Degli oltre cinquecento giocatori a roster nelle trenta franchigie che stanno disputando la settantunesima edizione del più importante campionato professionistico di basket americano, noto al grande pubblico come NBA, solo tre sono stati realmente presi in considerazione per entrare a far parte della nostra classifica.

Il primo è stato scartato per mere questioni anagrafiche. Come player non ha molto da invidiare ad alcuni che compaiono in questa roboante lista e quasi sicuramente a fine carriera sarà a buon diritto considerato uno dei migliori giocatori della storia. Ma oggi, ad appena ventotto anni e una carriera che con ogni probabilità non ha ancora raggiunto i traguardi più prestigiosi, ci è sembrato molto prematuro inserirlo in questo contesto. Il suo nome è Kevin Durant.

Il secondo invece, a trentaquattro anni suonati e tre anelli al dito vinti da protagonista, avrebbe età, palmares e prestigio per rientrare in classifica. È stato escluso davvero sul filo di lana per – consentitemi di dirlo – scelta tecnica. Si gioca virtualmente la trentunesima piazza con giocatori del calibro di Kevin McHale, Elvin Hayes, probabilmente Patrick Ewing e David Robinson. Avrete certamente capito, il suo nome è Dwyane Wade.

E così, eccoci arrivato al terzo. Beh… il terzo, nonostante non abbia ancora spento le trentadue candeline e abbia davanti a sé qualche altro anno da spendere ai più alti livelli, possiede tutto e anche di più per entrare a far parte di questa classifica. E come da sua abitudine non ci entra in punta di piedi.

No, lui che sin da piccolo è stato abituato ad avere le luci dei riflettori costantemente puntate sul viso, lui che ha messo un’enfasi finanche eccessiva in qualsiasi cosa abbia fatto, si è conquistato sul campo i galloni per essere catapultato direttamente fra le primissime posizioni. In una Top Ten che fino a qualche anno fa, ad esempio ai tempi della tanto contestata Decision e delle successive Finals del 2011, appariva ancora lontana.

Eppure questi ultimi cinque anni hanno letteralmente stravolto le gerarchie e quello che fino ad allora era sì considerato uno dei players più versatili di sempre, un atleta irreale anche nel contesto di una lega in cui i giocatori dalle strabordanti capacità fisiche sono la norma, si è elevato al livello dei massimi interpreti nella storia del gioco. Di un Oscar Robertson, di un Bird, persino di un Magic, per intenderci.

Giocatori cui è accomunato dalla poliedricità, dall’eclettismo, dalla naturale propensione alla straordinaria arte del passaggio, dall’innata capacità a ricoprire indifferentemente quattro o cinque ruoli sul parquet.

Ma se di giocatori totali, i cosiddetti All-Around Players la NBA ce ne ha forniti nel corso degli anni in discreta quantità, il nostro eletto rimane comunque un unicum nel panorama cestistico perché fino al suo avvento non era mai capitato di vedere un’ala di 203 centimetri per 115 chili muoversi sul parquet con la sua stessa disinvoltura, con la grazia, la velocità e l’eleganza di un piccolo, l’esplosività e l’elevazione dei migliori saltatori, la visione di gioco e la sensibilità nel passaggio di un playmaker, la struttura fisica e il gioco in post di un lungo.

Il nome di questa perfetta macchina da basket è – manco a dirlo – LeBron Raymone James, ma se preferite potete tranquillamente chiamarlo The King, The Chosen One o come più vi aggrada. Nicknames nati ai tempi dell’High School, quando il ragazzo faceva letteralmente a pezzi la concorrenza e Sport Illustrated lo sbatteva in prima pagina rivelando al mondo le grandi cose che ci si poteva attendere da lui.

Da allora son passati quasi tre lustri e di certo LeBron non si può dire che abbia deluso le aspettative. Dopo aver riscritto quasi tutti i record di precocità nella storia della lega, in tredici stagioni da professionista ha giocato sette finali, vinto tre anelli, conquistato tre MVP delle Finals, quattro MVP di Regular Season, un trofeo di rookie dell’anno. È stato incluso per dieci volte nel primo quintetto di lega, per due volte nel secondo, per cinque volte nel primo quintetto difensivo. Ha partecipato a dodici All-Star Game, ne è stato l’MVP in due occasioni, ha vinto un titolo di miglior realizzatore in stagione, due medaglie d’oro olimpiche.

Tutto ciò senza dimenticare gli svariati altri premi e riconoscimenti che ha collezionato un po’ ovunque e soprattutto gli innumerevoli record che ha stabilito su e giù per i parquet di mezza America, la maggior parte dei quali siglati in virtù della perfetta fusione nel suo gioco fra potenza e talento, del suo essere universale, in grado di primeggiare in quasi tutti gli aspetti del gioco.

LeBron è ad esempio l’unico player a risultare fra i primi dieci realizzatori e i primi venti passatori nella storia della lega. E fa un po’ sensazione pensare dove potrà arrivare in entrambe le voci a fine carriera.
È il giocatore, insieme a Oscar Robertson, con il maggior numero di partite di post-season da almeno 30 punti, 10 rimbalzi e 10 assist.
È già oggi l’ala che ha distribuito più assist nella storia, avendo superato Scottie Pippen nel ranking.
È il secondo giocatore per numero di triple doppie messe a referto in una serie di finale. LBJ per ora ne ha collezionate sette, Magic lo precede con otto. Da tempo non si accettano più scommesse sull’eventuale sorpasso.

Ma non è finita qui. Nel 2015 è stato il primo e tuttora unico giocatore a concludere una serie di finale da leader in punti, assist e rimbalzi per entrambe le squadre in campo. Record che lui stesso ha migliorato nelle Finals dell’anno successivo, quelle che per ora sono state la sua personalissima apoteosi, riuscendo a guidare entrambe le squadre in punti, rimbalzi, assist, palle rubate e stoppate, ovvero nelle cinque principali categorie statistiche.

Risulta inoltre l’unico giocatore a essere nella Top Ten dei playoff contemporaneamente alle voci punti, rimbalzi, assist e vittorie. È stato il primo giocatore della nazionale americana di basket a chiudere una partita in tripla doppia. Il terzo a chiudere una stagione con almeno 31 punti, 7 rimbalzi e 6 assist, dopo Robertson e Jordan. L’unico ad aver realizzato più di 30 punti con oltre il 60% al tiro per 6 gare consecutive.

Infine è il giocatore che ha vinto più volte nella storia il premio di player del mese. È l’unico assieme al suo compagno di squadra James Jones ad aver giocato sei finali NBA consecutive senza aver fatto parte della grande dinastia dei Celtics degli anni ’60. Sempre assieme all’inseparabile Jones, risulta l’unico in assoluto ad aver giocato sei finali consecutive con due squadre diverse. Entrambe le strisce sono ovviamente ancora aperte e, a meno di clamorose debacle dei prossimi mesi, è probabile vengano allungate almeno di un altro anno.
E a proposito di strisce aperte, nella stagione corrente, LBJ ha una media di oltre nove assist a partita, risultando il secondo giocatore nella storia, alto almeno due metri, ad aver raggiunto questa quota. Se vi state chiedendo chi sia stato il primo, forse prima di procedere con la lettura, dovreste un po’ rivedere le vostre basi in materia.

A tutto ciò va ovviamente aggiunta una piccola e doverosa postilla. Alle vittorie, i numeri, i record, le statistiche accumulate e le onorificenze ricevute, andrebbe sempre riportata accanto la dicitura “and counting”, perché il dominio di LeBron è in continuo divenire e di abdicare, al momento, il ragazzo da Akron non sembra avere la minima intenzione.

Il suo fisico – ci fanno sapere gli esperti – pare ancora perfetto come quello di un ventenne, la sua voglia di dominare e vincere, inalterata. Migliorano in compenso di anno in anno le percentuali nel tiro dalla distanza, l’efficienza offensiva, la gestione dei possessi, la comprensione del gioco, la convinzione nei propri mezzi, il controllo totale e costante delle partite e una maturità che in passato talvolta è sembrata vacillare.

Tant’è che oggi LeBron probabilmente sta esprimendo la miglior pallacanestro della propria carriera e nelle scorse finali ha portato a termine un’impresa di fronte alla quale anche i più scettici e i più accaniti denigratori hanno dovuto chinare la testa e fare ammenda.

Oggi King James è considerato quasi unanimemente la migliore ala nella storia del gioco, avendo scalzato dal trono niente poco di meno che la Leggenda vivente del basket a stelle e strisce, Larry Bird. Nel febbraio 2016 Sport Illustrated lo ha posizionato al quinto posto fra i migliori giocatori della storia. ESPN lo ha insignito addirittura del platonico titolo di terzo miglior giocatore di tutti i tempi alle spalle di Michael Jordan e Kareem Abdul-Jabbar.
E se dopo tutto ciò ancora vi state chiedendo cosa ci faccia a questo punto della nostra classifica, probabilmente c’è qualcosa che non va nella vostra percezione del basket, piuttosto che in quella del resto del mondo.

Ma, blande polemiche a parte, è giunto il momento di avventurarci brevemente fra i meandri della carriera del Prescelto, lungo un luminosissimo sentiero costellato qua e là di inevitabili coni d’ombra, perché non solo rose e fiori hanno lastricato la sua strada verso la gloria imperitura.

Nato ad Akron il 30 dicembre del 1984, nello stesso ospedale dove curiosamente meno di quattro anni dopo vide la luce un tale Stephen Curry, LeBron era il figlio dalla sedicenne Gloria James e di un ex galeotto di nome McClelland, completamente disinteressato al ruolo di padre. Il piccolo crebbe fra povertà e squallore, senza una casa, vivendo da nomade, accampandosi spesso da parenti, amici o presunti fidanzati di mamma Gloria.

Eppure LeBron venne su decisamente bene, almeno fisicamente. Si dedicò sin dalle scuole elementari con successo agli sport, eccellendo inizialmente soprattutto nel football dove il suo coach, Frankie Walker, divenne per lui ben più di un padre, lo accolse in casa e in seguito provvide a mantenerlo.

In quello stesso periodo il ragazzo conobbe anche la pallacanestro, sport per cui si rivelò naturalmente portato. In terza media superava già l’uno e ottanta ed era in grado di giocare in tutte e cinque le posizione, svettando atleticamente e tecnicamente sui coetanei.

Nel 1999 si iscrisse alla scuola cattolica St. Vincent-St. Mary High School di Akron. Entrò a far parte sia della squadra di football che di basket, primeggiando in entrambi gli sport. Secondo molti addetti ai lavori, LeBron sarebbe potuto diventare una stella della palla ovale se solo non fosse stato così dannatamente bravo con quella a spicchi.

Con 20 punti di media al suo primo anno, guidò la scuola a un record di 27 vittorie, nessuna sconfitta e il titolo di dello Stato, il primo dal 1984.
Quell’estate crebbe di circa quattro pollici e si presentò al suo anno da sophomore fisicamente molto più simile a un uomo che a un ragazzo di sedici anni. Il suo dominio sui coetanei divenne quasi imbarazzante. Viaggiò alle medie di 25.3 punti, 7.4 rimbalzi, 5.5 assist, condusse i suoi al secondo titolo consecutivo, fu eletto All-American e divenne il primo secondo-anno nella storia dell’Ohio a essere votato Mr. Basketball dello Stato.

Al termine della stagione fu invitato allo USA Basketball Development Festival a Colorado Springs, risultando tuttora il più giovane giocatore ad aver mai partecipato all’evento. In quell’occasione LBJ batté il record di punti nella storia del camp con 120 in cinque partite e venne nominato MVP della competizione.

La tappa successiva fu l’Adidas ABCD Camp alla Fairleigh-Dickinson University nel New Jersey. Quello fu l’esordio ufficiale di LeBron sul palcoscenico internazionale. Un esordio estremamente significativo.

Il giocatore maggiormente atteso all’evento era l’ala diciannovenne Lenny Cooke. Un prospetto newyorkese molto quotato fra gli addetti ai lavori che stava progettando già da tempo di dichiararsi eleggibile al draft NBA e per il quale quel palcoscenico diveniva crocevia fondamentale per il suo futuro.

Purtroppo Lenny finì per incrociare la strada del diciassettenne James, uscendone completamente distrutto. Morale della poco gloriosa favola, le quotazioni di LeBron come giocatore si impennarono ulteriormente, mentre al draft del 2002 nessuna squadra ebbe il coraggio di puntare su Cooke, la cui vita prese completamente tutt’altra direzione. Per la serie, splendori e miserie su un campo da basket.

Ciò che maggiormente impressionò i presenti ed emerse lampante durante tutto il camp fu l’abilità di James nel passaggio, la sua capacità di vedere il gioco prima degli altri e servire l’uomo libero al momento giusto e nel posto giusto, una dote che fino a quel momento nessuno aveva ancora tenuto in debita considerazione e che LeBron svilupperà ancor di più nel corso degli anni.

Non è una caso se oggi James, a dispetto di un fisico e di capacità realizzative eccezionali, sia considerato la migliore ala passatrice della storia, al pari del grande Larry Bird. Come Larry, ha una naturale propensione per l’assist e l’innata capacità di pensare sempre uno o due passaggi prima degli altri. E questo grazie a una perfetta lettura dei raddoppi difensivi, un’istintiva comprensione del gioco e la solidità dei suoi fondamentali.

Dopo le esibizioni nel New Jersey, il nome di LeBron fatalmente finì sulla bocca di tutti, addetti ai lavori e semplici tifosi. Nacque probabilmente in quei giorni il soprannome di “King James”.
Persino Michael Jordan si scomodò per vederlo giocare in prima persona, arrivando a invitarlo a un allenamento esclusivo nella sua palestra personale, dove solitamente si esibivano stelle affermate del calibro di Antoine Walker, Michael Finley, Juwan Howard, Penny Hardaway.

James cominciò il suo terzo anno alla St. Vincent-St. Mary High School con le stimmate da predestinato impresse indelebilmente sulla pelle. Ormai era dato per certo il passaggio diretto fra i professionisti della NBA e il 18 febbraio del 2002 Sport Illustrated gli dedicò una celebre copertina dal titolo “The Chosen One”.

 

Nacque in quel momento il suo secondo soprannome e contemporaneamente la malsana idea di dichiararsi eleggibile al draft addirittura al termine del suo anno da junior. In questo fu sostenuto da una petizione per un adeguamento delle regole di ammissibilità, secondo le quali i giocatori dovevano aver terminato almeno l’High School prima di poter approdare fra i professionisti.

Ovviamente la petizione non ebbe successo, ma il clamore che suscitò nell’opinione pubblica, riservò a LeBron un livello d’attenzione da parte dei media senza precedenti.
Forse per la prima volta il giovane player risentì di tutta quella pressione mediatica. Iniziò a fare uso di marijuana per provare a staccare la spina, rilassarsi, quasi prendere le distanze da un’annata che si prevedeva lunga e stressante in maniera anomala per un liceale. Il suo gioco ne risentì appena.

Chiuse la stagione con 28 punti, 9 rimbalzi e 6 assist di media, fu eletto All-American e giocatore dell’anno, ma per la prima volta non vinse il titolo dello Stato.
LeBron accusò il colpo. L’estate fu trascorsa fra ore e ore di duri allenamenti sui campi di basket a migliorare il tiro dalla distanza e in palestra a potenziare un fisico già eccezionalmente strutturato. Ma ci furono anche partite di esibizione lautamente ricompensate in giro per i vari camp degli States, contratti e sponsorizzazioni da firmare, giornalisti sempre al seguito e provini segreti (oltre che non consentiti dal regolamento) per i Cavaliers di stanza nella vicinissima Cleveland.

Il suo anno da senior fu quello della definitiva consacrazione a livello nazionale. La ESPN trasmise in diretta una partita di SVSM contro Oak Hill, facendo registrare uno share secondo solo al primo comeback di Michael Jordan nel lontano 1995.

LeBron riportò a casa il titolo dello Stato e chiuse la stagione con oltre 31 punti e 9 rimbalzi di media. Secondo il giornalista Ryan Jones, terminò la sua esperienza all’High School come “The most hyped basketball player ever”.

Partecipò al McDonald’s All-American Game, evento imperdibile per qualsiasi liceale con velleità di professionismo. Nonostante la presenza di futuri All-Star come Chris Paul e Loul Deng, davanti a diverse celebrità accorse appositamente per l’occasione, tra cui lo stesso Jordan, LBJ oscurò tutti con 31 punti, 11 rimbalzi, il premio di MVP della competizione e la vittoria allo Slam Dunk Contest.

Giunse dunque finalmente il momento di dichiararsi eleggibile al draft del 2003. Un draft particolare perché LeBron correva seriamente il rischio di continuare a giocare in casa, di incrociare a filo doppio il proprio destino con quello dei “suoi” Cavaliers, non proprio la franchigia dal passato più glorioso fra quelle che popolavano il firmamento della National Basketball Association.

I Cavs erano stati fondati trentatré anni prima a Cleveland, un enorme paesone di quasi mezzo milione di abitanti il cui nomignolo, “The mistake on the Lake”, tanto dovrebbe dire sugli irrisolti che città e popolazione si portano dietro ormai da secoli.
Era il 1970, esattamente un anno dopo l’addio al basket giocato del supremo monarca, Bill Russell. Al loro esordio i Cavs si adagiarono sul fondo della Central Division e dell’intera lega con appena 15 vittorie in 82 partite.

Dovettero passare cinque anni prima che, guidati da sergente di ferro Bill Fitch, colui che porterà ai Celtics di Bird il primo anello, concludessero la prima stagione vincente della loro storia. Raggiunsero le finali di Conference ma furono eliminati dai Celtics di Hondo Havlicek e Dave Cowens.

Nulla di cui esaltarsi ad ogni modo. Quell’exploit era stato solo un fuoco di paglia. I Cavaliers tornarono nella loro mediocrità. A inizi anni ’80 vissero il loro periodo più buio andando incontro a stagioni numericamente sconfortanti.
Rividero la luce verso la fine della decade grazie a giocatori come Mark Price, Larry Nance e Brad Daugherty. Nel 1989 vinsero addirittura 57 partite, record di franchigia frantumato, ma al primo turno trovarono sulla loro strada un tale di nome Michael Jordan.

Nel 1992 vinsero altre 57 partite. Stavolta riuscirono ad arrivare fino alle finali di Conference. Ritrovarono i Bulls. Ritrovarono Jordan. Di nuovo a casa.
Nel febbraio del 1997 per un intero weekend Cleveland si ritrovò al centro del mondo cestistico quando nell’Ohio atterrarono i cinquanta giocatori più forti della storia per la famosa premiazione in occasione del cinquantennale della lega.

Nonostante la scelta di Ilgauskas, centro lituano che si rivelerà importantissimo per gli equilibri della squadra, Cleveland non tornò più ai fasti di inizi anni ’90. Nella stagione 2002-03 la quadra vinse appena 17 partite, adagiandosi sul fondo della lega assieme ai Denver Nuggets. Le palline vorticarono nell’urna. Il Fato emise la sua sentenza. Arrivò la prima chiamata al draft.

Era il 23 giugno del 2003 quando Cleveland fece il nome di LeBron James. Quel giorno la città dell’Ohio tornò sulla mappa geografica dell’America cestistica. Quel giorno cominciò un percorso lungo tredici anni, al termine del quale i Cavaliers si sarebbero ritrovati sul tetto del mondo.
Non senza affanni, sia chiaro. Non senza tribolazioni, tradimenti, rimpianti, lacrime, addii, ritorni. Ma come dicevano i latini, per aspera ad astra.

L’esordio di James nella NBA arrivò il 29 ottobre del 2003. Avversari i Sacramento Kings. La giovanissima ala mise 25 punti, distribuì 9 assist, catturò 6 rimbalzi, recuperò 4 palloni. Il miglior debutto di sempre per un giocatore che aveva saltato il college.

Chiuse la stagione come terza matricola nella storia a mettere assieme almeno 20 punti, 5 rimbalzi e 5 assist di media. Prima di lui c’erano riusciti soltanto i soliti Robertson e Jordan. Vinse il premio di rookie dell’anno, eppure a dispetto delle ottime statistiche, Cleveland si fermò a quota 35 vittorie. Con LeBron aveva vinto 18 partite in più rispetto alla stagione precedente, ma aveva comunque mancato l’accesso alla post-season.

Quell’estate arrivò la terribile delusione alle Olimpiadi di Atene e una disfatta storica per la nazionale statunitense che subì la clamorosa sconfitta in semifinale contro l’Argentina a dispetto di una selezione che comprendeva giocatori del calibro di Tim Duncan, Allen Iverson, Dwayne Wade e ovviamente il più giovane di tutti, proprio LeBron James.
Nota a margine, il 23 da Akron si rifarà abbondantemente contribuendo alla vittoria della medaglie d’oro a Pechino nel 2008 e a Londra nel 2012.

Al suo secondo anno fra i pro, James guidò la lega in minuti giocati, si posizionò terzo fra i realizzatori e nei recuperi, sesto fra gli assist-man.
Il 19 gennaio contro Portland divenne il più giovane giocatore di sempre a realizzare una tripla doppia. Il 20 marzo, contro Toronto, divenne il più giovane a piazzare 50 punti. Ma non furono tutte rose e fiori.

Il supporting cast continuava ad essere inadeguato. A marzo Cleveland aveva un bilancio di 34 vittorie e 30 sconfitte, LeBron lavorò per mandare via coach Paul Silas. Sotto la guida del vice Brendan Malone, la squadra perse dieci delle successive diciotto partite. Mancò d’un soffio l’accesso ai playoff e per James, che aveva concluso un’annata numericamente eccezionale, furono critiche e polemiche.

L’anno dopo siglò 31.4 punti a partita, terzo nella lega. Divenne tanto per cambiare il più giovane giocatore di sempre a realizzare oltre trenta punti di media in stagione. Vinse l’MVP dell’All-Star Game di Houston con una prova da 29 punti e 6 rimbalzi, arrivò secondo nelle votazioni dell’MVP di Regular Season alle spalle di Steve Nash, ma soprattutto condusse Cleveland per la prima volta alla post-season.

In gara 1 del primo turno, contro Washington, siglò 32 punti, 11 rimbalzi, 11 assist, risultando il terzo giocatore dopo Johnny McCarthy e Magic Johnson a realizzare una tripla doppia al debutto nei playoff. Chiuse la serie alle medie di 35.7 punti a partita, la più alta di sempre per un giocatore che non giocava da centro all’esordio in post-season.

Al turno successivo i Cavs impegnarono a fondo i quotati Pistons, perdendo una cruenta battaglia in sette tiratissime gare. Nell’ultima e decisiva sfida la superba difesa di Detroit riuscì a tenere Cleveland a soli 61 punti, 27 dei quali realizzati da James. Nessun altro giocatore dei Cavs andò in doppia cifra, eccezione fatta per Larry Hughes che si fermò a quota 10.

L’anno successivo i Cavs vinsero 50 partite. Arrivarono fino alla finale di Conference dove incrociarono i guantoni ancora contro i Pistons. Poteva essere una nuova sconfitta, ma in gara 5 LeBron realizzò 29 degli ultimi 30 punti della squadra compreso il canestro decisivo a due secondi dalla fine del secondo tempo supplementare. A fine partita il suo box-score riportava a 48 punti, 9 rimbalzi, 7 assist, 2 recuperi e 2 stoppate. Una prestazione che il commentatore Steve Kerr definì “jordanesca”.

Guidati da loro leader, Cleveland approdò sorprendentemente alla prima finale NBA della propria storia. L’esito contro gli esperti Spurs di Duncan al loro massimo splendore fu impietoso. La squadra rimediò un sonoro sweep, eppure era passata in quattro anni dall’essere fanalino di coda della lega a giocare per il titolo.

Il ventiduenne LeBron chiuse quelle finali alle medie di 22 punti, 7.0 rimbalzi, 6.8 assist, il 35% dal campo e le immancabili polemiche per la sconfitta, come se a uno come lui non fosse concessa la possibilità di fallire.

La giovane ala rispose alle critiche sul campo. Nel febbraio 2008, a 23 anni e 59 giorni, divenne il più giovane giocatore a sforare la soglia dei 10.000 punti in carriera. Chiuse la sua quinta stagione da professionista alle medie di 30 punti, 7.9 rimbalzi, 7.2 assist e il primo posto nel ranking dei realizzatori.

Al secondo turno di post-season Cleveland incrociò le armi con i nuovi Boston Celtics del trio Garnett-Pierce-Allen. Nonostante la differenza di valori in campo, i Cavs riuscirono a impegnare allo stremo i molto più quotati avversari.
In gara 7 LeBron realizzò 45 punti, ma ancora una volta non ebbe alcun supporto da parte dei compagni. Il secondo miglior realizzatore della squadra era stato Delonte West con 15 punti. Nessuno fra gli altri Cavaliers raggiunse la doppia cifra. Boston volò così verso la finale e la successiva vittoria dell’anello.

Nella stagione 2008-09 arrivò il primo titolo di MVP di stagione. Cleveland vinse 66 partite, record di franchigia frantumato. LeBron fu leader della squadra in punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate, risultando il quarto giocatore nella storia dopo Cowens, Pippen e Garnett a guidare la propria squadra in tutte le principali categorie statistiche.
Fece inoltre comparsa nel primo quintetto difensivo, un aspetto questo da non sottovalutare perché il ragazzo era entrato in NBA con vistose lacune nella propria metà campo. Nel giro di pochi anni, tuttavia, non solo era riuscito a colmarle, ma anche a eccellere nella specialità, consacrandosi – sicuramente aiutato dal fisico – come uno dei migliori difensori del circuito.

Al primo turno di post-season, contro i Pistons, realizzò 32 punti, 11 rimbalzi e 7 assist di media. Arrivò uno sweep. Gara 4 fu giocata con il pubblico di Detroit a intonare in suo onore il coro MVP-MVP.

Al secondo turno i Cavs proseguirono la loro marcia con un nuovo sweep, stavolta agli Hakws. Quando però tutti ormai assaporavano la probabile finale contro i Lakers e contro Bryant, arrivò la sconfitta nell’ultimo atto della Eastern Conference contro i Magic di Dwight Howard.
Alla fine di gara 6 che sancì l’inaspettata eliminazione dei Cavs, James entrò negli spogliatoi senza rendere omaggio agli avversari. Un atteggiamento che gli costò ancora una volta feroci critiche e che sarà il preludio di ciò che l’attenderà nell’immediato futuro.

L’anno successivo i Cavs si assicurarono i servigi del trentottenne Shaquille O’Neal. Vinsero 61 partite. King James che si ritrovò spesso ad agire da vera e propria Shooting Guard, fece registrare per la prima volta una percentuale al tiro superiore al 50, cosa che per lui diverrà la norma anche negli anni successivi. Si aggiudicò il secondo titolo consecutivo di MVP di stagione. Cleveland si presentò ancora una volta alla post-season come principale favorita ad est.

Nuovamente si favoleggiava di un’epica finale contro i Lakers, campioni in carica, e di un titanico scontro fra Kobe Bryant e LeBron James. I due giocatori più amati, odiati, venerati, discussi del pianeta.
Non andò esattamente come previsto. Ancora i Celtics al secondo turno si rivelarono un muro insormontabile. In gara 5 seppellirono i Cavs per 120 a 88. James chiuse la partita con 15 punti, 7 assist, 6 rimbalzi. Cercò di rifarsi in gara 6 andando di tripla doppia, ma Boston si rivelò più forte. E fu finale per la squadra del Massachusetts.

Divenuto unrestricted Free Agent, profondamente deluso dall’epilogo degli ultimi playoff, amareggiato dalla piega che stava prendendo la sua carriera, dopo sette anni ai Cavs, una finale e diverse brucianti eliminazioni, quell’estate LeBron maturò quella che è passata alla storia come “The Decision”.

Alle 9.28 dell’otto Luglio 2010 annunciò in diretta televisiva la volontà di lasciare Cleveland per approdare alla corte dei Miami Heat e raggiungere le stelle Dwayne Wade e Chris Bosh.

La dirigenza dei Cavaliers era stata informata della scelta appena poche ore prima. Manco a dirlo, parte dell’opinione pubblica insorse. Il presunto tradimento di LeBron quasi passò in secondo piano rispetto alla spettacolarizzazione che lo stesso aveva fatto dell’evento. La frase pronunciata dal giocatore “taking my talents to South Beach” prestò il fianco a feroci critiche e divenne quasi un ritornello canzonatorio nei confronti dell’ego spropositato dell’ormai ex numero 23 di Cleveland.

In più c’era la questione, molto sentita al di là dell’oceano, di un giocatore baciato da un talento e un fisico straordinario, che rinunciava a combattere per portare la propria squadra al titolo, preferendo emigrare verso altri lidi e andare a vincere in maniera molto più semplice altrove.

Si scomodarono paragoni importanti, con Jordan che era rimasto a Chicago, nonostante anni e anni di sconfitte, con Magic, con Bird e ovviamente con Robertson che aveva dovuto abbandonare Cincinnati e l’Ohio per andare a vincere un titolo a Milwaukee quasi contro la sua volontà.

Lo stesso Michael Jordan si sentì in dovere di dichiarare a tal proposito: “Non avrei mai chiamato Larry e Magic per proporgli di giocare nella stessa squadra. Capisco che i tempi sono forse cambiati, non è necessariamente una cosa negativa, ma, onestamente, se fossi stato in lui avrei cercato di battere Wade e Bosh invece di giocarci assieme.”

Polemiche a parte, a Miami LeBron agì da vera Point Forward della squadra, dettandone tempi e ritmi. Non avendo più l’intera pressione offensiva sulle sue spalle, ebbe l’opportunità di dedicarsi al gioco nella sua totalità, arrivando persino ad accarezzare pubblicamente l’idea di eguagliare il primato di Robertson e chiudere un’intera stagione in tripla doppia di media. Inutile dirci che non ci riuscirà, ma a questo periodo risale il soprannome “1-through-5” datogli dal coach, Erik Spoelstra, per la sua capacità di coprire tutti i ruoli in campo.

Quel primo anno, Miami vinse 58 partite. Il ventiseienne LeBron guidò la squadra in punti, recuperi e rimbalzi difensivi. Nei playoff, gli Heat rifilarono un triplo 4 a 1 ai Sixers, ai Celtics e infine ai Bulls del fresco MVP di stagione, Derrick Rose. La finale contro i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki sembrava scontata. A senso unico. Quasi una formalità.

Sembrava. Dallas in realtà giocò una serie perfetta e si impose in sei gare.
Fu quello probabilmente il punto più basso della carriera di LeBron James. Giocò male. Chiuse la serie con 17.8 punti a partita, il 32% dal campo, vari momenti di incertezza e confusione. A tratti era stato portato a scuola in post da Barea, venti centimetri abbondanti più basso. Wade fu l’unico a salvare la faccia per gli Heat.

La delusione fu enorme. Alla sua seconda finale, quel meraviglioso giocatore che era LeBron James aveva nuovamente fallito. L’estate fu passata a lavorare duramente su se stesso, sul tiro, ma cosa ben più importante sulla convinzione nei propri mezzi. E quella sconfitta, la più bruciante, sarebbe stata anche la sua rinascita. La serie contro Dallas avrebbe dato il via a una striscia ancora aperta di finali consecutive, a tre titoli, l’ultimo dei quali un vero capolavoro. Ma andiamo con ordine.

L’anno dopo arrivò il terzo trofeo di MVP di stagione. Moses Malone, Magic e Bird eguagliati. Ma ormai LeBron giocava solo ed esclusivamente per l’anello.
Nei playoff ci fu una cruenta battaglia contro i soliti Celtics in finale di Conference. Boston si ritrovò in vantaggio per 3 a 2 nella serie, ma James rifiutò semplicemente l’idea della sconfitta. Guidò i suoi alla vittoria in gara 6 con 45 punti e 15 rimbalzi e poi nella decisiva gara 7 con 31 punti e 12 rimbalzi.

Arrivò la seconda finale consecutiva, la terza complessiva per lui. Avversari gli Oklahoma City Thunder di Durant e Westbrook. Arrivò una sconfitta in gara 1 e vecchi e mai sopiti fantasmi presero nuovamente forma nella sua mente. Ma stavolta gli Heat non fallirono. Vinsero le successive quattro gare e James conquistò il suo primo titolo. Concluse le finali alle medie di 28.6 punti, 10.2 rimbalzi, 7.4 assist. Per lui il titolo di MVP della serie.
“It’s about damn time!” le liberatorie parole con cui salutò quella prima vittoria.

L’anno successivo fu quello dello scontatissimo back-to-back e per certi versi della consacrazione. Miami vinse 66 partite. James viaggiò alle medie di 26.8 punti, 8.0 rimbalzi, 4.3 assist, tirando con il 56% dal campo e il 40% da tre. Sbaragliò ogni sorta di concorrenza nella corsa al trofeo di MVP di stagione, mancando l’en plein di consensi per un solo voto. Era il secondo MVP consecutivo, il quarto assoluto. Superava Moses Malone, Magic e Bird. Eguagliava Wilt Chamberlain.
A gennaio, all’età di ventott’anni, divenne il più giovane di sempre a superare quota 20.000 punti in carriera.
L’Associated Press lo elesse Atleta dell’Anno.

Tutto facile? No perché in finale di Conference, contro i Pacers, Miami sembrò improvvisamente svuotata di ogni energia. Wade siglò appena 15 punti a partita, Bosh si fermò a 11. Fu LeBron a prendere letteralmente in mano la squadra e condurla alla terza finale consecutiva dopo sette tiratissime gare.

L’ultimo atto era contro gli Spurs di Duncan, Parker, Ginobili. Un’altra estenuante battaglia. San Antonio si portò avanti nella serie per tre partite a due. Sembrava avere il controllo anche di gara 6. A fine terzo quarto conduceva di 10 punti.

L’ultimo periodo vide però salire in cattedra King James. Arrivò la rimonta degli Heat, poi un’epica tripla di Ray Allen sulla sirena che mandò la partita all’overtime dove Miami si impose per 103 a 100. LeBron chiuse quella gara con 32 punti, 18 nell’ultimo quarto, cui aggiunse 11 assist e 10 rimbalzi, per una tripla doppia che valeva oro.

Giocò se possibile ancora meglio nella decisiva gara 7 che concluse con 37 punti, 12 rimbalzi, il 52% dal campo e il 50% da tre. Vinse il secondo anello. Fu nuovamente l’indubbio MVP della serie.

Miami si presentò al via da favorita anche l’anno successivo.
Il 3 Marzo del 2014, contro Charlotte, LeBron fece registrare il suo career-high di 61 punti, tirando 22 su 33 dal campo e 8 su 10 da tre. Al secondo turno di playoff, contro i Nets fece registrare il suo career-high di post-season con 49 punti.
Arrivò la quarta finale consecutiva per un possibile e storico three-peat. Ancora contro San Antonio. Ma stavolta la stella che brillò maggiormente fu quella del giovane Kawhi Leonard e gli Spurs si imposero in cinque gare.

Al termine di quella stagione LeBron decise di salutare la Florida e tornare nel suo Ohio, a Cleveland.
“I’m ready to accept the challenge” dichiarò nell’ormai canonica conferenza stampa a reti unificate con la faccia così seria che dalle sue parole pareva quasi dipendesse il destino dell’umanità intera.
Pronto ad accettare la sfida, dunque. Tornare per riprendere lì dove aveva lasciato e portare i Cavaliers sul tetto del mondo. Un’impresa quasi impossibile. Ma anche no.

Durante i suoi quattro anni di assenza i Cavs avevano perso complessivamente più partite di qualsiasi altra squadra nella storia della NBA. Ma il ritorno di LeBron, la presenza di Kyrie Irving, l’arrivo di Kevin Love e una Eastern Conference di livello decisamente basso, compirono il miracolo. Cleveland divenne da subito una contender.

Arrivarono 53 vittorie e poi la finale contro i Warriors di Stephen Curry. La quinta consecutiva per James. Golden State era certamente più forte, ma LeBron giocò meravigliosamente.

In gara 1 mise 44 punti. In gara 2 mise 39 punti, 16 rimbalzi e 11 assist. In gara 3, altri 40 punti. A quel punto sembrò quasi che il record di Jordan per media punti in una finale potesse vacillare. Poi quando la serie prese decisamente la direzione dei Warriors, sembrò che LeBron potesse replicare l’impresa di Jerry West e vincere l’MVP delle finali da perdente.

Non riuscì in nessuna delle due imprese, ma nelle sei gare di finale King James viaggiò alle medie di 35.8 punti, 13.3 rimbalzi, 8.8 assist. Nessuno fra compagni e avversari nella serie aveva realizzato più punti di lui, preso più rimbalzi di lui, distribuito più assist di lui.

L’appuntamento con l’anello da consegnare alla città di Cleveland era inoltre rimandato solo di una stagione. La rivincita arrivò molto presto e soprattutto arrivò quando nessuno se l’aspettava, quando l’avversario era il più ostico, il più difficile, il più forte.

Le scorse finali sono storia dei giorni nostri.
Le 73 gare vinte dai Warriors, la migliore stagione mai conclusa nella storia della NBA, il record strappato ai Bulls di Jordan, le triple di Stephen Curry e di Klay Thompson, la verve di Draymond Green sotto canestro. Ma soprattutto il risultato di 3 a 1 per Golden State dopo quattro partite di finale.
La tradizione, che pure vorrà significare qualcosa, decisamente a loro favore. Mai nessuna squadra aveva perso l’anello dopo essere stata avanti per 3 a 1 nella serie decisiva. Il titolo a un passo. La storica doppietta per la squadra di Oakland, la consacrazione di un biennio irripetibile.

Tutto molto bello, ma tutto dannatamente inutile perché dall’altra parte c’era un tale di nome LeBron James.
41 punti e 16 rimbalzi in gara 5 per accorciare le distanze. Altri 41 punti cui vanno aggiunti 11 assist, 8 rimbalzi, 4 recuperi e 3 stoppate in gara 6 per impattare la serie sul tre pari. Poi la decisiva, sorprendente gara 7. In trasferta.

Gli ultimi febbrili minuti.
Il risultato fermo sull’89 pari. Gli interminabili secondi di buio, nessun canestro né da una parte, né dall’altra. La tensione che si taglia a fette, palpabile sul viso e nei movimenti dei giocatori.
Poi, a 1 primo e 53 secondi alla sirena, Curry pesca sotto canestro Iguodala. Sono due punti facili per l’allungo che potrebbe essere decisivo. Ma alle sue spalle si materializza un carro armato lanciato in volo che sale fino in cielo, inchioda la palla al tabellone, dice di no.
Una stoppata magnifica che segna irrimediabilmente il destino di partita e serie. Una stoppata che profuma maledettamente di storia.

Finisce 93 a 89. Finisce con l’incredibile trionfo di Cleveland. Finisce con l’ennesima tripla doppia di LeBron per la vittoria più bella. Finisce con il terzo titolo di MVP, secondo giocatore di sempre dopo Jabbar a vincerlo con due squadre diverse.
Finisce con le sue lacrime.
Finisce soprattutto con una prestazione complessiva che non ha eguali nella storia della NBA: 29.7 punti, 11.3 rimbalzi, 8.9 assist, 2.6 recuperi, 2.3 stoppate di media, più di tutti, compagni e avversari, in ogni singola voce. Non era mai accaduto prima.
Finisce con il Re sul tetto del mondo. E il mondo ai suoi piedi.
Finisce con un… And Counting. Perché siamo ancora tutti qui a vederlo giocare. E dominare. E forse vincere ancora.
Finisce con un LeBron James che – consentitemi di dirlo – molti di noi purtroppo non se lo sono mai meritato.

 

Post By Goat (30 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

Website: →

Connect

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

19 thoughts on “6 – Lebron James

  1. Ineccepibile. Però, come al solito, è per il tiro di Irving che Lebron ha questa posizione. Se quel tiro va fuori, o se ne entra uno di Curry, ricorderemmo lo 0-4 al tiro con cui ha chiuso le Finals, o la stoppata subita da Iguodala invece che quella fatta. E Lebron ce lo ritroveremmo (ingiustamente) quindicesimo in questa classifica.
    Tutto ben considerato, sono ragionamenti che valgono anche per altri, tranne che per il giocatore che ci sarà al numero uno. Forse è proprio per questo che sarà al numero uno.

  2. Riallacciandomi un attimo all’ introduzione dell’ articolo circa la questione della 30 posizione in poi, vorrei ricordarvi che molto probabilmente molti di voi si sono fatti condizionare dal Robinson in lacrime e portato all’ asilo da Olajuwon…..ma ad onor del vero il nostro Ammiraglio in quasi tutti i raking made usa figura nella top 20….e per dovere di cronaca aggiungo anche che Robinson figura al 4 posto nella player efficenty rating ever con 26.68, al 4 posto nella defensive rating ever con 95.e spiccioli, al 2 posto nel Ws x 48 minuti ever dietro solo a Jordan e ottavo nel wsx48 ai playoff. Insomma gli schiaffi presi da Olajuwon non dovrebbero ridimensionarlo a tal punto ecco. Top 40-50 ever popolata inoltre dai vari Ewing..Payton…Kidd…Earl…Hayes ma anche Mcadoo….ricorderei connie hawkins cosi come Nate Thurmond primo bipede a registrare una quadrupla doppia e Iverson pound x pound miglior realizzatore ever. Detto questo, d’ accordo con la sesta posizione di Lebron, che in barba ai detrattori ha dimostrato di essere il prescelto sul campo e non a chiacchiare. Per il futuro bene Durant e Westbrook se continua cosi, ma il mio prescelto rimane A. Davis che se rimane lontano da noie fisiche ha tutto per entrare ai primi posti tra le leggende.

  3. Tutto molto bello, l’ultima frase però è una polemica gratuita, dettata dal fatto che stiamo vivendo il momento di James in contemporanea e, di conseguenza, stiamo subendo anche i suoi haters.
    Ma gli haters ci sono sempre stati, c’erano per kobe, c’erano per jordan…il mondo intorno a noi è cambiato, il mondo della comunicazione in particolare, e la percezione dell’hateraggio è probabilmente più marcata rispetto al passato. Non credo che James abbia attirato più haters rispetto al passato. E’ cambiata la percezione della cosa…

    @killerbee puoi mettere anche il tiro di ray allen in gara 6 allora…ho notato però che chi ha scritto gli articoli ha voluto dare agli stessi principalmente un imprinting positivo, soffermandosi (ove possibile) poco sulle negatività di chi descriveva. James ha avuto sicuramente delle ombre ma, ricordiamoci, che non esiste ombra senza luce, né luce senza ombra.

    • No, più haters rispetto al passato, no. E’ cambiata un po’ la percezione, è tutto più amplificato, complice i media, i social network. Un po’ quello che hai scritto tu. L’ultima frase prendila come una scherzosa provocazione.
      Personalmente – ma sottolineo è un parere del tutto personale – fra i grandissimi, penso che il più discusso in assoluto, soprattutto dalla stampa, a ragione o a torto, sia stato Chamberlain.

      Vera anche l’ultima parte del tuo commento. Negli articoli vengono messi più in risalto gli aspetti positivi, ove possibile. Poi ovvio ci sono casi in cui non si può tacere anche di quelli negativi. Una cosa deve essere chiaro, non esiste una carriera immacolata, che non ha attraversato zone d’ombra, conosciuto sconfitte. O meglio, solo una. Quella di Bill Russell. Il che non significa fosse un giocatore perfetto. Ha semplicemente sempre fatto alla perfezione quello che doveva fare.

        • Io mi occupo da sempre di storia del basket. Che io ricordi sono circa 22 anni che mi ci dedico con passione. E sono almeno dodici anni che ne scrivo su Playit e più recentemente anche altrove. Forse è per questo che a volte scherzosamente mi tacciano di essere un “nostalgico”, uno ancorato al vecchio modo di giocare, alle vecchie tradizioni, ai giocatori del tempo che furono.
          In realtà il passato mi serve per ammirare e apprezzare ancora di più il presente. Personalmente trovo affascinanti le evoluzioni del gioco e delle tattiche, i modernismi, la stretta connessione con le nuove tipologie di giocatori. Trovo tutto ciò molto affascinante. Troco Curry un giocatore affascinante. E’ giovane, ha ancora strada da fare, molto da dimostrare, ma non ci son limiti a dove può arrivare, se non forse nella sua stessa costituzione fisica. Chi vivrà, vedrà.

      • per tanti motivi neanche quella di russell è stata immacolata…si è avvicinata ad esserlo pur non essendo stato un virtuoso offensivamente.. e ai liberi…perdendo pure lui una finale…forse Mikan ma nemmeno lui nonostante perse una finale con la scusante che fosse zoppo …toh…jordan…ma le busco prima di diventare jordan… :-)

        • Non è mia intenzione parlare di Russell, perché non è il momento, ma l’unica finale che Russell ha perso, in realtà non ha praticamente giocato le ultime 3 partite per infortunio. :-D
          E’ opinione diffusa e quasi certa che con lui in campo, Boton non avrebbe perso.
          A parte questo, ho scritto che non avere coni d’ombra in carriera (e russell non li ha avuti, considerando che in tutta la sua carriera durata 13 anni ha perso personalmente una e una una sola serie di playoff, nel ’67, una serie molto particolare di cui avremo modo di parlare) non significa fosse un giocatore perfetto. Non lo era. Ma che ha sempre fatto alla perfezione quello che doveva fare e ciò che tutto il mondo gli chiedeva. Difendere. Incutere timore negli avversari. Ispirare fiducia nei compagni. Far rendere al peggio i primi, al meglio i secondi. Vincere.

  4. A mio parere James tornando a Cleveland ha fatto il passo decisivo per costruire la sua statua fra i Grandissimi del gioco. Che fosse forte nessuno lo metteva in dubbio, ma vincere il titolo cambia le cose. Certo lui lo aveva già fatto a Miami, ma con qualche riserba: 1)era stato sconfitto alla prima occasione da Dallas pur avendo la squadra più forte della NBA a disposizione. 2) vero che King James era il giocatore principale di quegli HEAT, ma la squadra era di Wade e cmq era una squadra fatta e finita per vincere subito. Col ritorno ai Cavs, team sfigato, dove non vinceva mai nessuno, con una squadra buona ma non eccezionale ha prima impegnato GS in una bella serie finale dove praticamente era lui vs 5/6 avversari e poi ha vinto l’anno dopo contro tutti i pronostici, contro i più forti(stando ai numeri)di sempre e contro fattore campo di gara 7, che volete di più? Con l’impresa di giugno LbJ ha chiuso la bocca ad ogni detrattore o a chi lo odia.
    Personalmente non stravedo per James, però lo considero il più forte adesso nella NBA, per intenderci, a mio parere, se oggi il 23 va a Philadelphia i 76 diventano da finale a Est con possibilità di vincerla…(anche perchè i Cavs senza LbJ sono una buona squadra ma niente di più)

  5. L’ ultima frase, ovvero, che Lebron molti di noi non se lo sono mai meritato, corrisponde alla verità purtroppo. Ed è molto triste se consideriamo che siamo tutti dei semplici appassionati di questo sport e, in quanto tali, non dovremmo farci dominare da antipatie o hateraggi illogici nemmeno di fronte l’ignoranza cestistica di un Ricky Davis per dire. L’ hateraggio o per meglio dire l’ ignoranza di chi guarda e apprezza il giusto è il marchio d fabbrica di due sottospecie umane, i delusi e quelli che vogliono difendere il loro gangsta. I delusi sono quelli del dopo the decision di cui i supporter dei knicks sono quelli schierati nelle primissime file. Gli altri sono gli adepti di Kobe che vedevano.in lbj una minaccia in grado di oscurare il proprio beniamino, oppure gli adepti del trifoglio e di Larry perché. Lbj aveva le credenziali per spodestare la loro leggenda e allo stesso tempo evitare il ripresentarsi della rivalry per eccellenza tra celtics e lakers. Infine ci sono quelli, oggi pochi a dire il vero, che non hanno mai digerito il fatto della Decision ma sono gli stessi che dicono che Garnett avrebbe fatto bene a mollare i Wolves, cosi come Towns…Davis…e simila farebbero bene a smammare verso altri lidi. Peraltro la Decision è. Figlia del basket di oggi, dell’ espansione, delle piccole piazze che non riescono ad emergere finanziariamente, ed il fatto che Lebron sia ritornato a Cleveland dimostra che andavano spesi anni al draft (e poi ritornare) in quella misera realtà chiamata cleveland per poter essere un minimo competitivi…certo tutto questo e meno romantico rispetto alle carriere di Magic..di Bird…di Jordan…di Kobe o di Duncan.E forse è l’ unico aspetto citabile in “negativo” quando si parla di Lebron , pur non avendo ne colpe ne tantomeno di che essere rimproverato. I social poi non fanno altro che alimentare questo fenomeno, mi fanno quasi tenerezza i miei concittadini che stanno svegli fino alle 4 di mattina per vedere se Lbj stavolta al posto della bottiglietta si e tolto le mutande lasciando partire un peto….quando in teoria a quell’ ora si dorme o al massimo ci si gusta quella medesima partita.

  6. x goat

    Si un infortunio alla caviglia, ma in realtà salto due partite non tre..;-)….fece in tempo a scendere in campo per gara 6 dove Petitt ne mise 50….L’ opinione comune al massimo si domanda come fosse finita se bill avesse preso parte alle altre due partite..non che se avesse giocato avrebbero vinto i celtics. Era la vendetta di Petitt…motivato piu che mai e bill era in campo in quel 110-109….anche se non al 100%…. Per il resto avremo modo di parlarne su Bill che reputo un giocatore straordinario ma con degli asterischi che vanno per forza menzionati quando si stilano dei raking.. :-)

    • Giocò profondamente menomato, facendo la spola fra campo e panchina e avendo serie difficoltà a poggiare il piede per terra. Il suo apporto difensivo fu modesto, la sua presenza voleva essere più psicologica che altro. Ovviamente non bastò. Comunque non è importante, non è assolutamente mio interesse entrare nel merito di questa discussione, tanto più su Bill Russell.
      Ciao.

  7. Pensando a Lebron mi ricorderò sempre di tre cose. Quando nel 2007 portò praticamente da solo Cleveland in finale prendendo a calci i Pistons nelle FdC. Lo sguardo assassino contro i Celtics in gara 6 nel 2012 . la felicità per il primo anello. E il titolo, quest’ ultimo, vinto nella città più disgraziata degli States. Un giocatore mai visto prima, una PF mai vista nella storia del gioco. Un 203 cm x 125 kg con percentuale corporea praticamente inesistente che corre i 30 metri in meno di 4 secondi e che salta da fermo 80 cm e questo per quanto riguarda la parte fisica xke nella parte tecnica sa fare praticamente.di tutto, e probabilmente l’ unico giocatore in grado di ricoprire tutti e cinque i ruoli in campo. Dopo due anni di militanza a Cleveland fecero dei murales lunghi 50 metri nel centro della città, oggi si parla di statue, di vie e di templi da dedicargli. Ha triturato tutto e tutti, record compresi. E uno degli atleti piu pagati e conosciuti al mondo. E l’ unico uomo al mondo insieme a Lewis Hamilton a cui è funzionato il trapianto dei capelli. E nel suo Dna riuscire nelle cose nonostante una paternità discussa. Ma anche in quello ha voluto “primeggiare” quando intervenne per ringraziare suo padre… ” Sai papà. …Se io oggi sono quello che sono lo devo anche a te. Ho sempre desiderato una figura paterna al mio fianco che mi aiutasse a crescere ma probabilmente il fatto di non averla mai avuta mi ha rafforzato interiormente ed oggi se cerco di circordarmi di brave persone cosi come di trasmettere certi valori ai miei figli lo devo anche a causa tua. Forse se avessi avuto un padre, una madre, un mucchio di sorelle e fratelli, un cane e una staccionata, non sarei quello che sono adesso.Respect Lebron!!!

    • Forte, quella dei capelli.
      Anche lì si nota il campione.
      Statistico, ovviamente.

  8. sono d’accordo con la sua posizione ma purtroppo a me lbj nn riesce a convincermi del tutto. colpa mia ma come personalità l’ho trovato soprattutto da the decision in poi un po un paraculo. ha sempre questo bisogno di piacere a tutti che nn capisco quando già quello che fa in campo basta. invece già ultimo periodo a cle, poi the decision con quella buffonata di presentazione, poi il ritorno a casa del figliol prodigo quando era chiaro che miami era finita e cmq tornava a cle con Irving e wiggings (poi diventato love). insomma le scelte ci stanno ma nn mi piace il contorno creato. bastava farle con 2 brevi comunicati e via. i cosidetti haters se li è tirati addosso lui.
    sulle vittorie è vero allen lo ha salvato con gli spurs e Irving x me ha il vero merito con gs nelle ultime finals. mvp giustamente a lbj ma gara 5 l’ha vinta Irving e gara 7 l’ha messa lui la tripla decisiva. detto ciò è un gioco di squadra e quindi si vince di squadra.
    cmq il lebron che invece incendiava gli entusiami x me rimane il primo, quello che batteva i pistons.
    detto ciò il campo è il vero giudice e distingue i campioni dai fuoriclasse. e lui giustamente lo è.

  9. Mai sopportato come persona ma è giusto non lasciarsi influenzare dalle simpatie/antipatie quando si parla di un giocatore. E il james in campo, pur essendo spesso un accentratore, ha sempre dato il massimo consacrandosi oggi come campione e fra i più alti interpreti del gioco. Gli tifo contro anche perché tante troppe volte lo vediamo sempre con la palla in mano a fare tutto da solo al contrario del gioco corale di warriors o spurs per esempio, che personalmente prediligo di brutto. Non si può però negarne la grandezza e soprattutto la voglia di migliorarsi costantemente e di rifarsi delle sconfitte. È proprio per questo che mi fa tremendamente arrabbiare il james fuori dal campo. Pallone gonfiato che molti detrattori se li è tirati addosso, fra senso di onnipotenza che va contro i suoi allenatori o una presa in giro di nowitzki quando aveva la febbre. E la decision non gli è stata perdonata non per il fatto in sé, ma per i modi, con tanto di pacchianata del “non uno, non due, non tre”, ecc
    Forse ero più giovane e tutto mi sembrava più bello, ma io le stelle del passato, fra un barkley e uno shaq, me li ricordavo o come simpaticoni o come persone umili tipo duncan. Purtroppo James non è mai riuscito ad abbinare la grandezza in campo a quella fuori, ed è un vero peccato. E noto che oggi non è affatto l’unico

    • Ps: non ce l’ho con l’autore, per carità, ma riusciremo un giorno a dare il giusto credito alla dallas 2011? Sono 5 anni che si parla di heat che persero il titolo invece che di mavericks a vincerlo

      • Per carità, hai mille ragioni. Ma dipende anche dal punto di vista da cui guardi la finale. Nel pezzo su Nowitzki se non ricordo male si mette più l’accento sulla vittoria dei Mavs, in quello su LeBron sulla sconfitta degli Heat. ;-)

Commenta