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La crisi dei Lakers è complessa, e risolverla non sarà affatto semplice...

La crisi dei Lakers è complessa, e risolverla non sarà affatto semplice…

20 Ottobre 2012: Sports Illustrated esce con il numero speciale di presentazione della nuova stagione NBA e sceglie per la copertina questo titolone, con Nash e Howard troneggianti in foto, ritratti con quella faccia di chi è pronto a sfidare il mondo sicuro di vincere in partenza.

Oggi, a soli tre mesi di distanza, chi scelse di uscire in edicola in quel modo probabilmente cammina per strada con un sacchetto di carta in testa per non farsi riconoscere ma a consolarlo parzialmente per la figuraccia la consapevolezza di trovarci – senza mezzi termini – di fronte a uno dei più grossi e impronosticabili flop della storia dello sport.

In prestagione tutti gli analisti, fans e appassionati si fregavano le mani al pensiero di vedere in azione il Dream Team allestito da Kupchak con il doppio MVP Nash, il cinque volte campione Bryant, il suo fido scudiero Gasol e niente meno che Superman Dwight Howard come ciliegina sulla torta a quattro piani.

Indubbiamente la situazione attuale dei Lakers era impensabile guardando il roster e la caratura dei talenti a disposizione di Mike Brown ma sappiamo bene che lo sport è bello anche perché fatto di storie esaltanti e colpi di scena incredibili in positivo e in negativo.

Allo stato attuale delle cose raggiungere i Playoff sarebbe un’impresa per i gialloviola che si ritrovano molto distaccati a dover rincorrere affannosamente l’ottavo posto a Ovest.

La sfortuna e gli infortuni certamente hanno giocato un ruolo importante nella vicenda: Nash, Gasol e Howard sono stati a bordo campo in giacca e cravatta accanto a Jack Nicholson e compagnia più che in tenuta da gara ma così com’è sbagliato cercare le risposte nei numeri sarebbe troppo sbrigativo maledire la iella.

Con tanto talento a disposizione è difficile che solo la sfortuna riesca a mandare in tilt tutto il meccanismo. Che cosa è accaduto davvero?

Il peccato originale è certamente attribuibile alla dirigenza.

Il bilancino del buon alchimista deve essere stato dimenticato in qualche soffitta polverosa nella Città degli Angeli perché il roster dei Lakers è palesemente sbilanciato e mal costruito.

Il livello attuale della concorrenza a Ovest è elevato come non mai e allestire un quintetto di assi non significa assolutamente vincere in partenza.  Per competere a livello tattico con San Antonio, tecnico con i Thunder e fisico con i nuovi Clippers bisogna avere una squadra profonda e preparata, capace di tenere sempre alto il livello e consentire alle stelle di rifiatare e risparmiare energie per i momenti decisivi soprattutto se hanno superato abbondantemente la trentina; distribuire quindi il monte salari più alto della Nba prevalentemente tra i membri del quintetto base ha impedito di allestire una panchina all’altezza.

Memori dell’esperienza fatta durante la fallimentare stagione del duo Payton, Malone accanto a Shaq e Kobe i dirigenti avrebbero forse dovuto capire prima che purtroppo o per fortuna i titoli non si vincono ammassando talento e collezionando figurine stando attenti solo e unicamente a schierare una superstar per ruolo.

La stagione di Mike Brown, confermato dopo la tutto sommato deludente stagione passata, è durata tredici partite: otto di preseason (0-8) e cinque di regular season (1-4) tutte giocate senza Howard e praticamente senza Nash. Bilancio disastroso, zero identità di squadra e nessun segno di quella difesa cardine e anima delle squadre di Brown.

Salta la panchina.

Jerry Buss ha provato in tutti i modi a far tornare Phil Jackson, riuscito a domare quel cavallo imbizzarrito che erano Lakers di Kobe e Shaq, consapevole che sarebbe stato l’unico della pista sicuramente in grado di fare da collante in uno spogliatoio del genere ma coach Zen ha declinato l’invito, non avendo allestito personalmente la squadra e ritenendo probabilmente troppo stressante assumere un incarico così rischioso a campionato iniziato.

Fatto fuori Brown e rimbalzati da Jackson i dirigenti si sono buttati sull’unico allenatore di prestigio ancora sulla piazza: Mike D’Antoni. Inutile parlare delle differenze tra gli allenatori ma rifletterci serve probabilmente a capire quanto confuso fosse all’origine il progetto Lakers.

Le differenze di metodo tra Brown e D’Antoni (per non parlare di Jackson) sono abissali. Affidare la squadra al primo significa cercare un gioco solido in difesa e metodico in attacco con predilezione per la manovra a metà campo mentre il secondo si è sempre caratterizzato per l’atipicità dei suoi schieramenti e la ricerca di rapidità nel gioco con una fase offensiva spesso e volentieri risolta nei primi dieci secondi dell’azione.

Per nessun allenatore al mondo è facile allenare una squadra che non abbia plasmato in prima persona, a braccetto con la dirigenza e in base alle proprie convinzioni tattiche, ma non è da pazzi accettare una proposta di lavoro del genere seppur rischiosa soprattutto se arriva da una delle franchigie più attraenti e se si cerca un trampolino per rilanciare una carriera.

Scelto dai Lakers perché protagonista a Phoenix di stagioni trionfanti (solo in termini di vittorie in regular season) accanto allo Steve Nash in quegli anni due volte MVP, Mike D’Antoni da allenatore Nba ha avuto record positivi soltanto in quegli anni.

Dopo tante roboanti vittorie in Italia, chiamato in Nba con la fama di grandissimo conoscitore del Basket e dei giocatori europei negli anni in cui l’oceano iniziò ad allargarsi, ha collezionato esperienze semi-fallimentari a Denver e in particolare a New York, stagioni che presentano qualche analogia con l’attuale: oggi come allora, quando si trova ad allenare una squadra con più di un solo giocatore di carisma e cifra tecnica che primeggi sui compagni (tipo Nash in Arizona) D’Antoni appare in difficoltà a gestire le rivalità e i dualismi tra le star (vedi Stoudamire-Antony) quasi a denunciare mancanza di personalità e polso fermo.

E’ seduto sulla panchina sicuramente da troppo poco tempo ma avrebbe comunque dovuto dare da subito una direzione tecnica precisa da seguire, magari stentando in partenza ma che sarebbe comunque servita a dare ordine.

Invece i Lakers non hanno ancora la minima identità di squadra: in attacco le possibilità sarebbero sulla carta infinite soprattutto con Nash in regia al contrario la squadra è visibilmente in confusione, imprigionata in una sorta d’immobilità e incapacità di prendere una direzione che non sia affidata alle improvvisazioni dei grandi solisti. Bryant è il miglior realizzatore della Lega, cosa che non accadeva da anni, soprattutto perché è chiamato troppo spesso a togliere le castagne dal fuoco, riuscendo anche attirando raddoppi a far segnare l’uomo libero.

Nash con qualche lampo affidandosi ad assist e tiro da tre, cerca di far girare la squadra, Metta World Peace sta giocando una delle migliori stagioni in carriera grazie alla dedizione e alla grinta che ogni sera porta sul parquet, in difesa ma anche in attacco a colpire dagli angoli e in penetrazione.

Come se non bastassero queste premesse riguardanti la guida tecnica, in campo si assiste a un caos ancora maggiore frutto di rivalità e incompatibilità tecniche tra i giocatori.

Firmato per essere la pietra angolare della squadra del futuro Dwight Howard porta con sé un contratto da rinnovare e delle richieste da soddisfare ma oggi deve fare i conti con Sua Maestà Bryant che tiene ancora ben saldo lo scettro; retrocedere a secondo violino significa prevaricare Gasol e Nash, giocatori per natura altruisti ma fino a un certo punto.

Alle loro spalle personaggi come Metta e Jamison reclamano comunque considerazione notevole in quanto a possessi e coinvolgimento. Si potrebbe giungere a compromessi in nome della convivenza ma l’ego delle stelle Nba è notoriamente smisurato e su un palcoscenico così e importante e carico di attese e pressioni tutti vogliono la loro parte e pochi fanno un passo indietro il che significa equilibri politici interni quasi ingestibili.

Offensivamente gran parte delle difficoltà della squadra sono riconducibili all’incompatibilità fondamentale tra Gasol e Howard.

Il progetto iniziale era di schierare le “torri gemelle” sotto le plance ma il concetto di coppia ala forte – centro è stato ormai fagocitato completamente dall’evoluzione del gioco.

Le squadre affiancano sempre più volentieri all’uomo d’area un’ala piccola fisicamente dotata che dia maggiore imprevedibilità e allarghi il campo rendendo fluida la manovra.

Howard non è tecnicamente in grado di interpretare tale ruolo mentre provare ad ampliare il raggio di operatività dello spagnolo per allargare il campo è stato un fallimento. Gasol ha giocato le sue migliori stagioni da centro, ha sufficiente tiro da fuori ma non è certamente un’ala mobile lontano da canestro ed efficace partendo dal palleggio.

Gli unici miglioramenti si sono avuti alternando i due nel ruolo di centro con ripercussioni sul rendimento soprattutto di Gasol poco abituato a entrare e uscire dalla partita. L’infortunio del catalano ha lasciato poi per qualche partita Howard padrone incontrastato del pitturato con accanto un giocatore atletico e perimetrale d’area come Earl Clark.

In queste circostanze il gioco di Howard è migliorato in modo considerevole, ferme restando le carenze difensive e la mancanza di forma fisica. Alla luce di ciò, inizia a farsi largo il pensiero che sia impossibile la convivenza tra i due e che probabilmente i mille tentativi fatti in estate di scambiare Gasol dovevano essere più decisi perché non farlo ha creato l’attuale situazione che nuoce alla squadra e al morale dei diretti interessati.

Comunque vadano le cose, in futuro sarà necessario sacrificare uno dei due sul mercato in cambio di un’ala di altro tipo o di un sesto uomo d’impatto sulle partite.

Gli infortuni potrebbero essere invocati come alibi e stanno comunque condizionando pesantemente l’andamento della stagione ma è comunque certo che le squadre si costruiscono con raziocinio, stabilendo sin da subito le gerarchie e dosando il talento in entrambe le metà campo perché le partite si vincono in attacco ma anche – se non soprattutto – in difesa.

Le migliori squadre del passato e attuali insegnano che per ogni LeBron ci deve essere un Haslem e che al Kevin Durant della situazione deve fare da contraltare un Thabo Sefolosha che in difesa giochi quel ruolo da protagonista che in attacco compete invece ai soliti noti. Questi Lakers non saranno mai una squadra vincente perché nella propria metà campo il loro livello di gioco è da ultimi della pista.

Steve Nash non è mai stato un difensore e per quanto importante possa essere il suo contributo in attacco era preventivabile che sarebbe stato un problema in difesa. Quasi tutte le squadre della lega schierano in posizione di point guard (ammesso che questa posizione esista ancora nel senso tradizionale del termine) giocatori atleticamente mostruosi e forti in attacco il che costituisce un mismatch sfavorevole a ogni palla a due per un playmaker vecchio stile come Nash che contro molti pari ruolo non può che fare da casellante davanti alle autostrade che spalanca a canestro.

A tappare i buchi nella mente del GM avrebbero dovuto esserci Gasol e Howard a fare da frangiflutti nel pitturato anche se il catalano non è mai stato uno stoppatore puro, piuttosto un buon difensore in post e un grande rimbalzista e l’ex Orlando Magic sta dimostrando in questo scorcio di stagione quanto siano state affrettate le assegnazioni dei tre premi di difensore dell’anno che campeggiano nella sua personale bacheca.

Premiato solo ed esclusivamente per la sua capacità di stoppatore, Howard sta facendo i conti con i postumi dell’infortunio e di quell’operazione alla schiena che ha fatto per ora venire meno i suoi superpoteri atletici alla Superman. Allo stato attuale delle cose iniziano a balzare agli occhi i difetti di Howard, le sue difficoltà di lettura sugli aiuti e la totale mancanza di quelle malizie e trucchi che definiscono il grandissimo difensore che non ha bisogno di saltare un metro per limitare o togliere dal campo un avversario.

Metta World Peace continua a essere affidabile in marcatura, anche se certamente non è più al suo massimo avendo perso parecchio in termini di mobilità laterale e rapidità mentre Kobe Bryant, oltre ad avere sulle spalle l’intero peso dell’attacco, viene caricato anche di pesanti oneri difensivi spesso in marcatura sui playmaker per cercare di rimediare ai problemi di Nash.

Scalando e ri-scalando gli accoppiamenti difensivi, la coperta resta corta e più volte Kobe è sembrato indispettito soprattutto per l’atteggiamento dei compagni nella metà campo difensiva e in alcune occasioni ha provocatoriamente smesso di difendere per evidenziare le mancanze e la scarsa applicazione altrui.

Date le difficoltà del quintetto base in attacco e in difesa, in situazioni normali si potrebbe sperare in un piano B con qualche giocatore dalla panchina che cambi il volto della squadra e che porti quegli aggiustamenti necessari a ogni squadra per adattarsi all’avversario di turno; lo spazio salariale inesistente a disposizione ha costretto invece Kupchak ad accontentarsi letteralmente di ciò che poteva permettersi con i pochi spiccioli rimasti.

Solo il veterano Antawn Jamison riesce a stare al passo degli altri da buon attaccante qual è ma essendo anche un pessimo difensore è stato confinato da D’Antoni in panca. Jordan Hill stava contribuendo degnamente alla causa prima del grave infortunio che lo terrà fuori probabilmente per tutta la stagione. Di altri giocatori come Meeks, Sacre e Morris si può solo sperare che facciano meno danni possibili se chiamati in causa.

Questa bizzarra stagione dei Lakers è un romanzo veramente inedito e probabilmente irripetibile e pertanto dovremmo prenderla per quella che è, ma la mancanza di un filo conduttore e un’idea principale sono tanto lapalissiane a livello strutturale di squadra da rendere difficile pensare che un GM del calibro di Kupchak non abbia fatto, a priori, le stesse considerazioni di un semplice tifoso.

Certo è che in estate l’entusiasmo di tutti era alto e sicuro è che ci troviamo ad avere a che fare con uno sport imprevedibile e appassionante giocato da atleti e fuoriclasse fuori dal comune capaci di imprese incredibili e chissà se il pensiero e l’intento del GM creando questi Lakers non sia stato proprio arrivare ai Playoff da primi o da ottavi e giocarsela a viso aperto con tutti. Le premesse sulla carta erano rosee, qualcuno vedeva in pericolo il record delle settantadue vittorie dei Bulls e nessuno si meraviglierebbe se il Lakers si qualificassero come ottavi alla postseason e mandassero a casa i numeri uno.

Purtroppo però i programmi, i meccanismi tecnici e il cervello in questo gioco contano eccome così come conta il talento puro e i fuoriclasse e allora ci meravigliamo, analizziamo ogni capello e critichiamo ferocemente perché vediamo pendere la bilancia verso la parte negativa dell’imponderabile.  Negli anni però abbiamo assistito a grandi imprese e abbiamo visto anche la faccia positiva e meravigliosa dell’imponderabile.

Chissà che la tarda primavera non ci porti sorprese oggi impensabili. Arrivarci a primavera…

Intanto è ancora inverno e a Los Angeles c’è poco da divertirsi. A meno che non si voglia assistere a una partita dei Clippers.

Post By Enrico Giordani (3 Posts)

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13 thoughts on “Focus: la crisi dei Lakers

  1. E’ la prima volta che mi succede,credo: totalmente d’accordo su ogni parola dell’articolo…specie sul pezzo riguardante l’inadeguatezza di D’Antoni! :D

  2. Bell’articolo! Comunque, sarò pazzo, ma io ci credo all’imponderabile… secondo me ai playoff ci arrivano. Saranno la scheggia impazzita ad ovest. Lo so sono pazzo…

  3. Ai playoffs forse ci arriveranno, fatto sta che stanno facendo pessime figure sera dopo sera!

  4. Due inesattezze su Kobe e Jamison:
    – su Kobe: “alcune occasioni ha provocatoriamente smesso di difendere per evidenziare le mancanze e la scarsa applicazione altrui.”
    FALSO, al contrario Kobe ho provocatoriamente difeso qualche volta (vedi rimonta casalinga contro i Knicks per fare l’esempio più lampante) ma NON DIFENDE praticamente più. Fa saltare tutte le rotazioni, lascia liberi i suoi uomini sul perimetro. Al momento, condivide con Nash il ruolo di casellante difensivo.
    – su Jamison: “riesce a stare al passo degli altri”..se gli altri sono Morris, Duhon e Sacre siamo d’accordo.
    Il veterano è palesemente alla frutta. In difesa è sempre stato mediocre, in attacco ha bisogno di sparacchiare un po’ a salve per entrare in ritmo. Cosa non praticabile in questi Lakers. Si presenti all’INPS piuttosto che alle partite dei Lakers.

  5. La panchina dei Lakers costa 17.85 milioni di dollari. Perchè mi chiedo non vengano a prendere giocatori in Europa? Facciamo un paragone approssimativo.
    Play : Steve Black e Chris Duhon – Bo McCalebb, Bobby Brown e Teodosic.
    Guardie : Jodie Meeks e Darius Morris – Spanoulis, Diamantis e Navarro.
    Ali : Antawn Jamison, Earl Clark e Devi Ebanks – Fotsis, Lorbek, Lavrinovic, Sato, Krhyapa.
    Centri : Jordan Hill e Robert Sacre – Bourousis, Batiste, Barak, Vazquez.
    Senza contare Rodriguez, Fernandez, Huertas e tanti altri.
    Secondo il mio parere se a questi giocatori venisse offerta la possibilità di giocare con un minutaggio adeguato, non avrebbero problemi ad accettare offerte provenienti da franchigie Nba, se invece gli si offre di essere il nono, decimo, undicesimo e dodicesimo uomo è normale che restino in Europa da Star.
    In questo raffronto ruolo per ruolo non vedo un solo confronto favorevole alla panchina dei Lakers.
    Per chi trovasse obiezioni sugli ingaggi, sappiate che questi giocatori hanno un ingaggio tra 1,5 e i 2.5 milioni di dollari, in quindi abbondantemente nei parametri del Salary Cap.

  6. Ci vorrebbe il Gallino…la passa meglio di Magic Johnson, va a rimbalzo meglio di Rodman, ha killer-istinct superiore a MJ.
    Gallino-rulez!

  7. non sono d’accordo su alcune parti dell’articolo.
    a me risulta che PJ non abbia detto no ai lakers ma sia stato sfanculato da Buss Jr e c’è una bella differenza. almeno questo è quello che si è letto un pò da tutte le parti.
    allenatori dal blasone elevato liberi ce n’era almeno uno. jerry sloan il quale mi risulta che abbia dichiarato di non esser stato contattato.

    stagione con payton e malone: siamo d’accordo che non vincere con shaq payton bryant e malone sia un fallimento. ma quella squadrà arrivò in finale, ci perse malamente, ma aveva malone rotto… non so se da sano i 2 wallace avrebbero banchettato in area con shaq ed il postino

    discorso gasol: ma con la spagna non gioca da 4? ecco il miglor gasol mai visto è quello con la casacca rossa ai mondiali e alle olimpiadi.. quello che sudava la maglia non quello delle ultime 3 stagioni dei lakers, con i quali, nell’anno dell’ultimo anello quando qualcuno parlava di dargli l’mvp, giocò parecchi minuti da 4 con bynum in campo. per me è solo questione di voglia ed etica lavorativa.

    jaminson: io credo che lo scarso utilizzo del giocatore sia l’ennesima pecca di d’antoni. da quando l’ha panchinato definitivamente (dopo che fece il season high a circa 30 punti se non ricordo male) non mi sembra che il record sia migliorato vistosamente anzi…

  8. Gallino 27 punti decisivi nella notte…predestinato.
    Ci avevo visto giusto…meditate gente, meditate.

  9. Premetto che sono un tifoso dei Lakers, ma mi trovo particolarmente d’accordo con quasi tutti i temi affrontati in questo articolo. D’Antoni è terribilmente adeguato per il ruolo che ricopre, non perchè sia un allenatore incapace, anzi, sono un suo grande estimatore sin dai tempi di Phoenix, ma perchè ha preso in mano la squadra sbagliata. Kupchak ha avuto la foga di vincere un altro titolo invece di aspettare la possibile crescita di una squadra comunque competitiva anche dopo l’addio di Jackson. Si è fatto ingolosire da due giocatori come Nash e Howard, facendo un piccolo errore di valutazione. Innanzitutto quello di coach Brown, difensivista assoluto e non in grado di poter dare un ruolo ben definito ad un giocatore prettamente offensivo come Nash. Due poli opposti di intendere il basket si sono scontrati e a pagarne le conseguenze sono stati i risultati, ma soprattutto Brown. “Chi ben comincia è a metà dell’opera” si dice, ma i Lakers hanno iniziato davvero male e non stanno proseguendo benissimo, quindi l’opera risulta essere ben lontana dal completarsi. In questo momento la squadra è in pieno stato confusionale, D’Antoni sta provando a salvare il salvabile, apportando anche alcune modifiche strutturali, ma il pensiero generale è che non si fare di più e che ci sia bisogno di qualche rinforzo se non di una trade per allungare la panchina. Il quintetto base non si sta comportando nemmeno troppo male, in fondo. Kobe in queste ultime partite ha preferito passare e non tirare. Sta forse iniziando ad interpretare il gioco del coach nella maniera giusta (?). D’Antoni ha sempre chiesto alle sue squadre di allargare il campo, di avere una visione di gioco completa e di non cercare la soluzione forzata. Con Nash non ci sono problemi, è ormai pratico di queste situazioni, ma con il resto della squadra fatica ancora a mettere in pratica le sue idee. C’è da dire che il buon vecchio Mike ci sta provando, lanciando anche un giocatore poco pratico del quintetto come Earl Clark, autore di prestazioni confortanti come spalla di Dwight Howard, vero grande cruccio di questa parte di campionato. Le difficoltà affrontate in questo inizio di stagione hanno ridimensionato gli obiettivi che adesso si sono limitati al semplice inseguimento dell’ottavo posto, ma sono convinto che se il “Team Chemistry” crescerà da qui ad aprile e se la dirigenza si deciderà ad affondare qualche altro colpo, se ne potranno vedere delle belle. Ricordare per credere i Los Angeles Kings dello scorso anno.

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