Gli uragani non sono mai una bella cosa. Proprio no. Arrivano, distruggono, se ne vanno. Poi non resta che raccogliere le macerie e far la conta dei danni. Forse è per questo, come disse qualcuno, che solitamente portano nomi di donna.

Non tutti però.
Quello che nel mese di settembre del 1989 si abbatté sulle isole Vergini con tutta la sua devastante potenza e i suoi venti a 280 chilometri all’ora, lasciando dietro di sé una lunga scia di morti, sfollati e danni, aveva un nome d’uomo divenuto ben presto tristemente famoso. Hugo. Categoria 5. Tipo estremo.

Eppure noi, nel nostro piccolo e cinico mondo fatto di sfere color arancio e canestri alti tre metri, almeno una cosa la dobbiamo al perfido Hugo. Aver consegnato alla storia della pallacanestro non solo la più grande Power Forward di sempre, ma in assoluto un giocatore che, a dispetto della sua normalità o forse proprio in virtù di questa, risulta il più straordinario fra quelli che hanno illuminato e tuttora illuminano il firmamento della National Basketball Association.

La straordinarietà di Tim Duncan risiede nel suo passato così ordinario e lontano da qualsiasi clamore mediatico, nell’analoga gestione della sua lunghissima carriera, nella sua pallacanestro semplice ed essenziale ma assolutamente perfetta.

Tim è stato una meravigliosa anomalia nel panorama del basket a stelle e strisce. Non è cresciuto con un pallone fra le mani, non ha mai giocato nei playground di New York o Philadelphia, non ha mai inseguito il sogno tutto americano del denaro o del successo, né ha mai avuto le stimmate del predestinato e file di reclutatori collegiali davanti alla porta di casa.

Tim si è ritrovato quasi per caso con una palla da basket fra le mani e un canestro davanti agli occhi. Ha iniziato a tirare. E competere. E vincere. E poi dominare. Come fosse la cosa più normale del mondo, inconsapevole probabilmente del fatto che nella sua fulminante ascesa da nuotatore caraibico a monumento della pallacanestro mondiale, di naturale ci fosse ben poco. Un po’ la vecchia storia del calabrone. Vola perché non lo sa.

Nessuno è stato veloce quanto Tim Duncan nel partire da zero e arrivare così in alto in così breve tempo. Gli son bastati tre anni di professionismo perché ESPN lo includesse fra i cento migliori giocatori del ventesimo secolo, una lunga e altisonante lista di nomi in cui il suo è risultato ovviamente quello più giovane.

Un paio di lustri dopo Sports Illustrated lo ha eletto miglior giocatore di tutta la prima decade del nuovo millennio, un decennio in cui imperversavano ed esprimevano il loro miglior basket giocatori del calibro di Kobe Bryant, Shaquille O’Neal, Kevin Garnett, Dirk Nowitzki.

Duncan li ha messi in fila uno dopo l’altro. È stato il più forte, ma non solo. È stato più forte di un mercato piccolo come quello di San Antonio, portando la città del Texas a diventare il nuovo ombelico del mondo cestistico e gli Spurs la squadra con la percentuale di vittorie più alta nella storia della lega.

È stato più forte del suo carattere schivo e silenzioso, dei suoi sorrisi a mezza bocca, dei suoi occhi completamente inespressivi, del suo non essere un personaggio, tanto più in un ambiente in cui tutti son sempre stati pronti a rotolarsi dalle risate ai primi accenni di dichiarazione di un Barkley o di uno Shaq.

Duncan è stato più forte del suo essere una persona per sua stessa ammissione molto poco divertente. La definizione che più spesso lo ha accompagnato durante tutta la carriera è stata quella di “Quiet Boring MVP”. John Donovan di Sport Illustrated lo ha posizionato al primo posto fra le “Most Boring Superstars”.

Noioso non solo nella vita, ma apparentemente anche sul terreno di gioco dove non ha mai lasciato spazio ad alcuna forma di spettacolo. Se lo sport infatti è un arte e la pallacanestro ne è la maggiore espressione, Duncan è stato il massimo interprete della corrente minimalista, quella caratterizzata da anti-espressività e impersonalità, da freddezza emozionale, dall’eliminazione di qualsiasi orpello, dalla riduzione estrema alle strutture basilari.

Il dominio di Tim Duncan sul resto del mondo è stato analogamente privo di qualsiasi forma d’ornamento, di superbia o di aggressività. Mai un atteggiamento teso a strafare, mai sopra le righe. Una specie di Bill Russell degli anni 2000.

Darryl Howerton ha scritto a tal proposito su Sport Magazine: “Duncan ha sempre avuto un approccio psicologico al basket. Ha sempre cercato di migliorare qualsiasi aspetto del suo gioco, anche quelli più ininfluenti, cosicché la facilità con cui gli riescono molte cose porta spesso a pensare che non abbia un tipo di gioco molto intenso.”

Cui fanno eco le parole di Ed Gregory, all’epoca nello staff dei Golden State Warriors: “Molte persone non hanno la più pallida idea di quanto sia dominante Duncan in ogni singolo aspetto del gioco semplicemente perché non urla dopo una stoppata, non pratica trash talking dopo un canestro, non alza i gomiti a rimbalzo.”

Quello di Tim Duncan è stato complessivamente il dominio più silenzioso nella storia del basket. E forse da qui sono nate le ingiuste polemiche che son seguite ai suoi due titoli di MVP di stagione consecutivi. Nel primo quando l’opinione pubblica preferiva l’estro e la spettacolarità di Jason Kidd dal New Jersey. Nel secondo quando il suo rivale Kevin Garnett fu addirittura definito defraudato da un titolo che sembrava dovesse spettargli di diritto.

Ma Tim è stato questo. Un talento per palati fini cui forse solo oggi, al termine di una carriera lunga 19 anni, si tende a dare il giusto credito. Oggi che risulta uno dei due giocatori della storia capaci di vincere un titolo NBA in tre decadi differenti e l’unico a farlo in ogni singola occasione da protagonista. Oggi che è il giocatore ad avere disputato più minuti di post-season nella storia della NBA e che ha messo a segno il maggior numero di doppie doppie sempre in gare di playoffs.

Ma soprattutto oggi che è l’atleta con la più alta percentuale di partite vinte nella storia di tutte le maggiori leghe sportive americane. E stavolta, davvero, scusate se è poco.

Raccontare l’intera epopea di Timothy Theodore Duncan a pochi mesi dal suo compassato addio è forse un’arte inutile, per questo preferiamo tornare indietro di tanti e tanti anni per soffermarci sul suo passato, sull’infanzia che ha forgiato lo straordinario giocatore approdato nella NBA nell’estate del 1997.

Tim nacque a Saint Croix, isola caraibica delle piccole Antille, appartenente all’arcipelago delle Isole Vergini, il 25 aprile del 1976. Era il terzo figlio di William e Ione Duncan, l’unico maschio.

Lo sport di famiglia era il nuoto. E fu al nuoto che il giovanissimo Timoteo riservò le sue energie. All’età di 13 anni stabilì il record sui 50 e sui 100 metri stile libero per le Isole Vergini. La sua specialità erano però i 400 dove i suoi tempi erano al livello di quelli dei migliori coetanei d’America.

Nel 1988 mentre sua sorella maggiore Tricia gareggiava nei 100 e 200 dorso alle Olimpiadi di Seul, Tim iniziò una serrata preparazione in vista delle Olimpiadi di Barcellona, sotto l’attenta guida di mamma Ione, la cui presenza e il cui supporto furono fondamentali nella formazione del carattere del ragazzo.

“Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better, and your better is best”, le parole con cui Ione era solita spronare il figlio durante i faticosi allenamenti in piscina. Parole e insegnamenti che Tim si porterà dietro anche quando la mamma verrà tragicamente a mancare e per lui non più il nuoto ma il basket sarà il trampolino di lancio verso la gloria imperitura.

La fatale mano del Destino era infatti dietro l’angolo. Il 17 settembre del 1989 tanto per cominciare arrivò Hugo. E nulla fu più come prima. La vita del giovane Tim venne stravolta. L’unica piscina olimpionica dell’isola fu completamente distrutta dalla furia dell’uragano. Tim passò agli allenamenti in mare dove però imperversavano gli squali. Come dirà lui stesso tempo dopo, ogni volta che entrava in acqua si sentiva come cibo in un piatto.

E purtroppo le tragedie non erano ancora finite. Un’altra ben più grave si stava abbattendo sulla sua vita. Sua madre si ammalò di cancro al seno. Il decorso della malattia fu veloce ma non indolore. Il giorno prima che Duncan compisse 14 anni, Ione venne a mancare. Se Hugo gli aveva tolto un posto sicuro per allenarsi, la morte dell’adorata mamma tolse a Timoteo qualsiasi voglia di continuare nel nuoto.

Fu in questo periodo che, per una strana coincidenza del destino, cambiò del tutto la vita del giovane caraibico. Per dare una mano alla famiglia devastata dai tragici eventi arrivò infatti a Saint Croix la sorella maggiore Cheryl, ormai da tempo trasferitasi nell’Ohio.

Cheryl era sposata ad un tale Ricky Lowery, ex giocatore di basket alla Capital University, un piccolo college dell’Ohio. Fu proprio Ricky che incoraggiò il giovane cognato verso il basket e verso quel canestro che papà William aveva montato l’anno prima dietro casa.

Duncan all’epoca era alto poco più di 1.80, Lowery pensava non potesse superare l’1.95, così indirizzò il quindicenne Tim verso un gioco perimetrale,insegnandoli movimenti tipici da guardia, il trattamento della palla, la penetrazione, il tiro dalla distanza, la visione di gioco, l’arte del passaggio.

Nei giorni e nei mesi successivi Timoteo sfogò il suo dolore, la sua rabbia, la frustrazione, proprio di fronte a quel canestro. Iniziò a giocare a basket come freshman per la St. Dunstan’s Episcopal High School. Pensava di fare una stagione nel basket e poi tornare al nuoto, nell’attesa che rimettessero a posto la piscina. Pensava. In realtà si innamorò profondamente di questo nuovo gioco e non lo mollò più.

“I remember thinking that after basketball season ended, I’d go back to swimming, but then basketball season never ended.”

tdyDuncan crebbe di oltre venti centimetri nei successivi tre anni. Tre anni in cui rapidamente divenne il miglior giocatore dell’isola. Alto, muscoloso, passò rapidamente a stazionare sotto canestro, ma con una conoscenza del gioco completa, un ottimo possesso palla, un’eccellente visione di gioco, un bagaglio tecnico di prim’ordine.
The Big Foundamental, appunto.

Nacque ben presto una sorta di leggenda attorno a questo sconosciuto ragazzo che aveva abbandonato il nuoto, sport in cui si apprestava a diventare un campione nazionale, per dedicarsi al basket, divenendo nel giro di tre anni il numero uno dei Carabi.

Le voci giunsero fin negli States dove i college di Hartford, del Delaware e la Providence University, si mostrarono da subito interessate. Ci fu in verità una quarta università che manifestò una certa attenzione. Era Wake Forrest, piccolo college del North Carolina, il cui coach, Dave Odom, stava cercando un big man in Europa e in Africa.

Giunse nel frattempo il settembre del 1992. In quel periodo atterrarono nelle Isole Vergini alcuni giocatori NBA con lo scopo di pubblicizzare la lega distribuendo materiale da merchandasing e promuovendo alcune partite fra i ragazzi locali e le stelle dell’Nba. Tra di loro c’era Chris King, prodotto di Wake Forrest, e soprattutto Alonzo Mouring, appena scelto al draft con la seconda chiamata assoluta alle spalle di Shaquille O’Neal.

Mourning che aveva 22 anni ed era considerato un possibile dominatore nel ruolo di centro si ritrovò davanti per una partita di esibizione proprio il sedicenne Duncan. Il confronto fra uno degli astri nascenti della lega e un ragazzo che giocava a basket da appena tre anni, fu assurdamente equilibrato. Mourning non riuscì a mettere sotto il giovane caraibico e più si impegnava, più di pari passo saliva il rendimento dell’avversario.

Chris King ne rimase impressionato e subito si affrettò a chiamare il suo ex allenatore a Wake Forrest, Dave Odom.
“He’s playing against Alonzo Mourning. He’s 16. He’s dominating this guy. He’s running the floor. He has these great hands. I was like ‘Oh my god, this kid can play!”

Stuzzicato dalle parole entusiasmanti di King, coach Odom decise di imbarcarsi su un aereo con destinazione Saint Croix e assistere personalmente alle esibizioni del giovane Tim contro i molto più quotati avversari americani.
Nei giorni successivi, Odom non ci mise molto a capire di aver trovato il giocatore che andava ormai disperatamente cercando da diverso tempo. Quasi non stava più nella pelle.

Duncan però si era preso un po’ di tempo per decidere, confidando al coach che nonostante fosse rimasto favorevolmente colpito dalle sue parole e dalla sua personalità e dunque Wake Forrest fosse in cima alle sue preferenze, avrebbe preferito terminare l’ultimo anno di high school prima di prendere una decisione e impegnarsi definitivamente.

Odom passò così i successivi mesi sperando che il giovane Tim non cambiasse idea.
Duncan giocò il suo ultimo anno di superiori segnando 25 punti, catturando 12 rimbalzi e rifilando 5 stoppate a partita. Al termine della stagione fece la sua scelta e volò negli States. Destinazione North Carolina. Destinazione Wake Forrest.

Correva l’agosto del 1993 quando varcò le soglie del college e iniziò sin da subito ad allenarsi duramente in solitaria per essere all’altezza di compagni, degli avversari e soprattutto delle aspettative. Si narra che una mattina la guardia Randolph Childress entrò nell’ufficio di Odom, dicendogli che in palestra c’era un tipo alto che stava giocando da solo e che se non l’aveva ancora reclutato di correre a farlo.

Alla vigilia della nuova stagione collegiale c’era un misto di curiosità e scetticismo fra gli addetti ai lavori nei confronti di questo ragazzo dei Caraibi. La rubrica Street & Smith nella sua guida alla pre-season del college basket lo definì a “Mistery Man”.

D’accordo col coach, Tim avrebbe passato il primo anno ad irrobustire il fisico e a migliorare il suo gioco, per poi fare ingresso in squadra dal secondo. Ma il destino ci mise lo zampino.

Il centro Derrick Hick si infortunò e Tim fu subito buttato nella mischia.
La prima gara fu contro Alaska University. Duncan che prima di allora non aveva mai visto la neve in vita sua e non aveva ancora giocato un solo minuto in un contesto così elevato non segnò neanche un punto. I ritmi di gioco, la difesa, l’aggressività erano completamente diversi rispetto a quelli cui era abituato a St. Croix.

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Tim impiegò parte della stagione per entrare nei nuovi ritmi e nei nuovi sistemi di gioco, ma era un tipo che apprendeva dannatamente in fretta. Aveva qualcosa dentro che lo portava a destreggiarsi su un campo da basket come se fosse la cosa più semplice e naturale di questo mondo. Chiuse l’anno con quasi 10 punti a partita e altrettanti rimbalzi nonostante l’inizio molto stentato. L’appellativo di oggetto misterioso era scomparso rapidamente. Nessuno dubitava più delle reali capacità del ragazzo.

Quell’estate Tim partecipò ai Goodwill Games con una selezione statunitense. L’anno successivo fu quello della consacrazione. In una partita contro la ben più quotata North Carolina limitò l’acclamata stella Rasheed Wallace a soli 4 punti, mentre lui ne realizzò 25 e portò i suoi a imporsi per 79 a 70.

Dopo la partita Jerry West gli suggerì di saltare a fine anno direttamente fra i professionisti perché sarebbe stato con buone probabilità già la prima scelta assoluta. Duncan non ci pensò neanche su. Voleva rimanere al college per migliorare ulteriormente il suo gioco e ovviamente terminare gli studi.

Condusse la sua scuola fra le Sweet Sixteen dopo un record di 24 vittorie e 5 sconfitte. Alle semifinali dell’East Regional incrociò le armi contro Oklahoma State guidata da Bryant Reeves, il famoso Big Country, in seguito scelto da Vancouver al draft dello stesso anno con la sesta chiamata assoluta.

Tim prese 22 rimbalzi, stoppò 8 tiri, limitò il suo avversario ad un misero 4 su 15 dal campo. Ma Wake Forrest perse la partita per 71 a 66.

Duncan chiuse la stagione con il titolo di difensore dell’anno. Mise assieme 16.8 punti, 12.3 rimbalzi, 2.9 assist e 3.98 stoppate. Cifre superiori a quelle di Joe Smith che sarà la prima chiamata al draft.

La stagione successiva vide Wake Forrest arrivare ad un passo dalle Final Four. Solo la sconfitta contro la Kentucky di coach Rick Pitino, di Tony Delk e Antoine Walker e una costante e asfissiante marcatura che prevedeva tre uomini costantemente su di lui, impedirono ai Demon Deacons l’ingesso fra le quattro squadre che si sarebbero giocate il titolo.

Mentre i Wildcats andavano a vincere il titolo in finale contro Syracuse, Duncan fu eletto nuovamente difensore dell’anno. Le sue medie parlavano di 19.1 punti e 12.3 rimbalzi in stagione.

Fra i pro si scatenò la caccia al giocatore. I Warriors avevano una nuova prima scelta, tentarono di invogliare il giovane caraibico a compiere il salto. Ma Tim ancora una volta rifiutò i milioni di dollari che gli venivano prospettati per disputare una nuova annata agli ordini di coach Odom.

All’inizio della stagione 1996-97 i Demon Deacons figuravano obbligatoriamente fra i favoriti per la corsa al titolo NCAA. Partirono vincendo le prime 13 gare. Duncan mostrava movimenti ormai di una varietà e di un livello che neanche al piano di sopra era frequente vedere.

Mentre in NBA si scatenava una poco gloriosa bagarre per aggiudicarsi più palline possibili nell’urna, Wake Forrest continuò la sua corsa. Ma anche quell’anno si fermò prima del previsto. Contro Stanford guidata dal playmaker Brevin Knight.

Tim concluse la stagione con 20.8 punti, 14.7 rimbalzi, 3.2 assist, il 60% al tiro, il titolo di Defensive Player of the Year per il terzo anno consecutivo e quello di giocatore dell’anno.

I suo 4 anni al college erano sì terminati senza il celebre taglio della retina, ma si sarebbe abbondantemente rifatto fra i professionisti.

Arrivò infatti il 25 giugno del 1997. Il giorno del draft. Luogo, Charlotte, proprio nel North Carolina.
Boston aveva due prime scelte, entrambe alte. Era la più accreditata per la chiamata. Aveva giocato quasi un’intera stagione per arrivare a quel punto e pescare Duncan su cui iniziare la ricostruzione.

La seconda maggiore chance l’aveva Vancouver. Infine gli Spurs. San Antonio veniva da un’annata disastrosa, in cui aveva chiuso con 20 vittorie e 62 sconfitte, dopo aver perso per sei mesi per infortunio il suo centro, l’ammiraglio David Robinson.

La fortuna premiò proprio gli Spurs e Timoteo volò in Texas, in una squadra che vedeva oltre il rimesso Robinson, anche Sean Elliot, Chuck Person, Avery Johnson. Il tutto sotto l’attenta guida di coach Gregg Popovich, l’uomo che accompagnerà tutta la lunghissima carriera di Duncan e sarà per lui più di un secondo padre.

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Nessuno poteva ancora saperlo, ma quella che stava per avere inizio era una vera e propria dinastia. Una dinastia cominciata curiosamente con una stoppata subita da Ostertag, non proprio Bill Russell, nella pre-season di quel lontano 1997 e terminata diciannove anni dopo con il ritiro dall’attività agonistica del numero 21 dai Caraibi.

La presenza di David Robinson fu fondamentale per Duncan che sfruttò l’esperienza e i consigli del compagno per crescere ulteriormente. Tim che aveva abbandonato il ruolo di centro per quello di Power Forward, impressionò tutti per versatilità e conoscenza del gioco.

Gli Spurs vinsero 52 gare. Duncan segnò 21.2 punti a partita e catturò 11.9 rimbalzi. Mise a segno 57 doppie doppie, cifra con cui guidò la lega nella speciale categoria. Fu eletto in ogni singolo mese miglior matricola. A fine anno fu ovviamente Rookie of The Year con 113 preferenze sulle 116 disponibili.

“A quiet killer who is skilled in all aspects of the game” lo definì coach George Karl al termine della stagione.
I riconoscimenti per il giovane rookie non erano comunque finiti lì. Tim fu inserito nel primo quintetto NBA insieme ad autentici mosti sacri quali Michael Jordan, Karl Malone, Shaquille O’Neal e Gary Payton. E, a coronamento di una fantastica stagione di esordio, finì anche nel secondo quintetto difensivo.

Seguiranno altri sette primi quintetti NBA consecutivi, per un totale di otto nelle sue prime otto stagioni da professionista, risultando il quarto giocatore nella storia a centrare l’impresa dopo Bob Pettit (10 primi quintetti NBA nelle sue prime 10 stagioni), Oscar Robertson e Larry Bird (entrambi 9 quintetti nelle prime 9 stagioni).

Al primo turno di playoff gli Spurs incontrarono i Suns. Nella decisiva gara 4 il giovane rookie approfittò della decisione di coach Ainge di non raddoppiarlo per mettere a segno 32 punti e 10 rimbalzi e portare i suoi alla vittoria per tre partite a uno.

Al turno successivo San Antonio si ritrovò la strada sbarrata dai terribili ed esperti Jazz al loro massimo splendore. Utah, guidata dall’intramontabile combo Stockton to Malone, vinse in cinque gare e volò verso la sua seconda finale consecutiva.

Al termine della stagione, conclusasi con l’ennesimo trionfo dei Bulls, un contenzioso per il rinnovo del contratto collettivo fra proprietari e giocatori portò alla serrata e a una conseguente riduzione della Regular Season successiva.
Così, mentre Michael Jordan appendeva le sue magiche scarpe al chiodo, il 5 febbraio 1999, con oltre tre mesi di ritardo, prendeva il via una Stagione che prevedeva appena 50 partite.

San Antonio chiuse con 37 vittorie e 13 sconfitte. Al primo turno di post-season si ritrovò ad affrontare i Minnesota Timberwolves del quarto anno Kevin Garnett.

Gara 1 si giocò il 9 maggio, giorno della festa della mamma. Mentre Tim si apprestava a tirare due liberi, il sempre elegante Garnett si avvicinò alla lunetta per urlargli sul muso “Happy Mother’s Day, MotherFucker!”

Nacque quel giorno l’odio di Duncan nei confronti di quello che forse è stato il suo più acerrimo rivale. San Antonio sconfisse comunque Minnie per tre partite a uno e Tim si prese la sua rivincita. In seguito gli Spurs piegarono in quattro facili gare i Lakers di O’Neal e Bryant e rifilarono un secondo sweep ai Trail-Blazers, guadagnando l’accesso alle finali NBA.

L’ultimo atto della stagione contro i sorprendenti Knicks fu quasi a senso unico.
In gara 1, al suo esordio nelle finali, Tim realizzò 33 punti e tirò giù 16 rimbalzi. In gara 4 mise a referto 28 punti e 18 rimbalzi. Nella gara che chiuse la serie, la quinta, il suo boxscore parlava di 31 punti e 9 rimbalzi.

Chiuse le finali alle medie di 27 punti, 14 rimbalzi e oltre 2 stoppate di media, evidenziando da subito un’innata capacità nel migliorare le proprie prestazioni proporzionalmente all’importanza delle partite.

Duncan fu eletto MVP della serie e San Antonio vinse il suo primo titolo. Il famoso anello con l’asterisco per via della stagione ridotta. Ma gli Spurs avranno tempo e modo per rifarsi e legittimare ampiamente quella vittoria.

L’anno successivo Tim saltò i playoff per infortunio e gli Speroni, campioni in carica, persero al primo turno contro i Suns. Prese il via il triennio magico dei Lakers e di O’Neal, un triennio in cui Shaq fu letteralmente inarrestabile, ma furono proprio gli Spurs a porre fine alla dittatura giallo-viola nei playoffs del 2003.

San Antonio, che grazie alla lungimiranza della sua dirigenza poteva annoverare fra le proprie fila oltre a un David Robinson al suo ultimo anno, anche il giovanissimo francese Tony Parker e il rookie venticinquenne Manu Ginobili, era reduce da un’annata da 60 vittorie e il primo posto nella lega. Duncan aveva appena vinto il suo secondo titolo consecutivo di MVP dopo una stagione condotta alle medie di 23.3 punti, 12.9 rimbalzi, 3.9 assist, 2.9 stoppate. In post-season, squadra e giocatore elevarono ulteriormente il loro livello di gioco.

Nella decisiva gara 6 della semifinale della Western Conference contro i tre volte campioni in carica dei Lakers, Tim mise assieme 37 punti, 16 rimbalzi, 4 assist per quella che rimane una delle migliori prestazioni della sua carriera. Nell’ultimo periodo gli Spurs alzarono un muro difensivo di fronte al quale i Lakers furono seppelliti sotto 19 punti di scarto per un parziale di 32 a 19.

Tim terminò quella serie alle medie di 28 punti, 12 rimbalzi e 5 assist, ma il meglio doveva ancora arrivare.
In gara 1 di finale contro i Nets, si rese protagonista di un’altra prova impressionante: 32 punti, 20 rimbalzi, 7 stoppate, 6 assist, 3 recuperi, con 11 su 17 al tiro.

Replicò nella decisiva gara 6, in cui sfiorò la quadrupla doppia con 21 punti, 20 rimbalzi, 10 assist, 8 stoppate. Un controllo totale della partite, un dominio assoluto e imbarazzante.

Chiuse la serie con il titolo di MVP e le medie di 24.2 punti, 17.0 rimbalzi, 5.3 assist e soprattutto 5.3 stoppate a partita, quest’ultimo record All Time delle finali NBA da quando viene riportato il relativo conteggio.

Dopo una stagione di pausa in cui a prevalere fu il “playing in the right way” di Larry Brown al timone dei Detroit Pistons, arrivò il terzo anello.

Quell’anno Tim accusò i primi problemi fisici causati da una fastidiosa fascite plantare e giocò appena 66 partite in stagione, ma ormai gli Spurs erano una macchina perfetta con ingranaggi soprattutto difensivi così ben oliati da fare scuola nella storia recente della pallacanestro americana.

La finale fu proprio contro i campioni in carica di Detroit e contro il grande rivale dei tempi del college, Rasheed Wallace. Una serie dominata dalle difese in cui gli Spurs riuscirono a spuntarla solo dopo sette tiratissime gare. Per Duncan il terzo titolo di MVP delle finali su tre apparizioni, nonostante in molti avessero preferito che il trofeo finisse nelle mani di Manu Ginobili, assolutamente eccellente durante tutta la serie.

Ancora un anno di pausa che vide la vittoria degli Heat di Dwayne Wade e Shaquille O’Neal, poi nel 2007 arrivò il quarto titolo. Il famoso sweep rifilato ai Cleveland Cavaliers di LeBron James in una serie che non ha mai avuto storia.

Per la prima volta il trentunenne Duncan, nonostante i 22.2 punti, gli 11.5 rimbalzi, i 3.3 assist e la solita grande presenza difensiva, non vinse il titolo di miglior giocatore delle finali, che andò meritatamente a Tony Parker.

Nei sette anni successivi, gli Spurs non scesero mai sotto la soglia delle 50 vittorie stagionali. Tim progressivamente lasciò il ruolo di primo violino per retrocedere al secondo e successivamente al terzo, senza alcun tipo di polemica, semplicemente adattandosi alle nuove esigenze della squadra. Arrivò una nuova finale, nel 2013, contro gli Heat di James, Wade e Bosh.

Il trentasettenne Tim chiuse la serie alle medie di 18.9 punti e 12.1 rimbalzi. San Antonio impegnò allo spasimo i più giovani e quotati rivali, perdendo solo alle settima combattutissima partita. Era la prima sconfitta in finale per Duncan. L’ultima.

L’anno dopo gli Spurs si presentarono nuovamente all’appuntamento decisivo della stagione dopo una Regular Season da ben 62 vittorie e una marcia nei playoffs da 12 vittorie e 6 sconfitte. Avversari ancora i Miami Heat per la rivincita dell’anno precedente. Stavolta però non ci fu partita.

All’età di 38 anni Duncan chiuse con 15.4 punti e 10 rimbalzi di media. Il resto lo fece il terzo anno Leonard, meritato MVP delle finali. Gli Spurs si imposero per 4 partite a 1, tenendo Miami sempre sotto i 100 punti e in due occasioni su cinque sotto i 90.

Il resto è storia dei giorni nostri. Meno di due anni dopo quell’ultimo anello, il 12 Maggio 2016, la sorprendente eliminazione degli Spurs a opera degli Oklahoma City Thunder di Westbrook e Durant sanciva l’ultima partita in carriera di Tim Duncan.

Dopo diciannove anni, 1.392 partite di stagione regolare giocate (settimo all time) e 251 di playoffs (secondo), dopo 26.496 punti realizzati (quattordicesimo), 15.091 rimbalzi (sesto), 3.020 stoppate (quinto), dopo oltre mille vittorie tutte con la stessa casacca (record all time), dopo cinque titoli NBA, due MVP di stagione regolare, tre MVP delle finali, quindici All-Star Game, altrettanti quintetti NBA e quintetti difensivi, Tim diceva definitivamente basta.

L’annuncio ufficiale arriverà solo alcune settimane dopo. Un semplice messaggio d’addio, senza orpelli e ornamenti. Senza tour d’addio e speciali in TV. Senza nessuna spettacolarizzazione dell’evento.

Tim Duncan ha abbandonato così. In silenzio. Come sempre. Come la sua lunga, meravigliosa carriera.
La più ordinaria in una mare di straordinarietà. E forse per questo la più speciale.

Nota dell’Autore: Tim Duncan risulta uno dei tre giocatori nella storia della pallacanestro americana ad aver vinto in carriera il Wooden Award, il trofeo di rookie dell’anno, il trofeo di MVP di stagione, quello di MVP delle finali e dell’All Star Game. Gli altri due si chiamano Larry Bird e Michael Jordan. E questo già di per sé è ottimo indice del profondo solco che il caraibico ha tracciato nella storia della pallacanestro americana.

Forse la sua ottava posizione in questa classifica potrà sembrare per alcuni eccessiva, magari c’è chi gli preferisce O’Neal, Bryant o più probabilmente Robertson, per altri penalizzante.

Per quanto mi riguarda, le posizioni dall’ottava alla sesta sono state il rebus più difficile di questa, già per sé improba, impresa. Avrei potuto invertirle fra loro e rimanere egualmente soddisfatto.

Per dirimere l’amletico dubbio perché una decisione andava presa, ho consultato molte altre classifiche, svariati fra i più famosi testi sacri, ho chiesto pareri autorevoli, alla fine ho fatto di testa mia. Ho deciso in un certo modo non perché reputi realmente Duncan inferiore a chi occuperà le posizioni sette o sei, ma perché nella complessità della scelta, facendo una mia personalissima media ponderata fra i vari aspetti presi in considerazione (titoli, trofei personali, picchi, durata della carriera, avversari affrontati, numeri messi a referto, compagni di squadra, contesto di gioco, importanza storica), Tim mi è sembrato avere appena appena (tantissimi appena) qualcosina in meno.

Rientra comunque dal mio punto di vista in quel ristretto novero di giocatori che fino a pochi anni fa veniva chiamato dei fantastici sei e che oggi si è allargato fino a diventare dei fantastici otto. Otto giocatori che nella storia della lega son sembrati avere effettivamente qualcosa in più rispetto al resto del mondo.

Ecco, il mio personalissimo Empireo del basket americano, il più alto fra i cieli, il luogo dove risiedono gli angeli, le anime accolte in Paradiso e ovviamente Dio, quello che per capirci Billy Simmons chiamava The Pantheon, comincia qui. Da Timothy Theodore Duncan.

Post By Goat (25 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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22 thoughts on “8 – Tim Duncan

  1. Giocatore simbolo dell’era post Jordan. Si è ritirato ieri, gli manca il fascino del passato remoto, ma difficile pensare che Bill Russell fosse più forte di lui.

    • Ciao, interessante osservazione la tua che spero di riprendere più in là, quando verrà il turno di parlare di un paio di grandi “vecchi”.
      Con una battuta – e spero tu voglia prenderla davvero come tale – potrei risponderti che Russell ha duellato alla pari con Chamberlain il quale ha duellato quanto meno alla pari con Jabbar, il quale ha portato a scuola Olajuwon, il quale ha portato a scuola O’Neal, il quale ha duellato alla pari con Duncan.
      ;-)

      • Già, Duncan è a livello di quelli lì. Ed era un ala grande. E’ stato Russel, è stato Garnett. Se ci pensi potrebbe anche bastare questo.

  2. Ciao Goat, e complimenti per quest’altra recensione. Di un giocatore che ho amato e del quale ho seguito la carriera fin dall’inizio e “in tempo reale”, diversamente dagli altri grandissimi. Motivo per cui mi sembra quasi condensata (cosa che ovviemente non è), tanti aneddoti e particolarità in piú rispetto a Magic, Bird o Jordan conosco su Duncan.

    Quando presentasti questa classifica anni fa (come Top 25) dicesti che il piú grande andava cercato tra i “Big 6″ (a questi io ormai aggiungerei anche Lebron James), e che chiunque di loro aveva legittimità di occupare la prima posizione, a seconda dell'”angolazione” dalla quale si valutava. Sei ancora di quest’opinione?

    • Personalmente son sempre fuggito dalla definizione di “più grande di sempre”. Preferisco parlare di “più grandi di sempre”, un plurale secondo me obbligatorio perché scegliere o definire il più grande la reputo un’impresa – a parte difficile per questioni ovviamente temporali che sono insormontabili, di ruolo, di contesti – ma anche troppo spesso ambigua. Occorre innanzitutto definire il concetto di “più grande”, poi si può passare al chi possa essere stato. In mancanza di una definizione univoca, inevitabilmente il numero dei “chi” papabili si allarga. Tutto ciò sembrerà in contraddizione con la rubrica che sto portando avanti, ma come detto anni addietro e come ricorderai, il fine non è decretare il più grande, ma parlare e raccontare i più grandi.
      Quando ho iniziato tanti anni fa, c’era un gruppetto di 6 giocatori che sembravano e sembrano avere qualcosa in più rispetto al resto del mondo. Oggi i Big Six non sono più tali. Son sicuramente sette, probabilmente otto. Uno lo abbiamo presentato in questo articolo. Ma anche questo è un discorso che approfondiremo in seguito, magari. :-)

  3. Duncan, Bird e Jordan: ala grande, ala piccola e guardia più forti di tutti i tempi. Avrebbero potuto giocare nei ’50, nei ’60 e nei ’70 con uguale efficacia. Cosa che non si può dire dei “passeggiatori” all’acqua di rose dei 2000.

  4. goat qui non siamo d’accordo… secondo me se scambi duncan con garnet il secondo fa la carriera del primo giocando una vecchiaia molto migliore paragonabile al buon timoteo. ovvio sono chiacchiere da bar

    • Legittimo non essere d’accordo, ci mancherebbe.
      Però permettimi di dirti che con i “se” non si fa molta strada. Altrimenti tutto diverrebbe ipoteticamente possibile in quanto non dimostrabile.
      Se scambi Duncan con Garnett, se Bird non si fosse rotto, se Boston fosse stata a ovest e Los Angeles a est, se Jordan non si fosse ritirato, se Magic non si fosse ammalato, se Robertson non fosse finito a Cincinnati, se Baylor non si fosse frantumato un ginocchio, se Walton non si fosse frantumato tutto, se Russell avesse avuto i compagni di Chamberlain e Chamberlain quelli di Russell, se Erving fosse approdato direttamente in NBA, se Barry non avesse accettato le sirene dell’ABA, se Bryant non avesse avuto l’ossessione di Jordan, se Thomas o Iverson avessero avuto qualche centimetro in più, se Shaq avesse avuto più voglia, se LeBron avesse fatto il college, se Jabbar non avesse sofferto di emicrania, se Portland non avesse chiamato Bowie, se l’ammiraglio Robinson non si fosse rotto proprio quell’anno… potrebbe bastare, immagino.
      Purtroppo non è colpa di chi giudica se tutte queste eventualità hanno preso una piega piuttosto che un’altra. Si giudica su ciò che è stato.
      Oltretutto – stavolta mio parere prettamente personale e in quanto tale opinabile – se scambio Duncan con Garnett il secondo non fa affatto la carriera del primo.

  5. Duncan è stato Duncan, Russell è stato Russell ma anche Bird è stato Bird e se ci penso pure Garnett è stato Garnett.

  6. Io credo fermamente che il firmamento celestiale è composto da Bird, Duncan, Jordan e i gli altri 5 corpi celesti. Bird e Duncan vivono insieme a Jordan nelle pleiadi , il caraibico lo si può vedere alle prime luci dell’alba vicino la costellazione di bellatrix mentre Bird e Jordan stazionano attorno castore e polluce. Sono di un livello alto, di un altro livello. Gli altri 5 danzano intorno a loro e in mezzo a loro negli altissimi cieli , con candide vesti ballano, cantano e pisciano sopra a noi umani da grandi altezze, con Robertson appena poco sotto il firmamento che troneggia sfornando un plene doppio. Sono di un altro livello, solo nostro signore sta più in alto di loro e questo non si può opinare con qualche chiacchieraticcio da bar.

  7. Non potevo non scrivere almeno due righe su uno degli amori della mia vita, Timoteo Duncan. Un centro adattato ad ala grande per necessità pur essendo meglio predisposto a ricoprire questo ruolo. Giocatore capace di dominare sia davanti che dietro in base alla situazione, piedo perno favoloso, smaliziato nel corpo a corpo, atletismo minuziosamente dosato e messo in pratica quando serviva ai fini del risultato e non x gli scatti, falange da clutch all’occorrenza, visione da play pur avendo un espressione visuale di un panda in letargo, leader , coach e psicologo nell’arco della stessa serie playoff dove a fare da corollario dei fondamentali….beh….jump hook, a seguire…tiro, tabella, ciuff. A 4 metri, tiro, tabella, ciuff. Da sx, dopo un pick and pop, tiro, tabella , ciuff. Uno dietro l’altro. Tutto questo videro i miei occhi in una partita di Rs dove notoriamente il nostro Timoteo gioca quasi scoglionato. Cio che ha vinto lo ha vinto meritatamente, do.inando meritatamente. Però ce un però per ogni carriera…e in questo caso non mi riferisco all’asterisco. Ma in base a come ha vinto e dominato, ovvero dominando i nanetti dei Nets prima e battendo un Lebron sbarbato in seguito. Per poi fare pari e patta con il Re diventato uomo. Ecco forse le vittorie più corpose sono state quelle contro i Pistons (ma Gino meritava l’mvp) e l’ultimo atto contro Lebron ( ma con Leonard mvp) insomma non proprio da primo violino ma che tuttavia dimostra la grandezza del personaggio nel saper vincere da primo violino contro knicks…nets…da co/protagonista contro i pistons e da secondo terzo violino successivamente. Ma tutto ciò dimostra anche un altra cosuccia. Che se gli Spurs sono stati fortunati a pescare Duncan , e altrettanto vero che Duncan è stato fortunato a finire negli Spurs e la loro cultura. Se andate a vedere ancora oggi, nonostante il suo ritiro, gli Spurs navigano ancora nei piani alti. Mentre, facendo in proporzione dei paragoni, i Cavs finirono in lotteria dopo decision, i Celtics in lotteria dopo il big three, i pistons in lotteria dopo gli ultimi bad boy, e via scorrendo. Questo per far capire che ,grande e stato Duncan ma grandi sono gli Spurs come società. Circa il confronto con Garnett direi vedi sopra. Nel senso che , alla domanda se Kg fosse finito agli Spurs avrebbe vinto come Duncan? La mia risposta è Ni…forse, probabile, ed il perche non e da ricercare nella forza del giocatore ma quanto in quella del gruppo. Duncan portò una mentalità vincente vero, cosa che avrebbe saputo fare anche Garnett, anche se tuttavia quest’ultimo molto probabilmente non avrebbe proprio dominato in un modo che appartiene solo e soltanto a Timoteo Duncan e per questo avrebbe vinto forse qualche anello in meno.

    • Ma piantala. Ha trasformato una squadra da lottery nella più vincente franchigia degli ultimi 15 anni. Col necessario cast di contorno, com’è naturale (“…nemmeno Jordan senza Pippen o Kukoc…”): a basket si gioca in 5. Ultimo esempio l’onnipotente Lebbros che da solo ha preso solamente mazzate, vincendo in carrozza ogni volta (quasi, da cui l’irraggiungibilità perenne di MJ) che l’owner ha cacciato il grano per riempire la squadra di talento.
      Duncan per vincere i suoi titoli ogni volta è dovuto arrivare in finale all’Ovest.
      Se poi dall’altra parte a volte c’era nessuno mica è stata colpa sua.
      Pure Kobe&Shaq hanno martirizzato Orlando e NJN per arricchire la loro collezione.

      • Comunque, per onore di cronaca, gli Spurs non erano una squadra da lottery prima dell’arrivo di Duncan. Le tre stagioni precedenti a quella fallimentare e nel contempo fortunata che poi ha portato alla prima scelta assoluta, avevano chiuso rispettivamente con 55, 62 e 59 vittorie, assestandosi sempre ai vertici della Western e dell’intera lega. Diciamo che l’arrivo di Duncan ha trasformato una squadra di vertice che però al momento decisivo come per incanto puntualmente si scioglieva in una da titolo e soprattutto in una squadra che ha instaurato una lunga dinastia. Il che non è poco. Ma non giusto dire che Gli Spurs erano da lottery prima.

  8. Poveretto ancora non ha capito che i suoi commenti non interessano a nessuno, ritorna sul tuo blog che è meglio…..

  9. parto dal presupposto che sono chiacchere da bar. nn sono d’accordo sul posizionamento di Duncan rispetto a kobe, che per me rimane il giocatore simbolo della decade 2000-2010 (5 titoli a 4). al di là del talento e del ruolo diverso per cui difficili da confrontare, un aspetto mi fa dire che kobe è stato più grande ed è l’ambiente dove ha giocato sempre, ovvero ai Lakers. mi spiego: un conto è giocare a san antonio con pop e tutta la società ottima degli spurs e un altro è giocare a l.a. sempre sotto pressione e coi riflettori puntati addosso. quando gli spurs escono ai po presto nn ci sono polemiche al contrario x i Lakers i post stagioni sono ben diversi. ricordo proprio un commento di shaq su Howard quando era ai Lakers proprio sulla pressione e le esigenze alte che ci sono. detto questo come tu goat hai detto si tratta di un giochino fine a sé stesso. si dovrebbe a dividere giocatori per epoca e ruolo e anche così cmq rimane difficile fare classifiche. se si pensa ad altri sport forse giusto x nhl è facile dire che sia stato il più grande. ma quello rimane un caso unico.
    complimenti per gli articoli veramente ben fatti.

    • Ma guarda che da che mondo è mondo giocare a Los Angeles piuttosto che a Billings nel Montana o a Selma in Alabama, è una fortuna. Ora non capovolgiamo il mondo pur di sostenere le proprie bislacche teorie. Los Angeles attira Free Agents, può permettersi cose che altre realtá non potrebbero permettersi.
      Kobe in una realtà diversa da Los Angeles col carattere che aveva e con i limiti che aveva non avrebbe vinto nulla o sarebbe stato costretto ad emigrare verso altri lidi.
      Kobe ha vinto 3 titoli palesemente da secondo violino di Shaq ed ha giocato con Shaq appunto perché è atterrato a Los Angeles e non da altre parti. Gli altri due titoli sono arrivati per grazia ricevuta da Jerry West. E una operazione così sfacciata poteva andare in porto solo a Los Angeles. O al massimo a New York.

  10. Premesso che non mi entusiasma il tono che assume Matteo101 nei commenti, devo dire che stavolta sono in parte d’accordo con lui.
    Nessuno mette in dubbio che quella di San Antonio sia una realtà estremamente vincente ma lo è diventata con Duncan. Lui è stato il motore attorno a cui per 20 anni sono ruotate le fortune e le vittorie degli Spurs. Poi per carità bravissimo Pop, la dirigenza, le scelte effettuate, la cultura e la mentalità vincente maturata, ma sono tutte cose arrivate con Duncan e che prima non esistevano o comunque in maniera molto minore.
    Los Angeles invece per ovvietà di cose è sempre stata una realtà sportivamente, cestisticamente, culturalmente al top. Ha da sempre attirato masse di tifosi, invogliato i free agent, costruito squadre estremamente competitive. La sua fortuna non l’ha fatta il singolo giocatore ma il fatto di essere appunto Los Angeles e dunque di avere la consapevolezza che andato via un West arrivava un Magic e poi un Bryant, andato via un Chamberlain arrivava uno Jabbar, uno Shaq e poi un modo per far arrivare un Gasol o chi per lui lo si trovava.
    Sicuramente si può dire che vincere negli Spurs di Duncan sarebbe stato più facile che vincere nei Lakers di Bryant ma questo non è un punto a favore di Kobe, anzi. La differenza è dovuta proprio al diverso modo di porsi dei due giocatori nei confronti dei compagni e dirigenza, del modo di affrontare lo sport e la competizione in generale. È molto probabile che abbia messo più pressione Bryant ai suoi compagni di squadra e alla sua dirigenza in una singola partita che Duncan in un’intera carriera, la cui propensione alla vittoria, la mancanza di polemiche, la disponibilità a retrocedere a secondo/terzo violino sono stati terreno fertile e hanno creato l’humus ideale per le vittorie degli Spurs. Non è un caso se nel pezzo si parla di Russell del 2000.
    La stessa cosa di certo non si può dire di Kobe. Che per carità è stato grande, ma per altri motivi.

    • ok grazie per la risposta. io citavo questione ambiente giusto per avere un punto di confronto tra i 2 giocatori più vincenti e forti di quella decade. chiaro che Duncan ha vinto anche alla fine proprio x il suo carattere e quindi la capacità anche di essere secondo/terzo violino o giocare meno. ma sono 2 caratteri diversi proprio per le diverse provenienze. x me ovvio Lakers hanno sempre attirato giocatori ma poi come diceva shaq ok Hollywood ecc ma poi la sera devi sempre timbrare il cartellino e vincere. a san antonio quella pressione è diversa vista la piazza, soprattutto diversa dai media nazionali.
      ancora complimenti x gli articoli

  11. Oltre a leggere delle vere e proprie offese nei miei confronti, particolare che risponderò a tono in seguito, leggo anche dei commenti leggermente anacronistici nati peraltro facendo un paragone tra Bryant e Duncan (e non se ne comprende il motivo di tirare fuori il nome di kobe), le loro carriere, e le presunte mafiate losangeline. Sarò sicuramente scemo io che ancora vi do retta (ancora per poco cmq) ma Jerry West non fece proprio nessun regalo ai Lakers. In cambio di Pau arrivarono Marc Gasol, J. Crittenton (all’epoca ritenuto un ottimo prospetto) A. Mckie e due prime scelte che si tramutarono in Donte Greene poi ceduto.e Greives Vasquez, ceduto e c’era ancora Whiteside libero. Per cui io mafiate non e vedo, vedo solo commenti tristi di gente altrettanto triste. Si tira poi fuori la storia del Bryant secondo violino ai tempi di Shaq ma ad onor di cronoca questo secondo violino nella serie 2000/01 contro gli Spurs di Duncan ne mise 33 di media con 7 rimbalzi e 7 assist. Serie vinta peraltro dai Lakers. Nel.2001/02 sempre contro gli Spurs ne stampo 26 di media con 5.4 rimbalzi e 5 assist. Peraltro Kobe conduce per 4 a 2 gli scontri diretti con Duncan ai Playoff giusto per tenere il conto non xke reputi quello meglio dell’altro in quanto non sono hater di nessuno a differenza di qualche bambinetto. Io scrissi xge anche Duncan è stato fortunato a finire negli Spurs, beh niente di più vero in quanto la coppia Popovich/Buford, per gli amanti delle “riviste”…è. Stata eletta come la migliore nella categoria Gm della decade 2000/10..Pop gm in quanto le decisioni finali passavano da lui. Ginobili e Parker sono il frutto di questa meravigliosa macchona chiamata Spurs. E la storia continua con Leonard guardacaso. Personalmente ritengo che Bryant cosi come Duncan e non per ultimo Shaq, siano stati i giocatori simbolo del post Jordan. Senza starmi a consumare il fegato su chi meriti di stare davanti. Ce chi può preferire l’ uno chi l’altro, ma scrivere fesserie a discapito di uno per meglio far apparire quell’ altro e ancora piu ridicolo di queste classifiche. Ora, circa la mia incompetenza qualcuno mi ha insegnato che non devo sentirmi superiore a nessuno ma nemmeno inferiore a nessuno, detto questo ci tengo cmq a sottolineare come nel mio blog scrissi che i Nets di Garnett…pierce ecc fossero prossimi al fallimento, mentre tanti competenti pensavano arrivassero quantomeno in finale. Inoltre ho scritto varie biografie in altri miei blog personali ma non per sentirmi competente ma per passione. Circa le altre offese, tipo somaro, bah….(tra l’altro non si capisce perche l’admin non li abbia cancellati)non capisco come ci possa essere cosi tanta cattiveria anche da seduti davanti uno schermo il cui scopo dovrebbe essere quello di dialogare con gli altri….cosa che io ho sempre fatto ma che non vale la pena continui a fare. Tanti saluti.

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