Oscar Robertson, Jerry West, Larry Bird, Michael Jordan e LeBron James.
No, non ci si sta divertendo a creare quintetti utilizzando i giocatori migliori della storia (e questo sarebbe un interessantissimo quintetto di smallball estremo), ma semplicemente questi sono cinque dei sei giocatori in grado di mettere a referto le seguenti medie durante le loro prime sei stagioni di carriera: 20 punti, 5 assist, 5 rimbalzi. Il sesto iscritto al Club si chiama Grant Henry Hill.

In queste sei stagioni il dato minimo per quanto riguarda le percentuali dal campo è stato il 45%, mentre nella stagione da Sophomore (!!!) il ragazzo si permetteva di metterne 20 comodi, conditi da praticamente 10 rimbalzi e 7 assist. Giocatore totale, probabilmente la cosa più simile ad un Beta Test dell’adroide LeBron James.

Se proprio si vuole trovargli un difetto, va detto che il tiro da 3 era carente sia qualitativamente che quantitativamente. Ma a nessuno importava, perché il fisico era di primissimo ordine e permetteva una combinazione di potenza e agilità non proprio ordinaria, abbinata a leve lunghissime, che consentivano robe di questo genere in attacco:

E non era insolito vedergli fare anche giocate difensive di una certa rilevanza, soprattutto nei momenti caldi delle partite, quando puntualmente s’accoppiava con il pariruolo più forte degli avversari. Non a caso sul finire di carriera si è trasformato spesso in specialista difensivo, ottenendo anche discreti risultati come Kobe Stopper, e costringendo il 24 ad uno dei canestri più belli della sua carriera (quello con pacca ironica a coach Gentry, per intenderci).

Il successo di Grant Hill sembrava scritto nelle stelle. Infatti il ragazzo era arrivato a Duke nel 1990/91, a rafforzare una squadra che era arrivata ad un passo dal vincere il titolo l’anno prima, grazie alle prestazioni di Laettner (quello normale del Dream Team) e Bobby Hurley.

Probabilmente fin da subito Hill sarebbe potuto essere il giocatore più devastante del team, ma la sua indole lo portava già a quell’età a fare ciò che fosse il meglio per la squadra ed i compagni, prima che per sè stesso.

Non importava fare 20 punti a partita, se in qualche altro modo si poteva contribuire a migliorare il gioco di Laettner e concedere più spazio ad Hurley. La parola chiave era “vincere”, ed infatti si vinse per due anni. Oggi esiste un aggettivo sul vocabolario per indicare giocatori del genere: Duncaniano.

In quei due anni arrivano anche i primi due titoli di Michael Jordan, ex stella di North Carolina (storica rivale di Duke) e quindi i paragoni cominciano inevitabilmente a piovere. E come testimoniano le già citate prime sei stagioni di Grant Hill una volta passato tra i professionisti, quei paragoni non sembrano neppure troppo azzardati.

L’altra cosa che accomunava i due giocatori era la loro fortissima personalità ed intelligenza, che li portava ad avere un carisma fuori dal campo pari se non superiore rispetto all’aura che emanavano in calzoncini e scarpe da ginnastica.

Grant Hill è diverso dagli altri. Mentre gli altri si limitano a beat e rime, lui si diletta a suonare il piano e colleziona opere di artisti afro-americani. Fin da subito dimostra inoltre uno spiccato interesse nell’impegno sociale (cresciuto notevolmente nel corso della carriera), mentre probabilmente 8 giocatori su 10 neppure sanno cosa significhi la filantropia.

Fino a qua tutto perfetto, ma come è ben noto qualcosa è andato storto, altrimenti si sarebbe sentito meno parlare di Jordan come disse una volta il mai troppo amato Avvocato.

Grant Hill capisce che a Detroit le cose non stanno andando come dovrebbero. Malgrado il suo rendimento stellare (nell’ultima stagione ai Pistons sfiora i 26 punti a partita con quasi il 50% dal campo), la squadra non fa strada ai Playoffs e qualche volta neppure li raggiunge. Così dieci anni prima della storica Free Agency del 2010, Hill porta i suoi talenti in Florida, sponda Orlando Magic, dove va a formare una delle coppie potenzialmenti devastanti della Lega assieme a Tracy McGrady. Com’era quella storia della Beta Test di LBJ?

Non fa però in tempo a firmare il suo nuovo contratto da circa 90 milioni di dollari, che la sua caviglia comincia a dargli noie, costringendolo a saltare 78 partite nella sua prima stagione ai Magic. Non va per nulla meglio nelle successive tre stagioni, dove giocherà meno di 50 partite complessive.

Cinque operazioni in quattro anni, con annessa una gravissima infezione da stafilococco che quasi ne mette a rischio la vita stessa. Il giocatore che era destinato a sostituire Michael Jordan nell’immaginario, durante il suo prime fisico e mentale, passa più tempo in ospedale che sul campo. Considerando i problemi fisici avuti anche dal suo compagno McGrady ci basta una parola per descrivere quel progetto Magic: flop.

In tanti al suo posto si sarebbero arresi, ma si è già detto che quella testa non c’entra nulla con quella della maggioranza dei colleghi, probabilmente con la maggior parte di tutti gli esseri umani.

“He wanted to play so badly” ricorda ora Capel, suo compagno nella edizione di Duke priva di Laettner ed Hurly, dove Grant Hill svolgeva il ruolo di chioccia. Tanto è l’affetto e la stima dei suoi ex compagni di squadra e di tutti gli addetti a lavori, che il vederlo arrancare in tal modo si trasforma in sofferenza collettiva.

Di nuovo tempo di cambiare e nel 2007, tramite Free Agency, il giocatore approda in Arizona, desideroso di dare una mano a Steve Nash e Stoudemire, perché mettersi al servizio degli altri non era mai stato un problema quando era il più forte, figurarsi ora che deve reinventarsi sidekick.

Grant Hill allora rinuncia a tantissimi possessi in attacco, sparisce praticamente del tutto la Point Forward che tanti appassionati aveva fatto sbavare e si mette perfino qualche tiro da 3 in più, che nel Playbook dei Suns ci sta sempre bene.

Risultato? Doppia cifra di media in ognuna delle cinque stagioni passate coi Suns, dove ritrova la continuità della sua prima parte di carriera, grazie ad uno staff medico preparatissimo (forse il migliore di tutta la Lega) e ad un’etica del lavoro paragonabile a quella di Kobe Bryant.

Finalmente nel 2010, a 38 anni suonati, supera per la prima volta il primo turno dei Playoffs, addirittura aiuta i Suns a riapprodare alle Finali di Conference, passando per uno Sweep agli odiatissimi San Antonio Spurs.

Poi arrivano i Lakers favoritissimi e quel canestro di Kobe. E’ il punto più alto della carriera NBA di Grant Hill, perché le successive due stagioni ai Suns saranno molto povere di soddisfazioni e anche la sua ultima reincarnazione ai Clippers non darà gli esiti sperati, complici problemi fisici ed un rapporto mai realmente decollato con coach Del Negro.

Ora ha detto basta. Ci son volute 19 stagioni, alcune delle quali (troppe) tormentatissime, che comunque non gli hanno impedito di iscriversi ad un altro Club d’Elite: quello dei 14 giocatori con 16 punti, 6 rimbalzi e 4 assist di media in almeno 500 partite.

Piange il cuore a tantissimi nel vedere le sue dita privi di gioielleria, ma tutto sommato si riesce a sorridere pensando a come sarebbe potuta finire la carriera per colpa di quella caviglia, o la vita stessa a causa di quella infezione.

Chissà cosa farà Grant Hill: per quanto mi riguarda potrebbe diventare Commissioner domani stesso, o Presidente degli Stati Uniti. In sede di draft c’era chi diceva che fosse una Point Guard migliore di Jason Kidd (no, non avete letto male), proprio in virtù del fatto che Grant Hill potesse essere qualunque cosa volesse.

“The world better watch out, because you will see all of his talent now”, parola di coach K.

Post By Carmine D'Amico (13 Posts)

Studente di Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, la pallacanestro fa parte della sua vita praticamente da sempre. Da bambino infatti si innamora dei Chicago Bulls e della Fortitudo Bologna, oltre a consumare la cassetta di Space Jam fino a conoscerne le battute a memoria. Si diletta anche nella pallacanestro giocata, ma gli alti livelli li ha guardati solo da -molto- lontano.

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3 thoughts on “Grant Hill: il giocatore che poteva essere qualunque cosa volesse

  1. Sia Hill sia Kidd si sono messi al collo la medaglia d’oro olimpica con i magici quintetti USA: il primo ad Atlanta nel 1996, il secondo prima a Sidney 2000 e poi a Pechino 2008. Non proprio uguali, ma è vero fino a un certo punto, perché anche Hill avrebbe potuto fare la doppietta personale. Come Kidd, anche lui era tra i convocati per Sidney ma poi uno dei suoi tanti, troppi infortuni, lo costrinse a restare a casa.

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