Uno dei tanti buzzer beater di Kobe Bryant, uno dei più forti "closer" attualmente in attività...

Buzzer beater di ieri e di oggi…

Uno dei tanti buzzer beater di Kobe Bryant, uno dei più forti “closer” attualmente in attività…

Il basket è uno sport davvero imprevedibile, così imprevedibile che non sempre il risultato che appare sullo schermo al suono dell’ultima sirena è necessariamente quello finale.

Non è solo una questione di parità e di tempo supplementare, stiamo parlando di altro. E’ il momento in cui la palla è in aria, nel palazzetto rimbomba il suono che decreta la fine, tutti trattengono il respiro, una parte del pubblico sogna il proprio finale, un’altra parte il finale opposto.

In questi momenti, temporalmente brevissimi ma emozionalmente intensi, non si può rimanere indifferenti e non esistono più spettatori neutrali, sono gli effetti di quello che in molti chiamano empatia.

Gli Dei del basket scelsero un finale del genere per gara 3 delle NBA Finals nel 1970. Non esisteva ancora la linea dei tre punti e si giocava a Los Angeles. A 3 secondi dalla fine New York era sopra di due punti. Rimessa dal fondo, passaggio a Jerry West, un palleggio, un altro ancora, terzo palleggio, tiro… lassù avevano già deciso: “is not over yet..

Se si prosegue nella casistica sarebbe da pazzi non menzionareThe Shot“: “il Tiro”.

Anno Domini 1989, Gara 5, primo round tra Chicago e Cleveland.
A 3 secondi dalla fine la palla va a Jordan. Michael decide di palleggiare, arrestare la propria corsa e saltare. Il problema, per Craig Ehlo, fu che MJ decise di non tornare più giù. Mentre con il primo la forza di gravità faceva il suo dovere, con il secondo sembrava non avere niente a che fare.

Poi c’è Houston 1997. 100 pari. Mancano appena due secondi. A Utah serve un canestro per accedere alle sue prime finali NBA della storia.

Stockton riceve palla fuori dall’arco, lontano da canestro. Per immaginare l’epilogo vi basti sapere che era dal 1970, anno di Apollo 13, che Houston non aveva a che fare con un problema simile.

Poi ci sono i 4 decimi di Fisher, Alonzo Mourning nel ’93, insomma, Il concetto è chiaro: ci vorrebbero giorni per fare un elenco di episodi come questi, partite decise da un solo dannato tiro.

In tempi più recenti campioni come Kobe Bryant, LeBron James e Kevin Durant hanno usato più di una volta questo modus operandi per portarsi a casa la partita, ma questo non deve indurre nell’errore di credere che l’ ultimo possesso sia sempre e solo una questione di talento.

Big Shot Rob ad esempio, al secolo Robert Keith Horry Jr, non è mai stato la stella della squadra, né tanto meno l’emblema del giocatore tutto tondo, ma nonostante questo è diventato il simbolo del c.d. “buzzer beater” nel basket moderno.

Era l’uomo a cui qualunque coach sulla terra avrebbe messo in mano l’ultima palla della partita più importante della propria vita.

Pressure can burst a pipe, or pressure can make a diamond” diceva Robert. Non è un caso se il suo nome è stato sempre accostato a gioielli ed anelli (7!), mai a condotti idraulici.

Nella stagione 2011-2012, usando come campione di riferimento le ultime otto squadre nel tabellone dei playoff, emerge che in media più del 5% delle partite, nell’intera stagione, si sono decise all’ultimo possesso, senza dimenticare che in un singolo incontro possono coesistere più occasioni decisive, come nell’interminabile Oklahoma-Minnesota dell’ultimo 23 Marzo.

Spulciando le statistiche dei Celtics dello scorso anno, the Truth si è preso praticamente tutti gli ultimi tiri della partita quando Boston aveva la possibilità di costruirsi l’azione e di non dover improvvisare all’istante. Stesso discorso per Kobe che, a differenza di Pierce, si è anche tolto lo sfizio di concretizzare una delle occasioni che gli si sono presentate (per la precisione il tiro che ha portato Los Angeles all’overtime contro Detroit).

Ecco cosa s’intende quando si parla di “go to guy“; di quelli, cioè, che al di là delle statistiche della serata, devono avere per forza palla in mano quando è il momento decisivo.

L’anno scorso, tra le solite otto squadre, il primato, tra i migliori “closer” spetta a Kevin Durant. Per rinfrescarsi la memoria basta spolverare un paio di incontri contro i Mavs, la vittima preferita di KD, o andare direttamente al 29 Dicembre, data esatta in cui la Chesapeake Energy Arena esplose per aria.

Il principio del “go to guy” non appartiene però ad organici sui generis (seppur per motivi diversi) come quelli di coach Karl e di Erik Spoelstra.

Il primo non ha, per scelta o per necessità (fate voi), il leader che possa assumersi automaticamente l’incarico decisivo. Il secondo, invece, ha il problema diametralmente opposto e si trova a dover risolvere una situazione alquanto delicata. Squadra di James o squadra di Wade?

In teoria la risposta esatta, come tutti sanno, è “squadra di tutti” o “squadra di nessuno”, ma nella pratica le cose si fanno più complesse. Spoelstra risolve, se sussiste la possibilità di scegliere un giocatore da isolare, con quella che potremmo definire la “regola della percentuale”.

Non è un caso, infatti, se Dwyane lo scorso anno si è preso la responsabilità dell’ultimo tiro quando le sue percentuali dal campo erano migliori di quelle del Prescelto. Un esempio su tutti è Miami-Indiana del 10 Marzo, giornata in cui Wade tirava con il 60% (9/15) e LeBron con il 42% (8/19).

Un caso di importanza nazionale scoppiò invece quando James (66% dal campo contro il 50% di Wade), che aveva ricevuto palla contro i Jazz a 5 secondi dalla fine, preferì servire Udonis Haslem invece di concludere l’azione personale appena intrapresa. Utah vinse e si aprì il dibattito circa la leadership di LeBron all’interno del team.

Ora che al dito del Prescelto luccica un anello possiamo scommettere che una tale questione non sarà più riaperta. In realtà, per dare una giusta lettura dell’accaduto, si dovrebbe entrare davvero nel merito e domandarsi se forzare necessariamente la conclusione è sempre sintomo di personalità.

Ad ognuno la propria idea, ciò che è certo è che confrontare la gestione NBA dell’ultimo possesso con quella del Vecchio Continente porterebbe a considerazioni ben più affascinanti e costruttive. In America è davvero cosa rara che il coach non chiami l’isolamento per costruire dal palleggio l’ultima occasione della gara ma è pur vero che come ogni regola anche questa ha la sua eccezione, basta chiedere ad uno che dall’Europa ha sempre preso spunto: Gregg Popovich.

Anzi, visto che la nuova stagione è appena iniziata, fate così… chiedete direttamente a Russell Westbrook.

Post By Federico Piccioni (16 Posts)

Abita ad Assisi e studia Giurisprudenza all'Università di Perugia. E' un grande appassionato di basket e di musica. Deve molto ai tre italiani che militano nella lega americana perché è soprattutto grazie a loro che si è definitivamente innamorato della NBA.

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