Un anno dopo, per la gioia degli appassionati NBA, è ancora Spurs contro Heat.

San Antonio e Miami ci hanno regalato una Finale memorabile, finita in sette partite, dopo una Gara 6 al cardiopalma.

Sono passati dodici mesi è di nuovo Florida contro Texas, LeBron contro Leonard, Duncan contro Bosh, Wade contro Ginobili, Popovich contro Spoelstra e chi più ne ha più ne metta, per una serie che, di certo, non ci lascerà senza argomenti, siano essi prettamente tecnici oppure legati alle tante storie che si intrecciano in queste Finali.

Si va dalla ricerca di un terzo anello per Miami che sarebbe leggendario (gli Heat sono già nella storia per aver raggiunto, primi in 27 anni, le Finali per quattro volte di seguito) visto che, dai tempi di Bill Russell ad oggi, gli unici ad esserci riusciti sono i Chicago Bulls e i Los Angeles Lakers.

Si passa per la ricerca del quinto titolo di Tim Duncan, che pareggerebbe il conto con Kobe Bryant, mentre per Gregg Popovich “la manita” è il numero magico che gli consentirebbe di affiancare un’altra leggenda della panchina, quel Pat Riley che siederà come sempre all’AmericanAirlines Arena dei suoi Miami Heat.

Ci attendono tante sfide tra i cosiddetti giocatori di contorno, da Rashard Lewis a Chris Andersen, da Danny Green a Patty Mills, senza dimenticare la storia del “nostro” Marco Belinelli, lui che era il meno quotato degli italiani approdati in NBA e che invece è il primo a giocarsi le Finali.

Un anno fa trionfò la maggiore fisicità di Miami, che quest’anno è arrivata in Finale passeggiando tra le macerie di una Eastern Conference che non ha saputo contrapporgli avversarie credibili.

Le ultime due squadre incontrate dagli Heat saranno anche quest’anno Pacers e Spurs, ma se Indiana era l’ombra della squadra di inizio stagione, gli Spurs arrivano alle Finali (per la prima volta in back-to-back) avendo superato le forche caudine della Western Conference: Dallas al primo turno, poi Portland e infine i Thunder, che, dopo una partenza 2-0, erano riusciti a far preoccupare quelli dell’Alamo.

Perdere le Finali NBA è sempre un’esperienza devastante, e perderle in Gara 7 (dopo essere stati ad una manciata di secondi dall’alzare il trofeo in Gara 6) ha lasciato delle cicatrici. Lo hanno detto tutti a più riprese, da Timoteo a Ginobili: il sogno era di poter tornare a giocarsela con Miami, per cambiare il finale della serie.

Dall’altra parte, gli Heat hanno due titoli nel cassetto e sono meno affamati, ma hanno la motivazione extra che deriva dalla possibilità di entrare nella storia del basket. Due titoli consecutivi non li hanno vinti in molti, ma tre titoli consecutivi consentirebbero di collocare James e Wade nell’empireo, vicino a Jordan e Pippen o Kobe e Shaq.

Certo, raggiungere quattro Finali avendo Wade, James e Bosh e giocando nell’est di questo lustro è un’impresa da mettere in prospettiva (forse valgono di più le due Finali consecutive degli Spurs uscendo dal Wild West), ma è meglio pensare semplicemente che questi Miami Heat sono il prodotto dell’NBA contemporanea, con i suoi pregi e i suoi difetti, ed è comunque vero che il più grande ostacolo nel raggiungere quattro volte il palcoscenico più prestigioso non sono gli avversari, ma la consunzione interna.

È possibile che uno dei temi della serie diventi il diverso logorio fisico alle quali le due squadre sono state sottoposte nel corso dei Playoffs, e se la serie sarà lunga (come è probabile), gli Heat avranno un piccolo vantaggio, posto che un po’ tutti gli addetti ai lavori ritengono che quest’anno San Antonio sia leggermente favorita sulla squadra di South Beach.

Rispetto all’anno scorso, molti giocatori degli Spurs sono cresciuti (Leonard, Ginobili, Tiago Splitter e Diaw) e le partenze sono state colmate a dovere (dal Beli), mentre quelli della Florida danno l’impressione d’essere solo un anno più vecchi, con la perdita di Mike Miller rimpiazzata in modo insufficiente dagli arrivi di Beasley e da Greg Oden, scomparso dalle rotazioni.

Quest’anno, a differenza del 2013, il fattore campo gioca in favore degli Spurs, ma, per la prima volta da vent’anni, cambierà il formato delle Finali, che ripropone il 2-2-1-1-1 dei Playoffs anziché il 2-3-2 che era ormai diventato classico. Se e quanto peserà la novità lo scopriremo solo in seguito.

Ma, di là da corsi e ricorsi storici, quali saranno i temi tecnici da tener d’occhio nel corso della serie?

Si affronteranno due grandi difese, quindi, come sempre, un elemento chiave sarà riuscire a imporre il proprio pace offensivo: Miami è una squadra che non corre molto volentieri (ventisettesimi per pace durante la regular season), preferendo limitare le azioni in velocità alle sole opportunità di contropiede prodotte tipicamente dalle deflections.

Gli Spurs, al contrario, sono meno legati all’uno contro uno delle stelle, e necessitano di tagli e movimento di palla per produrre i loro tiri ad altissimo coefficiente qualitativo.

La fisicità degli esterni di Miami potrebbe ricordare quella dei Thunder, con Wade, Chalmers e LeBron alla costante ricerca di una palla rubata o dell’intercetto, seguendo l’esempio di Russell Westbrook, ma è evidente che gli Heat dovranno elevare il loro livello difensivo per riuscire nell’impresa, e non va sottovalutato l’impatto di un giocatore come Serge Ibaka in quel tipo di pallacanestro (che espone l’esterno aggressivo ad essere infilato); Spoelstra non ha un Ibaka a chiudere l’area o a uscire in aiuto, quindi gli Heat dovranno per forza di cose usare marcature più accorte e strutturate.

Posto che non serviva difendere ventre a terra per battere Charlotte, Brooklyn e Indiana (ridotta alla sottomissione anche nelle dichiarazioni post gara 6 di David West e Frank Vogel), è proprio l’aspetto difensivo a destare più preoccupazioni tra i fans di Miami.

Sull’altro versante, sarà interessante verificare quali scelte effettuerà Popovich: se Leonard dovesse riuscire a tenere sotto controllo un LeBron meno tonitruante dello scorso anno, gli Heat potrebbero trovarsi nei guai.

Viceversa, è possibile che gli Spurs decidano di seguire il piano tattico dell’anno scorso, basato sulla copertura del verniciato, lasciando così a LeBron e a Wade (che quest’anno prende molto volentieri anche il tiro da tre e sembra balisticamente ispirato) il jumper da lontano, fiduciosi d’essere la squadra più forte a rimbalzo.

Da un punto di vista tattico, è probabile che la serie sia destinata a prendere la via dello small-ball. Gli Heat ne hanno tutto l’interesse, visto come sta giocando Rashard Lewis, e San Antonio può seguirli senza troppi rimpianti, posto che Splitter è un altro giocatore rispetto a 12 mesi fa e che gli Spurs difendono meglio con in campo Duncan e Tiago.

La differenza la farà ovviamente la capacità di mettere il tiro da fuori, sia per Miami sia per gli Spurs, con la differenza che San Antonio ha presenze in post basso capaci di ricevere ed essere pericolose spalle a canestro (Duncan, Splitter, ma anche Boris Diaw, che sta giocando dei Playoffs da uomo in missione), mentre Miami deve quasi sempre costruire dal palleggio e non dispone di big men offensivi veri e propri, fatto salvo per Bosh, che però si è ricavato una solida nicchia come tiratore da 5-6 metri e da dietro l’arco da tre.

Posto che un anno fa giocò una serie dimenticabile (non arrivò a cinque rimbalzi di media), Tiago Splitter quest’anno è cresciuto moltissimo, contribuendo non poco alla fluidità dei movimenti offensivi degli speroni texani.

La sua capacità di essere incisivo su due lati del campo potrebbe far pendere l’ago della bilancia in modo decisivo dalla parte dei neroargento, ma Gregg Popovich dispone di un roster di rara flessibilità ed è perfettamente in grado di rispondere con Boris Diaw allo small ball di Eric Spoelstra. In ogni caso, è lecito aspettarsi molti pick-and-roll tra Bosh e James nel tentativo di trovare punti in avvicinamento, con la penetrazione di LeBron o con il suo scarico per il roller.

Sempre rimanendo in casa Spurs, un ruolo chiave lo giocherà la caviglia di Tony Parker (che non ha giocato il secondo tempo di Gara 6 contro Oklahoma City): la sua ammaliante capacità di arrivare sempre e comunque al ferro (in contropiede come a difesa schierata) sarà utilissima per tenere impegnato Rio Chalmers e per infliggere danni alla difesa di Miami, che, al di fuori di Andersen, non ha un vero e proprio rim-protector.

Se il francesino non dovesse essere in grado di incidere, le chances di Miami aumenterebbero esponenzialmente, anche perché battere l’uomo dal palleggio con continuità da tutto un altro spessore all’attacco disegnato da Popovich, che, viceversa, diventa assai meno ficcante.

Un altro giocatore chiave potrebbe essere Manu Ginobili, inguardabile nella serie finale della passata stagione, e che quest’anno ha accettato la decisione di coach Pop d’usarlo con il contagocce per farlo arrivare fresco a giugno.

La sua serie contro i Thunder testimonia la bontà della scelta, se, uscendo come sempre dalla panchina, l’Anguilla di Bahia Blanca ha chiuso con 15.2 punti, 3.7 assist e il 50% dal campo, facendo a pezzi la second unit di Scott Brooks.

Oltre alle cifre, la sua presenza in campo da autorità, esperienza ed intangibles alla panca degli speroni; uscendo dal pino, cercherà di portare un contributo altrettanto prezioso il veteranissimo degli Heat: Ray Allen.

Mentre l’altro vecchietto, Shane Battier, sta giocando solo 13 minuti per gara in questa postseason -anche se potrebbe tornare utilissimo per il suo tiro da dietro l’arco -Ray è stato, come sempre, il segreto di pulcinella di una squadra nella quale gioca spesso un ruolo cruciale per il suo talento formidabile nel muoversi senza palla per poi ricevere e segnare con una facilità irrisoria tiri difficilissimi, oltre che per l’esperienza che porta in campo ogni sera.

Eric Spoelstra ha dinnanzi a sé una serie che ne decreterà in buona parte la reputazione cestistica: dovesse battere per la seconda volta Popovich, per lui si apriranno le porte del Valhalla dei canestri, ma per farlo dovrà essere abile nel reagire ad ogni mossa di Pop sullo scacchiere tattico, siano il doppio playmaker o i quintetti small con Bonner o Diaw; ci aspettiamo che riesca ad estrarre almeno un jolly dalla panchina.

Se vorranno vincere, gli Heat non potreanno prescindere dalla forma fisica di Dwayne Wade, arrivato alla sua quinta finale NBA. Posto che i Playoffs, a causa del livello proposto dalla competizione, non sono stati capaci di dirci molto, è chiaro che Flash è arrivato a giugno in condizioni atletiche migliori dello scorso anno e sta segnando con percentuali egregie.

Di lui si è parlato poco, ma potrebbe essere un giocatore assolutamente condizionante se dovesse riuscire a marcare Green con continuità e a caricarlo di falli dall’altra parte.

Non li abbiamo quasi menzionati, ma ovviamente a giocare un ruolo di primo piano saranno le due superstar, Duncan e LeBron.

James porterà in campo la consueta dose di…tutto, mentre Duncan sembra concentrato come raramente lo abbiamo visto in carriera (e non è mai stato un tipo particolarmente svagato); dopo aver battuto Durant e compagnia ha detto “questa volta ce la faremo” e non aveva l’aria di scherzare.

Mentre LeBron James incontra sulla sua strada Kawhi Leonard, Duncan affronterà un Chris Bosh che non da il suo meglio nella marcatura uno-contro-uno in post basso, ma che, in compenso, è fondamentale sia per il funzionamento della difesa degli Heat che per il loro attacco, basato com’è su un tipo di spaziature che non si può ottenere se il lungo di riferimento staziona nelle vicinanze del canestro.

Vi salutiamo con le parole di Dwayne Wade, valido preludio per una serie che, comunque vada a finire, potrebbe segnare la fine di un’era:

Non puoi sapere come si svilupperà la tua vita e la tua strada. Se fai le cose come dovresti, nel modo in cui ritieni vadano fatte, vivendo con i tuoi errori, traendone insegnamento e essendo te stesso, ti capiteranno grandi cose. (…) Ci siamo collocati in una posizione ottimale, e continueremo a tentare di goderci questo momento che stiamo attraversando, perché è fantastico. È qualcosa che, per tutto l’arco della nostra esistenza, riempirà le vite di noi atleti.

Buone Finali NBA a tutti!

 

Post By Francesco Arrighi (199 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall’ASB di Limardi e Gotta.
Una volta mi chiesero: “Ma come fai a saperne così tante?” Un amico rispose per me: “Se le inventa”.

@francescoarrigh

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2 thoughts on “Spurs vs Heat, All Over Again!

  1. Celtics e Lakers per le 4 finali consecutive…però bell’articolo! buone finali a tutti

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