20130628-232827.jpgMentre il cuore dei tifosi dei Celtics ha appena iniziato a sanguinare, c’è un altro gruppo di fans che vede l’immediato futuro un po’ più roseo. Da quando i Nets sono sbarcati a Brooklyn è chiaro che i progetti sono stati pensati in grande e che un magnate russo non ci mette la faccia e soprattutto quei soldi – tanti soldi – solo per partecipare al “gioco più bello del mondo” ma, potenzialmente, per vincere.

Non è detto che i Brooklyn Nets vincano, o vincano subito, però è da leggere in questo senso la trade di questa notte che ha portato alla corte di Prokhorov due vecchi campioni del calibro di Paul Pierce e Kevin Garnett.

Lo scambio era da tempo più nella testa di Danny Ainge, probabilmente, che in quella della dirigenza newyorkese. Il GM di Boston era ormai arrivato di fronte a un bivio: la scelta era prendere la strada di un romantico tramonto, con Pierce (soprattutto) e KG a terminare la carriera in biancoverde, limitando di fatto la possibilità di muoversi sul mercato, ma seguendo quanto fatto 30 anni fa da Auerbach con Bird e McHale. E tutti sanno poi quanto c’è voluto, tra tragedie e cattive scelte, per tornare a competere e vincere un titolo NBA, ovvero ben 22 anni.

Oppure in alternativa incamminarsi un po’ più di corsa, un po’ più rapidamente, verso una ricostruzione quasi immediata, nel momento in cui ci si fosse resi conto che con i “grandi vecchi” si poteva magari arrivare ai PO come nell’ultima stagione, ma difficilmente si sarebbe alzato un altro banner prima delle loro maglie da ritirare.

Così Ainge ha deciso. Una mossa sicuramente impopolare ma che dà fin da subito la squadra nelle mani di Rajon Rondo, rientrante dall’infortunio al crociato, col supporto di Green e poco altro. Accumulare scelte e liberare contestualmente spazio sotto al cap è il mantra che l’ex-44 biancoverde ha deciso di seguire, filosofia facile da enunciare, complicata poi da mettere in atto, soprattutto con i limiti imposti dalle regole NBA.

Per Brooklyn invece è una grande occasione, o sempre potenzialmente, lo è per la prossima e forse un’altra stagione. Passare da co-zimbelli della Lega (bene o male a pari merito con i Clippers) a possibili contenders non è semplice. Ci vuole tempo e le persone giuste a prendere le decisioni migliori per le sorti della franchigia.

Jason Kidd, uno che la storia dei Nets l’ha già fatta da giocatore, guidando la squadra a due Finals consecutive quando conduceva il suo personale “flying cyrcus” insieme a K-Martin e Richard Jefferson, si trova ora alla sua prima esperienza in panchina. Il Kidd coach è ovviamente tutto da scoprire.

Possiamo ipotizzare che dal pino cerchi di inculcare nei suoi giocatori i concetti che ha sempre dimostrato di gradire nei panni di uno dei migliori playmaker di sempre della Lega: gioco in velocità esteso su tutti i 28 metri del parquet.

Altra bella filosofia con le sue altrettanto importanti difficoltà nella dimostrazione pratica. Puoi farlo con una squadra giovane e atletica, ma è ugualmente possibile quando 3-4 uomini chiave del tuo quintetto sono dei veterani di mille battaglie con chilometraggio infinito nelle gambe?

Deron Williams sarà il faro della squadra, l’uomo al quale Kidd cercherà di trasmettere tutto quello che sa e che vuole vedere in campo dalla sua point-guard. Le caratteristiche per alcuni versi potrebbero essere simili, tra l’ormai ex-giocatore e Williams.

Il fisico c’è, le capacità di ball-handling pure, manca certamente qualcosa a livello di “illuminazione” nel trovare i compagni magari al ferro, ma anche qui bisogna essere in due, e l’ex Utah non ha sempre avuto in carriera dei compagni al suo livello. Da Ottobre li avrà, tutto sta nel vedere se il roster a disposizione riuscirà ad essere sempre allineato alla stessa pagina dello spartito.

Durante l’ultima stagione e in particolare nei playoffs è emerso prepotentemente Brook Lopez che così, in breve tempo, è diventato uno dei cardini della squadra e che con D-Will forma quello che una volta si chiamava l’asse play-pivot.

In effetti del pivot vecchio stampo Lopez ha sia movenze che stazza, mentre le mani non sono propriamente quelle di uno che può finire solo negli ultimi metri, tutt’altro! Mettiamo insieme queste caratteristiche e ci rendiamo conto di come il centro sia praticamente inamovibile e la coesistenza con Garnett non è detto che possa, di conseguenza, funzionare…

KG sta giocando – negli ultimi anni – più da centro che da ala forte, visto il basket che viene messo in campo anche nella NBA così come nel resto del mondo. Contro Miami, che rimane ovviamente il punto di riferimento tra gli avversari, è impensabile (e le Finals contro San Antonio sono qui fresche fresche a dimostrarlo) che Kidd possa schierare continuativamente la sua front-line al completo.

In questo senso un giocatore come Gerald Wallace facilitava le cose, per la sua duttilità tattica e la capacità in difesa di tenere gente dal fisico e l’esplosività di un LeBron James, tanto per fare un nome (non) a caso. Invece l’ex-Portland ha preso la strada inversa, quella verso Beantown, e in un quintetto “classico” il ruolo di anti-James potrebbe continuare ad averlo Pierce, come accadeva al TD Garden, ma con uno schieramento a “4 esterni” le cose si potrebbero complicare, e non poco.

Proprio il capitano biancoverde arriva in modo inaspettato a Brooklyn. Di Garnett in partenza verso Los Angeles, sponda Clippers, ormai tutti se ne erano fatti una ragione. Quelle riguardanti Pierce sembravano solo voci che ogni estate escono, ma che mai si concretizzano. Invece…

Double P ha sicuramente ancora un paio di anni, al netto di infortuni non preventivabili, di grande pallacanestro. Finirà tra i grandissimi della storia dei Celtics, ma evidentemente non riteneva – a ragione – di essere già disponibile per un museo.

Contemporaneamente lui stesso non era dell’idea di riuscire a “sopportare” un’altra ricostruzione, al pari di Rivers. Questo il fondamentale motivo della sua partenza. Cleveland dava solo due seconde scelte future, così l’operazione in uscita da parte di Ainge sembrava congelata. Poi è arrivata questa opportunità e in un colpo solo Boston si è liberata dei due contratti (prendendosi quello di Wallace, in realtà, e quello di Humpries che però scade la prossima estate).

I Nets hanno colto la palla al balzo perchè vogliono vincere, e vogliono farlo subito. Contestualmente però anche la panchina andrà ristrutturata. Arrivato come “accessorio” della trade anche Jason Terry che in realtà potrebbe essere uomo determinante proprio venendo dal pino, suo storico ruolo ai tempi dei Mavs campioni, e ricoperto con grande efficacia.

Peccato che le ultime performance in quel di Boston non siano molto incoraggianti, ma il Jet è un campione – nel suo ruolo – e vorrà di certo riscattare la brutta stagione in biancoverde.

In particolare JT potrebbe subentrare per dare minuti di riposo a Joe Johnson, oppure formare con lui e Williams un trio dietro molto offensivo, con Pierce nei momenti caldi degli incontri a giocare da “finto 4” e KG o Lopez da unico lungo.

Johnson che è rimasto ai Nets non è ancora riuscito, dopo gli esordi guarda caso ai Celtics e le annate passate ad Atlanta, a togliersi di dosso l’etichetta di giocatore forte ma col quale non vinci nemmeno al torneo di briscola in parrocchia. Al suo gioco sonnolento Johnson dovrà gioco-forza aggiungere quell’aggressività che non si compra, ma che si può imparare (vedi Allen e Pierce con l’arrivo di Garnett a Boston e la super-difesa strutturata da Thibodeau) e in attacco capire come coinvolgersi nel gioco senza fermarlo eccessivamente.

Sembra in effetti che possano servire i proverbiali 4-5 palloni a una squadra così, quando chiaramente a disposizione ce n’è uno solo. Come insegnava Coach Tex Winter: solo il 20% del tempo, se diviso equamente tra i cinque in campo, un giocatore ha la palla in mano. Facile capire che il gioco senza palla diventi fondamentale se si vuole essere comunque pericolosi nel restante 80% del tempo!

Kidd dovrà adattare le sue idee, in sintesi, ai giocatori a disposizione. Forti son forti, non di primo pelo, e l’abbiamo detto. La medaglia ha sempre due facce quindi impiegare i talenti di questi all-stars nel giusto modo, senza al contrario esporne le debolezze, potrebbe portare a ottimi risultati. Rallentare il gioco senza renderlo stagnante, dividersi la boccia in attacco, collaborare (con Garnett dietro a ringhiare penso venga quasi istintivo a metà del primo allenamento pre-stagionale…) nella propria metà campo.

Questi gli ingredienti perchè Pierce e The Big Ticket non si siano garantiti solo un pre-pensionamento di lusso e gli stessi Nets possano davvero ambire a fare strada in quei playoffs che a meno di caramboleschi scenari contrari dettati dalla malasorte devono essere il reale obiettivo della prossima stagione, puntando in alto, magari fino alle NBA Finals.

@a_p_official

 

Post By Andrea Pontremoli (7 Posts)

Ex-giocatore e poi allenatore a livello di settore giovanile in Toscana e Umbria. Scrive di basket americano dal 2005. Autore del libro “Il triangolo… sì, io lo rifarei” unico testo in italiano (con prefazione di Raffaele Imbrogno) dedicato alla Triple-post Offense di Coach Tex Winter.
@a_p_official

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6 thoughts on “Nets: right here, right now!

  1. Bell’articolo! Al di là dei romanticismi di Pierce che lascia Boston, mi sembra uno squadrone. Nel 2007 sarebbe stato titolo assicurato ;) al giorno d’oggi giocheranno un basket d’altro tempi: molto post, ritmo controllato. Grazie al cielo che i due lunghi tirano anche da lontano.
    In ogni caso si tratta di gente più “seria” dei losangelini (e anche dei miamitani) e, secondo me, più facile da amalgamare. Nessuno di loro è un mangia palloni: tutti giocatori che amano anche un gioco di squadra. Forse le due personalità che possono entrare maggiormente in conflitto sono Williams e Pierce. Spero si abitueranno a chiamare un paio di giochi a testa.

    Un’ultima considerazione: ricordano solo a me i Blazers di Pippen???

  2. O vincono subito o questa trade non ha senso. Bell’articolo e considerazioni giuste sull’equilibrio che Kidd dovrà trovare per il suo quintetto

  3. Quintetto molto forte, sicuramente vecchio per una corsa di 1-2 anni, però è molto affascinante vedere una squadra del genere. Sec me la chimica la trovano più velocemente di quanto ci aspettiamo.

    Ritengo che sia stata una trade soddisfacente per entrambe le franchigie.
    I Brooklyn hanno ora uno quintetto per puntare al titolo (il resto della squadra va modellato), mentre i Celtics hanno preso una valanga di scelte (mi pare che ne abbiamo 9 scelte al primo giro nei prossimi tre anni…ma potrei sbagliarmi) ed inoltre sec me ad Est non è malaccio un quintetto con Rondo – Green – Wallace – Bass – Humphries. Dalla panca Bradley e compagnia bella.
    Ad Est questa squadra, a mio parere, può arrivare ai PO e chiaramente non sperare di andare oltre un primo turno però ai PO ci arriva. E non sottovalutiamo che nel 2014 i Celtics avranno un bello spazio di manovra per la succulenta free agency.
    Ainge mi sembra un GM con molto sale in zucca, magari fra 2-3 anni, con le mosse, giuste ritroviamo i Celtics a battagliare per lo stendardo.

  4. Le scelte dei Celtics al primo giro saranno 2 all’anno per i prossimi 5 anni. Al momento, perché scambiando anche Rondo e/o Bradley e/o Green ne arriverebbero altre. Ainge vuole ricostruire dal draft per poi magari arrivare a qualche all-star scambiando i propri rookie migliori, vedi quel che ha fatto in passato con Al Jefferson. Ora però non esageriamo elogiando la squadra attuale che fa pena e perderà la maggior parte delle partite per almeno un paio di stagioni.

  5. No beh i Celtics fanno pena figuriamoci se partisse anche Rondo. Brooklyn per vincere subito ma i dubbi non sono solo inccampo, Kidd è più di una scommessa

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