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Si ritira il coach più vincente di tutti i tempi...

Era il 1987 quando Phil Jackson veniva inserito nello staff dei Chicago Bulls, allora allenati da Doug Collins, l’attuale sempreverde Coach dei Philadelphia 76ers.
Alle spalle Phil ha 12 stagioni da giocatore NBA e due titoli, anche se il titolo dei Knicks del 1970 lo vive dagli spalti. Un giocatore duro, tanto da guidare una volta la Lega per numero di falli commessi.
Jackson arriva ai Bulls perché è uno dei pupilli di Jerry Krause, che l’aveva adocchiato già quando era in calzoncini e canotta.


In lui avevo visto molto Tony LaRussa
(un baseball manager, ndr). Capiva le persone, era brillante. Una mente che indagava.

Jackson si presentava come l’erede del suo allenatore ai Knicks, il grande Red Holzman, assieme a Tex Winter uno degli allenatori dall’approccio più team-oriented di tutta la storia del Basket americano.
Quando Collins fu mandato via, Jackson sapeva perfettamente perchè sarebbe toccato a lui eriditarne l’incarico, cercando di portare Jordan al successo. Collins sapeva far giocare i suoi con intensità ed emozione, ma ciò che serviva più in là erano poise and control. Equilibrio e controllo.
Si è citato Tex Winter non a caso, perchè la svolta alla carriera di Jackson, di Jordan e alla storia dei Bulls, avverrà quando Phil deciderà di applicare la Triple Post Offense alla sua squadra. La TPO, la filosofia di Winter fatta sistema di gioco, l’evoluzione massima dello sharing the ball. Ancora, anche sulle lavagnette, equiibrio e controllo.

Coach Zen è ormai riconosciuto come maestro assoluto dei mind games, che gli consentivano di avere la squadra sotto controllo dal punto di vista psicologico, ancor prima che da quello tattico.
Il primo giochetto lo fece proprio con Jordan, per nulla convinto del nuovo sistema di gioco, che troppo gli toglieva la palla dalle mani. Il compromesso consisteva nell’usare la TPO per tre quarti, ma qualora non avesse portato i risultati sperati, MJ aveva facoltà di mettersi in proprio nell’ultima, decisiva, frazione.
Sei titoli, due threepeat e il record All Time di vittorie in una singola Regular Season, con quella storica cavalcata da 72-10.
Dopo la finale del 1998, prese la sua moto e lasciò il Berto Center, il centro di allenamento dei Bulls.

E’ stato un grande percorso. Mi sento bene riguardo il partire. E’ il momento, il momento di andarmene.

Firmerà con i Los Angeles Lakers, con l’intento di riportare allo splendore una Franchigia che non vinceva più dai tempi dello Showtime. E ad Hollywood, dove tutto è ingigantito e amplificato, è passato decisamente troppo tempo.
Ad affiancarlo a Los Angeles non poteva certo mancare Tex Winter, e con loro due approdò ad L.A. anche la TPO che tanto grandi aveva reso i Chicago Bulls.
Dopo Jordan e Pippen, porta al successo Shaq e Kobe, demolendo le speranze dei Blazers, spazzando via la Priceton dei Nets, calpestando i sogni di Allen Iverson e affossando i rivali Kings, che mai si riprenderanno da quella leggendaria Gara 7. Dalla città del Vento alla città degli Angeli la melodia non cambia, altro threepeat, e ormai parlare di Hall of Fame per Phil Jackson appare quasi riduttivo, siamo alla Leggenda Vivente.

Ma qualcosa si scheggia in quella macchina perfetta, inziano i dissapori tra Bryant e Shaq, con Jackson che tenderà a schierarsi dalla parte del Big Aristotele, mal sopportando le tendenze soliste che ogni tanto vengono fuori dall’allora numero 8 dei Lakers.
Jackson arriverà addirittura a chiedere che Bryant sia messo sul mercato, richiesta rifiutata dalla dirigenza Gialloviola. Il Poker sfumerà in una serie contro i San Antonio Spurs, che sarà l’epilogo della disfatta dell’anno dopo, in finale contro i Detroit Pistons. Nemmeno lo Zen Master riuscirà a dare a Karl Malone quel tanto sognato anello.

Montana re-calls...

Con quella Gara 5 pare dovesse chiudersi il sipario sulla grandiosa carriera di PJ, ma le disfatte di Kobe e del nuovo sistema che doveva riportare lo Showtime a Los Angeles, porteranno i Lakers a rifirmare, il 15 Giugno 2005, l’allenatore che li aveva riportati alla gloria. E dire che nel suo libro “The Last Season, Jackson aveva definito Kobe uncoachable. Inallenabile.
La squadra è mediocre, e nemmeno la TPO può fare miracoli, quindi di titoli non se ne parla questa volta, bisogna accontentarsi di qualche apparizione ai Playoff e di tante batoste, di cui la più drammatica avvenuta contro i Suns di Steve Nash, che rimontarono i Lakers che si erano portati sul 3-1.

 

Il vento torna a soffiare nelle vele dei Lakers quando mandano in porto una trade che molto farà discutere, con la quale si assicureranno Pau Gasol, giocatore dalle grandissime qualità e perfetto per giocare nella TPO.
I risultati non tarderanno ad arrivare e i Lakers agguantano immediatamente le Finals, che perderanno malamente contro i Boston Celtics di Garnett, Pierce e Ray Allen.
Tutto era finito con una sconfitta alle Finals e tutto riparte con una sconfitta alle Finals. Nei successivi due anni i Lakers partono come favoriti e rispettano le aspettative, diventando Back to Back Champions in una leggendaria Gara 7 contro i rivali Boston Celtics. Con tanto di doppio MVP delle Finals consegnato a Kobe, che tanto a lungo aveva sofferto per l’etichetta di vice-Shaq.

Tutto sembra apparecchiato per l’ennesimo Threepeat, quello che chiuderebbe nel modo perfetto una carriera ai limiti della perfezione. E invece no, qualcosa succede, qualcosa si rompe.
Jackson non vincerà questo anello, probabilmente non ne vincerà più. Non esce di scena con l’ennesima parata, ma non esce di scena nemmeno perdendo una grande serie.
I Lakers vengono massacrati senza appello dai Dallas Mavericks, regalando al loro coach il primo e presumibilmente ultimo Sweep della sua carriera. La squadra gli è totalmente scappata di mano a questo giro, ne sono la prova le liti con Odom, le tensioni tra Gasol e Bryant, la mancanza di intensità di tutto l’organico. Le rotazioni in difesa non sono esistite, le due sconfitte contro gli Hornets al confronto sono sembrate partite dignitose, in campo sono scesi forse i peggiori Campioni in carica della Storia, seppelliti dai canestri di Nowitzki, Terry e di Peja Stojakovic.

This is the final game i’ll coach.

Neppure servono traduzioni per questa citazione dalla sua ultima intervista da Head Coach.
E agli appassionati già manca quella figura imponente, quella voce penetrante e quel modo di parlare che ipnotizzava chiunque lo stesse ascoltando. E’ una stagione strana, che vede uscire di scena nel modo meno meritato prima Jerry Sloan e poi l’uomo che gli strappò di mano due titoli.

Forse non sapremo mai cosa è realmente successo tra quelle mura, forse ci sarà un “The Last Season 2.0” che ci svelerà qualcosa.
Una cosa è certa, quest’anno, come nel 2004, la squadra ha smarrito la retta via, ed è successo proprio nel momento peggiore.

Si godrà il Montana Coach Zen.
Qui, ad un Oceano di distanza, già ci manca.

Post By Carmine D'Amico (13 Posts)

Studente di Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, la pallacanestro fa parte della sua vita praticamente da sempre. Da bambino infatti si innamora dei Chicago Bulls e della Fortitudo Bologna, oltre a consumare la cassetta di Space Jam fino a conoscerne le battute a memoria. Si diletta anche nella pallacanestro giocata, ma gli alti livelli li ha guardati solo da -molto- lontano. @SkittleCDA on Twitter

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14 thoughts on “Sipario, applausi

  1. Onore al coach che ha saputo gestire tantissime teste calde in maniera perfetta, che ha reso Odom un giocatore costante e affidabile, il coach senza il quale neanche i Lakers di Shaq & Kobe avrebbero agguantato il titolo (in quella squadra ricordiamo che militavano i tristissimi e per lo più inutili Medvedenko, George, Samaki Walker in compagnia degli onesti mestieranti Fox, Fisher e del solito Horry che brillava come una supernova 5 minuti alla settimana e poi spariva).
    Ora bisogna far partire la svendita del roster.

  2. bellissimo articolo!
    jackson e sloan……………….accostamento fantastico.
    buffa: “quando elvis finiva il concerto saliva uno sul palco e dicava elvis left the building e il pubblico poteva lasciare la sala. quando json ha finito la sua ultima gara nessuno si è accorto del momento storico che avveniva sotto i loro occhi”.

  3. Complimenti per l’articolo Carmine, soprattutto il titolo mi ha fatto venire un brivido.

    Ne approfitto per annunciare che, spero nel giro di pochi mesi (prima di agosto, per intenderci), uscirà un libro scritto dal sottoscritto che riguarderà proprio la vita di Phil Jackson, dal 17 settembre 1945 all’8 maggio 2011, ed oltre…si intitolerà “Esserci”.

    Ciao!

  4. per vincere servono i grandi campioni, ma questi campioni devono saper essere anche gestiti, questo è quello che ha fatto phil nella sua lunga corsa..come l’ha definita lui

  5. I giocatori con il quale ha avuto a che fare quest’uomo sono:
    – Michael Jordan, un povero mestierante,
    – Scottie Pippen, poveraccio un secondo violino di modesto ordine,
    – Lamar Odom, un 2.09 che porta palla all’occorrenza,
    – Shaquille (sciaquone) O’Neal, il pivot “boa”,
    – Kobe “bistecca” Bryant, una guardia scovata nei draft,
    tutti poveri giocatori da allenare e da sgrezzare.
    In sintesi sto povero cristo non sa allenare sa solo gestire grandi campioni (che non è poco) ma senza Tex Winter dove va? Un Thobideaux (questo è un grande allenatore) se lo mangia vivo a parità di materiale umano

    • Ricordiamo il gigantesco flop di Pippen ai Blazers.
      Ricordiamo il Lamar Odom di Clippers e Heat, incapace di giocare decentemente per due partite di fila, che non difendeva neanche per sbaglio ed era in cerca della sua dimensione offensiva.
      Ricordiamo lo Shaq dei Magic, che pure aveva di fianco un signor Hardaway e un ancora dignitosissimo Horace Grant, eppure non ha vinto una ceppa di niente, salvo agguantare un titolo con i Miami Heat anni (di esperienza) dopo in una squadra che era costruita in maniera perfetta, aveva uno straripante Wade ed era allenata da Pat Riley (non esattamente l’ultimo dei fessi).
      Ricordiamo il Kobe del dopo PJ, quello “allenato” (si fa per dire) da Rudy T, coach di provata esperienza, che trascina magistralmente una squadra di brocchi, brocchissimi, praticamente dei morti di sonno, fino ai playoff salvo poi infrangersi senza dignità contro delle squadre vere.
      Ricordiamo un Michael Jordan che volle fortemente il rinnovo di coach Zen durante gli anni del secondo 3peat, così come Kobe dovette ritornare sui suoi passi ed ammettere l’importanza di Jackson, portando il coach a firmare nuovamente per i Lakers e guadagnare altri 2 titoli.
      Mentre tutto questo succedeva tu dove eri?

      • Grande Jimi, lo hai spento di brutto!!!

        Grandissimo articolo… Già sento un’immensa mancanza.. dei paly off secondo me TRISTISSIMI, dopo la stagione in cui se ne va Sloan, Popovich fuori e probabilmente ultima gara ed ora Phil… se la lega vedrà trionfare Spoelstra allora tanto di guadagnato se l’anno prossimo non si giocherà perchè non arriva l’accordo

    • 1 può essere un caso… 11(+2) sono stoffa… non diciamo castronerie.

      P.s.
      Da oggi parte la mia campagna “coach Adelman a GS”, sostenetela e sostenete anche la cuasa “un uomo d’area al posto di 867 guardie non fa schifo”

  6. pippen una volta andato via dai chicago ha fallito ai blazers pur trovandosi in una ottima squadra. odom ha trovato la sua dimensione ideale nei lakers ed è cresciuto quì a livello mentale. jordan ha iniziato a vincere una volta arrivato phil così come shaq e kobe che erano già insieme un anno prima ke arrivasse

    • pippen ha “fallito” contro shaq e kobe, jordan ha vinto quando i lakers e i celtics sono morti e quando pippen è cresciuto come seconda opzione e il primo anno di shaq e kobe kobe veniva cazziato come un bambino da van exel ed eddie jones.
      coach zen ha meriti giganteschi ma a volte si ingigantiscono io li riassumerei così:
      unico nel costruire un gruppo tecnico che parla con una voce sola alla squadra
      unico nel evitare crepe tra i talenti di una super squadra
      unico nel stabilire ruoli precisi ( es. MJ e Pippen, Kobe e shaq che gli costò il 1° addio lal)
      unico nel parlare ai media e rendere facile o difficile il suo lavoro a seconda del caso
      unico nel fregarsene dei meriti tattici dati giustamente a tex winter
      unico per gli XI titoli
      cosa lo rende diverso dagli altri grandi allenatori?
      quelli che vengono in mente a me avevano prima meriti tattici e tecnici e poi veniva il carisma. il lavoro li ha resi grandi. wooden, aurbach e popovich mi piacciono di + proprio per questo. oltre a questo jackson non è stato un’innovatore del gioco ma adattato e rimodernato sistemi vecchi al mutare del gioco. il triangolo come il sistema di sloan ha fatto epoca ma sono derivazioni delle tattiche degli anni ’60. e con sloan è stato il + grande conservatore tattico della lega ed anche il + disinteressato al basket europeo mentre popovich, aurbach e wooden sono stati ognuno in maniera diversa degli innovatori. json è stato sempre json mentre l’ultima stagione di pop ci dice come sia duttile e pronto ad adattare i dogmi del suo gioco ai giocatori a disposizione e dalle situazioni + varie e “tradire” anche se stesso.
      detto questo non sono solo i titoli a fare la sua leggenda ma il suo modo di essere unico ed eccezionale. phil mi mancherai!

      • aggiungo unico ad aver sempre vinto una serie dopo aver vinto gara1
        e non è solo una statistica cari miei….

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