mjkob767Al termine della stagione 1992-93, Michael Jordan, fresco di terzo anello, decise di prendere una strada diversa, rischiosa, ma comunque lontana dal basket che conta.

Dopo quasi dieci anni di carriera, il nativo di Brooklyn (sì, New York!) intraprese la via del baseball, sua grande passione di quando era piccolo e, soprattutto, grande passione del papà, James, morto qualche mese prima all’interno della sua Lexus, assassinato da due rapinatori. Fu proprio quell’episodio a convincere Air Mike a dare il suo forfait ad uno sport che gli aveva già dato tanto.

Ora vi starete chiedendo cosa c’entra tutto questo discorso con il particolare argomento che andremo a trattare (?). Beh, c’entra eccome, dato che da quel preciso istante si cercò subito un suo erede, un altro giocatore in grado di dominare la lega e con le stesse caratteristiche del numero 23 dei Bulls.

Grant Hill, Penny Hardaway, Jerry Stackhouse, furono tutti etichettati con la bolla di “Futuro MJ”, ma nessuno di essi arrivò mai al livello di quello vero. La caccia disperata terminò non appena Jordan tornò alle origini, cioè al gioco dalla palla a spicchi.

Ma qualcosa stava accadendo, mentre “Sua Altezza Aerea” si apprestava a tornare sul parquet. Precisamente nei dintorni di Philadelphia, Lower Merion High School, dove un giovanotto di nome Kobe Bryant sta “distruggendo” tutti i canestri delle palestre della Pennsylvania.

E’ letteralmente un fenomeno, tanto da stabilire il nuovo record statale di punti durante il quadriennio scolastico. Ma non molti ne parlano, almeno non è al livello del come back del suo grande idolo, proprio Michael Jordan, che intanto firma un altro Larry O’Brien Trophy e l’ennesimo titolo di MVP delle finali.

Kobe deve aver guardato ammirato quelle fantastiche gesta che hanno mandato in confusione i Seattle Sonics di Gary Payton e George Karl, tifando per MJ e scalpitando nell’attesa di poterlo sfidare. Sì, perché Kobe, a differenza del suo beniamino, decide di saltare direttamente dall’high school alla NBA, senza passare per quel college che ha dato tante emozioni a Jordan con la maglia di North Carolina.

Come ricorderà in un’intervista: “E’ stato anche grazie a Dean Smith che sono diventato ciò che sono.”

Bryant, però, questo discorso non lo può fare. Lui è già una celebrità, la Nike gli ha già offerto un contratto ed è pronto a diventare il più giovane giocatore della storia a solcare un parquet della lega di basket più importante al mondo. L’università non è più un passaggio obbligatorio per diventare qualcuno e Kevin Garnett è stato il nuovo apripista appena un anno prima. D’altronde i tempi sono cambiati e ben presto ci sarà un’autentica invasione di liceali.

Kobe viene così scelto con la chiamata numero 13 dagli Charlotte Hornets, guarda caso squadra della città adottiva – se così possiamo definirla – di Jordan. Ma i destini si incrociano per poco e Bryant viene immediatamente mandato ai Lakers in cambio di Vlade Divac.

Purtroppo, all’epoca, i liceali non erano ancora visti bene. Troppo immaturi per poter giocare nella NBA da subito, ma troppo talentuosi per lasciarli andare altrove. Una sorta di ipocrisia dirigenziale a cui pochi aderivano, ma da cui molti si astenevano. Jerry West fu uno che aderì a questa nuova politica ed ecco che fece la sua fortuna.

Jerry fu come un Dean Smith per Bryant. Un vero e proprio mentore, un’ancora di salvezza. E quando le cose con coach Del Harris non andavano bene, Kobe si andava a rifugiare proprio nelle braccia del padre putativo, ma non per un fatto di ruffianaggine, bensì per poter prendere i consigli migliori e trarne beneficio.

22775444-412La prima collisione fra le due stelle, avvenne il 17 dicembre del 1996 in cui Jordan ne sputò “appena” 30 con 9 rimbalzi. Ma il numero 8 dei Lakers giocò solo 10 minuti, per questo non è propriamente la partita che tutti ricordano.

Il Kobe vs. Jordan da manuale è quello del 28 marzo 2003. L’incontro che ha segnato l’ufficiale passaggio di consegne.

Con un MJ ormai sul viale del tramonto, alle sue ultime apparizioni sui parquet NBA, Bryant manifesta tutto il suo immenso talento, sfoderando una prestazione da 55 punti, di cui 42 segnati nel solo primo tempo. Michael è costretto ad inchinarsi a tale supremazia e passare lo scettro reale. Un ultimo saluto, quindi, degno di nota, in una serata magica. La staffetta è completata, la ricerca dell’erede è finita, Kobe può ufficialmente essere incoronato.

Ma le analogie tra i due non si fermano solo al destino o alla semplice idolatria. In tutti questi anni, Bryant è apparso la pura reincarnazione di MJ. Quello che appariva come un mito unico ed inimitabile, ha trovato il suo sosia cestistico, la sua simbiosi perfetta. Allora attraverso a cosa passa questa snaturata somiglianza?

Phil Jackson 

Se Coach Zen ha potuto nominare il suo nuovo libro “Eleven Rings” lo deve anche e soprattutto a questi due giocatori. Sì, perché il buon vecchio Phil ha avuto la possibilità di lavorare sia con Michael Jordan durante la conquista dei sei titoli, confezionati in due threepeat, che con Kobe in differenti occasioni, perdendo due finali, ma vincendone ben cinque.

Ma se il suo rapporto con MJ è stato stile padre-figlio, formato da un totale rispetto l’uno nei confronti dell’altro, quello tra lui e Bryant è stato più d’amore-odio. Un rapporto sconfinato in diversi battibecchi mediatici, frecciatine varie e scioperi del tiro che hanno letteralmente fatto sbroccare il coach durante la stesura del suo primo romanzo, in cui definiva Kobe un giocatore letteralmente ingestibile dal punto di vista caratteriale.

kobe-bryant-vs-michael-jordan-identical-highlights-video-HHS1987-2012Nonostante tutto questo, Bryant ha espresso al meglio le ideologie del coach che è stato realmente il primo a riconoscere in lui un qualcosa di già visto. Un piccolo Jordan che è cresciuto nel corso del tempo, prima sotto l’ombra di Shaq, poi sfociato nel leader da 81 punti in una partita e dai due titoli consecutivi (2009 e 2010).

E’ stata proprio l’ingombrante ombra di O’Neal, preferito negli schemi di Jackson, a rallentare l’esplosione di Kobe, avvenuta non appena le chiavi della squadra sono passate nelle sue mani. Quando le persone hanno iniziato ad accorgersi finalmente di lui, hanno anche incominciato a paragonarlo ad MJ, tanto che Bryant ha voluto subito approfittarne vestendo il numero 24 al posto del classico 8. Un gesto simbolico, come se il numero 23 avesse fermato la lega troppo a lungo e fosse ora di scattare avanti e pensare al futuro.

D’un lampo fu Jordan a diventare il predecessore e non Kobe ad essere il suo seguito, il suo lascito, come se volesse far godere ai prosperi ancora un po’ di spettacolo targato Air Mike. Tornando a Jackson, nel suo nuovo libro, ha trovato, però, più differenze che analogie. Ha pizzicato di più colui che se lo meritava maggiormente e ha un po’ sfatato questo mito della reincarnazione cestistica.

Leadership 

Innanzitutto è partito da ciò che lui ritiene più importante per un giocatore di basket a questi livelli, cioè la capacità di essere un leader. Se non hai carisma, se non hai il giusto carattere per affrontare gli avversari e per guidare i tuoi compagni verso il successo, beh non puoi ritenerti un vero condottiero, un top player.

Quando Jackson arrivò a Chicago, nel 1989, Jordan era già un giocatore affermato, vincitore di un titolo di MVP nel 1988 e di un Defensive Player of the Year, sempre nello stesso anno. Non ci fu bisogno di spronarlo più di tanto, perché era un leader vero e proprio. Forse aveva solo bisogno di un coach che mettesse su in sistema vincente e così fu. Arrivarono tre titoli di fila tra il 1991 e il 1993, anno del primo ritiro.

Per Bryant le cose si sono svolte in maniera assai differente. Di versione jordaniana ne abbiamo vista solo una, nonostante i due ritiri e tutte le pressioni che c’erano su di lui ogni volta che solcava un campo da basket. Michael è stato visto come un Dio per una decina d’anni, una macchina perfetta a cui non si poteva attribuire nessuno sbaglio. Non è facile vivere e giocare con tutti gli occhi puntati addosso, quando ci sono persone che anche per una palla persa iniziano a storcere il naso. Questo dimostra un’integrità caratteriale fuori dal comune, una mentalità fredda e vincente, un uomo tutto d’un pezzo che poneva la squadra al centro di tutto e poi se stesso.

celebrateL’ego smisurato può rovinare un giocatore e in questi anni ne abbiamo visti veramente tanti, ma MJ era dotato di buon senso e tirava fuori il suo “egoismo” solo quando ce n’era bisogno, dosandolo in base alle esigenze del team. Per questo Phil ritiene che Michael sia stato un condottiero migliore rispetto a Kobe, di cui sono state viste svariate versioni.

Bryant ha impiegato del tempo per mettere da parte la sua indole da highschooler, sempre al centro dell’attenzione, capriccioso e mai contento delle scelte dirigenziali. La sbocciatura e la definitiva maturazione è avvenuta con il trattamento Jackson II, guarda caso proprio dopo lo svezzamento da Shaq, intanto passato a Miami.

Certo, Kobe non muterà mai la sua indole di giocatore solista e testardo, ma in questi ultimi anni è riuscito a limitarsi e a far uscire il vero leader che era in sé. Quello che sgrida i compagni, quello che si assume le responsabilità quando le cose vanno male e quello che cerca di accogliere meglio le decisioni prese dalla dirigenza. Jordan non avrebbe mai abbandonato i Bulls nei momenti di difficoltà, così come Kobe non lo ha mai fatto con i Lakers e su questo non possiamo dire nulla.

Attacco

Chi è il migliore attaccante fra i due? E’ una domanda ricorrente tra quelli che si occupano di paragoni scomodi come questo.

Secondo Jackson, i due hanno un modo simile di giocare, anche perché entrambi coinvolti, per gran parte della loro carriera, nel Triangle Offense, celebre tattica ideata da Tex Winter, ex assistente di Phil.

Quando Shaq era a Los Angeles, Kobe si trovava spesso libero di tirare o penetrare perché le attenzioni erano rivolte completamente su Diesel vero grande pericolo dell’attacco giallo-viola. Gran parte a questo motivo è dovuto il record di triple o le prestazioni superiori ai 40 punti.

Non appena le due strade si separarono, nell’ormai lontano 2004, Kobe dovette iniziare ad arrangiarsi di più, a trovare soluzioni diverse per continuare a bucare la retina con facilità. Il suo immenso talento e la sua visione di gioco, gli hanno permesso di integrarsi splendidamente con qualsiasi tipo di tatticismo e non.

Il suo bagaglio tecnico è davvero pesante, talmente tanto da permettergli di uscire dagli schemi e di trovare soluzioni diverse, come un jump shot in uscita dagli scarichi, un crossover con fade away, una penetrazione con layup finale o se vogliamo andare proprio sullo spettacolare, sul suo marchio di fabbrica, cioè il reverse layup o la schiacciata a due mani. Un bagaglio tecnico molto simile a quello utilizzato da Jordan.

Per i motivi spiegati prima, però, MJ tendeva a forzare un tiro o a tentare l’isolamento quando non vi erano altre opportunità, mentre Kobe, per la sua testardaggine di cui sopra, tende a forzare di più l’azione solitaria e a non accorgersi dei compagni, soprattutto nella versione del post-Shaq, prima dell’arrivo di Pau Gasol.

Questo egoismo aveva pure sollevato delle critiche nell’ambiente, ma finché la palla va dentro non c’è nessun problema, è quando comincia ad uscire che i nasi iniziano a storcersi. Ma se c’è una cosa per cui tutti e due andavano e vanno pazzi è il clutch shot, il tiro vincente, quello che decide non solo una partita, ma magari una serie di playoff o addirittura il titolo, come quello del 1998.

Visione di gioco 

La visione di gioco non è solo saper leggere le difese per poter arrivare meglio alla conclusione, al canestro. Se la vogliamo mettere su questo piano, entrambi sono dei grandi lettori e finalizzatori, forse i migliori di sempre. Ma nel ball handling e nella fase di passaggio come se la sono cavata in tutti questi anni?

Tralasciando le cifre, molto simili tra loro, Jordan aveva un’abilità nell’assist decisamente più fantasiosa, stile Magic Johnson, per intenderci. Non realizzava quasi mai un passaggio banale, doveva sempre metterci l’originalità. Ovvio che adesso essere originali è un problema, ma MJ era un vero portento quando si trattava di servire i compagni, tanto che nell’80% dei casi si trovava a portare palla, a dettare gli schemi e a collezionare assist su assist.

La sua migliore stagione sotto questo punto di vista è stata quella del 1988-89 in cui servì otto palloni di media a sera, conditi da altrettanti rimbalzi, per uno dei suoi migliori campionati di sempre. In quell’anno fece registrare pure una partita da 17 assist e 12 gare consecutive in doppia cifra con l’incredibile record di sette triple-doppie di fila e 10 in 11 gare. Negli anni successivi, le sue medie si sono sempre aggirate intorno ai 5-6, toccando anche bassi come i 3.5 del 1998. Ma essendo prima di tutto uno shooter, un realizzatore puro, la sua visione di gioco era visibilmente sopra la media.

Per quanto riguarda Bryant, le sue skills nel passaggio sono molto simili a quelle di Jordan, con la sola differenza che Kobe si trovava a dover scaricare la palla non appena le attenzioni si concentravano su di sé. Solo nelle ultime stagioni, vista anche l’età che avanza e gli acciacchi pure, il numero 24 ha dovuto aumentare la sua visione di gioco, diventando un vero e proprio playmaker e l’ultima stagione ne è la dimostrazione, nonostante la presenza, non molto presente, di uno come Steve Nash.

In poche parole, se dovessimo paragonarli a LeBron James come sviluppo del gioco, perderebbero entrambi senza discussioni, ma se avessero concentrato di più la loro carriera sul passaggio, molto probabilmente non sarebbero diventati ciò che sono ora.

Difesa

Phil Jackson parla anche dell’aspetto difensivo, non così fondamentale nel suo gioco, ma praticato in maniera eccellente da entrambi i suoi giocatori. Jordan viene definito più forte, più determinato nell’intimidire gli avversari, anche grazie al suo snaturato trash talking che ha ispirato parecchi giocatori (vedi Garnett).

Riconducendoci alla visione di gioco, Michael sapeva leggere bene anche gli schemi avversari, appostandosi spesso sulle linee di passaggio e strappando dalle mani distratte, palloni che poi si sarebbero tramutati in contropiede. Questa sua intensità difensiva gli ha permesso di entrare 10 volte nel primo quintetto difensivo e di vincere un premio di difensore dell’anno.

Kobe, nella sua adolescenza, ha avuto la possibilità di ammirare anche le abilità di Jordan nella sua metà campo, traendone beneficio. Coach Zen racconta come Bryant curasse molto l’aspetto difensivo durante gli allenamenti. “Si fa presto ad essere un ottimo attaccante, ma bisogna anche saper difendere” disse una volta, qualcuno. Ma a differenza del suo predecessore, Kobe tende fare affidamento sulla sua maggiore flessibilità e astuzia, prendendo troppi rischi e venendo spesso fregato.

Epilogo

In conclusione, nessuna comparazione può essere fatta se non si valutano prima le differenze.

Phil Jackson ha avuto la necessità di tirarle fuori e di far capire al mondo quale opinione ha dei due giocatori più significativi e vincenti che abbia mai avuto, provando a fare chiarezza tra affezionati e discordanti.

Oggi magari lo ringraziamo, ma domani torneremo tutti a pensarla a modo nostro, e per il mio modestissimo parere, Kobe e Jordan avranno pure parecchie cose in comune, ma rimarranno sempre due figure ben distinte che hanno fatto parte della mia infanzia e poi adolescenza.

Post By Nicholas Lippolis (112 Posts)

Scrive per playitusa dal 2012. Esperto di NBA, NHL ed MLB.

https://twitter.com/NikLippolis

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2 thoughts on “Le sfide impossibili: Michael Jordan vs Kobe Bryant

  1. complimenti per articolo. Tra i 2 spiace dirlo vince jordan ma su una cosa non sono d’accordo. pur essendo un leader superiore, soprattutto se confrontato, lungo l’intero arco della carriera, non ritengo jordan tanto più altruista di bryant e credo che il numeordi tiri presi a partita lo dimostri abbastanza. però dava la sensazione di fidarsi un pelo di più dei compagni. quello si

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