Anno Domini 2012 e gli Spurs sono ancora una contender. Ecco come…

La CIA, uno psicologo natante di 2 metri e 10 abbondanti, Burdenko Method e Jacob Riis.

Quattro elementi apparentemente casuali che, mixati insieme, hanno determinato il successo dell’unica franchigia sempre presente ad alto livello nell’ultimo quindicennio NBA: i San Antonio Spurs.

Un’organizzazione entrata nella Lega dalla porta sul retro, le ceneri della mai abbastanza celebrata ABA, capace di creare un modello gestionale diffusosi in tutti gli angoli dell’America cestistica, sia dietro la scrivania (Sam Presti ai Thunder, ça va sans dire, e Danny Ferry ad Atlanta) che direttamente in panchina: da Jacque Vaughn (Orlando) a Avery Johnson (Brooklyn), passando per Mike Brown, anche se il suo non è proprio il nome più fashionable del momento, per essere onesti.

E non è strana questa emulazione di massa, se pensiamo ai risultati ottenuti dal 1997 (anno di una certa rilevanza capitale per gli ex- Chaparrals) ad oggi: 4 titoli (1999, 2003, 2005, 2007), 3 finali di conference (2001, 2008, 2012), 6 volte il miglior record a Ovest (1999, 2001, 2003, 2006, 2011, 2012) e sempre almeno 50 vittorie in regular season (con il picco di 63 del 2006) tranne che nel ’99, anno in cui si giocarono… 50 partite e il 100% sarebbe stato pretendere troppo.

Perché l’anno 1997 ha ancora rilevanza oggi per gli Spurs?
Perché a fine giugno 1997 ha visto la luce il sodalizio coach-player più duraturo dell’NBA odierna: quello fra Gregg Popovich e Tim Duncan (i primi 2 della lista di cui sopra).

Pop aveva rilevato l’incarico di capo allenatore da Bob Hill l’8 dicembre dell’anno precedente, mantenendo al contempo il ruolo di GM (ceduto nel 2002 ad R.C. Buford), e aveva iniziato a raccogliere i cocci della squadra che solo 2 anni prima aveva compilato il miglior record in regular season prima di perdere le Conference Finals per la “discreta” vena di Dream Olajuwon ma soprattutto per l’implosione dello spogliatoio, causata da Dennis Rodman (che sorpresa), immediatamente ceduto proprio da Popovich.

L’idea centrale della sua guida è sempre stata quella di non firmare primedonne e teste calde, ma giocatori consapevoli che “non è la singola picconata che rompe la pietra, ma l’insieme delle picconate (citazione di Riis rubata dal sottoscritto dalla prima puntata di “Buffa racconta…”).

TD21 è il simbolo acclarato di questo pensiero. I dettagli del suo arrivo sono noti: l’insperata vittoria della Lottery (ricorso storico), la gara di nuoto fra lui e il coach con annesso finto annegamento, la conversazione con Duncan che non stacca gli occhi dalla TV ma ripete a menadito le parole dell’interlocutore, eccetera.

Ciò che resta nei libri di storia è che dal giorno del Draft Timmy raccoglie il testimone di franchise-player da David Robinson e inizia il percorso costellato di vittorie che l’ha reso forse la miglior power forward di sempre (2 MVP, 3 Finals MVP, 8 Primi Quintetti difensivi e 9 Assoluti, fra le altre cose).

Loro due (e Buford) sono l’asse portante di una squadra che ha mutato il proprio aspetto mantenendo pur sempre uno stile molto professionale, quasi militaresco (e si ritorna all’ex agente CIA…), all’apparenza burbero come il suo allenatore (vedi video); un sistema che ha trasformato molti giocatori, come Manu Ginobili (che ha rifiutato molte offerte più lucrative per rimanere uno Spur), divenuto eoni di volte più continuo dal suo esordio NBA, tanto da essere stato il vero MVP delle Finals 2005, il gangster houstoniano Steph Jackson (“Pop è l’unico che sa come prendermi”), e DeJuan Blair, oggi letteralmente la metà dei tempi di Pittsburgh, e passato da qualche comportamento un po’ ostile ad un religioso silenzio.

In realtà, però, la franchigia è molto cambiata, adattandosi ai trend tecnici dell’NBA degli ultimi 10 anni, pur mantenendo questa immagine algida.

L’esempio più lampante è l’internazionalità del roster: San Antonio è stata la prima franchigia a muoversi frequentemente sul piano FIBA per cercare giocatori adatti al proprio sistema, un modo di operare di cui Parker (primo MVP delle Finals europeo) e Ginobili (All-Star subito dopo aver buttato fuori Team USA ad Atene) sono la punta scintillante di un iceberg fatto da Nesterovic, Splitter, De Colo, Udrih, Oberto, Lorbek e Scola, e pazienza se gli ultimi due non vestiranno mai una maglia Spurs.

La seconda ”muta” è avvenuta nella preparazione atletica: in Texas i metodi di allenamento sono sempre al passo con le ultime novità tecnologiche; in particolare all’ombra di Fort Alamo si seguono i dettami del dottor Igor Burdenko, e questo Soviet Feel non ci abbandona mai.

Il suo metodo, sviluppato in un istituto omonimo di Boston, è basato sulla preparazione del corpo nella sua interezza, piuttosto che sullo sviluppo di parti singole, la cosiddetta “Fitness Intelligence”: i suoi colpi principali sono la Burdenko belt, un attrezzo dotato di due agganci, per le braccia e per le gambe, atta a migliorare l’equilibrio nella camminata, e la camminata acquatica, utilissima per le giunture e molto utilizzata anche nel calcio europeo per accelerare i tempi di recupero dagli infortuni (come la frattura alla gamba di Antonio Valencia del Manchester) e allungare la carriera di giocatori avanti con gli anni, cosa che in una squadra in cui due dei tre migliori marcatori hanno già visto almeno 34 rivoluzioni terrestri non si disdegna.

Ma l’adattamento più grande, il più clamoroso apportato da Popovich, è stato nella filosofia di gioco: sì, perché nelle ultime due stagioni San Antonio è passata da powerhouse della difesa a squadra totalmente devota al contropiede, dal divieto a tirare da 3 in contropiede per l’impossibilità di rimbalzi d’attacco al secondo posto nel totale di triple segnate (dietro Orlando), da squadra “di quintetto” ad una rotazione a 10-11 uomini.

La metamorfosi di cui sopra è indice di molti fattori: il primo è l’avvenuto passaggio di consegne fra Duncan e Parker, sottolineato una volta di più dai tiri vincenti del franco-belga contro Hornets e Thunder e dalla firma dell’amico Boris Diaw (oltre che dall’autoriduzione salariale del caraibico, più unica che rara).

I due sono opposti per ruolo e concezione del gioco: se per l’uno la pallacanestro è un’immagine nitida, fatta da punti di vista presi da alcuni spot del campo, per l’altro è l’immagine indistinta vista da un Concorde (questo non per dire che Parker sia un anarchico alla Westbrook, ovviamente), ma Parker si è guadagnato il ruolo di primo violino soprattutto per l’enorme lavoro svolto con l’assistente Chip Engelland sul tiro da fuori, e il fatto che i clutch shots sopracitati nascano da specifici schemi chiamati per lui evidenzia un salto di qualità incredibile per uno che fino a poco tempo fa tirava solo dentro il pitturato, e se la stagione dovesse proseguire positivamente (il record attuale è 8-2) e Tony risolvesse qualche attuale problema di tiro (sotto il 40%) forse dovuto all’incidente all’occhio, chissà che non entri ancora una volta nella MVP Talk.

Un altro fattore nel cambiamento di stile di gioco è la tendenza di molte squadre ad abbassare l’altezza media degli uomini in campo, schierando magari 3 guardie o solo un lungo per volta (come Miami, sebbene LeBron sia così poco etichettabile da non rientrare totalmente in questa categoria): infatti Duncan è l’unico lungo fra i 5 giocatori col minutaggio più alto; in realtà già ai tempi del titolo 2007 il quintetto più frequente vedeva 4 esterni (Parker, Manu, Finley e Bowen), ma quest’ultimo faceva presenza in attacco, impedendo così un flow rapido delle azioni offensive.

E forse la New Deal texana si può sintetizzare proprio nel paragone fra lo specialista difensivo di una volta, Bowen appunto, e quello di oggi, Kawhi Leonard. L’ala da San Diego State, steal del Draft 2011 per distacco, è un difensore attivo con braccia interminabili già in grado di dire la sua in attacco, e con il potenziale per poterla dire sempre di più; è insomma la vittoria della versatilità sul vecchio sistema specialistico di cui Bowen era l’anti-eroe per eccellenza (come Vince, Rip, Ray, Tracy, Kobe e altri ricordano).

È difficile dire se gli Spurs potranno essere della partita fino alla fine, ci sono troppe variabili da considerare, in primis la salute di Ginobili in primavera, le sempre possibili polveri bagnate della batteria di tiratori scelti (Neal, Green, Jackson), e la forma delle avversarie (Thunder, le due di LA, Memphis, anche se con quella panchina è difficile pensare che regga); al momento però sembrerebbe di sì, e la cosa ancora più importante è sottolineare come San Antonio non esca dai discorsi d’anello da praticamente 3 lustri, e come, grazie ai cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, potrebbe rientrarvi presto anche dopo il ritiro del 21.

Post By tommasov (16 Posts)

freshman di lingue a milano, a 11 anni si ammala gravemente di NBA grazie a LeBron James (fino a the Decision) e Kevin Garnett; il suo sogno è fare il giornalista sportivo

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2 thoughts on “I San Antonio Spurs ed il segreto del loro successo

  1. è vero che sono sempre ai vertici ma è anche vero che l’ultima final è stata 5 anni fa..da squadra da playoff ormai sono diventati una squadra da regula season

  2. hai ragione, probabilmente la loro finestra è chiusa o poco accostata.. avrei dovuto affrontare meglio questo tema, specialmente il fatto che i loro ultimi PO sono stati 2 streak (10 W e poi 4 L); d’altro canto la post-season è spesso un gioco di abbinamenti a ovest, x esempio io nn kiamerei i mavs degli ultimi anni “squadra da playoff” solo x il risultato dell’anno scorso, certo meritatissimo ma favorito da molte circostanze, e lo stesso vale al contrario x questi spurs

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