Non Sua Maestà Jordan. Non l’immenso Russell o l’impressionante Chamberlain. Non the great and woundrous Doctor J. E neanche Jabbar, Magic o Bird.

Ad essere votato nel 2000 “Giocatore del Secolo” dalla National Association of Basketball Coaches è stato Oscar Palmer Robertson.

Un nome forse poco conosciuto a neofiti e profani, ma che ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo della pallacanestro a stelle e strisce, non solo per quanto di splendido il giocatore ha realizzato sui parquet di mezza America, ma anche e soprattutto per il fondamentale contributo che ha fornito fuori dal campo.

Oscar Robertson non è stato infatti solo un superbo atleta che ha fissato nuovi standard di eccellenza, ha cambiato il modo di giocare a basket, ammaliato e stregato l’intera America sportiva e siglato numerosi record, molti dei quali probabilmente rimarranno per sempre ineguagliati.

Oscar Robertson è stato anche un importante attivista per i diritti delle minoranze, un punto di riferimento per tutti i suoi colleghi, un uomo d’affari, un mentore, un insegnante, un oratore sopraffino e carismatico. Un leader nel senso più puro del termine.

Da presidente dell’Associazione Giocatori ha stravolto gli equilibri di potere nello sport professionistico, ha intentato e vinto diverse causa contro la Lega, imposto una migliore e più proficua ridistribuzione degli introiti, combattuto lunghissime battaglie per i diritti dei giocatori.

E in un momento di profonda crisi quale quello che la NBA stava attraversando a metà anni ‘70, è stato l’artefice di una nuova era di crescita e prosperità che nel giro di qualche anno avrebbe portato la National Basketball Association a diventare la lega sportiva più famosa al mondo.

Traguardi importanti, ma che non hanno mai messo in secondo piano il Robertson giocatore, perché quello è stato semplicemente devastante.

Talmente forte da spingere Red Auerbach, uno che non si è mai sperticato in lodi verso chi non ha vestito la gloriosa maglia dei suoi Celtics, ad esclamare un giorno di metà anni ‘60: “He’s so great he scares me!”

È così grande da spaventarmi. Frase che detta dal compianto coach di Boston è roba da chiudere baracca, burattini e classifiche varie e assegnare a priori la palma del migliore. Così, sulla fiducia.

Ma anche talmente forte da spingere un tale di nome LeBron James, non proprio la persona più umile del pianeta, ad affermare: “Se sei un vero appassionato di basket e ne conosci la storia non c’è modo che Robertson non venga considerato il più grande. Io sono solo un principe dentro il suo Regno.”

E il Regno di cui parla LeBron è ovviamente quello della tripla doppia. Perché se c’è stato un giocatore che, ancor più di King James, ancor più di Magic, ancor più di Hondo Havlicek, ha fatto della tripla doppia una vera e propria missione di vita, quello è Oscar, o come lo chiamavano tutti The Big O.

Con i suoi elettrizzanti 196 centimetri e capacità atletiche trent’anni avanti ai suoi tempi, Robertson partendo dal ruolo di playmaker è stato in grado di giocare e primeggiare in qualsiasi posizione e situazione.

Ha segnato caterve di punti, catturato migliaia di rimbalzi, distribuito una marea di assist, è stato eccellente difensore, trascinatore di una squadra dal basso profilo come i Royals di Cincinnati e leader silenzioso in una squadra da titolo come i Milwaukee Bucks di inizio anni ’70.

È stato tutto questo, ma anche di più. Se oltre all’NBA, consideriamo infatti anche college, high school e playground, solo Kareem Abdul Jabbar è stato grande quanto Oscar Robertson nella storia della pallacanestro americana. E se alle voci di cui sopra ci aggiungiamo le prestazioni con la nazionale americana, allora nessuno può essere paragonato a Oscar. Nessuno.

Ha dominato a qualsiasi livello. Un predestinato, se mai c’è stato qualcuno degno di questo nome.
Ma forse sarebbe il caso di cominciare dal principio.

Il principio si chiama Charlotte, uno sperduto villaggio di poche anime nel cuore del Tennessee. Lì, nel novembre del 1938, nacque fra povertà e miseria il nostro Oscar.

Crebbe nel quartiere nero di Indianapolis, in uno degli stati dell’Unione in cui il razzismo era più radicato, ma nello stesso tempo più fertili per quanto riguarda il mondo del basket, specialmente a livello scolastico.

Robertson imparò sin da subito ad abbeverarsi all’amaro calice della segregazione. Frequentò sotto coach Ray Crowe la Crispus Attucks High School, una struttura fatiscente per soli neri, priva di palestre e attrezzature per fare sport, contro cui le scuole dei bianchi si rifiutavano persino di giocare. Almeno fino al suo arrivo. Poi la tentazione di misurarsi contro di lui, fu più forte del razzismo imperante all’epoca.

Al suo secondo anno, nel 1954, la Crispus Attucks perse i quarti di finale del torneo dello Stato contro la Milan High School, divenuta celebre perché con i suoi 161 studenti risulta tuttora la più piccola scuola ad aver raggiunto il prestigioso titolo dello Stato dell’Indiana. La splendida cavalcata vincente dei ragazzi di Milan è stata raccontata nel film Hoosiers del 1986 con Gene Hackman nelle vesti di coach Norman Dale.

Quella fu l’unica delusione sportiva a livello scolastico per Robertson.
Seguirono infatti due stagioni trionfali. Nell’anno da junior, il nostro condusse i suoi a un record di trentuno vittorie e una sconfitta in un contesto dal livello decisamente alto. La Crispus Attucks divenne la prima scuola per soli studenti afro-americani a vincere il prestigioso titolo dello Stato.

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Un duro colpo per la segregazione. Le autorità cittadine vacillarono, si aggrapparono alle corde, reagirono per quanto possibile. Come primo provvedimento vietarono la tradizionale parata che i vincitori organizzavano annualmente per le vie della città. Quella fu la prima volta nella storia dell’Indiana in cui un torneo scolastico si concluse senza alcuna celebrazione.

Giocatori, studenti, famiglie e più in generale l’intera comunità nera di Indianapolis furono relegati a consumare i loro festeggiamenti in un parco alla periferia della metropoli, lontano dagli occhi dei bianchi.

Robertson si prese la sua personalissima rivincita l’anno seguente. Siglò 24 punti per gara e condusse la sua scuola alla cosiddetta perfect season. Trentuno vittorie, nessuna sconfitta e il secondo titolo. Un dominio imbarazzante.
Furono ancora vietati i festeggiamenti, ma nessuna legge poté negare a Oscar il titolo di “Mr. Basketball” dello Stato e lo spalancarsi delle porte di numerosi college.

Robertson scelse Cincinnati, nell’Ohio, dove risultò il primo giocatore di colore nella storia del college e dove continuò il suo indisturbato dominio.

Nei suoi tre anni universitari portò i Bearcats a un record complessivo di 79 vittorie, 9 sconfitte e due partecipazioni alle Final Four. Non vinse mai il titolo ma in ognuno di quei tre anni fu miglior realizzatore del torneo e All American.

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Nel 1959 fu istituito l’USBWA College Player of the Year, il più antico premio individuale del college basket, e Robertson ne vinse le prime due edizioni.

Siglò quattordici nuovi record per la NCAA e diciannove per la propria università, fra cui il miglior score mai registrato in una partita con 62 punti e ovviamente il numero di triple doppie messe a referto. Fece notizia a livello nazionale la sua prestazione contro Indiana State nel 1959 in cui chiuse con 45 punti, 23 rimbalzi e 10 assist.

Terminò la sua carriera universitaria con 33.8 punti a partita, per quella che è tuttora la terza media punti più alta nella storia del college basket.

Nonostante i numeri, i record e la fama che aveva ampiamente valicato i confini dell’Ohio e del mondo universitario, anche gli anni a Cincinnati non furono semplici. Oscar che aveva sempre creduto nella palla a spicchi come unico mezzo per affrancare la propria vita dalla miseria e dalla segregazione, si ritrovò ancora una volta a combattere con le unghie e con i denti contro il razzismo becero e l’idiozia dilagante dei bianchi.

Gli sguardi e le occhiatacce della gente. Gli sputi, gli insulti e i tentativi di aggressione durante le partite. Le trasferte nelle città dove la sua presenza era fortemente osteggiata, l’impossibilità anche solo a passeggiare per strada, le lacrime, gli stenti e le ingiuste privazioni.

I bar, i ristoranti, i negozi e gli hotel in cui non poteva entrare. E poi le notti passate nei gelidi e fatiscenti dormitori per soli neri, mentre i meno talentuosi compagni di squadra dalla pelle bianca alloggiavano negli alberghi, persino le minacce di morte come quando a Denton, nel Texas, gli fecero trovare un gatto nero nell’armadietto.

Sono solo alcune delle traumatiche esperienze che il giocatore affrontò. Tante piccole cicatrici sulla pelle scura che Oscar si porterà dietro per tutta la vita e che forgeranno il suo carattere, la sua voglia di combattere e ribellarsi alle ingiustizie.

“I’ll never forgive them!” saranno le lapidarie parole con cui, parecchi anni dopo, il giocatore ricorderà quegli episodi.

Frattanto, terminato il college, nell’estate del 1960 Roma si preparava a ospitare i giochi olimpici e Robertson fu capitano insieme a Jerry West della spedizione americana che dominò il torneo conquistando la medaglia d’oro.

Quella squadra comprendeva stelle di indiscussa grandezza ed è tuttora ricordata come la migliore selezione di giocatori non professionisti mai presentata dagli Stati Uniti. Oltre a Oscar e West ne facevano parte anche i futuri Hall of Famer, Walt Bellamy e Jerry Lucas. Gli americani vinsero le otto partite olimpiche con uno scarto medio di 42.4 punti sugli avversari.

Robertson che durante il torneo fu schierato come ala da coach Pete Newell, agì comunque da vero regista della squadra per quella che probabilmente fu la prima versione nella storia del basket della point-forward, un ruolo che in seguito diventerà piuttosto famoso grazie a un altro grandissimo interprete del gioco, Larry Bird.

Al ritorno dalle Olimpiadi, in cui il nostro fu miglior realizzatore del torneo con Lucas, cominciò la grande avventura fra i professionisti della NBA.

All’epoca esisteva il cosiddetto Territorial Pick, un meccanismo introdotto nel 1947 e abolito nel 1965 che consentiva alle franchigie la possibilità di scegliere un giocatore di college locale prima dell’inizio del draft vero e proprio. E ovviamente i Cincinnati Royals, quelli che in seguito e dopo diverse peripezie diverranno gli attuali Sacramento Kings, non si fecero scappare l’occasione per accaparrarsi i servigi di Robertson.

Cincinnati veniva da due stagioni molto deludenti in cui aveva vinto appena 38 partite complessive a fronte di 109 sconfitte, adagiandosi in entrambe le occasioni sul fondo della Western Conference e dell’intera lega. Non proprio il posto ideale per le velleità di vittoria di Robertson, tanto più in un’epoca in cui gli avversari si chiamavano Chamberlain, West, Baylor e soprattutto era in atto una vera e propria dittatura da parte dei Boston Celtics di Bill Russell e Bob Cousy.

Oscar si ritrovò a giocare in un contesto deprimente da un punto di vista cestistico. E se da un lato i suoi numeri ne trassero giovamento, dall’altro qualsiasi possibilità di competere per l’anello era annientata.

Al suo primo anno segnò 30.5 punti a partita, catturò 10.1 rimbalzi, smazzò 9.7 assist, risultando la prima e tuttora unica guardia nella storia del gioco a prendere più di dieci rimbalzi in una stagione. All’esordio tolse dopo otto anni consecutivi il titolo di miglior assist-man della lega al leggendario Cousy, colui che alcuni anni dopo diverrà suo allenatore a Cincinnati e che si mormora fosse invidioso della bravura e delle attenzioni che Oscar riceveva dalla stampa, tanto da giocare un ruolo importante nel suo controverso trasferimento ai Bucks. Ma di questo avremo modo di parlare in seguito.

Robertson fu eletto rookie dell’anno davanti a Jerry West, finì nel primo quintetto di lega e giocò il primo di dodici All Star Game in cui realizzò 23 punti, 14 rimbalzi e 9 assist, un bottino che gli consentì di vincere all’esordio l’MVP della partita.

Ma fu l’anno successivo che Oscar strabiliò l’intera America sportiva con una stagione irripetibile. Il 29 ottobre contro i Syracuse Nationals realizzò il suo career high di assist, con 22. Portò i Royals a vincere 43 partite, un risultato difficilmente pronosticabile appena un paio d’anni prima, ma soprattutto realizzò 41 triple doppie in 79 partite, divenendo l’unico giocatore nella storia a chiudere la stagione in tripla doppia di media.

Per lui, 30.8 punti, 12.5 rimbalzi, 11.4 assist. Per buona dose divenne anche il primo giocatore a superare i dieci assist di media, in un’epoca oltretutto in cui i criteri d’assegnazione degli stessi erano molto più stringenti di oggi.

Al primo turno dei playoffs, i Royals furono eliminati dai Detroit Pistons, ma fu una sconfitta che quasi passò in secondo piano rispetto alle prestazioni del giovanissimo playmaker.

Al suo terzo anno, Oscar portò Cincinnati a compiere un ulteriore passo in avanti. Chiuse la Regular Season con 28.3 punti, 10.4 rimbalzi, 9.5 assist e il 52% dal campo. Al primo turno di playoffs i Royals superarono in cinque partite i più quotati Syracuse Nationals fra le cui file militava il grande Hal Greer, suo rivale e futuro Hall of Famer, eletto anch’egli nel 1997 a Cleveland fra i migliori 50 giocatori della storia.

Cincinnati approdò alle finali di Conference contro i Boston Celtics. Sembrava una serie segnata in partenza. Boston veniva da quattro titoli consecutivi, cinque negli ultimi sette anni. Era giudicata dai più una squadra in quel momento imbattibile. Cincinnati aveva acquistato una certa credibilità nell’ambiente solo grazie alle prestazioni di Robertson ma rimaneva una compagine dal talento limitato.

Eppure in gara uno Oscar oscurò Cousy, segnò 43 punti e portò i suoi a violare, fra la sorpresa generale, il Boston Garden. Era stato ottimo profeta Auerbach che prima dell’inizio della serie aveva candidamente ammesso di essere spaventato dall’immenso talento del numero 14 avversario.

I Celtics sembrarono ristabilire le gerarchie vincendo gara due. I Royals non mollarono e la sfida si mantenne equilibrata e combattuta. Ma quando sul risultato di 2 a 2, Boston si impose nella quinta partita, nonostante i 36 punti di Robertson, a tutti sembrò chiaro che la serie fosse ormai giunta al suo epilogo.

Pia illusione. In gara 6 Oscar abusò letteralmente del trentacinquenne Cousy, al suo ultimo anno fra i pro. Lo limitò a soli 5 punti mentre lui ne realizzò 36, portando la sfida alla settima. Nessuno poteva crederci davvero, i Celtics rischiavano di abdicare e cosa ancor più incredibile non per mano dei quotati Lakers o dell’impressionante Chamberlain, ma di una franchigia che poteva contare solo sull’apporto del pur immenso Robertson e poco altro.

In gara 7 i Celtics scesero in campo con il chiaro intento di stroncare qualsiasi velleità degli avversari. Giocarono una partita offensivamente perfetta e solo Oscar riuscì a tenere a galla i suoi evitando un massacro. Chiuse con 43 punti e una prestazione maiuscola che però non impedì a Boston di firmare il decisivo allungo nel terzo quarto, terminato con il parziale di 40 a 29. Nell’ultimo periodo fu vana la rimonta di Cincinnati e al suono della sirena il risultato diceva 142 per i Celtics, 131 per i Royals.

Con una nuova consapevolezza nei propri mezzi e grazie all’arrivo di Jerry Lucas a far da spalla a Robertson, l’anno successivo Cincinnati realizzò il proprio record di franchigia con 55 vittorie e il secondo posto nella lega alle spalle dei soliti Celtics.

Robertson fece registrare il suo career high di punti con 31.4 a partita, cui aggiunse 9.9 rimbalzi e 11 assist. Tripla doppiata mancata per un soffio, ma a ottima consolazione arrivò il trofeo di MVP di stagione. Alla fine del decennio Oscar risulterà uno dei due giocatori a vincere un MVP durante tutti gli anni ‘60 senza chiamarsi Bill Russell o Wilt Chamberlain. L’altro sarà Unseld che si aggiudicherà il premio nel 1969.

A completare una stagione straordinaria, il nostro vinse anche l’MVP dell’All Star dopo una prova da 26 punti, 14 rimbalzi, 8 assist. In post-season arrivò nuovamente la finale di Conference contro i Celtics e nuovamente una sconfitta, stavolta per 4 gare a 1.

Seguirono le stagioni più buie. Chamberlain passò da San Francisco a Philadelphia e la Eastern Conference si fece ancora più competitiva. Era impossibile vincere ad est se non si aveva un centro in grado di opporsi allo strapotere di Wilt e di Bill. Nei 3 anni fra il 1965 e il 1967, i Royals si qualificarono sempre ai playoffs, ma non superarono mai il primo turno. Due eliminazioni ad opera dei Sixers, una ad opera dei Celtics.

Nel 1968 Cincinnati mancò del tutto la post-season e fu ben magra la consolazione per Robertson che risultò miglior realizzatore e miglior assist-man della lega, divenendo il primo giocatore nella storia a primeggiare nella stessa stagione in entrambe le categorie. Un’impresa oltretutto eguagliata in seguito dal solo Tiny Archibald.

Nel 1970, dopo 10 stagioni con la maglia di Cincinnati, pochissime soddisfazioni di squadra e molti record personali, arrivò per Robertson l’inaspettato trasferimento.

Sulla panchina dei Royals si era frattanto seduto proprio Bob Cousy, uno da sempre abituato ad avere le luci dei riflettori puntate su di sé. Il leggendario Bob aveva provato persino a scendere in campo all’età di 41 anni e dopo più di un lustro fermo, per dare una mano alla squadra, ma i risultati non erano stati per nulla confortanti. Era tornato mestamente a sedersi in panca, ma non è un mistero che soffrisse la presenza in squadra del suo ex rivale Robertson.

A complicare la situazione, quella fu la stagione in cui Oscar divenne presidente dell’Associazione Giocatori e che passò alla storia sotto il nome Robertson vs. National Basketball Ass’n.

Il giocatore diede vita a una serie di battaglie legali che avevano come fine il blocco della paventata fusione con l’ABA, l’eliminazione della clausola di restrizione che legava un giocatore a una singola squadra in maniera perpetua, la rinegoziazione dei contratti per i Free Agents, l’aumento dei salari, la rivisitazione delle regole del draft, l’abbattimento di ogni sorta di discriminazione razziale. Oscar trascinò la NBA in tribunale per una serie di cause che si protrassero per diversi anni e anche se alla fine ne uscì vincitore su tutta la linea e ad oggi tutti gli riconoscono il merito e il coraggio che gli appartengono, all’epoca gli procurarono non pochi problemi con le alte sfere dirigenziali della lega.

Cousy decise così di disfarsi della sua stella. Bussò alla porta dei Lakers offrendo il giocatore addirittura in cambio di West e Chamberlain. Pare che Los Angeles non si degnò neanche di rispondere. L’ex playmaker dei Celtics tastò il terreno di molte squadre, alla fine siglò la lo scambio con i Bucks. Oscar andò a Milwaukee in cambio di Flynn Robinson e Charlie Paulk.

Nell’Ohio ovviamente scoppiò una mezza rivolta, tanto da obbligare Robertson a dichiarare pubblicamente non solo di non aver chiesto il trasferimento, ma anzi di considerarlo un tradimento da parte della propria dirigenza e del proprio coach. Eppure a Milwaukee Oscar andava decisamente a giocare per il titolo.

I Bucks erano la squadra più giovane della lega. Fondati appena due anni prima, al loro esordio si erano adagiati sul fondo della Eastern Conference con appena 27 vittorie a referto. Peggio avevano fatto solo i Phoenix Suns, anche loro al debutto nella NBA.

Ma a decidere le sorti di una franchigia spesso è il caso. Il lancio di una monetina premiò Milwaukee che con la prima scelta al draft del 1969 si poté aggiudicare i servigi di Lew Alcindor, un tale che veniva da 3 anni di dominio assoluto a UCLA e che tempo dopo sarebbe divenuto piuttosto famoso dalle parti del pianeta terra con il nome di Kareem Abdul Jabbar. Phoenix invece si dovette accontentare della seconda scelta e del semisconosciuto Neal Walk.

Con l’immenso Alcindor sotto i tabelloni, Milwaukee arrivò nel giro di un anno non solo a disputare i playoffs, ma anche a perdere la finale di Conference contro i Knicks. Poi, con l’arrivo del trentunenne Oscar nel Wisconsin, la squadra si candidò prepotentemente al titolo.

Correva la stagione 1970-71 e l’accoppiata Robertson-Jabbar prometteva di sbaragliare qualsiasi concorrenza.
I Bucks non delusero le aspettative. Vinsero 66 partite, ne persero 16. Robertson si mise al completo servizio dei compagni e soprattutto del suo centro. Per la prima volta in carriera scese sotto i 20 punti di media, ma fu fondamentale sia in attacco che in difesa per gli equilibri di Milwaukee.

Al primo turno di post-season i Bucks piegarono i San Francisco Warriors per quattro partite a uno. In finale di Conference ebbero vita facile contro i Lakers che avevano perso per strada Jerry West a causa di un infortunio. E fu finale. La prima per il secondo anno Jabbar, la prima per Milwaukee al suo terzo anno di vita, la prima per il trentatreenne Robertson.

Gli avversari erano i Baltimore Bullets di Earl The Pearl Monroe, Gus Johnson e di Wes Unseld. Non ci fu storia.
Jabbar piegò Unseld. Robertson annullò Monroe. I Bucks si imposero con un sonoro 4 a 0. Kareem fu premiato MVP delle finali ma Robertson chiuse la serie alle medie di 23.5 punti, 9.5 assist, 5.0 rimbalzi in 41 minuti di gioco.

Finalmente con un meritatissimo anello al dito, Oscar valutò persino il ritiro, ma la dirigenza dei Bucks lo convinse a prolungare il contratto per altri tre anni. E fino al suo addio, nel 1974, i Bucks vinsero ogni anno il titolo di Division e si mantennero una contender.

Nel 1971-72 furono sconfitti in finale di Conference dai Lakers in una serie in cui Robertson ingaggiò uno splendido duello con West e Jabbar con Chamberlain. Fu proprio il centro in maglia Lakers a fare la differenza, trascinando Los Angeles in finale.

Nel 1972-73 arrivò una sconfitta ad opera dei Warriors. L’anno successivo però i Bucks tornarono nuovamente in finale. Era l’ultima stagione in carriera dell’ormai trentaseienne Oscar. A contendere il titolo ai Bucks c’erano i Celtics di Havlicek e Cowens. Fu una sfida appassionante che si concluse solo alla settima gara.

Quella gara 7 fu l’ultima partita in carriera di Oscar Robertson e, per sua stessa ammissione, la peggiore mai disputata nella sua vita. Chiuse in profondo affanno con appena 6 punti e un 2 su 13 al tiro.

L’anno successivo, senza Robertson, ma con Jabbar e il resto della squadra immutato, l’ex finalista Milwaukee precipitò nei bassifondi della Eastern Conference, chiudendo con appena 35 vittorie e mancando completamente l’accesso ai playoffs. A dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto fosse stato fondamentale l’apporto dell’anziano playmaker per le sorti della franchigia.

Oscar diede addio al basket giocato come secondo miglior realizzatore di sempre della NBA alle spalle di Chamberlain e primo per assist e tiri liberi realizzati.

Nel suo bottino personale c’erano un titolo NBA, due finali, un MVP di Regular Season, tre MVP dell’All Star Game, nove primi quintetti di lega, due secondi quintetti. A cui vanno aggiunti un titolo di miglior scorer in stagione e sette di miglior assist-man, tutto ciò per un totale 26.710 punti, 9.887 assists e 7.704 rimbalzi.

Deteneva e detiene tuttora il record per numero di triple doppie messe a segno in carriera con 181, un traguardo inavvicinabile per chiunque se consideriamo che al secondo posto della speciale classifica c’è Magic Johnson fermo quota 138.

Subito dopo l’addio, nell’ottobre del 1974, i Cincinnati Royals, nel frattempo diventati Kansas City Kings, ritirarono la sua maglia numero 14. I Bucks fecero altrettanto con la sua maglia numero 1.

Il 28 aprile del 1980 Robertson varcò le soglie della Hall of Fame di Springfield come giocatore. Nel 2010 ne fece nuovo ingresso, stavolta come membro della squadra olimpica del 1960.

Nel 1994 una sua statua in bronzo alta nove piedi fu eretta davanti al palazzetto dei Cincinnati Bearcats.
Nel 1997 fece ovviamente parte dei 50 migliori giocatori di sempre premiati a Cleveland.
Nel 1998, la United States Basketball Writers Association rinominò il trofeo di Giocatore dell’anno della NCAA in Oscar Robertson Trophy.
Nel 2000 fu eletto Giocatore del Secolo dalla National Association of Basketball Coaches.
Nel 2003 la rivista Slam Magazine lo posizionò al terzo posto fra i migliori giocatori di tutti i tempi dopo Jordan e Chamberlain e prima di Russell, Magic e Bird.

Nel 2006, ESPN lo elesse secondo miglior playmaker di sempre dopo Magic e settimo miglior giocatore della storia.
Sempre nel 2006, il 17 Novembre, fu uno dei cinque padri fondatori della National Collegiate Basketball Hall of Fame. Gli altri quattro ad avere l’onore di inaugurare l’Arca della Gloria per la pallacanestro collegiale furono John Wooden, Dean Smith, Bill Russell e – dulcis in fundo – il dottor James Naismith. E scusate se è poco.

Qualche mese dopo, nell’aprile del 2007, Oscar Robertson ebbe l’onore di incontrare e scambiare qualche parola con il sottoscritto a New York durante la presentazione del suo libro: The Big O – My Lifes, My Times, My Games.

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Nel 2011 sempre Slam Magazine lo posizionò al quinto posto nella classifica dei cinquecento migliori giocatori di tutti i tempi, preceduto solo da Jordan, Chamberlain, Russell e O’Neal. Nell’occasione Jerry Lucas, suo compagno di squadra sia ai tempi delle Olimpiadi che di Cincinnati, affermò: “Era un giocatore incredibile. Decenni avanti al resto del mondo, a noi umani. Non ho mai visto in vita mia un giocatore completo come Oscar.”

Nel 2013, un altro suo compagno di squadra, uno che ha vissuto da protagonista assoluto venti anni di NBA, che si è confrontato con molti dei migliori giocatori della storia e che pure ha conosciuto Robertson quando questi era ormai a fine carriera, fu ancora più categorico: “LeBron James è impressionante. MJ è stato impressionante. Ma credo che Oscar Robertson li avrebbe presi entrambi a calci nel sedere. Assolutamente. Lui era eccezionale. Aveva cervello e sapeva fare qualsiasi cosa.”
Firmato, Kareem Abdul Jabbar.

E scusate se davanti a queste parole, ci alziamo virtualmente in piedi e rendiamo un doveroso appaluso all’immenso Big O.

Post By Goat (25 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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14 thoughts on “9 – Oscar Robertson

  1. E’ dura essere neri. Voi siete mai stati neri? Io lo sono stato una volta, quando ero povero. Una frase riconducibile a quella del leggendario boxer Larry Holmes per descrivere la drammatica situazione razziale in cui anche il nostro Big O visse al suo tempo. “Big O”, nomignolo che deriva da The Wondeful O”, un soprannome dovuto al suo talento, al suo atletismo, alla sua volontà e determinazione nel non arrendersi mai ai disagi del colore della pelle. Una volontà che ereditò dal suo bisnonno Marshall che ne vide di tutti i colori circa la questione razziale dato che visse 116 anni risultando l’uomo più vecchio degli States. Quando si sposto a Indianapolis il nostro Big O mangiò perfino pane e mortadella perché nessun ristorante accoglieva persone di colore. Ma prima di essere conosciuto come Big O, Roberston veniva chiamato “Little Flap” per via del fratello Baley Jr che usava tirare muovendo il braccio in avanti piegando esageratamente il polso come volesse fare ciao ciao alla palla. Proprio sul tiro Robertson si perfeziono al punto di essere un Jordan prima di Jordan, ovvero il tradizionale tiro cadendo all’indietro…fadeaway jumper!!
    Aveva un buon atletismo ma mai usato per le cosiddette Dunk tant’è che lui stesso non ricorda di averle eseguite in gara. Forza fisica ed equilibrio del corpo erano il suo marchio di fabbrica uniti ad ottimo colpo d’occhio per il canestro sia come finalizzatore che come assistman. Qualcuno lo defini cosi…” se gli dai un tiro da 4 metri, cercherà di prenderselo da 3. Se glielo concedi da 3 cercherà di lavorarti fino a prenderselo da due. Se glielo dai due sai cosa vorrà? Vorrà segnare un layup.

    Giocatore sublime ma a mio parere comunque fuori da una top ten.

  2. io invece al contrario robertson lo avrei visto un po’ più su. ho sempre pensato che sia stato vittima della dittatura russell e della squadra in cui ha giocato per un decennio, altrimenti staremmo parlando di un top five ever. e le classifiche cui l’articolo accenna ne sono ampia conferma.

  3. Matteo, a parte che quelle classifiche fanno abbastanza sorridere perché vedere Roberston sopra Magic e Jabbar non è un qualcosa solo di opinabile ma da censurare proprio dopo esserti fatto una risata. Se lo Slam Magazine citato e lo stesso che ho io davanti, allora è lo stesso che mette il tanto osannato (su questi canali) Bill Walton al 74° posto quando invece qui tra nei 30°…. :) e non continuo nemmeno perché se ti prendi 5 secondi puoi vederlo da te il resto.

    Per quanto riguarda Espn, gli stessi oggi mettono Robertson in 11° posizione. Insomma, prendere le classifiche dal web per celebrare la grandezza di Robertson o per rafforzare la propria teoria e/o convinzione lo trovo un esercizio inutile. A mio modo di vedere Big O sarebbe da top ten, almeno lo era prima che arrivasse qualcun altro ad occupare il suo posto. Tuttavia metterlo tra i primi 10 non è nemmeno blasfemia, posizione in più posizione in meno, capirai stiamo parlando di pesi massimi, anche se nella mia personale top ten lui, oggi, non compare. Ma top five ever proprio no, ma mai nella vita. Jordan-Magic-Wilt-Russell e Jabbar sono talmenti fuori portata che ognuno di loro potrebbe occupare la prima posizione.

  4. Io però penso di saper scrivere in italiano. E ho scritto che Oscar è stato vittima di un paio di fattori ALTRIMENTI sarebbe stato top five. Non ho detto che lo e.
    Ho detto invece che lo avrei per questo motivo messo un po’ più su. Non è difficile.
    Poi non prendo le classifiche per rafforzare la mia teoria, non ne ho bisogno. Anche se – perdonami – ma così a naso sinceramente trovo più attendibile uno slam magazine che un tuo parere.

  5. Perdonami ma, questo essere stato vittima o se non ci fosse stato quello, tizio caio e sempronio come vale per Oscar vale per gli altri, per cui è un discorso del tutto inutile.

    Circa le classifiche, se tu sei lo stesso matteo101 che celebrava Bill Walton allora ti lascio leggere con gusto Slam magazine che posiziona il tuo Walton al 74° posto. Buona lettura!! ;)

  6. Certo che può valere per tutti ma infatti non si fanno le classifiche con i se o con i ma, però se ne può lo stesso parlare.
    Poi non so che intendi per celebrare Bill Walton. Io ho solo scritto tempo fa che tecnicamente era un giocatore di livello superiore. Poi logico che ha avuto tanti di quei problemi fisici che la metà bastavano, ma questo non toglie nulla alle sue capacità.
    Io a differenza tua sono aperto ai pareri di tutti, a volte condivido, a volte meno, sia se l’interlocutore sia slam magazine piuttosto che espn piuttosto che questa classifica di goat. ad esempio questa volta non condivido la sua scelta. avrei messo robertson un paio di posizione più su. tu non sei d’accordo? me ne farò una ragione.
    amen.

  7. Suvvia ragazzi, ognuno ha la propria classifica e le proprie preferenze. Inutile vi scorniate, tanto un punto di incontro non lo troverete mai. Anche perché non esiste una realtà oggettiva che dia ragione a uno o all’altro e quindi potete continuare a parlare per ore senza che nessuno si sia spostato di un millimetro dalla propria posizione.
    Quindi relax.

    • Goat, perdonami se continuo la polemica ma lo leggi anche tu del resto. È uno che non accetta il contraddittorio e non accetta gente che la pensa diversamente da lui. Tra parentesi è lo stesso che a ogni articolo deve sempre ribadire la sua classifica, come se a qualcuno interessasse, ed è sempre lo stesso (se non mi sbaglio) che ti ha detto che avevi preso spunto da un suo articolo su Erving nonostante il suo fosse molto più recente solo per avere un po’ di visibilità e pubblicizzare il suo blog.

  8. Forse sai scrivere in Italiano ma probabilmente non lo capisci oppure sei impegnato ad arrampicarti su qualche specchio – in simpatia ;-) Stai facendo tutto tu, monti e poi smonti tu stesso una tua teoria o il senso del tuo discorso. Dici che non vai con i se o con i ma ma li metti in conto e ci fai una teoria, una classifica, attendibile però solo per Robertson a quanto pare.

    Circa il discorso su Walton e molto semplice. Affermi che sia più attendibile Slam magazine piuttosto che un mio parere ed allora leggiti pure slam magazine che mette al 74° posto un giocatore che su questi canali sta alla 30° posizione e che tu reputi tecnicamente di livello superiore rispetto ad altri suoi colleghi. Leggi pure slam chi ti dice nulla.

    Dici che sei aperto ai pareri di tutti ma i miei quasi ti urtano, strana sta cosa…

    Ma tu sei libero di mettere in cima o nella top five chi ti pare, puoi inserirci pure Pupo nei magnifici 5….se la teoria viene supportata da Slam magazine…me ne farò una ragione, anzi non me ne fregherebbe proprio un tubo. :-)

  9. A quanto ne so Jabbar ha ammesso candidamente che Robertson è stato a suo parere persino migliore di Magic. E dico, l’opinione di Jabbar conterà pure qualcosa in merito. Questo taglia qualsiasi testa al toro sul reale valore di Robertson e di come il nono posto sia anche poco per un giocatore che potrebbe tranquillamente stare davanti a Magic, Bird, per non parlare di Duncan.
    Ah comunque Goat, classifiche a parte, sempre tanti complimenti per come riesci a raccontare questi giocatori. Ogni lunedì diventa sempre più interessante.

    • Sinceramente di questa dichiarazione di Jabbar non ne sono a conoscenza. Poi potrebbe anche essere vera considerando che Jabbar ha dichiarato a espn che considera Robertson migliore di MJ, quindi per estensione potrebbe considerarlo anche migliore di Magic, ma davvero mi sfugge quando lo abbia detto esplicitamente.
      A parte questo, continuo a sostenere che vi fate troppi problemi con sta benedetta classifica. Oscar potrebbe tranquillamente stare davanti a Bird, Magic e Duncan, come dici tu? Sì, potrebbe starci, come potrebbe anche non starci. Non è propriamente un’eresia propendere in un modo o nell’altro.

      Per Matteo101, i commenti a questi articoli sono pubblici e liberi. Chiunque voglia dire la propria, dare la propria classifica e anche ripeterla più volte, può farlo. Il discorso sull’articolo su Erving era già stato velocemente e senza problemi esaurito a suo tempo, quindi non c’è motivo di riprenderlo.
      Io continuo a sostenere che vi scaldate eccessivamente per un giochino e sinceramente preferirei entriate qui dentro per leggere gli articoli e non per scoprire chi ho messo prima e chi dopo, anche perché spero che a nessuno interessi più tanto. :-D

  10. Mariopenny 69….Earl manigault allora chiude baracca e burattini e prende a calci un po’ tutti in quanto per Jabbar è stato il miglior giocatore di pallacanestro. Cosi come Connie Hawkins per Larry Brown è stato meglio di Julius e Jordan, cosi come per Jordan, Olajuwon è stato il miglior centro, cosi come per West, Kobe Bryant, dopo il 4°anello, era diventato un messia portando la Kobemania ad essere la terza religione più diffusa al mondo.

    A me sembra chiaro che molte di queste dichiarazioni sono un pò volutamente pompate e celebrative per evidenziare la grandezza dei colleghi si, ma colleghi anche un pò meno fortunati di loro in termini di successi. Come a voler evidenziare che tutti questi personaggi meritavano di ricevere o vincere qualcosa in più in carriera, insomma come a voler ricordare che nonostante i Jordan, i Magic, i Jabbar, i Russell e i 28 titoli in quattro, esisteva anche dell’altro. Insomma, spesso e volentieri queste dichiarazione fanno quasi ridere come le classifiche di slam magazine.

    Io sinceramente non mi pongo nessun problema su questa classifica che vuole essere credo solo un modo di raccontare qualcosa a quanto ho capito. Ognuno ha la sua come giusto che sia, oddio, se convinti che Big O sia meglio di Magic, di Jordan, di Bird ecc…gli direi di darsi all’ippica, ma insomma… :-) tratteniamoci dal farlo!! Io ho la mia e mi baso su analisi, partite viste, esperienze, statistiche Ws…PER ecc…accumulate, cercando di non farmi coinvolgere troppo dai gusti personali, tuttavia resta un giochino per passare il tempo, ahimè il Basket è anche altro, tanto altro ancora…….

  11. Tolti i centri, non per superiorità o inferiorità per un’oggettiva difficoltà di confronto, con Big O iniziamo a parlare di uno che può tranquillamente essere ritenuto il migliore. Certo, ovvio, vale anche per quelli che verranno dopo.

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