Chi arriva e chi parte: Session e Fisher in una foto di qualche tempo fa...

E’ passata qualche ora dalla chiusura del mercato NBA e il trascorrere del tempo sta aiutando a far decantare alcune trades un po’ amare concluse dalla dirigenza gialloviola.

Andiamo con ordine.

I Lakers hanno intavolato due scambi, rispettivamente con Cleveland e Houston, entrambi mirati a ringiovanire lo spot di playmaker.

Con il primo, i lacustri hanno spedito Luke Walton, Jason Kapono e una prima scelta del prossimo draft ai Cavs in cambio di Ramon Sessions e Christian Eyenga.

Con il secondo, a pochi minuti dalla chiusura del mercato, hanno scambiato Derek Fisher e una seconda scelta del prossimo draft con Jordan Hill, in arrivo dai Rockets.

Che L.A. avesse bisogno di un playmaker in grado di fare regia, far giocare la squadra e soprattutto opporre un minimo di resistenza ai pariruolo avversari era cosa risaputa. Derek Fisher, dopo tanti anni di onorato servizio, e nonostante un fisico ancora invidiabile, era ormai dal punto di vista fisico un “ex“, totalmente succube all’atleticità di giocatori come Paul, Westbrook, Parker e soci. Né di aiuto poteva essere Steve Blake, probabilmente sotto pressione sin dal suo arrivo da Portland, che mai ha totalmente convinto per la moneta di titolare.

Della necessità di gente giovane in regia, come dicevo, si sapeva, tant’è che è cosa nota l’arrivo di Chris Paul sfumato per un soffio a dicembre… quel Paul che, svanito il sogno di giocare in gialloviola, si è accasato comunque a Los Angeles, ma su sponda opposta.

La dirigenza ha dunque virato con forza, e in questi mesi si è sentito di tutto… “cediamo Gasol e prendiamo Rondo, cediamo Gasol e prendiamo Deron Williams, cediamo Bynum e Gasol e prendiamo Howard e Williams, cediamo Jack Nicholson e prendiamo Spike Lee…” voci fantasiose, ma che sottacevano una volontà concreta, e un’esigenza ancor più concreta, di rinnovare qualcosa nello spogliatoio.

Tutte le possibili trade includevano il Catalano. Dando per acquisito che Bynum vale troppo per qualunque altro centro della Lega al di fuori di Superman, Buss & soci hanno tentato di monetizzare sull’unico asset di qualche valore, Pau appunto.

L’esito, però, è stato un po’ diverso da quanto sperato… svanito il sogno Chris Paul, evaporata la possibilità di avere Rajon Rondo, rispedita al mittente la proposta Deron Williams, i Lakers alla fine si sono dovuti “accontentare” di Ramon Sessions, in uscita da una Cleveland un po’ troppo stretta da quando c’è Irving.

Per averlo, questo playmaker definito da Matt Moore di CBS Sports “a better creator than shooter, but shoots more than he creates”, i Lakers non si sono dovuti privare dello Spagnolo (e ci mancava), ma anzi hanno avuto la possibilità di scaricare (finalmente) i sei milioni di dollari dello stipendio della maxi figurina cartonata di Luke Walton, ormai impolverata in panchina, includendoci anche quel Jason Kapono arrivato in California come specialista da tre ma che (purtroppo stavolta) non ha avuto fortuna.

Con un’ottima trade quindi i Lakers hanno portato a casa questo playmaker venticinquenne, al quinto anno tra i pro, dopo due anni a Milwaukee, uno a Minnesota e uno a Cleveland. Un regista con una buona visione di gioco, capace di ottimi exploit in termini di assistenze (vedi ad esempio le due partite dell’8 e 10 febbraio contro Clippers e Bucks, concluse rispettivamente con 24+13 – record di punti – e 12+16 – record di assists), aggressivo quanto serve per poter correre e far muovere un po’ i senatori gialloviola.

Non è né Paul, né Rondo, né Williams, sia chiaro, ma è in ogni caso un bel salto in avanti per L.A., che si ritrova finalmente un giocatore capace di correre su e giù per il campo, con un buon QI cestistico, buona visione (5,2 assists a sera in meno di 25 minuti sul campo quest’anno) e discrete mani (10.5 punti a sera sfiorando il 40% da due e il 42% da tre).

L’attitudine difensiva, di certo migliorabile, subirà sicuramente gli effetti di Coach Brown, quindi da quel punto di vista si può stare (quasi) tranquilli.

Fin qui tutto bene.

Se nonché, come anticipavo in precedenza, la dirigenza losangelina ha pensato bene di puntellare anche un altro reparto, quello delle ali, portando alle spalle di Gasol e Bynum un terzo lungo da affiancare sul pino a McRoberts e Murphy. Trattasi di Jordan Hill, ala ventiquattrenne al quarto anno di NBA.

Uscito dalla University of Arizona, è stato scelto con l’ottava scelta assoluta del draft 2009 dai New York Knicks, con cui ha giocato solo 24 partite (stando sul campo mediamente 10,5 minuti) prima di essere spedito a Houston. Ai Rockets si è ritagliato il suo piccolo spazio, giocando circa 15 minuti a sera e producendo, quest’anno, 5 punti e 4,8 rimbalzi a sera.

Buon attitudine al rimbalzo, discreto verticalista, Hill può diventare il classico mestierante che nella storia dei Lakers ha sempre trovato spazio (ricordate Josh Powell, Sasha Vujacic, D.J. Mbenga, Mark Madsen?).

Sarebbe stato un ottimo affare se la contropartita ceduta ai Rockets insieme ad una scelta al prossimo draft non fosse stato nientemeno che…. Derek Fisher.

Ora, è pacifico e incontestato che DaFish sia un “ex” giocatore (per dirla alla Dan Peterson), e si riportano qui tutte le considerazioni dapprima svolte. Ma è pur sempre un Signor Ex Giocatore, l’anima dello spogliatoio, il miglior amico in quel di L.A. di Kobe, il co-capitano gialloviola, l’uomo di tanti e incredibili ultimi tiri capaci di vincere partite e anelli.

Nessuno, credo, avrebbe osato dire qualcosa se il buon Derek fosse stato ceduto nell’ambito di un’operazione tesa a rafforzare seriamente la squadra… per arrivare a un Paul o a  un Howard, per intenderci.

Ma cederlo così, semplicemente per fare spazio salariale e puntellare leggermente il reparto lunghi, è oltraggioso e offensivo per un giocatore di quella caratura e di quel valore.

In definitiva, L.A. esce da questo mercato “invernale” sicuramente rafforzata, con un play finalmente degno di questo nome, con due scaldapanchine come Hill e Eyenga (guardia congolese ventiduenne al secondo anno) e un po’ di spazio salariale.

Questo però ad un prezzo “morale” forse un po’ troppo alto, con la cessione, peraltro all’ultimo minuto, di un vero e proprio pezzo di storia lacustre, che di certo, per quello che ha dato alla franchigia, non meritava di andarsene così da L.A.

Post By Giuseppe TJ Vallone (46 Posts)

Laureato in Legge, appassionato di basket e fotografia, guardo la vita attraverso un obiettivo e con la palla a spicchi in mano…

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3 thoughts on “Il mercato dei Lakers: rafforzati, ma con l’amaro in bocca

  1. tutto corretto….e’ sembrato subito un cambio difficile da far digerire…specialmente a Kobe che perde forse l’unico compagno di cui si fida…e che c’e’ sempre stato quando lui ha vinto…speriamo sempre in un taglio da parte di Houston e rivederlo in maglia gialloviola in tempi stretti…

  2. …”il pesce” è rimasto “vittima” dello scambio saltato con minnesota… l’ala nelle mire dei gialloviola era michael beasley e non certo Hill…l’idea originale era quella di mandare Fisher in panca a fare da chioccia a Session e Blake nello scambio per B-easy…saltato tutto all’ultimo secondo hanno tappato il buco scambiandolo con Houston…

  3. Diciamo che per adesso può andare bene anche così… Il botto sarebbe stato Gasol per dwills, ma credo che i lacustri ci riproveranno in estate, ed a quel punto l’acquisizione di b-easy per tappare quella falla. Se così fosse stato tanto di cappello e contender ad ovest allo stesso livello dei thunders. Nella realtà invece session e hill migliorano senz’altro un roster di grandissimo livello ma che almeno di grosse sorprese non potrà competere sino alla fine per il titolo.

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