il cui conducente chiese se fosse ancora in tempo per una veloce ripulita.

Mark acconsentì, ma in seguito a circostanze non ancora del tutto chiarite (forse un tentativo di rapina andato male) il conducente dell’auto estrasse una pistola e freddò Mark con un colpo alla testa. Ancora oggi, l’assassino è ignoto.

Per Kawhi fu una mazzata tremenda: in un solo istante aveva perso non solo suo padre, ma anche il suo miglior amico e il suo motivatore numero uno.

Ciò nonostante, la sera dopo Kawhi era sul parquet: “Il basket è la mia vita, volevo scendere in campo per non pensare a quello che era appena successo. Fu molto triste, perché mio padre avrebbe dovuto essere sugli spalti a tifare per me”.

Dopo aver segnato 17 punti nella sconfitta dei suoi per 68-60, Kawhi scoppiò in lacrime tra le braccia della madre a bordo campo, in mezzo ai compagni di squadra che stavano cercando di sostenerlo.

Da quel giorno in poi, il basket divenne l’unico pensiero nella testa di Leonard: memore degli insegnamenti sul duro lavoro che il padre gli aveva impartito non era raro trovarlo in palestra fino a mezzanotte a prendersi un jumper dietro l’altro, né vederlo uscire di casa alle 5 del mattino per andare ad allenarsi prima delle lezioni.

Nel suo anno da Senior, lui e Tony Snell (oggi ai Bulls) trascinarono la squadra a 30 vittorie in 33 partite e Kawhi fu anche nominato “California Mr. Basketball”, succedendo nell’albo d’oro a nomi del calibro di Jason Kidd, Paul Pierce, Baron Davis, Trevor Ariza, Chase Budinger e Jrue Holiday.

Nei due anni successivi Leonard giocò alla San Diego State University, con cui ottenne due titoli consecutivi di campioni della Mountain West Conference ed un gran numero di riconoscimenti individuali, tra cui il titolo di MVP del torneo MWC e di Freshman dell’anno (2009-2010), la selezione per il First-Team All-MWC (2009-2010) e per il Second-Team All-America (2010-2011).

Dopo aver ottenuto un record complessivo di 59-12 nei due anni di università e due qualificazioni alla March Madness (con un’eliminazione al primo turno nel 2010 e l’approdo alle Sweet 16 nel 2011) ed aver tenuto una doppia doppia di media per l’intero biennio (14.1 punti + 10.2 rimbalzi), il non ancora ventenne Leonard decise di iscriversi al Draft 2011.

Prospettato come un possibile Top-10, il nativo di Riverside venne scelto solo alla 15 dagli Indiana Pacers, ma su indicazione degli Spurs che per ottenerne i diritti non esitarono a mettere sul piatto George Hill, che a San Antonio si stava ritagliando un discreto spazio come back-up delle guardie titolari: e non esisteva scelta migliore degli Spurs per un ragazzo come Leonard, riservato e pacato lavoratore che pensa solo a migliorarsi e che non prende in considerazione obiettivi diversi dalla vittoria.

“E’ un ragazzo davvero molto tranquillo e silenzioso, ma sono 16 anni che Timmy [Duncan, ndr] mi parla una volta ogni due settimane, per cui ci sono abituato” – scherzava coach Popovich dopo i primi allenamenti del Training Camp 2011 – “Per quanto riguarda il giocatore, in molti durante il Draft hanno deciso di ignorarlo perché pensano che sia solo un buon difensore con grosse difficoltà in fase offensiva, ma noi la pensiamo diversamente”.

E Kawhi non ci ha messo molto a dimostrare che Pop aveva ragione, ritagliandosi già nel suo anno da rookie un discreto spazio nelle rotazioni degli Spurs, con un impiego medio di 24 minuti a serata e partendo da titolare in ben 39 occasioni (sempre da ala piccola), mettendo a referto circa 8 punti e 5 rimbalzi di media e con un dato in particolare che balza agli occhi: 37% di conversione dall’arco (contro il 25% di realizzazione che aveva a San Diego) con punte del 46% dagli angoli, niente male per uno che secondo molti scout rischiava di essere soltanto un peso in fase offensiva.

Sull’altro lato del campo Leonard ha invece confermato fin da subito la sua grande attitudine alla difesa 1 vs 1, scelto da Popovich come colui che ogni sera avrebbe dovuto limitare il miglior giocatore della squadra avversaria e diventando l’ideale successore di Bruce Bowen (uno dei migliori difensori degli ultimi 20 anni, ritiratosi nel 2009 dopo aver contribuito in maniera determinante ai 3 titoli vinti da San Antonio tra il 2003 e il 2007) nell’economia di gioco degli Spurs.

La stagione 2011-2012 si concluse con l’eliminazione di Duncan e soci nelle Finali di Conference ad opera dei Thunder, ma in Texas erano comunque convinti di aver trovato in Leonard l’elemento ideale per completare il roster intorno ai Big 3 e tentare così un ultimo assalto al titolo prima che l’età iniziasse a pesare troppo sulle spalle di Parker, Duncan e Ginobili.

Nella stagione successiva, il prodotto di San Diego ha continuato la sua evoluzione guadagnandosi sempre più la stima dei suoi compagni: “Kawhi è la pietra angolare su cui costruire il futuro degli Spurs” – diceva di lui il veterano Stephen Jackson – “Sta ancora maturando, ma a soli 20 anni è già uno dei migliori difensori della lega e pian piano sta ampliando anche il suo arsenale offensivo. Tra 4 o 5 anni sarà un giocatore totale”.

Durante la stagione regolare Leonard riuscì a ritoccare al rialzo praticamente ogni suo dato dell’anno prima (minutaggio, punti, rimbalzi, assist, rubate, stoppate), ma la vera consacrazione agli occhi del grande pubblico avvenne durante i Playoffs 2013, quando il californiano elevò ancor di più la sua efficienza sul parquet grazie ad un ottimo 54% dal campo (e quasi 40% dall’arco) ed un ulteriore miglioramento nelle varie voci statistiche.

Dopo aver contribuito in maniera sostanziale alla cavalcata di San Antonio verso le Finals, all’ultimo atto della stagione Kawhi si è trovato a dover affrontare niente meno che Lebron James e i suoi Heat: nonostante la sconfitta nella serie per 4-3 ed un tiro libero sbagliato negli ultimi secondi di Gara-6 che avrebbe potuto consegnare il titolo agli Spurs, Leonard ha dimostrato sul campo di poter già competere con i grandi finendo la serie come terzo miglior realizzatore della squadra (14.6) dietro a Duncan e Parker, secondo miglior rimbalzista (11.1) dietro Duncan, migliore in percentuale dal campo (51%) e nelle rubate a partita (2.0).

In sole due stagioni, il collaudato sistema di Popovich aveva trasformato un possibile buon “role player” in un imprescindibile starter, con buona pace di chi durante il Draft 2011 l’aveva snobbato preferendogli i vari Vesely, Kanter e Biyombo.

E siamo così giunti alla stagione 2013-2014, in cui Kawhi ha ulteriormente ritoccato le statistiche e migliorato diversi aspetti del suo gioco prima di presentarsi con la bava alla bocca alle Finals, nuovamente di fronte a Miami: dopo le prime due gare a San Antonio in cui ha un po’ sonnecchiato (9 punti e 2 rimbalzi in entrambe le partite, con 6 falli a carico nella vittoria degli Heat in Game-2), Kawhi è letteralmente esploso nelle 3 gare successive trascinando gli Spurs alla vittoria per 4-1 con medie di 23.6 punti, 9.3 rimbalzi, 2.0 rubate e 2.0 stoppate, concludendo la serie con un clamoroso 61% dal campo e 58% dall’arco.

E, visto che il fato non è mai banale quando decide di intromettersi nella vita di Leonard, quasi non sorprende che il giorno in cui Kawhi ha vinto il suo primo anello davanti al suo pubblico e portato a casa lo stra-meritato titolo di MVP delle Finals fosse anche il giorno in cui negli Stati Uniti si festeggia la festa del papà.

I cronisti già pregustavano qualche dichiarazione strappalacrime da lanciare sulle prime pagine del giorno successivo, ma un apparentemente imperturbabile Leonard ha chiuso la questione in poche parole durante la conferenza post-partita: “Vincere il titolo nel giorno della festa del papà è qualcosa di speciale, ma per il momento sono solo contento di aver vinto il campionato. Mio padre è morto 6 anni fa, e io non ci stavo pensando più di tanto”.

Questo è Kawhi Leonard, classico ragazzo introverso e silenzioso che odia aprirsi di fronte agli sconosciuti e che spesso fatica ad esprimere le proprie emozioni anche davanti ad amici e parenti, l’esatto opposto di molti personaggi da circo che popolano l’NBA dei giorni nostri e che mettono la propria immagine sullo stesso piano di importanza delle prestazioni sportive.

E adesso, con un trofeo di MVP delle Finals sul caminetto e un anello al dito ottenuti già a 22 anni, il futuro di Kawhi appare davvero roseo: Popovich ha già promesso che dalla prossima stagione Leonard diventerà una delle principali opzioni offensive della squadra, mentre per l’era post-Big 3 l’intera organizzazione degli Spurs è pronta ad assegnargli il ruolo di uomo-franchigia dentro e fuori dal campo.

C’è chi ritiene che lo straordinario rendimento del nativo di Riverside sia solo frutto del collaudatissimo sistema di gioco affinato da Popovich nel corso degli anni (non ultimo Kevin Durant, che ha espresso questo pensiero in un tweet cancellato poco dopo) e in parte è sicuramente così, perché dopotutto non è assurdo immaginare che se Leonard fosse finito a Milwaukee o Charlotte adesso non sarebbe certo il giocatore che invece è diventato grazie agli Spurs, ma d’altra parte appare altrettanto ingeneroso mettere l’ex-Aztec sullo stesso piano di altri giocatori che (loro sì) hanno reso al di sopra delle aspettative solo grazie al gran gioco di squadra prodotto dai texani come ad esempio Patty Mills in questa stagione o Gary Neal nella scorsa, così come sembra decisamente scorretto non considerare che Leonard ha lavorato più di chiunque altro per arrivare al suo livello odierno e che continuerà a farlo per assurgere al livello di superstar assoluta nel corso della sua carriera.

In ogni caso avremo la vera controprova del valore assoluto di Kawhi solo nel momento in cui toccherà a lui trascinare la squadra, quindi non resta che aspettare un paio d’anni al massimo e vedere come saprà comportarsi quando Duncan, Parker e Ginobili non ci saranno più: di certo per il momento ci troviamo di fronte ad un ragazzo che ha dimostrato come il lavoro e la giusta mentalità possano portare a risultati straordinari, riuscendo a trasformare in motivazione extra anche un evento tragico come l’assassinio del padre.

Questo è il vostro MVP delle Finals 2014, questo è Kawhi Leonard.

Post By Ivan De Bernardi (14 Posts)

Cresciuto a pane e calcio, nei primi anni 2000 inizia a seguire il basket NBA e nel 2005-06 si innamora del “7 Seconds or Less” dei Suns di D’Antoni: tifoso Phoenix da allora, nutre un’infinita ammirazione per Steve Nash.

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One thought on “Focus: Kawhi Leonard

  1. “l’esatto opposto di molti personaggi da circo che popolano l’NBA dei giorni nostri e che mettono la propria immagine sullo stesso piano di importanza delle prestazioni sportive”

    permettimi una precisazione: ci sono molti giocatori nba che mettono l’immagine BEN AL DI SOPRA delle prestazioni sul campo… purtroppo… o quantomeno questo è quello che ci lasciano capire… molti giocatori non sembrano così motivati da impegnarsi fino in fondo sul campo… al contrario di quel diamante che è kawhi…..

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