“Be like Mike” recitava un famoso spot andato in onda su tutte le reti televisive americane a partire dal 1992 per quello che è stato un vero e proprio tormentone mediatico. Una pubblicità entrata prepotentemente nelle case d’America e del mondo, la cui musica orecchiabile, le immagini allegre e spensierate, il messaggio semplice e accattivante, hanno davvero saputo conquistare tutti.

Da quel momento in poi tutti hanno voluto essere come Mike. Ma c’è stato qualcuno che ha voluto esserlo molto più degli altri. E quasi riuscendoci, per giunta. Christian Vieri direbbe che è stato più Mike lui di tutti gli altri messi insieme.

Stiamo parlando di un tale, un ragazzo non proprio come tanti, che in quel famoso 1992 aveva quattordici anni ed era appena rientrato con la famiglia negli States dopo un’infanzia passata fra Rieti, Pistoia e le due Reggio.

Era tornato nella natia Philadelphia giusto in tempo per guardare lo spot in TV, rimanerne folgorato e iniziare a cimentarsi con il basket che conta, quello vero, quello estremamente competitivo delle high school della Pennsylvania.

Esattamente quattro anni dopo, il ragazzo faceva il suo ingresso nel dorato mondo della NBA, risultando la prima guardia nella storia della lega sportiva più famosa al mondo a saltare il college per approdare direttamente fra i professionisti.

Sin dal suo esordio e per i successivi vent’anni, ogni benedetta notte, questo ragazzo divenuto col tempo uomo, è sceso in campo con un unico inderogabile obiettivo: essere il migliore. No, non della partita, come sarebbe stato anche normale. E neanche della settimana, del mese o della stagione. E per dirla tutta, nemmeno della sua epoca.

Sin dal suo esordio, per venti lunghissimi anni, ogni benedetta notte, questo ragazzo divenuto col tempo uomo e in seguito leggenda, è sceso in campo con l’obiettivo di essere il migliore. Di tutti. Di tutti i tempi. Essere come Mike insomma. O forse persino più grande.

Oggi, dopo che questa entusiasmante cavalcata durata vent’anni si è esaurita, possiamo affermare quasi senza timore di smentita che ad essere più grande di Jordan non vi è mai riuscito, ma se c’è stato qualcuno al mondo che è andato così maledettamente vicino dal compiere un’impresa che fino a poco tempo prima veniva considerata irrealizzabile, beh questi è stato il ragazzo, l’uomo, la leggenda di cui sopra.
Questi è stato Kobe Bryant.

Non nego di avere qualche difficoltà a scrivere l’articolo a lui dedicato che inaugura la Top Ten della nostra classifica. Troppe cose si agitano dentro. Troppo poco tempo è passato, diventa difficile storicizzare, inquadrare il giocatore nella giusta prospettiva.

Appena sette mesi infatti son trascorsi da quando Kobe ha appeso le scarpe al chiodo chiudendo per sempre quella magica, affascinante, intensa, a volte travagliata, sicuramente discussa, ma ancor di più fantastica epopea che è stata la sua carriera.

L’ha chiusa a modo suo, con una delle sue solite prestazioni, nel bene e nel male. Di quelle che ti fanno sorridere e scrollare il capo in maniera complice, perché in fin dei conti un po’ te l’aspettavi. Del resto, lui è sempre stato così. Un tipetto leggermente competitivo cui non piace passare inosservato.

Kobe ha detto basta dopo un ruolino di marcia impressionante.
Cinque titoli NBA, due MVP delle finali, un MVP di stagione, diciotto partecipazioni all’All-Star Game, quattro MVP della partita delle stelle, undici primi quintetti di lega, quattro fra secondi e terzi quintetti, nove primi quintetti difensivi, due titoli di miglior realizzatore di stagione.
Ha chiuso da leader di tutti i tempi fra gli scorer in maglia Lakers e da terzo assoluto nella storia della NBA dopo Kareem Abdul Jabbar e Karl Malone.
Ha vinto due titoli olimpici, nel 2008 a Pechino e nel 2012 a Londra. Ha siglato un numero esorbitante di record realizzativi di cui solo in piccola parte riusciremo a tener conto in queste righe.

Eppure, a dispetto dei numeri, del talento sconfinato e delle giocate spettacolari, Kobe è stato un giocatore continuamente discusso, amato e odiato in egual misura, in costante competizione con il mondo intero, con compagni e avversari, col passato e col presente della NBA.

E se da un lato questo forte spirito competitivo, la sua inestinguibile sete di successi, la volontà di misurarsi e primeggiare nei confronti del resto del mondo lo hanno portato a ricercare la perfezione nella propria pallacanestro, a non sapersi né volersi mai accontentare, dall’altro il bisogno di ergersi sopra la massa, la spasmodica ricerca di un consenso quasi plebiscitario che solo raramente è arrivato, la disarmante sicurezza nei propri mezzi, la necessità infine di essere nel bene e nel male artefice unico del proprio destino, lo hanno condotto a scelte e comportamenti talvolta discutibili, a volte controproducenti, spesso in contrasto con quello che è o che dovrebbe essere lo spirito di uno sport di squadra.

Kobe non è mai stato – o meglio non ha mai dato l’impressione di essere, se non forse nell’ultima parte di carriera – un giocatore completamente libero dai propri fantasmi. Nel corso degli anni è stato dipinto in vari modi, è stato definito egoista, narcisista, invasato, affetto da dispatia [ndr: il contrario di empatia] e persino da manie ossessivo-compulsive.

La sua smania di essere considerato il migliore, quella che Phil Jackson ha definito una vera e propria ossessione, è stato un aspetto talmente preponderante nella sua personalità e di conseguenza nel suo gioco da spingere lo stesso coach a dichiarare: “Kobe era fortissimamente determinato a superare Jordan come miglior giocatore di tutti i tempi. La sua ossessione per MJ era impressionante. Non soltanto aveva fatto suoi molti dei movimenti di Michael, ma cercava anche di imitarne stile e comportamenti.”

Jackson arrivò persino ad organizzare un incontro fra i due nella speranza che lo stesso MJ potesse aiutare il giovanissimo Bryant e lo indirizzasse verso una pallacanestro diversa, priva di quei tratti di esasperato individualismo, più consapevole della presenza dei propri compagni, meno alienata ed alienante.

Quando però i due si strinsero la mano per salutarsi, le prime parole che uscirono dalla bocca di Kobe furono: “Sai anche tu che potrei farti il culo uno contro uno?”

Del resto il primo step per diventare come Mike prevedeva sfidare e battere qualsiasi tipo di avversario. Senza nessuna paura. E se nel calderone ci finiva lo stesso Jordan, tanto meglio.

Ma forse, arrivati a questo punto, sarebbe il caso di cominciare dal principio per capire. O almeno solo per tentare.

Bryant nacque il 23 Agosto del 1978, a Philadelphia, Pennsylvania, terzo figlio di Joe, detto Jellybean, e Pam. Suo padre era un’ala di 6-9 con le movenze e la tecnica di una guardia che da giovane era stato leggenda dei playground di Philly ma nella NBA non era mai riuscito ad ambientarsi pienamente.

Quando Kobe aveva circa un anno, Joe fu ceduto ai San Diego Clippers. Suo figlio respirò l’aria della West Coast, ne rimase invaghito. Si innamorò di Magic Johnson e dei Lakers. Dall’età di tre anni iniziò a ripetere che sarebbe divenuto una stella della NBA.

opattyyNel 1984 Joe venne a giocare in Italia. Vi rimase per sette anni. La famiglia lo seguì. Rieti, Reggio Calabria, Pistoia, Reggio Emilia, queste le città che videro un piccolo Bryant crescere, studiare, imparare l’italiano, partecipare ai primi tornei di basket, approcciarsi ai primi rudimenti di gioco organizzato.

Nel 1992, quando Kobe aveva già quattordici anni, dopo una brevissima esperienza in Francia, Joe accettò il ruolo di assistente allenatore all’università di La Salle.

La famiglia Bryant tornò dunque in pianta stabile a Philadelphia, giusto in tempo perché il piccolo di casa si iscrivesse alla Lower Merion High School.

Nel frattempo il “Be like Mike” imperversava nelle televisioni, entrava in tutte le case, le scuole, le palestre, un motto che rimbombava nella testa di milioni di giovani e giovanissimi.

Kobe fu il primo freshman a esordire nella squadra della sua scuola, giocando un po’ in tutti ruoli a seconda delle esigenze, ma i risultati non furono confortanti. Quattro vittorie a fronte di venti sconfitte il record del primo anno.

Delle prime due stagioni all’High School, Bryant non conserverà ottimi ricordi, complici soprattutto le difficoltà di adattamento di un quindicenne a un modo di vivere completamente diverso da quello cui era abituato. Fu dall’anno successivo che il futuro Black Mamba iniziò a sentirsi maggiormente a suo agio in quel nuovo contesto e nel contempo a trovare una propria dimensione come giocatore di basket.

Nella stagione da junior, all’età di sedici anni, alto poco meno di due metri, prese ad agire con costanza da shooting guard, lo stesso ruolo di Jordan. Offensivamente il suo arsenale era già piuttosto ampio, il suo palleggio incrociato mieteva già numerose vittime, fu così che decise di dedicarsi con maggiore attenzione alla fase difensiva del gioco.

Fu quello l’anno della svolta. Kobe viaggiò alle medie di 31.1 punti, 10.4 rimbalzi e 5.2 assist, risultando decisivo su entrambi i lati del campo. Fu nominato Player of the Year per lo stato della Pennsylvania.

Diversi college cominciarono ad interessarsi a lui. Il giocatore mise in cima alle sue preferenze Duke, North Carolina, Villanova e Michigan. Ma quando nel giugno del 1995 Garnett saltò direttamente dall’High School fra i professionisti, Kobe cominciò a prendere seriamente in considerazione la possibilità di fare altrettanto.

Certo, lui non aveva bisogno di soldi come Kevin. Veniva da una famiglia benestante, era cresciuto dormendo fra morbide lenzuola di lino, studiando nelle migliori scuole, mangiando bene, respirando basket. Per lui la pallacanestro non era un mezzo per uscire dal ghetto, per riscattare la propria vita, per sfamare genitori e sorelle e toglierli dalla strada.

Lui era alla ricerca di altre sfide che non fossero vincere la miseria. Altrettanto complesse, altrettanto difficili: affermarsi, distinguersi, primeggiare, trionfare. Essere come Mike, in pratica. Poterlo sfidare, poterlo battere. E per farlo non restava altro modo che approdare al più presto nella NBA. Prima che fosse troppo tardi.

Quella stessa estate papà Joe organizzò per il figlio alcune sessione di allenamenti con i giocatori dei Philadelphia 76ers. Le prestazioni che il diciassettenne Kobe fornì nell’occasione impressionarono esperti e addetti ai lavori.

All’ultimo anno di superiori, il ragazzo condusse la sua scuola a un record di 32 vittorie, 3 sconfitte e il primo titolo dello stato in quarantadue anni. Kobe chiuse con 30.8 punti di media in stagione. I punti totali nei quattro anni di permanenza alla Lower Merion furono 2.883, cifra che migliorava il precedente record per le High School di tutta la Pennsylvania, siglato quarant’anni prima da un tale di nome Wilt Chamberlain.

Le pressioni dei vari college si fecero più insistenti, così come le voci che volevano il giocatore passare direttamente fra i pro. Fu proprio Kobe a mettere la parola fine alle speculazioni dei media quando rese pubblica la sua scelta di dichiararsi eleggibile al draft del 1996. Sarebbe stata la prima guardia nella storia della lega a compiere il grande salto.

I pareri sul giovane erano però discordanti. Chi lo aveva visto allenarsi coi Sixers non aveva dubbi sul talento e sul futuro del ragazzo. Altri lo consideravano un grosso rischio e ritenevano sarebbe finito piuttosto in basso nelle scelte.

Col pick numero 8 i Nets fecero però intendere di esserne fortemente interessati. Temendo di finire a giocare per i cugini poveri dei Knicks, Kobe si lasciò andare a una dichiarazione di dubbio gusto, affermando che avrebbe preferito giocare in Europa piuttosto che nel New Jersey. Forse era un bluff, forse no, la squadra tuttavia recepì il messaggio e preferì puntare su Kerry Kittles, guardia di Villanova.

I Lakers avevano la ventiquattresima scelta. Decisamente troppo bassa per sperare di metter le mani sul figlio di “Jellybean”. Eppure il GM Jerry West era pronto a rischiare il tutto per tutto. La decisione era arrivata dopo un provino che Kobe aveva sostenuto nella palestra della YCMA di Inglewood, Los Angeles, sotto lo sguardo sbalordito della dirigenza dei Lakers.

A sfidare Kobe c’era Dontae’ Jones, 21 anni, ala piccola di 1 metro e 99 centimetri. Non una stella ovviamente, ma all’epoca reduce dalle Final Four con Mississippi State, aveva una buona credibilità fra gli addetti ai lavori.
Quel provino fu un autentico massacro. Bryant distrusse l’avversario senza alcuna pietà. Lo umiliò fino al punto da indurlo a interrompere l’uno contro uno e lasciare il parquet.

Jerry West quel giorno aveva visto abbastanza. Mosse le sue carte. E Kobe arrivò a Los Angeles via Charlotte – da cui fu scelto con il pick numero 13 – in cambio di Vlade Divac.

kobebryant1996

Kobe firmò un contratto triennale di 3.5 milioni di dollari e trovò come compagni di squadra il colosso Shaquille O’Neal, appena atterrato a Los Angeles direttamente da Orlando, il play Nick Van Exel, l’ala/centro Elden Campbell, la guardia Eddie Jones, il sesto uomo Cedric Ceballos, e come allenatore Del Harris.

Il suo debutto fu contro i Minnesota Timberwolves di Garnett nella seconda partita della stagione. All’età di 18 anni e 72 giorni Kobe divenne in quel momento il più giovane esordiente nella storia della NBA. Giocò 6 minuti. Zero punti, zero assist. Un tiro sbagliato. Un fallo, una palla persa, un stoppata, un rimbalzo.
Non un esordio memorabile.

Kobe continuò a giocare poco, riscontrando notevoli difficoltà nel trovare spazio. Il 17 dicembre ebbe la possibilità di sfidare per la prima volta sul parquet dello Staples Center sua maestà Michael Jordan, la leggenda verso cui tendeva la pargoletta mano.

Fu però una sfida che in realtà neanche si consumò. Michael mise 30 punti e portò i suoi alla vittoria dopo un overtime, Kobe di punti ne mise 5 in appena 10 minuti di utilizzo sui 53 disponibili. Ma non dubitate, avrà modo di rifarsi.

Già a partire da gennaio una serie di infortuni si abbatterono sulla stagione giallo-viola e la giovane guardia conquistò minuti e credibilità. Il 28 del mese, contro i Dallas Mavericks, fu lanciato definitivamente nella mischia e divenne il più giovane player di sempre a esordire in un quintetto NBA. Giocò 32 minuti, si prese 11 tiri, mise 12 punti.

Fu convocato per la partita delle matricole all’All-Star Game di Cleveland, il famoso weekend in cui si festeggiava il cinquantennale della NBA e si premiavano i cinquanta migliori giocatori della storia. Davanti a ospiti d’eccezione, Kobe mise 31 punti per l’ovest. Non vinse l’MVP della partita solo perché Allen Iveson aveva condotto l’est alla vittoria, ma Bryant si rifece allo Slam Dunk Contest vincendo – proprio come Jordan una decina d’anni prima – la gara delle schiacciate, primo Lakers di sempre a riuscire nell’impresa.

Kobe chiuse la sua prima stagione da professionista con 7.6 punti a partita e il secondo quintetto rookie. I Lakers raggiunsero il secondo turno dei playoff, ma rimediarono una sonora sconfitta per 4 partite a 1 contro i Jazz di Stockton e Malone.

Nei minuti finali della quinta e ultima gara della serie, Bryant si ritrovò ad essere il principale terminale offensivo della squadra. Byron Scott aveva saltato la partita per infortunio, Horry s’era fatto buttar fuori per una rissa e O’Neal aveva commesso il suo sesto fallo a 1 minuto e 46 secondi dalla sirena.

Con il peso dell’attacco dei Lakers sulle sue spalle, il non ancora diciannovenne Kobe non si tirò certo indietro ma i risultati furono disastrosi. Sparacchiò a canestro quattro tiri in rapida successione che non raggiunsero neanche il ferro fra l’esultanza e l’ilarità dei tifosi Jazz. Quattro airballs che avrebbero potuto affossare la carriera di chiunque, tanto più di un ragazzino alla sua prima esperienza di post-season, ma non di Kobe Bryant.

In futuro il nostro pretenderà e cercherà con sempre maggiore insistenza le responsabilità dell’ultimo tiro, fino ad arrivare al momento in cui proprio negli infuocati finali di partita troverà la massima esaltazione consacrandosi come uno dei migliori clutch players di sempre.

La stagione successiva, Kobe fu promosso a sesto uomo. Si assestò sui 26 minuti a partita alle medie di 15.4 punti, 3.1 rimbalzi, 2.5 assist. Fu votato un po’ a sorpresa nel quintetto dell’All-Star Game di New York.

Era presumibilmente l’ultima partita delle stelle per Jordan e i giornalisti si divertirono a scrivere che quella gara rappresentava la sfida fra MJ e i suoi eredi al trono. Bryant che tanto per cambiare quel weekend divenne il più giovane All-Star nella storia della pallacanestro americana ed era additato un po’ da tutti come il numero uno fra gli eredi di Jordan, non gestì al meglio la situazione.

Da esordiente assoluto attirò le ire dei compagni per i suoi eccessi di protagonismo, per l’assoluta – e per l’epoca eccessiva – sicurezza nei propri mezzi. Monopolizzò il gioco per l’ovest, si prese 16 tiri, più di chiunque altro in partita escluso Jordan, cercò spesso l’uno contro uno contro Micheal, tanto da arrivare a rifiutare un blocco di Malone che, offeso, chiese all’allenatore George Karl di essere sostituito.

Lo stesso Malone dichiarò in seguito alla stampa di essere ormai troppo vecchio per un’esibizione in cui un diciannovenne poteva permettersi di rifiutare l’aiuto di un veterano. George Karl dal canto suo panchinò per punizione Kobe durante l’intero ultimo quarto di gioco.

Piovvero critiche forse persino eccessive sulla giovane guardia giallo-viola, tanto che lo stesso Jordan sentì l’esigenza di parlargli per tentare di incanalare al meglio le sue indubbie potenzialità. Non servì a granché. Almeno nell’immediato.

Al ritorno a Los Angeles, coach Harris decise di ridurre minutaggio e responsabilità del ragazzo. Kobe sfiorò il premio di sesto uomo dell’anno. I Lakers arrivarono alla finale della Western Conference contro i Jazz, ma ancora una volta finirono per essere surclassati dagli avversari che si imposero in 4 secche gare. Malone si prese la sua personalissima rivincita chiudendo la serie con 30 punti, 10 rimbalzi e 4.5 assist di media.

L’anno successivo i Lakers firmarono Dennis Rodman, rimpiazzarono coach Harris con l’ex giallo-viola Kurt Rambis e in marzo portarono Eddie Jones ed Elden Campbell a Charlotte in cambio di Glen Rice, J.R. Reid e dell’ex Bulls B.J. Armstrong.

Al suo terzo anno fra i pro, Kobe conquistò il posto nel quintetto titolare. Segnò 19.9 punti a partita divenendo il secondo realizzatore della squadra. Finì per la prima volta nel terzo quintetto di lega e firmò un’estensione di contratto con i Lakers della durata di 6 anni alla cifra di 70 milioni dollari.

I Lakers chiusero con il record di 31 vittorie e 19 sconfitte, ma la loro corsa si fermò ancora una volta troppo presto. Stavolta al secondo turno di post-season, contro i San Antonio Spurs del secondo anno Tim Duncan. In gara due, sul risultato di 1 a 0 per gli Spurs, con 19 secondi al termine, Kobe sbagliò due tiri liberi decisivi che avrebbero dato ai Lakers un vantaggio di 3 punti e messo un seria ipoteca sulla vittoria. San Antonio invece vinse la partita in rimonta. I Lakers subirono il colpo e finirono per essere sweeppati.

Giorni roventi attendevano la squadra al ritorno in quel di Los Angeles. Fino ad allora infatti le operazioni che avevano portato Shaquille O’Neal e Kobe Bryant sulle sponde dell’oceano Pacifico si erano rivelate completamente fallimentari.

Quella stessa estate prese però posto sulla panchina dei Lakers il pluridecorato Phil Jackson, reduce da un anno di riposo dopo la seconda tripletta coi Bulls. Jackson portò con sé Tex Winter e il famoso Attacco Triangolo col quale sperava di inquadrare al meglio un giocatore spesso indisciplinato tatticamente come Bryant.

Kobe era eccitato all’idea di giocare per Jackson, ex coach e per certi versi mentore di Jordan, così passò larga parte dell’off-season sui campi d’allenamento a migliorare il tiro dalla distanza, la velocità, ma soprattutto il suo lavoro in fase difensiva.

Correva la stagione 1999-2000 e i Lakers vinsero 67 partite, all’epoca quinto record di sempre nella storia della lega.
Kobe segnò 22.5 punti per gara, consacrandosi secondo miglior giocatore della squadra. Aumentò il numero dei rimbalzi superando i sei a partita, migliorò nella scelta e nella selezione dei tiri e nella continuità dalla distanza.

Anche difensivamente si rivelò un giocatore diverso. Reattivo e pronto sulle linee di passaggio lo era sempre stato, ma ora si mostrava anche più determinato e grintoso, capace oltretutto di eccellenti letture nella propria metà campo, tanto da finire per la prima volta in carriera nel primo quintetto difensivo. Un onore che gli capiterà altre otto volte, per quello che sarà a tutti gli effetti un record NBA, condiviso con Gary Payton e col solito, maledetto Jordan.

I Lakers finirono per vincere il loro primo titolo in finale contro gli Indiana Pacers, ma quello fu l’anno magico di Shaquille O’Neal che fece incetta di premi individuali e si prese a furor di popolo ogni onore e gloria. Più in generale iniziò quella stagione un triennio magico per Shaq che risultò così dominante da stroncare qualsiasi forma di concorrenza sia fra gli avversari, ma anche e soprattutto fra i compagni.

L’anno dopo Kobe giocò 40 minuti e raggiunse la soglia dei 28.5 punti a partita. Il 6 dicembre contro i Golden State Warriors realizzò quello che era il suo career high con 51 punti in altrettanti minuti di gioco.

Le sue prestazioni migliorarono nei playoff e i Lakers volarono verso il secondo anello.
In gara 4 del secondo turno contro i Kings mise 48 punti e tirò giù 16 rimbalzi. In gara 1 della finale di Western Conference contro gli Spurs realizzò 45 punti cui aggiunse 10 rimbalzi.

Chiuse l’intera post-season alle cifre di 29.4 punti, 7.3 rimbalzi e 6.1 assist per partita. Numeri sensazionali per un talento che pareva non aver limiti, tanto più considerando l’età del giocatore.

Ad appena ventitre anni Kobe stava infatti mostrando un arsenale offensivo amplissimo e pressoché perfetto. Era in grado di attaccare il canestro in qualsiasi modo e da qualsiasi posizione grazie a capacità tecniche, fisiche e atletiche che poche volte si erano viste concentrate in dosi così massicce in un unico giocatore.
Poteva penetrare a difesa schierata, prendersi il tiro dalla media, allontanarsi per punire dalla distanza, giocare spalle a canestro, colpire con un fade away preso pari pari dal Vangelo secondo Jordan.

O’Neal, con cui in stagione c’era stato qualche piccolo screzio per problemi di leadership, lo definì il miglior giocatore della NBA del momento. Ma, parole al miele a parte, quella rimaneva la squadra di Shaq e quei Lakers andavano fin dove li portava il colosso col numero 34 sulle spalle. Kobe lo sapeva bene. E scalpitava.

L’anno seguente Bryant vinse il primo trofeo di MVP all’All-Star Game di Philadelphia, sua città natale. Il pubblico lo ricoprì di fischi durante tutta la partita, una sorta di vendetta per le finali dell’anno precedente.

Kobe fece anche la prima comparsa nel primo quintetto NBA, chiudendo la stagione alle medie di 25.2 punti, 5.5 rimbalzi e altrettanti assist.

I Lakers vinsero il terzo anello consecutivo in finale contro i Nets. Bryant chiuse le finali con 26.8 punti, il 51.4% al tiro, 5.8 rimbalzi e 5.3 assist. A ventiquattro anni non ancora compiuti era diventato il più giovane giocatore nella storia a vincere tre titoli.

Nulla sembrava essere precluso alla fantastica coppia Kobe-Shaq. Vittorie, anelli, affermazioni personali e di squadra, record. Sembrava tutto lì, alla portata di quella che poteva diventare la combo più forte di sempre. Sembrava appunto.

L’anno successivo Kobe scalzò per la prima volta Shaq come miglior scorer della squadra, mettendo a segno 30 punti a partita e risultando secondo realizzatore nell’intera lega alle spalle di Tracy McGrady, all’epoca di stanza a Orlando.

I rapporti fra le due stelle dei Lakers si incrinarono ulteriormente. Bryant, cui l’epiteto di secondo violino cominciava a stare maledettamente stretto, reclamava spazio, responsabilità, ultimi tiri, giochi disegnati appositamente lui, quella gloria personale che fino ad allora era toccata in larga parte al solo O’Neal.

Fra alti e bassi fu una stagione piuttosto travagliata per i tre volte campioni in carica.
Shaq saltò le prime 12 partite di Regular Season per infortunio e quando rientrò parve dare le prime avvisaglie di un fisico non più integro e di una voglia di risultare dominante non più pari a quella degli anni precedenti.

Priva del faro O’Neal, Los Angeles perse 9 delle prime 12 partite di stagione e questo alimentò la frustrazione e nel contempo la voglia di riscatto di un Bryant le cui prestazioni sembrarono dar ragione a quanti non lo ritenevano adatto al ruolo di leader di quei Lakers.

A dicembre la squadra perse di ben 27 punti contro i Nets, una partita in cui Kobe tirò con 8 su 29 dal campo. La gara successiva Bryant si prese altri 35 tiri, accentrò su di sé l’intero gioco dei Lakers in barba a qualsiasi schema offensivo, forzò molte conclusioni, mise 44 punti, ma arrivò una nuova sconfitta al supplementare contro Philadelphia.

Alti e bassi, dicevamo. Kobe non giocava bene, certo non in “the right way” per dirla alla Larry Brown, ma il suo talento era immenso. Il 7 gennaio contro i Seattle SuperSonics, stabilì il nuovo record NBA di canestri da tre punti in una singola partita con dodici.

Fra il 6 e il 23 febbraio ebbe una striscia di nove partite consecutive in cui realizzò almeno 40 punti, compreso un 51 contro Denver e un 52 contro i Rockets. I Lakers vinsero sette di quelle nove partite.

Il 28 marzo i Wizards si presentarono allo Staples Center e Kobe si ritrovò per ultima volta come avversario un giocatore quarantenne, ormai prossimo all’addio definitivo al mondo del basket. Si chiamava Micheal Jordan, il suo punto riferimento, l’ossessione di una vita.

Bryant ne approfittò per sfoderare una prestazione da 55 punti, di cui 42 messi a segno solo nel solo primo tempo, andando di prepotenza a raccogliere il testimone dalle mani dell’avversario. Quella partita rappresentò a tutti gli effetti il passaggio di consegne ufficiali fra le due migliori guardie della storia della NBA, Jerry West permettendo.

Los Angeles terminò la stagione in rimonta, vincendo 11 delle ultime 13 partite e arrivando a toccare quota 50 vittorie. Al primo turno di playoff eliminò Minnesota. Kobe realizzò 31 punti e 6 assist di media nella serie.

Al secondo turno i Lakers affrontarono gli Spurs. San Antonio si portò in vantaggio nelle due partite casalinghe, Kobe scrisse 39 punti in gara 3 e 35 in gara 4, portando i suoi a impattare la serie sul 2 a 2.

Gara 5 fu equilibrata, Kobe realizzò altri 36 punti ma gli Spurs s’imposero di due. Gara 6 non ebbe stessa sorte. Duncan mise 37 punti e 16 rimbalzi. I Lakers furono sepolti sotto 28 punti. Nell’ultimo quarto la difesa di San Antonio alzò un muro che portò a un massacro (32-13 il parziale dell’ultimo periodo). Kobe chiuse con 20 punti e 7 palle perse in 43 minuti di gioco. Dopo tre titoli consecutivi, Los Angeles alzava bandiera bianca.

Quella stessa estate si verificò il fattaccio di Eagle, in Colorado, su cui non abbiamo troppa voglia di soffermarci. Per farla breve, una ragazza di 19 anni, cameriera nell’albergo in cui Kobe alloggiava, lo accusò di violenza sessuale. Nonostante non si arrivò mai a un processo penale nei confronti del giocatore perché le accuse caddero prima, l’episodio ebbe notevoli strascichi giudiziari e nella vita privata della stella giallo-viola.

In California, nel frattempo, la dirigenza stava tentando di sfruttare gli ultimi anni di attività ai massimi livelli di Shaquille O’Neal portando a Los Angeles Karl Malone e Gary Payton nell’ovvio tentativo di vincere il quarto anello in cinque anni.

I Lakers che si presentarono al via nella stagione 2003-04 erano a tutti gli effetti una sorta di Dream Team con quattro futuri Hall of Famer in quintetto. Ma anche quella non fu una stagione per nulla facile, fra infortuni e diatribe interne. I rapporti fra Kobe e Shaq raggiunsero il minimo scorso.

Los Angeles finì seconda a ovest, dietro i Timberwolves. Kobe segnò 24 punti per gara, confermandosi miglior realizzatore della squadra.

In post-season i Lakers eliminarono in successione Houston, San Antonio e Minnesota, approdando alla finale contro i molto meno talentuosi Detroit Pistons. Quando il più sembrava fatto, arrivò il crollo.

Quella finale fu una disfatta. Il gioco organizzato, lo spirito di sacrificio e la straordinaria verve dei Pistons stroncarono qualsiasi velleità di vittoria delle affermate stelle in maglia giallo-viola.

In seguito alla sconfitta la rottura fra Shaq e Kobe per la leadership della squadra esplose in maniera eclatante e a tratti persino violenta. Kobe pretendeva le redini del gioco, Shaq non aveva la minima intenzione di abdicare, non a vantaggio di Kobe a ogni modo.

Bryant pose un ultimatum alla dirigenza e alla fine il trentaduenne O’Neal fu spedito a Miami in cambio di Lamar Odom, Caron Butler, Brian Grant e una scelta futura. Salutò anche Phil Jackson, al cui posto subentrò Rudy Tomjanovich.

Successivamente in Florida, Shaq non ebbe alcuna remora a far da secondo violino al giovane Dwyane Wade, a dimostrazione di come il vero problema non fossero le richieste, anche sensate, di Kobe, quanto Bryant stesso.

I Lakers si presentarono al via per la stagione 2004-05 con una squadra completamente rinnovata che puntava tutto sulla ventiseienne guardia da Philadelphia.

Fu forse la stagione più difficile per Kobe, sepolto vivo dalle critiche per le scelte che aveva compiuto e con compagni di squadra ben lontani dagli standard cui era abituato. Era sì diventato faro e motore unico dei Lakers, ma quegli stessi Lakers erano frattanto divenuti squadra da lottery in cui il suo pur strabordante talento non bastava a colmare l’inevitabile gap.

Le difficoltà aumentarono quando Phil Jackson pubblicò il suo libro “The Last Season: A Team in Search of Its Soul”, in cui dettagliò gli eventi che avevano portato alla rottura fra Shaq e Kobe. Nel libro l’ex coach non mancò di sparare a zero su Bryant arrivando a definirlo “inallenabile”.

In stagione i Lakers vinsero appena 34 partite a fronte di 48 sconfitte, undicesimi ad ovest. Rimasero fuori dai playoffs per la prima volta dopo dieci anni. Kobe mise 27.6 punti a partita con il 43% dal campo. Fu escluso dal quintetto difensivo, fu retrocesso al terzo quintetto NBA, infine per tutto l’anno fu coinvolto in una lunga faida pubblica con Ray Allen e Karl Malone.

Il giorno di Natale Los Angeles scese in campo in mondovisione contro Miami e contro l’odiato nemico, Shaquille O’Neal. Bryant si prese 30 tiri, mise 42 punti con il 38% dal campo, perse 9 palloni. E gli Heat vinsero all’overtime.

Durante quella stagione le quotazioni di Kobe come giocatore toccarono probabilmente il minimo storico. E mai come quell’anno il paragone con Jordan, verso cui il gioco di Bryant tendeva in maniera sempre più netta e inequivocabile, furono decisamente impietosi.

Ma la svolta era dietro l’angolo. Gli anni migliori della sua ancora lunga carriera erano prossimi ad arrivare.
La stagione seguente tornò a sedersi sulla scottante panchina giallo-viola, Phil Jackson. Numericamente Kobe fu devastante riscattandosi appieno dalle recenti delusioni. Realizzò 35.4 punti a partita, divenendo il quinto giocatore nella storia a superare i 35 punti di media in stagione. Prima di lui c’erano riusciti solo Chamberlain, Baylor, Barry e Jordan.

Il 20 dicembre contro Dallas mise 62 punti in appena 31 minuti di gioco. Alla fine del terzo periodo Kobe aveva più punti di tutti i Mavs. Passò l’intero ultimo quarto di gioco in panca. Era il prologo per una prestazione ancora più mostruosa.

Tra il 28 dicembre e il 9 gennaio Bryant divenne il primo giocatore dai tempi di Chamberlain e Baylor, vale a dire dal 1964, a segnare almeno 45 punti in 4 partite consecutive.

Un paio di settimane dopo, il 22 gennaio 2006, contro i Toronto Raptors, giocò 42 minuti, tirò 28 su 46 dal campo, 7 su 13 da tre, 18 su 20 ai liberi. Per un totale di 81 punti. Era ed è tuttora la seconda prestazione realizzativa di sempre nella storia della pallacanestro americana.

Chiuse il mese di gennaio con 43.4 punti per gara, la media mensile più alta mai registrata nella storia della lega, escludendo quelle di Chamberlain di inizio anni ’60.

I Lakers terminarono la stagione con 45 vittorie e 37 sconfitte, migliorando di 11 partite il record della precedente e qualificandosi come settimi alla post-season. Per strano che possa sembrare Kobe finì solo quarto nelle votazioni per l’MVP di Regular Season alle spalle di Nash, James e Nowitzki.

Sembrava un vero e proprio affronto al giocatore e come tale fu preso dai suoi sostenitori, in realtà da sempre l’NBA privilegiava i risultati di squadra ai grandi exploit realizzativi. Lo stesso Jordan e persino Chamberlain avevano mancato l’appuntamento con il titolo di miglior giocatore di stagione negli anni dei loro massimi score realizzativi.

Kobe sembrò prendersi una sorprendente rivincita per il mancato trofeo quando, al primo turno dei playoff, portò Los Angeles in vantaggio per 3 a 1 sui Suns del fresco MVP Steve Nash. Phoenix vinse però gara 5. In gara 6 Bryant provò a chiudere qualsiasi discorso con un cinquantello tondo tondo, ma i Suns riuscirono a portare la serie alla casalinga gara 7, partita in cui i Lakers salutarono prematuramente la post-season e ogni sogno svanì.

L’anno seguente Bryant si presentò all’opening day con un nuovo numero di maglia, il 24. Sorsero quasi istantaneamente una serie di illazioni sui motivi di quel cambiamento. Molto gettonata risultò l’ipotesi secondo cui Kobe aveva scelto un numero di un’unità superiore al 23 di Jordan. Ci mancò poco che l’opinione pubblica insorgesse. In realtà il giocatore aveva semplicemente ripescato il numero che aveva portato nei primi tempi all’high school.

La nuova scelta sembrò comunque portargli bene. In novembre Kobe segnò 52 punti contro Utah, a dicembre 53 contro Houston, due settimane dopo 58 contro Charlotte. In febbraio vinse ancora il titolo di MVP all’All-Star Game dopo una prestazione da 31 punti, 6 assist, 6 recuperi e 5 rimbalzi.

Il 16 marzo, con i Lakers che venivano da sette sconfitte consecutive, tredici nelle ultime sedici partite, Kobe interruppe la striscia negativa siglando 65 punti contro Portland. La partita successiva ne mise 50 contro Minnesota e poi ancora 60 contro i Grizzlies. In quel momento era il quarto giocatore della storia a segnare almeno 50 punti in tre partite di seguito, dopo i soliti Baylor, Chamberlain e Jordan.

Il giorno dopo, contro Houston, ne piazzò altri 50, sopravanzando Jordan e Baylor e divenendo il secondo giocatore di sempre dopo Wilt a mettere a segno una striscia di 4 partite consecutive sopra i 50 punti.

Trascinati dalla propria fenomenale guardia, i Lakers vinsero 42 partite. Kobe guidò per il secondo anno consecutivo la lega in punti con 31.6 a partita. Gli sfuggì però ancora una volta il trofeo di MVP di stagione. Imperdonabile per uno come lui, tanto più alle soglie dei trent’anni. Arrivò inoltre una nuova eliminazione al primo turno di playoff contro i Suns.

Fu alla fine di quella stagione che il giocatore cominciò a fare pressioni perché la dirigenza si affrettasse a rinforzare la squadra, arrivando persino a minacciare di chiedere la cessione. Molti fra addetti ai lavori, giornalisti e persino qualcuno dall’interno della dirigenza giallo-viola, storsero la bocca di fronte a quelle richieste dopo che lo stesso Kobe aveva operato affinché Shaquille O’Neal venisse allontanato dai Lakers.
A rimettere le cose a posto ci pensò al solito il grande Jerry West.

Piccola postilla, West non conduceva più le operazioni di mercato per i Lakers ormai dal 2002, anno in cui aveva portato i suoi servigi ai Memphis Grizzlies col chiaro intento di mettersi alla prova in una nuova e decisamente più impegnativa impresa. Siccome tutto ciò che Jerry tocca diventa oro, nel giro di un paio di stagioni Memphis era divenuta squadra da playoff.

West aveva da poco lasciato il ruolo di GM della squadra del Tennessee quando nel febbraio del 2008 Paul Gasol, il miglior giocatore di quei Grizzlies, fu tradato ai Lakers in cambio di Kwame Brown, Javaris Crittenton, Aaron McKie, i diritti per Marc Gasol e due prime scelte future.

Una trade che all’epoca parve dannatamente sbilanciata in favore dei californiani. Le altre squadre non la presero affatto bene e arrivarono ad accusare più o meno velatamente Jerry West di aver mosso le carte per rinforzare i suoi Lakers, forte del ruolo che aveva ricoperto per i Grizzlies fino a poco tempo prima.

Fondate o meno le accuse, l’arrivo dello spagnolo fu manna dal cielo per Los Angeles. Con lui in quintetto i giallo-viola vinsero 22 delle ultime 26 partite. Kobe segnò 28 punti per gara. Con un supporting cast più affidabile e con due fidi scudieri quali Gasol e Odom, Bryant si rivelò persino più altruista nei confronti dei compagni. Negli schemi dell’Attacco Triangolo ormai sempre più spesso si ritrovava ad essere il vero playmaker della squadra.

I Lakers vinsero 57 partite e finalmente Kobe poté portare a casa il suo primo e unico titolo di MVP della Regular Season. La marcia dei giallo-viola questa volta non si arrestò neanche durante i playoff.

Gasol chiuse gara 1 del primo turno contro i Nuggets con l’impressionante bottino di 36 punti, 16 rimbalzi, 8 assist e 3 stoppate. Kobe non fu da meno in gara 2 quando fece registrare 49 punti, 10 assist e il 67% dal campo. I Lakers sweepparono Denver, poi eliminarono in rapida successione i Jazz e gli Spurs. Arrivò la finale, sei anni dopo l’ultimo titolo targato Shaq & Kobe, quattro anni dopo la disfatta controi Pistons.

Gli avversari erano i Boston Celtics dei Big Three: Garnett, Pierce e Ray Allen, al loro primo anno assieme in maglia verde. I Celtics vinsero le prime due partite. Kobe segnò 36 punti in gara 3 portando la serie sul 2 a 1. Fu però solo un fuoco di paglia. Boston era più esperta e più forte. Vinse il titolo in sei gare, ma ormai era ufficiale: i Lakers erano tornati a essere una delle principali contendenti al titolo.

La stagione successiva Los Angeles vinse ben 65 partite. Kobe segnò 26.8 punti a partita e smazzò 4.9 assist, leader della propria squadra in entrambe le categorie. Il 2 febbraio mise 61 punti al Madison Square Garden, all’epoca miglior prestazione realizzativa di sempre nell’arena più famosa del mondo. Era la quinta volta in carriera che superava la soglia dei 60 punti. Non sarebbe stata l’ultima. Ce ne sarebbe stata un’altra ancora più clamorosa.

Kobe vinse l’MVP dell’All-Star Game ex aequo con il suo vecchio compagno e nemico, Shaq.
Arrivò infine il tanto sospirato titolo. Contro gli Orlando Magic. Era il quarto anello della carriera di Bryant, il primo senza l’ingombrante presenza di O’Neal. Ovviamente arrivò anche il primo trofeo di miglior giocatore delle finali.
Kobe chiuse le cinque gare di finale alle medie di 32.4 punti, 7.4 assist e 5.6 rimbalzi, divenendo in quel momento il primo giocatore dai tempi di Jerry West nel 1969 e nel 1970 a realizzare almeno 30 punti e 7 assist di media in una finale. Escludendo ovviamente il solito, maledetto, irragiungibile Jordan che – fuori concorso – aveva messo a referto 31 punti e 11 assist di media nelle finali del 1991.

I Lakers bissarono il titolo l’anno successivo. Una stagione in cui Bryant divenne il miglior realizzatore nella storia franchigia, superando lo stesso West.

Nelle finali di Conference contro i Suns, fu sensazionale. Azzannò ogni singola gara giocando con una grinta e una determinazione fuori dal comune persino per uno come lui. Chiuse la serie con 33.7 punti, 7.2 rimbalzi, 8.3 assist. Medie robertsoniane.

Nella decisiva gara 6 realizzò 9 punti negli ultimi due minuti di partita per un totale di 37, coronando la rimonta dei Lakers e fissando il risultato finale sul 111 a 103. Persino il coach di Phoenix, Alvin Gentry, si inchinò allo strapotere di Bryant. “You’re killing me” gli disse con un amaro sorriso.

In finale c’erano nuovamente i Celtics per la rivincita di due anni prima. Boston si portò avanti per 3 a 2 nella serie. La sesta partita fu tirata, nervosa, piena di errori da parte di entrambe le squadre, con le difese che non concedevano nulla agli avversari. I Celtics tirarono col 30% del campo, i Lakers con poco più del 40.

Bryant fu miglior realizzatore con 26 punti e portò Los Angeles a impattare la serie sul 3 a 3. Nella decisiva gara 7 tirò male dal campo con un misero 6 su 24, compreso uno 0 su 6 dalla distanza. Perse anche 4 palloni ma si rifece alla voce rimbalzi dove scrisse 15.

Non giocò probabilmente le migliori finali che si potessero aspettare, ma bastarono per portare i Lakers per la seconda volta consecutiva sul tetto del mondo e per essere eletto nuovamente MVP della serie.
Era il quinto anello per Kobe. Aveva appena trentadue anni. L’età era dalla sua per andare all’assalto del sesto titolo. Per eguagliare Jordan e poi chissà… magari anche superarlo. Come da progetto iniziale.

Il resto è storia dei giorni nostri. Quel sogno rimarrà per sempre una chimera.
Bryant non ha mai più giocato per il titolo. Ha incrementato invece i suoi record, sia quelli positivi, sia quelli negativi. Ad oggi risulta ad esempio il terzo giocatore nella storia della lega per palle perse e il primo per tiri dal campo sbagliati.

Nel febbraio del 2011, dopo una prestazione da 37 punti e 14 rimbalzi, ha vinto il suo quarto MVP della partita delle stelle eguagliando il primato assoluto di Bob Pettit.

Il 5 dicembre 2012 ha raggiunto i 30.000 punti in carriera, il più giovane giocatore della storia a firmare tale traguardo. Il 30 marzo 2013 ha superato Wilt Chamberlain nella classifica dei migliori realizzatori di sempre.

Il 12 aprile 2013 contro Golden State, all’età di quasi 35 anni, dopo una prestazione da 34 punti, ha subito un grave infortunio al tendine d’Achille che lo ha costretto a chiudere anticipatamente la stagione e che ha messo persino a rischio l’intera carriera.

Non si è arreso. È ritornato a calcare il campo con continuità nella stagione 2014-2015. È diventato l’unico giocatore della storia ad aver segnato 30.000 punti e smazzato 6.000 assist in carriera. Il 14 dicembre si è lasciato alle spalle Michael Jordan nella classifica dei migliori realizzatori All Time, piazzandosi al terzo posto assoluto alle spalle di Kareem Abdul-Jabbar e Karl Malone.

Il 29 novembre 2015, ha pubblicato un’intensa lettera con cui ha annunciato al mondo il suo ritiro dall’attività agonistica. La lettera, una dichiarazione d’amore nei confronti del basket, terminava con un toccante Love you always, Kobe”.

Cinque mesi dopo, il 13 aprile del 2016, Kobe Bryant è sceso sul parquet dello Staples Center per l’ultima volta in una notte da lucciconi. Avversari gli Utah Jazz. Era il momento dell’addio definitivo. Degli ennesimi record personali. Gli ultimi.

Diciassette punti consecutivi per la rimonta dei Lakers. Ventitré nel solo ultimo quarto contro i ventuno di tutti i Jazz. Cinquanta tiri. Sessanta punti complessivi. La migliore prestazione realizzativa della stagione appena conclusa e il miglior score di sempre per un giocatore nel momento del suo addio al basket.

Un record che tra le altre cose gli ha permesso di diventare il secondo player nella storia della NBA dopo Wilt Chamberlain a raggiungere più volte la fatidica quota dei sessanta punti in una singola gara, superando sul filo di lana della speciale classifica proprio… già, proprio Michael Jordan. Il giocatore che tanti e tanti anni prima Phil Jackson aveva definito la sua vera ossessione e di conseguenza il suo più grande limite. Colui che involontariamente aveva indirizzato entro determinati binari la carriera di Bryant, vincolandola nel bene e nel male a certi eccessi, non permettendone un’evoluzione spontanea, naturale, genuina.

Non sappiamo cosa sarebbe stato dell’immenso talento di Kobe senza Jordan. Forse considerando il suo carattere e il suo istinto naturale non sarebbe cambiato granché.

Eppure, ironia della sorte, a dispetto dei 60 punti, dei cinquanta tiri presi per realizzarli, dei canestri sbagliati, delle critiche, dei detrattori, degli hater, l’ultima azione su un campo di basket che Kobe Bryant ci ha lasciato, è stata un assist. Da canestro a canestro. A perfetto suggello di una delle più strane, controverse, amate e odiate carriere nella storia della pallacanestro mondiale. Una carriera di fronte alla quale l’unica cosa che ci viene da dire è peccato solo sia finita. Perché, sarà stato pure stato tutto quello che ci siam detti in questo lunghissimo articolo, ma Kobe non ha mai mancato di emozionarci e di stupirci ogni benedetta notte di Regular Season o di playoff che Naismith ha mandato in terra.

Chiudiamo qui, chiedendogli perdono per questo decimo posto che sappiamo bene non gradirà e approfittando anche noi per salutarlo. E lo facciamo prendendo in prestito le ultime parole della sua lettera. E cambiandole appena un po’.

“Kobe, love you always.”

Post By Goat (25 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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15 thoughts on “10 – Kobe Bryant

  1. Non sarebbe esistito Jordan senza Erving. Non sarebbe esistito Bryant senza Jordan. Non sarebbe esistito colui che deve ancora arrivare senza Bryant. Io credo tanto basta per far capire di cosa stiamo parlando. Il sottoscritto era quasi diventato un hater del sign Bryant proprio su questi canali, a causa sempre dei soliti simpaticoni che ne tessevano le lodi in modo quasi maniacale peccando a volte di obbiettivita. Ma io sono cresciuto con Bryant, fa parte di un pezzetto della mia vita e non posso non essere affezionato a lui e riconoscere che sia stato un giocatore speciale nonostante qualcuno voleva fartelo passare per forza per antipatico. Lo adoro, oggi come ieri, e mi rendo conto di averlo sempre adorato nonostante difendessi a spada tratta Lebron. Per questo motivo e non solo per questo, reputo che il Sign. Bryant meriti di stare un po piu su in questo raking, di sicuro sopra a Robertson dato che ancora quest’ultimo manca all’appello. Diciamo che a parer mio lo metterei tra la settima o ottava posizione…..li li a giocarsels con Duncan. Mi scuso in anticipo se ci dovessero essere errori grammaticali, sto scrivendo da uno smartphone e non vorrei essere tacciato per analfabeta dal sign. C-webb…o da qualcun’altro. I love this game!!…..Con affetto, Lombardo Andrea.

  2. Ci sarebbe da capire chi completa questa classifica o per meglio dire chi sta dalla 6° in poi :)
    Sarebbe interessante anche parlare degli esclusi, quelli dalla 31° in poi tipo Wade, Ewing ecc

  3. Io avrei fatto cosi:

    1- Jordan
    2- Magic
    3- Chamberlain
    4- Russell
    5- Jabbar
    6- Lebron
    7- Bird
    8- Bryant
    9- Duncan
    10- O’Neal
    11- Robertson
    12- Olajuwon
    e via via

    1° quintetto Nba: Chamberlain – Duncan – L.James – Jordan – Magic
    2° quintetto Nba: Russell – Malone – Bird – Bryant – Robertson
    3° quintetto Nba: Jabbar – Barkley – Erving – West – Thomas
    4° quintetto Nba: O’Neal – Garnett – Baylor – Wade – Stockton
    5° quintetto Nba: Olajuwon – Nowitzki – Pippen – Drexler – Cousy

    Tra i grandi esclusi partirei proprio da Wade alla 31° posizione. Da non dimenticare gente come Connie Hawkins, oppure Penny Hardaway, giocatore meraviglioso ma che figura sempre ai margini ….ma senza gli infortuni cosa sarebbe stato?

  4. NUOOOOO 10° non me lo aspettavo!!! è da quando pubblicasti la prima classifica anni fa che aspettavo la 10a posizione. Grande Goat!!!

  5. goat contento per questa 10° posizione letta.. un pò meno per chi la occupa.
    resto curioso del resto. tenendo fuori big O che non sono in grado di giudicare lo avrei messo avanti a duncan e james.
    a presto

  6. Io kobe davanti a duncan non lo metto mai nella vita. Ma proprio mai. :-D
    Su James se ne può parlare, ma Duncan è un livello cestisticamente superiore, paragonabile a un Bird o un Magic per intenderci.

  7. al di la delle preferenze personali, che ci stanno tutte, duncan è stato, a mio avviso, un uomo squadra molto migliore di bryant. ha giocato in un’ organizzazione molto migliore di quella di bryant che gli ha consentito di avere un finale di carriera molto migliore di quello di bryant. inoltre è stato anche un giocatore, e qui mi riallaccio al discorso uomo squadra, migliore di kobe. detto questo secondo me, per quanto il talento di duncan e la sua etica del lavoro fossero strabordanti, kobe, a mio modo di vedere gli era nettamente superiore. e dal punto di vista dei picchi e del rendimento assoluto considero anche shaq migliore di duncan. ma su questo so già che goat non è daccordo.

  8. Il discorso è semplice a mio parere. Kobe Bryant è stato il peggior uomo squadra nella storia recente della NBA, il peggior compagno di squadra, il peggior uomo franchigia (basti vedere le ultime stagioni dei lakers, ostaggio del giocatore, che son state le più negative della loro storia). Chi sano di mente avrebbe operato per mandare via un O’Neal ancora dominante per obbligare i Lakers a stagioni di stenti che se non fosse stato per West che arriva in loro soccorso con la storia Gasol, sarebbero ancora al palo? E poi minaccia pure di andarsene se non gli danno la squadra da titolo. Roba da chiamare la neuro.
    Certo aveva un talento eccezionale. Era un attaccante straordinario fra i migliori di sempre e un altrettanto capace difensore, era così forte che nonostante i suoi difetti stiamo parlando di uno da top 15/12/massimo 10 di sempre, ma il paragone con Duncan neanche inizia. Duncan era tutto, era il basket. Parlare di picchi nel suo caso non ha senso. Difensore assurdo, rimbalzista, stoppatore, passatore, all’occorrenza anche realizzatore, primo violino, ma con gli anni anche secondo e poi terzo senza mai una polemica, uomo squadra, tatticamente perfetto, intelligenza superiore. Duncan era come magic e bird. Cestisticamente un altro livello senza bisogno di strafare, di mostrare i muscoli come Shaq, di fare lo sguardo assassino come Kobe, perché il basket non è solo sessantelli, cinquanta tiri, schiacciate, 360. Anzi.

  9. Quando la settimana scorsa ho letto l’articolo su shaq mi sono posto il dilemma: o kobe è fuori classifica (haha, ok) o è fra i primi 10 ed entrambe le opzioni mi sembravano quantomeno discutibili. A maggior ragione leggendo questo articolo, comunque ottimamente scritto come tutti anche se troppo celebrativo, non riesco proprio a vedere kobe in questa posizione ma soprattutto davanti a shaq. Fra i picchi ha pochi eguali ed è tutt’ora oggi, a 38 anni, il giocatore a cui affiderei l’ultimo tiro. Ma troppi punti negativi, tecnici e caratteriali, e troppa discontinuità, per metterlo quassù. Fra i migliori 10 (ma anche 20) vorrei vedere gente che ha sempre avuto un rendimento costante e che ha sempre cercato il successo di squadra più che personale. Avesse sempre giocato come ha fatto quei 3/4 anni appena arrivato gasol, non avrei avuto niente di cui discutere. Ma troppe volte si è sentito in dovere di fare l’eroe, risultando controproducente. E quell’ultima partita, che è stata una festa amichevole come doveva essere, non si può spacciarla per un’impresa, suvvia. Preferisco ricordarla per l’ironia dichiarata alla fine: “Per tutta la carriera mi hanno sempre detto che dovevo passare di più la palla. Oggi tutti a dirmi di tirare”

  10. Beh, il bello di questi giochini è che ognuno può avere la propria personalissima classifica, forgiata sulle proprie convinzioni, sulle proprie esperienze, sulle proprie nozioni, sulla propria competenza e soprattutto sul proprio personalissimo gusto, ed essere ragionevolmente convinto di esser nel giusto.
    C’è chi vuole Kobe fra i primi 3, fra i primi 8, fra i primi 10 o fra i primi 15, chi lo vuole sopra a duncan, chi sotto o’neal, chi non vuole robertson, chi olajuwon è troppo basso, chi erving peggio ancora. Va bene tutto. Cioè non proprio tutto, alcune opinioni sono davvero insostenibili, ma più o meno la maggior parte hanno ragion d’essere.
    Fra Kobe e Shaq è stato un bel dilemma. Ho scelto di premiare Kobe perché non ha avuto un prime così tanto inferiore a quello di shaq, non è stato meno costante, non è stato più discontinuo, e pur con tutti i suoi difetti, ha sempre messo il basket davanti a tutto, dando o cercando di dare sempre il massimo di quanto aveva dentro e soprattutto su entrambi i lati del campo. Cosa che Shaq ha fatto solo a tratti, salturiamente, preso com’era da altre cose, da una voglia e da un impegno che per larghi tratti di carriera hanno lasciato a desiderare.
    Kobe ha vinto di più e se parliamo di alti e bassi o di caratteri particolari, non è che Shaq fischiasse. Basta chiedere dalle parti di Orlando, o anche agli stessi Lakers perché nella grande diatriba giallo-viola anche Shaq ci ha messo pesantemente del suo.
    Insomma due grandi, grandissimi del gioco, baciati da un talento e da possibilità fisiche irreali, che avrebbero entrambi potuto essere persino più grandi se… e qui metteteci tutti i se che ci siamo detti.

    • Ma certo, infatti ognuno ha la propria personale classifica e anche la tua ha sicuramente il mio massimo rispetto, indipendentemente da come andrà a finire. Soprattutto perché non si basa su quel malsano modo di fare che tiene conto solo dei titoli vinti, perché secondo questa logica portata all’eccesso, allora robert horry sarebbe il più grande degli ultimi 45 anni. Quanto alla diatriba shaq/kobe, come hai giustamente sottolineato, il primo ha avuto i suoi momenti di mancato impegno. È che personalmente ho sempre visto più negativamente qualcuno che spavaldamente si sente di dover fare il bello e il cattivo tempo, portando a volte più danni che benefici, piuttosto che uno che quando non ha voglia si fa da parte, ma almeno non peggiora le cose

  11. Eccellente pezzo, goat.
    Al tuo posto io avrei dato spazio anche alle ultime stagioni dei Lakers, le peggiori della loro storia anche per colpa di Kobe. Ma capisco che sono pezzi celebrativi che tendono a mettere in risalto più gli aspetti positivi che quelli negativi del giocatore. A parte questo, davvero un articolo ottimo e completo, uno dei migliori che hai scritto, anche se il mio preferito rimane quello su Pippen.
    Volevo porti una domanda: fra tutti i più grandi realizzatori della storia NBA come collocheresti Bryant? Sia in assoluto che ad esempio rispetto a un Jordan? Parlo solo come scorer, eh… non voglio paragonare i due complessivamente.

    • Il pezzo è venuto già così fin troppo lungo. Volendo, c’era anche tanto altro di cui parlare, ma prima o poi un punto l’avrei dovuto mettere, quindi è normale che alcune situazioni o alcuni momenti di una carriera lunga vent’anni siano stati più trascurati.
      Per quanto riguarda il discorso sulle capacità realizzative, secondo me prima di Kobe ci sono nell’ordine Chamberlain, Jordan e Jabbar.
      Dopo Bryant c’è Baylor su tutti. E poi via via i vari West, Gervin, Robertson, Barry, Dominique, Iverson, fino ad arrivare agli attualissimi Nowitzki e Durant.

  12. Bell’articolo, bravo veramente, avendo vissuto da tifoso Lakers questi anni, non avrei potuto descrivere meglio il fenomeno Bryant

  13. Secondo me la posizione è realistica.
    Kobe dietro Duncan, Lebron che forse sono peggiori di lui come scorer puri, ma migliorano i compagni e sono migliori difensori. Per quanto anche Kobe sia un eccellente difensore, ma se dovete scegliere uno dei 3 per fare la vostra squadra chi preferirebbe Kobe agli altri 2… io mai nella vita.
    Davanti a Shaq che ha avuto un prime devastante, ma ha dalla sua ancora piu’ punti oscuri di Kobe… e soprattutto i suoi punti oscuri sono relativi anche ad un impegno che certe volte è sembrato insoddisfacente per uno dei migliori di sempre qual è. A kobe sull’impegno e sulla voglia di vincere non si possono muovere critiche.

    Su quelli del passato Jordan stesso ruolo e di solo una generazione precedente è senza dubbi superiore.
    Gli altri appartengono ad ere piu’ remote e che ho potuto vedere solo su youtube (e di alcuni anche pochissimo), Russell ha vinto tanto, troppo, ha segnato un epoca ed è difficile metterlo dietro, Chamberlain secondo me è stato uno Shaq ancora piu’ forte degli altri, ma come Shaq con dei limiti, ma davvero un arma di distruzione di massa, non puo’ non essere considerato tra i top.
    Jabbar ha segnato 2 decenni di basket, offensivamente era inarrestabile ed ha vinto anche piu’ di Kobe ha vinto contro i Lakers provenienti dagli anni 60 ed ha vinto contro i giocatori che avrebbero poi segnato gli anni 90.
    Magic e Bird hanno segnato un decennio piu’ di quanto ha fatto Kobe, poi su Magic ok, ma io Larry Bird proprio non riesco a classificarlo, nel senso che se devo togliere uno tolgo lui… ma questa è solo un opinione personale da persona che non ha vissuto la sua epoca e basata anche sul ragionaento che se… Mc Hale era forte come dicono, Parish idem, Walton dalla panchina, una coppia di guardie considerate di altissimo livello… se Bird è davvero tra i 3/4 migliori di sempre e tra l’altro con una carriera non lunghissima visto che alla fine degli anni 80 era già scoppiato, doveva dominare un pò di piu’ negli anni 80. chiunque altro lo mette nei primissimi ogni epoca, quindi sbagliero’ sicuramente io.
    Su quelli che sono dietro in epoche diverse, West e Baylor hanno vinto troppo poco per stargli davanti, su Erving e Olajuwon ho qualche dubbio, ma alla fine l’altro mette sul piatto 5 anelli ed oltre 30.000 punti realizzati ed aiuta parecchio nella scelta.

    Bryant ha vinto troppo, fatto troppi punti, ha troppo talento, ha dato troppo al gioco per essere lontano dai primissimi, ma non ha dominato sugli avversari, non ha una carriera esente da sbagli ed errori, ha difetti decifivi (non è uomo squadra ad esempio) per stargli davanti.

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