Gara 4 è sempre una match cruciale per l’andamento di una serie: al suo termine, una delle due squadre potrà iniziare a contare i suoi “match point” mentre l’altra saprà di non poter più perdere (con tutto l’annesso sfavore della casistica), oppure ci si troverà in perfetto equilibrio, come se si giocasse al meglio delle tre gare.

Pacers e Magic, nel recente pivotal game,  hanno incarnato bene la delicatezza della gara, giocandola punto a punto tanto da sconfinare in un overtime. Almeno due situazioni cruciali meritano decisamente un’analisi dettagliata.

Siamo sul 89-86 per i Pacers, Orlando ha appena usato il suo ultimo time-out per disegnare una rimessa laterale che possa costruire una buona tripla; la tripla viene scoccata, non entra, rimbalzo difensivo di David West che tuttavia tocca la linea di fondo; altra rimessa Magic, stavolta dal fondo, con 42,3 sul cronometro.

 

Senza voler sminuire l’impeccabile esecuzione di Redick, va considerato come il ritardo di George (quindi l’affannoso recupero ed il salto istintivo sulla finta) sia dovuto ad un palese blocco in movimento di Glen Davis. “Moving screen” da manuale, come dimostrato nel Video Rule Book del sito Nba nell’apposita sezione (vedere il terzo caso, preso da una partita Kings vs Hawks).

Ci si ritrova quindi sull’89 pari e time-out automatico per coach Vogel e rimessa Pacers a 38,7 secondi al termine; la pressione dei Magic ed un pasticcio in palleggio di West costringono Hill ad una tripla forzata che non tocca il ferro: infrazione dei 24 secondi e palla ad Orlando e 14,7 secondi per il tiro della vittoria. L’assolo di Nelson non ha successo: overtime!

Sul punteggio di 101-99 Pacers a 2.2 del gong finale, rimessa per Orlando che può scegliere se tentare una tripla per la vittoria o un canestro da due per il secondo supplementare fra le “mura amiche”.

Il primo tentativo di rimessa si infrange sulla pressione e sugli switch della difesa Pacers; altro time-out per Stan che disegna una variante della rimessa precedente: sapendo che i Pacers continueranno a cambiare sui blocchi (scelta solitamente ortodossa in queste situazioni) propone come contromossa la “finta di blocco e taglio” (“slip the screen” dicono oltreoceano), che darà puntualmente i suoi risultati.

Diamo un’occhiata alle due rimesse:

 

La differenza chiave fra le due inbounds è sia la differente posizione di Nelson (che nella seconda esecuzione lascia libera la paint), sia quella del primo bloccante dello stagger (Richardson prima, Anderson poi) che nell’ultima esecuzione, dopo aver bloccato, non va a cercare palla verso la rimessa sfruttando il blocco del secondo bloccante (“screen the screener”), ma si tiene largo sul lato debole per andare a rimbalzo offensivo.

Volendo proprio fare gli avvocati del diavolo, si potrebbe osservare che se il blocco di Anderson fosse stato un po’ più verso il post basso (più lontano da Big Baby) George avrebbe cambiato più lentamente su Davis, che avrebbe potuto forse ricevere un passo più vicino verso il ferro; ma, in fondo, si tratta pur sempre di spaziature e dinamiche che, in tempo reale, sono difficili da attuare alla perfezione.

Davis ha dunque optato per un movimento non facile (ma che non gli è nemmeno del tutto estraneo) un fade-away dopo la virata tirando sopra l’atletico George; forse una immediata penetrazione da “ariete”, magari per un lay up o sperando in un fallo, sarebbe stata una soluzione  a più alta percentuale, ma con solo un paio di secondi sul “timer” non si può affatto biasimare la scelta di Big Baby (che, per la cronaca, nonostante sia subendo 3 stoppate a partita, ha sinora segnato 20 punti con il 46% e catturato 9,5 rimbalzi in 38 minuti, tenendo inoltre il 7-2 Hibbert a 11 punti di media e, soprattutto, limitandolo a 8,3 tiri a partita nei 29 minuti in cui è in campo).

Per ironia del destino, lo stesso giocatore che, con un blocco in movimento, ha tenuto vive le speranze dei Magic, è anche colui che ha avuto in mano l’ultimo tiro e, a giudicare dall’esito della partita, “ball don’t lie” come avrebbe detto Sheed…

 

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