C’eravamo lasciati un milione di anni fa con l’eliminazione dei Philadelphia 76ers ad opera dei soliti Celtics nella famigerata più che famosa finale della Eastern Conference del 1966.
Era stato un 4 a 1 secco e impietoso. Protagonista in negativo della serie, ovviamente il nostro Wilt Chamberlain, tanto presente e impeccabile sul parquet quanto arrogante e detestabile fuori dal campo.

Ormai inviso al resto della squadra e per questo isolato sul terreno di gioco, senza nessun tipo di supporto da parte dei compagni, Wilt era stato ancora una volta costretto ad alzare bandiera bianca di fronte al suo più grande amico e temibile avversario, Bill Russell.

Divorato vivo, anzi letteralmente sbranato dalle critiche, Chamberlain si era lasciato l’ennesima stagione da perdente alle spalle.

Sette erano stati i suoi anni nella NBA. Anni di record realizzativi impareggiabili, di punti e di rimbalzi, di stoppate e sì, talvolta anche di arcigna difesa. Anni in cui aveva distrutto sul piano personale qualsiasi forma di concorrenza e si era consacrato individualmente il miglior giocatore del pianeta.
Ma erano stati anche anni di sonore sconfitte, di polemiche e critiche, di interviste e dichiarazioni che avevano scatenato bufere, di rapporti tesi e problematici con la stampa, con i compagni, soprattutto con gli allenatori.

E appunto quello degli allenatori rimaneva di fatto il rebus di più difficile soluzione per ogni dirigenza che si era ritrovata a pagare il suo lauto stipendio. Tutti i coach che si erano alternati alla guida del colosso da Philadelphia, a partire dai tempi del college, si erano infatti dimostrati incapaci di relazionarsi con lui.
Limiti degli allenatori o più probabilmente dello stesso Wilt, questa era stata fino a quel momento l’incontrovertibile verità. Con un’unica ma significativa eccezione.

Ai tempi della breve esperienza a San Francisco, Alex Hannum aveva mostrato non solo di sapersi imporre sul giocatore, ma anche di riuscire a indirizzarlo verso una pallacanestro diversa, meno incentrata su se stesso e sulle tanto adorate statistiche, più aperta verso i compagni e dunque verso un primo timido tentativo di gioco corale.
Le cifre di Wilt erano leggermente calate, in compenso il suo valore sul parquet e i risultati di squadra ne avevano tratto giovamento. Era stato solo un barlume, un principio d’idea di ciò che sarebbe potuto diventare il giocatore se avesse imparato a mettere da parte il suo spropositato ego. Ma tanto era bastato.

La dirigenza dei Sixers diede dunque rapidamente il benservito a Dolph Schayes, colpevole oltretutto durante l’ultima post-season di aver provato a coprire in ogni modo le scappatelle di Wilt con l’unico risultato di distruggere definitivamente lo spogliatoio della squadra, per proporre l’incarico allo stesso Hannum.

L’ex coach dei Warriors accettò, convinto com’era che non solo i Sixers avessero un roster di prim’ordine, ma addirittura con un Wilt ben incanalato nella giusta concezione di pallacanestro, potessero asfaltare qualsiasi forma di concorrenza, Celtics compresi.
Un’idea ardita. O forse no.

Sin dal primo giorno d’allenamento Hannum diede inizio alla dura opera che avrebbe fatto di Chamberlain una persona nuova. Non fu un lavoro per nulla facile, almeno all’inizio. Non si trattava di insegnare basket perché Wilt aveva già tutto dentro di sé. Era qualcosa di più sottile, entrare nella psiche del giocatore, provare davvero a comprenderne la complessa e sfaccettata personalità, per agire poi di conseguenza.

Come primo provvedimento, Hannum tolse al proprio centro tutti i privilegi di cui aveva sempre goduto fino a quel momento solo per il fatto di chiamarsi Wilt Chamberlain. Lo obbligò a presenziare agli allenamenti, lo trattò come uno qualsiasi dei suoi uomini.

Di fronte alle proteste del giocatore, il coach non solo fu inamovibile, ma lo affrontò più volte a muso duro, senza alcun timore. Quando lo ritenne necessario, non esitò a vomitargli addosso tutte le verità che si mormoravano nell’ambiente, il fatto che venisse considerato un perdente, che non avesse un briciolo del cuore e del carisma di Bill Russell. Gli spiattellò sul muso tutti gli errori che aveva commesso l’anno precedente, a partire dalla controversa intervista a Sport Illustarted, per passare alle notti brave, il rifiuto di allenarsi con il resto della squadra, l’assenza di disciplina e soprattutto la completa mancanza di rispetto nei confronti dei compagni.

Più volte i due furono quasi sul punto di passare dalle parole ai fatti. Ricordando quei giorni, tempo dopo Chet Walker affermerà che in almeno un paio di occasioni gli altri giocatori erano stati costretti a separare fisicamente i due contendenti per evitare che un Chamberlain livido di rabbia facesse polpette del proprio coach.

Hannum era una ex ala di due metri dalla grande forza fisica, ma era pur sempre piccolo rispetto a Chamberlain. Eppure non dimostrò neanche per un momento di averne timore. E mai diede l’impressione di cedere di un passo. Anzi, durante le liti più furiose, era quasi lui stesso ad avanzare alla ricerca di un contatto fisico con il giocatore.

Con quel modo di fare, il coach si guadagnò dapprima il profondo rispetto di tutta la squadra, infine quello incondizionato dello stesso Chamberlain. Il suo fu un lungo e difficile lavoro, un percorso intrapreso sin dal primo giorno di allenamento che seguì un doppio binario: da un lato condusse il giocatore verso uno stile di vita diverso, più consono a quello di un atleta, più attento e rispettoso nei confronti del prossimo, dall’altro fece di pari passo evolvere il suo gioco fino a portarlo verso una concezione di basket per così dire più… russelliana.

Fu infatti quell’estate, l’estate del 1966, l’estate in cui compì trent’anni, che Wilt Chamberlain, la più grande macchina da canestri nella storia di questo sport, realizzò per la prima volta nella vita di poter essere ancor più devastante in difesa che in attacco.

Convenne con coach Hannum, che in tanti erano capaci di fare la differenza nella metà campo avversaria, di grandi realizzatori la NBA era sempre stata ben fornita, ma in pochi erano capaci di fare quella stessa differenza nella propria metà campo. E in pochissimi avrebbero saputo difendere come lui se solo si fosse applicato seriamente. Anzi, soltanto uno. Si chiamava Bill Russell e aveva le dita già quasi completamente ricoperte di anelli.

Wilt compì dunque la sua scelta, non senza mille ripensamenti, sia chiaro. I dubbi lo accompagneranno per tutta la vita e sarà lo stesso giocatore a volercelo ricordare: “So che i miei ultimi sette anni di carriera in termini di punti realizzati sono stati uno scherzo rispetto ai primi sette. Ho praticamente quasi smesso di segnare. Mi hanno chiesto di farlo, io ho eseguito ma tuttora a volte mi chiedo se invece non sia stato un errore.”

La trasformazione nel suo modo di giocare risulterà così netta e radicale che, diversi anni dopo, sull’altra costa del paese e con un’altra maglia, un Wilt Chamberlain ormai trentaseienne e persino acciaccato, solo grazie alla sua impareggiabile difesa, avrebbe portato di peso per la prima volta nella storia l’anello in quel di Los Angeles, California. Ma questa è una storia di cui ci occuperemo dopo.

Tornando a quel lontano 1966, al 15 ottobre per la precisione, il Chamberlain che scese in campo per la prima di Regular Season contro i New York Knicks era un giocatore agli antipodi rispetto a quello che l’intera America sportiva aveva ammirato, odiato, amato, detestato fino a quel momento.

Lui che aveva tenuto una media in carriera di 39.4 punti in carriera e che non era mai sceso sotto la soglia dei 33.5 punti a partita in ogni singola stagione, quella sera mise 28 punti. Che di per sé non era male. Ma nella partita successiva ne piazzò 23. E quella dopo ancora 20. E poi di nuovo 20 e poi addirittura 13.
In compenso erano state cinque vittorie su cinque dei Sixers, compresa una contro Boston sepolta sotto 42 punti di scarto. Erano stati assist, rimbalzi, blocchi e stoppate. Era stata tantissima, eccellente, spesso insuperabile difesa.

Quell’anno Wilt si prese complessivamente quasi la metà dei tiri della stagione precedente. Realizzò 24.1 punti a partita, cifra irrisoria per lui. Compensò raccogliendo 24.2 rimbalzi e si piazzò terzo fra i migliori assist-man della lega con l’incredibile media di 7.8 a partita. Tirò con il 68% dal campo, cifra straordinaria anche oggi, ma impensabile per l’epoca. Giocò ovviamente più minuti di tutti nell’intera lega. In difesa fu niente meno che monumentale. Vinse il secondo titolo consecutivo di MVP di stagione, il terzo in assoluto dopo l’anno da rookie.

Ma questi son solo numeri che non spiegano completamente. C’era molto altro dietro quell’annata magistrale. C’era un giocatore che per la prima volta nella vita aveva cominciato a elogiare i propri compagni di squadra davanti alla stampa, a incitarli e spronarli durante le partite, riservando una parola buona per tutti.

In molti stentavano a credere che si trattasse della stessa persona che in passato aveva sempre e solo parlato di se stesso, e molto spesso in terza persona, che quasi non rivolgeva la parola ai propri compagni, giudicati non degni, nulla più che un contorno dettato dalla mera esigenza burocratica di dover obbligatoriamente completare la squadra con altri quattro elementi.

Inoltre, consapevole di guadagnare almeno dieci volte la cifre dei suoi compagni di squadra, Chamberlain prese l’abitudine di invitarli quasi ogni settimana a cena fuori, trascorrere le serate in loro compagnia offrendo momenti di svago e ricche bevute.
Anche qui era difficile da credere che fosse la stessa persona che aveva sempre fatto vita a sé, che fuori dal terreno di gioco era stato un corpo estraneo rispetto al resto della squadra, che aveva il suo giro di donne e di locali di altissimo livello e non voleva mischiarsi con i comuni mortali.

Il nuovo Chamberlain condusse i suoi Sixers a vincere 46 delle prime 50 partite e a fine stagione a siglare quello che all’epoca era il miglior record nella storia della NBA con 68 vittorie.
Ormai non vi erano più dubbi, Philadelphia si era guadagnata sul campo il diritto a proclamarsi squadra regina nella corsa all’anello. Poteva contare sul fattore campo in ogni singola serie di playoff e in quel momento sembrava difficilmente battibile.

Eppure quando nella finale della Eastern Conference arrivò la solita battaglia contro i Celtics, dopo 8 anelli consecutivi e dopo tanti pronostici sovvertiti, nessuno si azzardava più a fare previsioni contro Boston. In molti, fra giornalisti e addetti ai lavori, si ritrovarono a ipotizzare a una serie incerta e combattuta. La verità è che non ci fu mai partita.

Wilt contro Bill durante le finali di Conference del 1967

In gara 1 Hal Greer segnò 39 punti. Wilt Chamberlain mise assieme 24 punti, 32 rimbalzi, 13 assist e 12 stoppate, l’ennesima quadrupla doppia mai registrata ufficialmente dai referti NBA. I Sixers vinsero per 127 a 122.

In gara 2, Philadelphia si portò sul 2 a 0 e fu al termine di quella partita che Russell lodò per la prima volta pubblicamente il nuovo modo di giocare di Chamberlain, dicendosi fortemente colpito da quella che definì una vera e propria metamorfosi.

In gara 3, al Boston Garden, Wilt confermò di essere di gran lunga il più forte, se mai ce ne fosse stato bisogno. Portò a termine una prova difensivamente mostruosa. Prese 41 rimbalzi e condusse i suoi alla vittoria per 115 a 104. I Sixers ora conducevano per tre partite a zero. Incredibile ma vero, i Celtics stavano per essere spazzati via.

In gara 4 un prevedibile rigurgito d’orgoglio portò Boston ad allungare la serie, ma in gara 5 Chamberlain realizzò 29 punti, prese 36 rimbalzi, fornì 13 assist. Philadelphia si impose per 4 partite a 1.

Era la prima volta che i Celtics perdevano una serie playoff con Bill Russell in campo. Cedettero il passo in maniera rumorosa e lo fecero contro l’avversario più degno. Contro quel Wilt Chamberlain che si apprestava a volare verso la seconda finale NBA della sua vita e finalmente a vincere il primo titolo in carriera.

Non fu tuttavia un’impresa facile aggiudicarsi l’anello. Contro la sua ex squadra, i San Francisco Warriors dell’ex compagno Nate Thurmond e della giovane stella Rick Barry, il risultato non fu mai veramente in bilico, ma lo spettacolo che lo stesso Barry mise in piedi tenne comunque viva una serie che pendeva decisamente dalla parte di Philly.
Per il bizzoso Rick ci fu una media di 40.8 punti a partita, la migliore di sempre in una serie finale fino al 1993 con Michael Jordan. Tuttora la seconda della storia.

A dispetto della straripante ala dei Warriors, Chamberlain condusse i suoi a imporsi per 4 partite a 2 come da pronostico.
In gara 6, a pochi secondi dalla fine, con Phila avanti per 123 a 122, Barry provò l’entrata per forzare gara 7. Chamberlain lasciò Thurmond e andò a chiudere su di lui. Rick si trovò davanti i tentacoli del gigantesco avversario che arrivavano ovunque. Forzò il tiro, lo sbagliò. Sul contropiede successivo i Sixers scrissero la parola fine.

Era il primo anello per Wilt, conquistato da par suo, giocando meravigliosamente, siglando il record stagionale di vittorie, spazzando via ogni sorta di concorrenza. L’uomo degli eccessi, appunto. Nel bene e nel male. Nelle vittorie come nelle sconfitte.

Diversi anni dopo quella versione dei Philadelphia 76ers sarà eletta da un pool di allenatori, giocatori, giornalisti ed esperti come la migliore squadra di sempre nella storia della NBA.
E non era finita lì. La stagione successiva Chamberlain riprese esattamente da dove aveva lasciato: 24.3 punti a partita, 23.8 rimbalzi, ma soprattutto divenne il primo e ovviamente tuttora unico centro nella storia del basket a guidare la propria lega di appartenenza alla voce assistenze. Distribuì 702 assist complessivi, mostrando una visione di gioco e una proprietà di passaggio degne dei migliori playmaker della lega, e più un generale un dominio sui contemporanei senza eguali.

L’essere completamente al servizio della propria squadra non gli impedì inoltre di risultare il primo giocatore nella storia a sforare la soglia dei 25.000 punti in carriera. Neanche nove stagioni da professionista per arrivare a un simile traguardo. Inutile dire che nessuno sarebbe riuscito nel corso degli anni a fare di meglio.

Coronò inoltre quella straordinaria annata con prestazioni sublimi, come quella del 2 febbraio 1968 quando, contro i Detroit Pistons, mise insieme 22 punti, 25 rimbalzi, 21 assist. Una doppia tripla doppia (volendo chiamarla in questa maniera, visto che non esiste una terminologia ufficiale data l’unicità dell’evento) che non ha altri eguali nella storia di questo sport.

Chamberlain vinse il suo quarto MVP di Regular Season, il terzo consecutivo, eguagliando Russell nella storica tripletta. Ancora oggi, nella storia della NBA, oltre a Wilt e Bill, solo Larry Bird è riuscito nell’impresa di aggiudicarsi tre MVP di stagione di seguito.

I Sixers chiusero per il terzo anno consecutivo la Regular Season con il miglior record della lega: 62 vittorie, ben 8 in più dei Celtics. A quel punto sembrava che la strada per il back to back fosse spianata. Sembrava davvero che l’epopea bianco-verde fosse giunta al capolinea. Stava per cominciare l’era di quel nuovo, meraviglioso giocatore, ormai quasi trentaduenne, che rispondeva al nome di Wilt Chamberlain.
E infatti, quando ancora una volta la finale della Eastern Conference vide l’un contro l’altro armati Sixers e Celtics, stavolta nessuno si fece più alcuna remora a vedere largamente favoriti i padroni di casa. Ma le cose non andarono affatto come previsto.

Innanzitutto Philadelphia si presentò all’appuntamento decisivo piuttosto incerottata. Inoltre il 4 aprile del 1968 fu assassinato ad Atlanta il pastore Martin Luther King.

Gara 1 era in programma il giorno successivo. Otto dei dieci giocatori sul parquet erano afro-americani mentre nel paese stavano scoppiando disordini un po’ ovunque. Entrambe le dirigenze chiesero che la serie fosse posticipata. Richiesta respinta.

Il 9 aprile Russell partecipò ai funerali, contemporaneamente Chamberlain fece un appello televisivo in diretta nazionale per tentare di placare gli animi dei numerosi rivoltosi che da una costa all’altra esasperavano il clima generando disordini e scontri. In varie città venne promulgato il coprifuoco.

In un clima rovente e persino pericoloso, mentre ben altri problemi avvolgevano l’intera nazione, le due squadre diedero vita a una serie che apparve inizialmente segnata. Come da pronostico, i Sixers si portarono avanti per 3 partite a 1. Boston pareva spacciata. Nessuna squadra aveva mai rimontato un simile parziale fino a quel momento.

Ma Havlicek e Russell compirono il miracolo in gara 5 e gara 6, impattando il risultato sul tre pari. Si arrivò a gara 7. Una partita stranissima, analizzata e studiata più volte dagli esperti per tentare di spiegare quello che ai più apparve inspiegabile.

I Sixers tirarono malissimo dal campo. Hal Greer, Wali Jones, Chet Walker, Luke Jackson e Matt Guokas misero insieme appena 33 canestri su 96 tentativi.
Chamberlain dal canto suo fu straripante in difesa, catturò 34 rimbalzi, ma senza apparente motivo, di fronte al suicidio al tiro che stavano perpetrando i suoi compagni, non pretese possessi. Continuò imperterrito con la sua nuova filosofia di gioco: rimbalzi, stoppate, difesa, tanti passaggi, pochissime soluzioni personali. Si prese appena 9 tiri, mise 14 punti.

Sembrò quasi, soprattutto agli occhi dei suoi ancora numerosi detrattori, che per ripicca stesse comunicando al mondo: “Avete voluto che mi concentrassi sulla difesa lasciando le responsabilità offensive ad altri? Eccovi serviti!”
Un’ipotesi di rivalsa che, nonostante fosse pienamente nello stile del giocatore, era comunque da scartare perché a una più attenta analisi, non fu Wilt a cercare poche soluzioni, ma fu il resto della squadra a coinvolgerlo scarsamente fino ad arrivare a escluderlo quasi del tutto dai giochi.
In media quell’anno Chamberlain riceveva palla in post circa 60 volte a partita. In quella gara 7 la ricevette solo 23 volte. Nel terzo quarto solo 7. Appena 2 nell’ultimo decisivo periodo, quello che di fatto assegnò virtualmente l’anello.

Secondo molti analisti ci furono troppe cose che non quadrarono quella sera. Nessuno fra i giocatori dei Sixers ha mai saputo o voluto dipanare gli amletici dubbi su una partita giocata in maniera molto strana da parte dei campioni in carica.
Alla fine i Celtics si imposero per 100 a 96, completando un’insperata rimonta e volando verso la finale e verso il decimo titolo.

Coach Hannum si assunse interamente la responsabilità della sconfitta e rassegnò subito le dimissioni adducendo come motivazione la volontà di ricongiungersi con la sua famiglia sulla costa occidentale. Quindi toccò allo stesso Chamberlain chiedere pubblicamente di essere ceduto ai Lakers. Una richiesta che non mancò di far rumore, le cui ragioni sono state a lungo cercate senza successo.

Qualcuno ipotizzò semplicemente che fosse intenzione del giocatore andare a vivere a Los Angeles, lì dove poteva riprendere la bella vita e dove conquistare le virtù delle ragazze bianche, le sue predilette, in quegli anni fosse molto più facile che altrove.
Altri ritennero che le improvvise defezioni del coach e del miglior giocatore della squadra fossero dovute ai profondi strascichi che gara 7 si era lasciata alle spalle.

Speculazioni a parte, quella stessa estate Wilton Norman Chamberlain approdò alla corte dei Los Angeles Lakers in cambio di Darrall Imhoff (colui che lo aveva marcato la notte dei 100 punti), Archie Clark e Jerry Chambers, andando di fatto a stravolgere gli equilibri della lega.
Era il 9 luglio del 1968.

Chamberlain approda a Los Angeles

I Lakers non vincevano il titolo dai tempi di Mikan e non erano mai riusciti a ghermire il tanto agognato anello da quando si erano trasferiti a Los Angeles. Da allora, guidati dai pur fenomenali Jerry West e Elgin Baylor, avevano raggiunto 5 volte la finale NBA per rimediare altrettante sconfitte.

Ciò che era sempre mancato alla squadra californiana, a dispetto di un backcourt di primissimo livello, era un centro di valore che potesse tenere testa alla temibile front-line dei Celtics. L’arrivo di Chamberlain sembrava finalmente colmare quella lacuna che troppi titoli era costata. Poneva inoltre i Lakers nel ruolo di favoriti assoluti per la corsa al titolo.

Wilt firmò un contratto che non aveva precedenti nella storia dello sport professionistico americano: 250.000 dollari netti a stagione. Una cifra che per l’epoca era irreale.

Saranno cinque gli anni trascorsi in maglia giallo-viola. Cinque anni in cui il nostro raggiungerà per quattro volte la finale NBA. Porterà finalmente il titolo a Los Angeles, ma anche qui vincerà troppo poco rispetto a quanto il suo talento e quello complessivo della squadra avrebbero meritato. Un mix di sfortuna e scelte sbagliate ne saranno la causa.

Tanto per iniziare alla prima stagione, vecchi e forse mai cancellati problemi tornarono prepotentemente a galla. Perso per sempre il fido Alex Hannum, Wilt si ritrovò nuovamente ad avere un rapporto conflittuale con il proprio coach.

A guidare i Lakers c’era Butch Van Breda Kolff, quarantasei anni, bianco, che nutriva una spiccata e neanche troppo velata antipatia nei confronti di Chamberlain. All’inizio fra i due sembrava ci fossero semplici scaramucce e piccoli dispetti, roba di poco conto. Schermaglie destinate a passare in secondo piano rispetto allo straripante talento della squadra giallo-viola. Eppure nel momento decisivo costeranno il titolo ai Lakers. Né più, né meno che il tanto agognato anello. Vedremo come.

Date le premesse, la stagione per Wilt fu ovviamente spesso frustrante. Per la prima volta in carriera si ritrovò a dover guardare importanti frangenti di partite dalla panca, lui che era abituato a non uscire praticamente mai dal terreno di gioco.
In un paio di occasioni e senza apparente motivo fu richiamato sul pino già nel primo quarto di gioco per non far più ritorno sul parquet. In quelle partite chiuse rispettivamente con 2 e 6 punti, e ai più parve come un modo per abbattere le sue medie e i suoi record di longevità e costanza.

Wilt terminò la stagione con 20.5 punti e 21.1 rimbalzi a partita, mentre i Lakers chiusero con 55 vittorie, terzi nella lega, fra l’insoddisfazione della squadra e dell’entourage.
L’unico che appariva contento e sicuro del risultato finale era il proprietario della franchigia, Jack Kent Cooke, cui l’arrivo di Wilt aveva garantito un aumento di circa l’11% sulle vendite dei biglietti.

In vista della post-season la squadra serrò le proprie fila. Il livello da cui partiva era così elevato che pur senza brillare riuscì a raggiungere con relativa facilità le finali dove ancora una volta si ritrovò davanti i soliti indomabili Boston Celtics. Vecchi, logori, incerottati, appagati da anni e anni di quasi incontrastate vittorie.

Come quella dell’anno prima, anche questa serie appariva segnata. I Lakers avevano il fattore campo a favore, erano più motivati, più decisi, più forti. Nessuno pensava potessero perdere il titolo.
Dirà a questo proposito Jerry West:
“La maggior parte degli anni precedenti loro erano più forti di noi, ma nel ‘69 non erano assolutamente migliori. Period. Noi eravamo migliori. Period. E non abbiamo vinto. E quella fu la sconfitta più frustrante.”

In molti hanno addebitato agli infortuni la clamorosa sconfitta di Los Angeles, tuttavia per quanto è innegabile che i giallo-viola abbiano pagato un prezzo piuttosto salato alla sfortuna durante le fasi cruciali della serie, più di ogni altra cosa furono il grande orgoglio celtico e le scellerate scelte di coach Van Breda Kolff a consegnare l’insperato titolo a Russell e compagni.

I Lakers cominciarono vincendo le prime due partite casalinghe. Persero le due al Boston Garden. S’imposero in gara 5, una partita in cui Chamberlain catturò 31 rimbalzi oscurando Russell, ma in cui Jerry West rimediò un brutto infortunio muscolare.

I Celtics riuscirono a impattare nuovamente la serie in gara 6. Tutto era dunque ancora una volta rimandato alla settima partita, al Forum di Los Angeles dove i giallo-viola si erano dimostrati pressoché imbattibili e Boston nella serie vi aveva perso 3 volte su 3.
La squadra bianco-verde inoltre era apparsa più volte stanca, a corto di fiato e le vittorie casalinghe erano giunte più per limiti, demeriti e sfortuna degli avversari che per reali meriti propri. Insomma tutto lasciava pensare a una gara 7 decisamente a senso unico.

La dirigenza dei Lakers preparò un vademecum per le celebrazioni post-vittoria. Jack Kent Cooke ordinò migliaia di palloncini colorati e li fece appendere sul soffitto del Forum. Quei palloncini avrebbero dovuto invadere il terreno di gioco al suono della sirena per dare il via alle celebrazioni.

Si giocò lunedì 5 maggio 1969. Una data storica.
Punti nel loro smisurato orgoglio i Celtics partirono a mille. Dei primi 10 tiri che tentarono, 8 trovarono la via del canestro per un parziale iniziale di 24 a 12. Allungarono fino al più ventuno. Nel terzo quarto si ritrovarono davanti di 15 punti. Poi arrivò la furiosa rimonta giallo-viola. Inesorabile.

E nonostante lo svantaggio e un West infortunato che si trascinava eroicamente la gamba destra da una parte all’altra del parquet, probabilmente i Lakers l’avrebbero pure spuntata se a 5 primi e 45 secondi dalla sirena Chamberlain non fosse caduto male dopo uno scontro con Russell.
Aveva messo a referto 18 punti e 27 rimbalzi fino a quel momento. Chiese di uscire. Con estremo disappunto Van Breda Kollf mandò in campo il centro di riserva Mel Counts.

I Celtics non avevano più gambe e fiato. Sembravano sperare solo che il cronometro viaggiasse più velocemente possibile confidando sugli errori degli avversari. La rimonta giallo-viola proseguì imperterrita e al coach di casa quasi non parve vero di poterla coronare senza Chamberlain in campo.

A tre minuti dalla fine proprio la riserva Mel Counts ricevette un assist di West e mise a segno il canestro del meno uno. Il risultato in quel momento diceva 103-102.
Sembrava fatta. Così quando subito dopo Chamberlian si alzò dalla panchina e si dichiarò disposto a rientrare, la raggelante risposta dell’allenatore lo paralizzò: “Mi spiace, ma andiamo abbastanza bene anche senza di te, andremo fino in fondo con gente che vuol stare in campo anche soffrendo!”

Nessuno si accorse di quel colloquio. Quando Jerry West fu messo a conoscenza della scelta del coach, si dichiarò letteralmente incredulo e ciò contribuì ad aumentare i rimpianti per una sconfitta che poteva essere evitata.

Tutto il popolo giallo-viola avrebbe pagato salatissimo quella presa di posizione. Proprio Mel Counts venne infatti stoppato da Russell nel possesso decisivo della partita, quello che probabilmente valeva l’anello. E alla fine i Celtics si imposero per 108 a 106.

Il suono della sirena non sancì soltanto la fine della gara che assegnò l’undicesimo titolo ai Celtics, ma anche la fine delle epiche sfide fra Russell e Chamberlain. Dopo dieci lunghi anni, con il ritiro del supremo monarca Bill, terminava quel giorno la più grande rivalità nella storia della NBA. Si chiudeva un’intera era del basket a stelle e strisce.

Il bilancio degli scontri diretti fra i due acerrimi avversari è ancora oggi oggetto di analisi, discussioni e dibattiti. A livello individuale il confronto è stato nettamente ad appannaggio di Chamberlain. A livello di vittorie di squadra è stato invece molto più equilibrato di quanto gli impietosi numeri di post-season possano dire.

Otto volte i due rivali si sono affrontati in una serie di playoff. Sette volte ha trionfato Russell, una sola Chamberlain. Delle sette vittorie di Bill, quattro sono maturate in gara 7 e tutte si sono decise solamente all’ultimo possesso. Lo scarto totale è stato di appena 9 punti.

Le partite complessive giocate dai due sono state invece 142. Russell ne ha vinte 88. Wilt, 74. Un’inaspettata differenza di sole 14 gare.

La media che Chamberlain ha mantenuto contro Russell è stata di 28.7 punti e altrettanti rimbalzi a partita.
Quella di Russell contro Chamberlain di 14.5 punti e 23.7 rimbalzi.

L’high score di Chamberlain contro il rivale è stato di 62 punti. Per sei volte inoltre ha realizzato più di 50 punti. Per quanto riguarda i rimbalzi, contro Boston e contro Russell, Wilt ha fatto registrare il record all-time della specialità con 55. In altre sei occasioni ha superato quota 40.

Bill dal canto suo ha avuto una sola partita da più di 40 rimbalzi contro Chamberlain, dimostrando di soffrire l’avversario sotto i tabelloni.

Inutile aggiungere che Russell ha potuto contare in media su un supporting cast e più in generale su un ambiente cestistico superiore, spesso anche molto superiore. Con tre evidenti eccezioni: nel 1967, quando infatti trionfò Wilt; nel 1968, quando sopra per 3 a 1, i Sixers si fecero inspiegabilmente rimontare; nel 1969, nella famosa finale dei palloncini al Forum e dell’incredibile scelta di coach Van Breda Kolff.

Altrettanto inutile infine sottolineare come Russell fosse completamente disinteressato alle statistiche personali e abbia sempre giocato per migliorare i propri compagni, anche a scapito dei propri numeri. Chamberlain, sopratutto il primo Chamberlain, è stato invece l’esatta antitesi come giocatore.
E questo è quanto sulle sfide fra Wilt e Bill.

Ora, come si suol dire, la vita e il basket vanno avanti. E noi faremo altrettanto. Anche perché, quella stessa estate, approdò nella lega un altro player destinato a rivoluzionare lo spot di centro e a completare la triade dei più grandi di sempre nel ruolo. Il suo nome era Lew Alcindor, al secolo Kareem Abdul-Jabbar.
Un nuovo temibile, irriducibile e per giunta giovane avversario si stagliava di fronte a Wilt Chamberlain.

In casa Lakers frattanto, prima dell’inizio della stagione 1969-70, l’ex Crusader ed ex Celtic, Joe Mullaney, prese il posto del criticatissimo Van Breda Kollf. Rinfrancato dall’avvicendamento, Wilt sembrò ritornare agli antichi splendori.
All’esordio in Regular Season mise 35 punti. Replicò con 38 punti alla terza partita. E poi 43 alla quarta, 42 alla sesta, 37 alla settima. Offensivamente sembrava quasi essere tornato il giocatore dei tempi migliori, senza però dimenticare la difesa, gli assist, il gioco di squadra. Davvero troppo bello per essere vero.

E infatti alla nona gara, contro i Phoenix Suns, Wilt si ruppe il tendine rotuleo del ginocchio destro. Era il primo vero grande infortunio che subiva in carriera. Rimase fermo per diversi mesi. I Lakers – alla viglia dati nuovamente per grandi favoriti dopo il ritiro di Russell – si trovarono a vivere una stagione in perenne affanno.

Chamberlain forzò il recupero, riuscì a tornare in campo a tempo di record per le ultime tre partite di stagione. I giallo-viola chiusero con 46 vittorie stagionali, sufficienti per occupare la seconda piazza ad ovest nella scacchiera dei playoff.

Superate Phoenix e Atlanta, arrivò una nuova finale. Gli avversari erano i giovani, velocissimi e rivoluzionari New York Knicks allenati da Red Holzman, con Frazier in cabina di regia e Reed sotto canestro.
Probabilmente però Willis Reed era in quel momento il peggiore avversario che potesse capitare all’ormai trentaquattrenne Chamberlain. Il lunghissimo infortunio, il rientro eccessivamente affrettato, un avversario notevolmente più piccolo, più giovane e più reattivo, molto veloce ma allo stesso tempo forte come un toro, furono i fattori che in parte segnarono quella serie.

Wilt diede sin da subito l’impressione di non aver recuperato al meglio. Sembrò aver perso qualcosa soprattutto in termini di rapidità negli spostamenti laterali e più volte apparve appesantito e troppo lento per l’avversario. Resse il confronto solamente grazie alla classe e all’esperienza in una serie che si rivelò estremamente combattuta, bellissima, ricca di colpi di scena e soprattutto di episodi leggendari.

Su tutti il canestro dalla distanza di West in gara 3, l’infortunio di Reed e la furiosa rimonta dei Knicks in gara 5, la prova mostruosa di Chamberlain in gara 6 che con 45 punti portò di peso i suoi a forzare la settima partita.
Infine la storica gara 7 di cui tanto si è detto e scritto un po’ ovunque. L’impatto psicologico che l’inaspettato ingresso in campo di Willis Reed ebbe su compagni, pubblico e avversari giocò un ruolo decisivo sull’esito finale. Un impatto emotivo sulla gara senza precedenti. Lo stesso Chamberlain, visibilmente scosso, tirò 1 su 11 dalla lunetta.

I Knicks vinsero il loro primo titolo. Wilt perse la terza, sanguinosa e dolorosissima gara 7 consecutiva. La prima in cui il peso degli anni, di un fisico non più integro e di una stagione trascorsa fra lettini medici e centri di riabilitazione, cominciò a farsi sentire.

Sicuramente non giocò bene la decisiva gara 7 ma è comunque onesto affermare che l’eroica impresa di Reed troppo spesso ha portato i critici a dimenticare le precarie condizione fisiche con cui si era presentato all’appuntamento decisivo della stagione.

L’estate seguente fu appunto spesa a recuperare completamente dall’infortunio, ma non si può certo dire che le cose migliorarono molto in casa Lakers. Anzi, la stagione 1970-71 fu forse la più sfortunata per la squadra giallo-viola.

Chamberlain giocò tutte le 82 gare, tenne una media di 20.7 punti, 18.2 rimbalzi e 4.3 assist, ma Los Angeles perse alla seconda partita di stagione Elgin Baylor e in febbraio Jerry West.
Si presentò alla post-season profondamente rimaneggiata, senza due delle proprie tre stelle. Riuscì a superare i Bulls in 7 gare. In finale di Conference si trovò però davanti uno scoglio insormontabile: i Milwaukee Bucks di Oscar Robertson e di un Lew Alcindor difficilmente contenibile, fresco MVP di Regular Season e autore di 31.7 punti a partita in stagione.

Era la prima volta che Chamberlain e il futuro Abdul-Jabbar si affrontavano in una serie playoff, ma la sfortuna continuò a bersagliare i Lakers. La riserva di Jerry West, Keith Erickson, dopo gara 3 fu operato d’urgenza di appendicite e saltò le restanti partite. Chamberlain rimase davvero tutto solo ad affrontare l’intera corazzata dei Bucks.

Lo scontro fra il grande vecchio Wilt e il giovane leone Lew appassionò sin da subito l’intera America sportiva. Nonostante la notevole differenza d’età, Alcindor per la prima volta si ritrovò davanti un avversario che era in grado di contenerlo fisicamente, di limitarlo offensivamente e persino di batterlo agevolmente a rimbalzo.
Non fu un caso dunque se le medie di Kareem calarono di oltre sei punti rispetto alla Regular Season. Nel complesso però i Bucks seppero approfittare degli infortuni degli avversari e si imposero facilmente in cinque gare, andando poi a vincere il titolo in finale contro i Baltimore Bullets.

Nonostante la sconfitta, Wilt giocò eroicamente e almeno per una volta, dopo una prematura eliminazione dai playoff, venne ampiamente lodato da stampa, critici e addetti ai lavori. E il meglio doveva ancora arrivare. A quella eliminazione farà infatti seguito per Wilt e per i Lakers una stagione assolutamente leggendaria.

Prima però, in piena off-season, arrivò sulla scrivania del suo agente una faraonica offerta per salire sul ring e combattere contro il re dei pesi massimi e dell’intero pugilato, il grande Muhammad Ali. L’incontro venne fissato per il 26 luglio del 1971 all’Astrodome di Houston.

Era la terza volta che gli agenti dei due sportivi provavano ad accordarsi per quello che descrivevano come il favoloso combattimento fra i due uomini più forti del pianeta. La prima volta era successo nel 1965, la seconda nel 1967, ma entrambi i match erano sfumati per scelta dell’entourage di Alì. Adesso sembrava davvero la volta buona.

Chamberlain e Alì, due leggende “larger than life”

Solo all’ultimo, Wilt si tirò inaspettatamente indietro, sfruttando una clausola dovuta alla sconfitta dello stesso Alì contro Frazier nel marzo di quell’anno.

Secondo gli esperti fu Jack Kent Cooke a intromettersi promettendo a Wilt un nuovo contratto record se solo avesse rinunciato a ciò che lo stesso proprietario dei Lakers definiva “quella follia della boxe”.

Il timore della dirigenza giallo-viola era ovviamente che il giocatore potesse farsi seriamente male durante l’incontro e compromettere così definitivamente le residue speranze di titolo dei Lakers. Residue perché ormai Los Angeles era una squadra vecchia, martoriata dagli infortuni, giudicata da tutti sul viale del tramonto. L’opinione comune era che avesse già definitivamente perso il treno per la gloria.

Del resto Baylor viaggiava verso le 38 primavere, aveva le ginocchia completamente distrutte, veniva da una stagione di completa inattività. West era prossimo ai 34, aveva avuto i suoi problemi fisici, soprattutto l’ultima stagione era stata quasi un calvario. Infine Chamberlain andava per i 36. Fisicamente era il più integro, ma anche lui aveva iniziato a mostrare i primi segni di un’età non più verde.

A guidare la squadra per quella che probabilmente sarebbe stata l’ultima corsa al titolo, fu chiamato l’ex Celtics, Bill Sharman. Il nuovo coach ripercorse pedissequamente il lavoro intrapreso parecchi anni prima in quel di Philadelphia da Hannum.
Parlò a lungo e privatamente con Wilt, lo invitò a dedicarsi con sempre maggior impegno alla difesa lasciando le responsabilità offensive completamente nelle mani di Jerry West e compagni. Lo responsabilizzò nominandolo nuovo capitano della squadra, lo incoraggiò a fungere da esempio per i giovani della squadra.

Chamberlain eseguì come meglio non poteva. Non saltò mai un allenamento, né una riunione tecnica, non si presentò mai in ritardo ad alcun incontro, che fosse con i propri compagni o con la stampa. Si comportò da vero leader della squadra. E autentica gloria fu.

E dire che i Lakers non partirono per nulla bene. Dopo 9 partite della season 1971-72 avevano un bilancio di 6 vittorie e 3 sconfitte. In più un esausto Elgin Baylor salutò tutti per appendere le sue magiche scarpe al chiodo.
Ironia della sorte, dalla decima gara in poi la squadra diede inizio a una striscia vincente di 33 partite che ancora oggi è record NBA.

I Lakers chiusero la stagione con il nuovo record nella storia della lega, 69 vittorie e 13 sconfitte. Primato che migliorava il precedente stabilito proprio dai Philadelphia 76ers dello stesso Chamberlain.

Wilt terminò con appena 14.8 punti, ma ben 19.2 rimbalzi a partita, vincendo a trentasei anni per la decima volta la relativa classifica. Guidò inoltre per l’ottava volta la lega nella percentuale dal campo con il 65% al tiro.

I Lakers arrivarono ai playoffs come la squadra da battere, ma lo scontro in finale di conference contro i campioni in carica dei Milwaukee Bucks si presentava bellissimo e quanto mai incerto.
Kareem Abdul-Jabbar era all’apice del suo gioco e della sua straordinaria verve realizzativa. Eletto nuovamente MVP di stagione, aveva chiuso la season con la media di 34.8 punti a partita.

Il nuovo confronto fra i due giganteschi centri fu salutato dalla rivista “Life” come il più grande match-up nella storia di tutti gli sport. Ed effettivamente fu una vera epica battaglia.

Wilt Vs. Kareem. Giganti a confronto

Il venticinquenne Kareem, stavolta ben deciso a non subire la straripante presenza dell’avversario, giocò al meglio delle proprie possibilità. Perse nuovamente la battaglia a rimbalzo, ma mise una media di 33.7 punti a partita, mostrando un arsenale offensivo pressoché illimitato.

Chamberlain sudò le proverbiali sette camicie per tentare di contenerlo. Per larghi tratti della serie, Abdul-Jabbar, dalle cui mani passava ogni singolo possesso dei Bucks, diede l’impressione di poter oscurare l’avversario, ma nei momenti decisivi fu l’anziano e leggendario numero 13 dei Lakers a ergersi a vero dominatore del confronto, risultando quindi l’ago della bilancia nella serie.

In gara 3, sul risultato di 1 a 1, Chamberlain stoppò 9 tiri dei Bucks, fra cui sei di Kareem, sporcò tutte le sue conclusioni, lo indusse a tirare con un misero 15 su 37 dal campo.

In gara 5, sul risultato di 2 a 2 e nel momento più importante della serie, Wilt dominò l’avversario a rimbalzo per 26 a 16, lo marcò in maniera continua, asfissiante, dimostrando una condizione fisica invidiabile per l’età. Kareem peggiorò ulteriormente le proprie medie mettendo a referto 13 canestri su 33 tentativi.
Coach Sharman definì quella prova di Chamberlain come il miglior lavoro difensivo mai visto dai tempi di Bill Russell.

Poi arrivò gara 6.
Wilt fece registrare 20 punti con 8 su 12 al tiro, catturò 24 rimbalzi, rifilò 9 stoppate. Rimase in campo tutti i 48 minuti, riuscì più volte a battere il giovane avversario sia sul piano della velocità che su quello della pura forza fisica.

Abdul-Jabbar dal canto suo diede fondo a tutto il suo immenso arsenale offensivo. Mise 37 punti, ma negli ultimi decisivi dodici minuti di partita fu quasi completamente annullato da Chamberlain. Quasi un intero quarto di gara in cui non riuscì più a trovare il canestro, in cui venne stoppato cinque volte, di cui due consecutive, e persino l’infallibile Sky-Hook si rivelò per la prima volta inefficace contro un avversario.

Alla fine, trascinati dalla straordinaria difesa del proprio centro, i Lakers si imposero per 104 a 100 e al suono della sirena Wilt lasciò il campo mentre tutto lo sportivissimo pubblico di Milwaukee scattava in piedi per riservargli una lunghissima e più che meritata standing ovation.

La performance che Chamberlain sfornò in quella gara 6 viene considerata una delle sue migliori prestazioni di quella seconda parte di carriera, considerando età, contesto e caratura dell’avversario.
Jerry West definì quel confronto “il più grande spettacolo che io abbia mai visto.”

La rivista TIME scrisse: “Nella serie che assegnava il titolo ad ovest, Chamberlain è stato decisamente la vera superstar vincendo alla lunga il confronto con Kareem Abdul-Jabbar, di undici anni più giovane.”

I Lakers approdarono così alle finali, nuovamente contro i Knicks e contro Willis Reed. Ma stavolta le premesse erano completamente differenti.
New York provò costantemente a raddoppiare Chamberlain con Reed e Jerry Lucas, ma nulla poté fermare l’erculeo Dipper, ormai lanciatissimo verso la conquista del suo secondo anello.

In gara 3, Wilt mise 26 punti, prese 20 rimbalzi, condusse per mano i suoi alla vittoria.

Gara 4 fu un’autentica battaglia. Chamberlain si ritrovò con 5 falli sul groppone, ma non mollò di una virgola, smentendo almeno in quell’occasione quanti lo accusavano di non giocare in maniera troppo intensa durante i finali di partita per paura di perdere un record a cui teneva particolarmente: non essere mai uscito per falli in carriera.
Nel quarto periodo stoppò in rapida successione due conclusioni di Lucas. Si slogò un polso in uno scontro. Forse memore dell’esito della finale di 3 anni prima contro i Celtics, strinse i denti. Terminò la partita. Ne uscì vincitore su tutti i fronti.

Per gara 5, nonostante il polso in disordine, mise a referto 24 punti, 29 rimbalzi, 8 assist, 8 stoppate. I Lakers si imposero per 114 a 100, vinsero il titolo, il primo da quando si erano trasferiti in California.

Chamberlain fu nominato MVP delle finali e per una volta furono tutti concordi nell’elogiare il suo gioco e nell’individuare in lui l’artefice principale e forse unico di quel successo.
Al termine della partita l’icona giallo-viola, Jerry West, colui che aveva vanamente inseguito un anello per undici anni, pianse di gioia. E davanti ai microfoni dichiarò: “Chamberlain? È stato semplicemente l’uomo che ci ha portato fin qui.”

Secondo molti Wilt avrebbe dovuto chiudere la propria carriera in quel momento. Da vincente, a dispetto della nomea che l’aveva inseguito per tutta la vita.
Fu fortemente tentato di dire basta, ma si fece convincere ad andare avanti ancora un anno.
Correva la stagione 1972-73. L’ultima della sua carriera.

In Regular Season mise 13.2 punti e 18.6 rimbalzi a partita. Conquistò per l’undicesima volta il titolo di miglior rimbalzista di stagione, record assoluto per la lega. Tirò addirittura con il 73% dal campo, anche questo record all-time tuttora imbattuto, migliorando il suo stesso precedente primato e guidando per la nona volta la lega nella categoria.

I Lakers vinsero 60 partite, in post-season eliminarono i Bulls e i Warriors. In finale si ritrovarono ancora una volta ad affrontare i Knicks.
La serie si risolse in 5 gare a favore di New York. Los Angeles pagò l’età media molto avanzata della squadra, un roster poco profondo e più in generale un quinquennio a dir poco estenuante in cui aveva giocato 4 finali e vinto un anello.

Nell’ultima partita della serie finale, gara 5, Chamberlain mise 23 punti, catturò 21 rimbalzi. A pochi secondi dalla sirena, schiacciò a una mano sulla testa di Phil Jackson. Quella fu l’ultima giocata della sua carriera. Gli ultimi due punti.

Chiuse da miglior realizzatore di sempre nella storia della NBA con 31.419 punti, primato che gli verrà strappato solo molti anni dopo proprio da Kareem Abdul-Jabbar.
Al suo attivo aveva quasi tutti i record della lega alla voce punti, rimbalzi e percentuale dal campo. La maggior parte di questi record resistono ancora a distanza di quasi cinquant’anni. Alcuni appaiono davvero inavvicinabili per chiunque.

A questo proposito quando diversi anni dopo chiesero a Oscar Robertson chi fosse il miglior giocatore di tutti i tempi, l’ex grande playmaker dei Roylas e dei Bucks rispose categoricamente: “The books dont’ lie.”
I libri non mentono. E nel grande libro dei record, il nome di Chamberlain è il più presente. Spesso scritto a caratteri cubitali.

Subito dopo il ritiro, Wilt provò la carriera da allenatore, ma durò poco. Non era sicuramente tagliato per quel mestiere.
Firmò per i San Diego Conquistadors dell’ABA, ma con la sua presenza finì per oscurare i giocatori a roster. Durante le partite della squadra, le telecamere preferivano soffermarsi su di lui piuttosto che sulle azioni di gioco.

Chamberlain ai tempi di dell’All-Star Game 1997

Non volle mai rinunciare inoltre alle luci della ribalta, alla sua vita da milionario, alle serate di festa, ai locali più alla moda, alle donne più ambite. Spesso era lui stesso da coach a saltare gli allenamenti della squadra. Una volta non si presentò a una partita perché impegnato a firmare autografi all’ingresso del palazzetto.
Nella sua stagione da allenatore, i Conquistadors chiusero con un mediocre bilancio di 37 vittorie e 47 sconfitte. Persero contro gli Utah Stars le semifinali di Division.

Al termine dell’annata, Wilt salutò tutti e si ritirò a vita privata, se così si può dire perché – sebbene non apparisse spesso in pubblico – non mancò mai di far sentire la propria ingombrante presenza, di desiderare il centro delle attenzioni, l’adorazione del pubblico e l’approvazione della stampa, soprattutto ora che tutte queste cose non mancavano quasi a compensare le critiche e le contestazioni durante gli anni di attività.

Nel corso degli anni non smise mai di allenare il suo fisico scultoreo, di praticare qualsiasi sport e sempre con risultati strabilianti. Si dedicò alla pallavolo e al beach volley con successo, quindi al tennis, alle maratone, al nuoto, persino al polo.

Non si sposò mai, non ebbe figli, visse solo fra la sua splendida villa di Los Angeles, la celebre Ursa Major, e quella delle Hawaii, circondato dai tantissimi ricordi di una carriera che rimarrà irraggiungibile per chiunque ma nella quale due titoli stridono troppo in rapporto alle sue potenzialità da giocatore di gran lunga più grande di tutti i tempi.

Nel 1978, al suo primo anno di eleggibilità, venne introdotto nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame.

Nel 1981, in occasione del trentacinquesimo anniversario della lega, con suo profondo disappunto, gli venne preferito di una manciata di voti Bill Russell nella corsa al platonico titolo di miglior giocatore della storia della NBA.

Nel 1984 recitò nel film Conan il Barbaro al fianco di Arnold Schwarzenegger.

Nel 1992, quando incontrò per la prima volta pubblicamente il rookie Shaquille O’Neal, di cui si diceva gran bene e al cui nome veniva spesso accostato come tipologia di giocatore, con una semplice stretta di mano in diretta nazionale volle ribadire le giuste gerarchie, esprimere il proprio dominio, sottolineare di essere sempre e comunque il maschio alfa. Così, senza motivo. En passant. Anche a rischio di staccargli un braccio. Perché non ci si chiama Wilt Chamberlain per caso.

Nel 1997 fu selezionato in occasione del cinquantesimo anniversario della NBA fra i 50 migliori giocatori della storia. Poco prima della premiazione ebbe un breve scambio di battute con Jordan su chi dei due dovesse essere considerato il migliore di sempre.
“Ricorda” disse Wilt a MJ chiudendo di fatto la contesa “che in nome dello spettacolo nel tuo caso hanno cambiato le regole per agevolarti e farti segnare di più. Nel mio le hanno cambiate per limitarmi e farmi segnare di meno.”

Poco più di due anni dopo, il 12 ottobre del 1999, il cuore di Wilt Chamberlain cessò improvvisamente di battere.
Colui che Dolph Schayes aveva definito “la più grande macchina da distruzione nella storia della pallacanestro” morì all’età di 63 anni nella sua immensa dimora di Los Angeles per insufficienza cardiaca.

Wilt Chamberlain se ne andò così, silenziosamente, inaspettatamente. Una morte in completa controtendenza rispetto a quella che era stata la sua movimentata, celebre, chiassosa, adorata, contestata, sicuramente enfatizzata esistenza.

Bill Russell fu la seconda persona ad essere avvisata della tragedia.
Il giorno dei funerali, con la voce rotta dal dolore, l’unica cosa che il suo più grande avversario riuscì a mormorare davanti ai microfoni fu: “Io e Wilt saremo amici per l’eternità.”
E così sia.

 

 

 

N.d.A.: Questo articolo è dedicato ad Ago, grande tifoso Lakers, che ha coraggiosamente compiuto il fatidico passo.
In bocca al lupo, fratello.

Post By Goat (32 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica “NBA Legendary Games”. Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica “25 Legendary Players”. Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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12 thoughts on “2 – Wilt Chamberlain – Part Two

  1. Ce n’è voluto ma alla fine abbiamo potuto leggere la seconda parte della storia di Wilt!

    Ammetto di non esser stato a conoscenza (prima di leggere l’articolo) della svolta difensiva di Chamberlain in concomitanza dell’anno del primo anello vinto. Ho sempre letto/sentito di un’evoluzione del gioco in senso altruistico legata all’attacco, ma non che si fosse concentrato anche sulla difesa…
    Da altri racconti e/o filmati non si percepiva che questo cambiamento fosse stato così importante. Da questo articolo invece si può capire come, anche Wilt, alla fine sia maturato definitivamente. Non è un caso che molto campioni raggiungano il successo definitivo (anello) a seguito di una maturazione tecnico/mentale che puoi apprendere solo dopo anni di batoste e lezioni prese.

  2. Che intendi con:

    “Secondo molti analisti ci furono troppe cose che non quadrarono quella sera. Nessuno fra i giocatori dei Sixers ha mai saputo o voluto dipanare gli amletici dubbi su una partita giocata in maniera molto strana da parte dei campioni in carica.”

    Non ho visto il match, ma quali sono i sospetti?

    • Che la squadra giocò contro Chamberlain per invidia nei confronti del suo ingaggio spropositato. Oltretutto mi sembra che proprio quell’anno il giocatore ebbe un lungo contenzioso con la dirigenza dei Sixers per problemi di natura economica, tipo gli furono fatte delle promesse che poi la dirigenza non mantenne o qualcosa di simile. Chamberlain minacciò come suo solito di andarsene e questo accrebbe ancor più l’insofferenza dei compagni.

      • Più che la squadra giocò contro Chamberlain (ipotesi poco credibile e un pelo autolesionistica), direi che la squadra provò a vincerla senza Chamberlain, un po’ per eccessiva sicurezza nei propri mezzi, un po’ per invidia nei confronti di un giocatore che si prendeva tutte le attenzioni e lasciava le briciole ai compagni di squadra.
        Che poi a ben vedere è un po’ quello che successe anche l’anno dopo a Los Angeles con le scelte di coach Van Breda Kolff. Anche lui provò a vincerla senza Chamberlain. Andò male in entrambi i casi.

        • Sì hai ragione. In realtà era quello che volevo dire io. Non che la squadra gli giocò contro nel senso che mirarono a perdere quella partita, ma che provarono offensivamente a estrometterlo dal gioco provando a vincerla da soli.

  3. Ottimo pezzo :)
    Goat e qui la domanda… ma se Chamberlain avesse avuto i compagni di Russell e Russell i compagni di Chamberlain? (e l’allenatore, il contesto).
    Dove iniziano i meriti di uno e finiscono le colpe dell’altro?
    Il tuo pezzo pone piu’ di altri la colpa su compagni ed allenatore, mentre altri attribuiscono molte piu’ colpe al giocatore, in particolare la finale del 69.
    Ma se fosse stato Chamberlain ad avere Cousy ed Havliceck in campo con lui… e Russell no… sarebbe riuscito a sovvertire il bilancio dei titoli?
    la cosa piu’ impressionante della sua carriera a mio parere è il fatto che ormai 36 enne abbia fermato Jabbar nel suo prime e con alle spalle un altro fuoriclasse come Oscar Robertson.

  4. Più che altro mi chiedo sempre quanto l’ambiente contribuisca a plasmare un carattere… Come si sarebbe comportato Chamberlain con Auerbach, a Boston? Forse avrebbe imparato ad essere più uomo-squadra, o chi lo sa, magari dopo due stagioni e il clima non proprio amichevole di Boston (ancora negli anni ottanta, Parish disse che si sentiva discriminato come nero) lo avrebbe spinto a forzare la trade.
    E Russell, lontano dai Celtics? Avrebbe costruito la stessa “winning culture” anche con altri allenatori e altri compagni? Domande che non possono trovare una risposta, ovviamente.

  5. Bellissimo articolo Goat però… non mi hai convinto, “books don’t lie” vale anche se uno guarda l’albo d’oro.
    Scritto questo ti prego umilmente di perdonarmi e di non farci attendere il 2126 per l’ultimo giocatore :)

  6. Grazie Goat, come al solito.
    Bravo è dir poco.
    Spero di leggerti ancora.
    (… un in bocca al lupo ad Ago, sentito).

    sonofuoridaltunnel

  7. Goat, non te la prendete, sei un grande narratore ma a me più che le tue parole hanno impressionato i video, quello nell’articolo scorso del salto verticale da fermo è impressionante. In questo quello delle due stoppate su jabbar, la seconda soprattutto al limite del fallo è la perfezione assoluta, fatta poi a 36 anni sul tiro più instoppabile nella storia della pallacanestro. Ma su tutto c’è la stretta di mano a shaq :-))) non credevo esistesse qualcuno al mondo che potesse fargli fare la figura del ragazzino che si sposta come un fruscello con una semplice stretta di mano. La faccia di o’neal è tutta un programma. :-D

  8. Da questo e da precedenti articoli, ho intuito che la composizione della lega era un po’ diversa in passato. Ad esempio milwaukee e Chicago stavano a ovest. Vorrei saperne di più, c’è un sito dove posso trovare queste informazioni?
    Grazie

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