Sono passati ormai venticinque lunghi anni dal 07 Novembre del 1991. Quello fu il giorno della più famosa conferenza stampa della storia dello sport, perché in quell’occasione ci fu annuncio shock che cambiò per sempre l’NBA. Fu anche il giorno in cui cominciò la più grande e difficile partita della carriera di uno dei più grandi giocatori della storia di questo gioco.

Earvin Johnson è un nome che a qualcuno potrebbe non suonare poi così familiare. Ma se diciamo a qualcuno “Magic”, tutti sanno a chi ci stiamo riferendo, anche chi non ha mai visto una partita di basket in vita sua, perché parliamo di uno dei personaggi più iconici dello sport di tutti i tempi.

Alfiere dello Showtime nei Los Angeles Lakers degli anni ottanta, venticinque anni fa Magic Johnson era una delle stelle più luminose del basket mondiale. Insieme a Larry Bird aveva rimesso in piedi una traballante NBA nel decennio precedente, riportando entusiasmo tre il pubblico e collaborando al processo di espansione della Lega fuori dai confini degli Stati Uniti.

Ma la schiena di Bird era ormai ben più che malridotta e da lì a poco lo avrebbe portato al ritiro, mentre Michael Jordan era arrivato sulla scena da qualche anno e proprio nel 1991 aveva vinto il suo primo titolo, ma non era ancora quell’icona planetaria che abbiamo imparato a conoscere.

I Lakers erano la squadra d’America, amati da tutti gli appassionati e i favoriti della Western Conference per il ritorno in finale alla ricerca di un nuovo titolo. Magic, all’epoca un trentenne fresco di matrimonio con la bella Cookie, era nel pieno della sua carriera e di quella squadra era il volto e l’anima, sia dentro il campo che fuori.

Earvin era il Re di Los Angeles, più famoso dei grandi attori, dei cantanti e di tutte le varie celebrità che da quelle parti non mancavano di certo. Il suo contagioso sorriso apriva tutte le porte e il suo savoir faire lo rendeva non solo rispettato ma anche amato dalla gente comune. Era il primo giocatore della storia a portare la convergenza tra sport e intrattenimento, e lui stesso, oltre che divertire, amava anche divertirsi in prima persona.

Magic non aveva mai amato né alcool né droghe, ma c’erano altre attività che, soprattutto prima del matrimonio, lo intrigavano parecchio. Attività che comprendevano spesso la presenza di belle, bellissime donne…

“Mi diverto, ballo molto. Sono un ragazzo giovane e socievole, sono in buona salute e quindi ne approfitto. È solo un grande divertimento” diceva a quel tempo.

D’altra parte eravamo all’inizio degli anni novanta. L’onda lunga della spensieratezza tipica degli anni ottanta non era certo finita e la sera la gente si divertiva senza preoccupazioni. Ma qualcosa per cui preoccuparsi in realtà c’era, anche se ne si parlava ancora abbastanza poco. Quel qualcosa era il virus dell’AIDS.

I primi casi di AIDS nella comunità angelina risalgono all’inizio del 1981, ma per lungo tempo si è pensato che fosse una malattia che colpiva solamente gli omosessuali e i tossicodipendenti. Ma nessuno era sicuro di come si venisse contagiati, si sapeva solo che uccideva attaccando il sistema immunitario. Di certo era una cosa che faceva paura ma a cui si preferiva non pensare, credendo che fosse parte di un mondo oscuro che non poteva colpire le persone “normali”, figuriamoci i grandi atleti.

Per Magic, quell’inizio di stagione del 1991 sembrava normale come le altre che l’avevano preceduta (se non per il fatto che i Lakers avevano fatto una turnée di preseason in Europa) ma in realtà portava in sè il gene del disastro.

Il 25 Ottobre, prima di una partita a Salt Lake City, Magic disse allo storico trainer dei Lakers Gary Vitti di sentirsi un po’ stanco e di voler saltare le ultime due gare di preseason. Il General Manager Mitch Kupchak lo convinse a giocare almeno qualche minuto (tutti volevano vedere Johnson all’opera e per i tifosi sarebbe stata una delusione vederlo seduto in panchina) e lui accettò.

Ma poche ore prima della palla a due squillò il telefono della sua camera. Era il Dottor Mellmann, medico sociale dei Lakers ma anche suo medico personale, che gli disse solamente una cosa: “Devi tornare a casa. Subito.”

I compagni pensarono che Magic volesse solo riposarsi un po’ sfruttando il suo status di veterano, e lui stesso tornò a casa abbastanza tranquillo, convinto che qualunque cosa il dottore volesse dirgli non poteva essere niente di grave. Forse non ricordava nemmeno che qualche settimana prima si era sottoposto ad una visita molto approfondita per un’assicurazione sulla vita che i Lakers, nell’ottica di tutelare il loro investimento, volevano fargli sottoscrivere.

Ma una volta arrivati nell’ufficio del medico, questi gli disse che dagli esami risultava che Magic aveva contratto il virus dell’HIV.

“Restai seduto immobile, come se non lo avessi sentito – racconta Johnson – Rimasi in quell’ufficio almeno due ore, non riuscivo a capacitarmi del fatto che tutta la mia vita era cambiata in quel preciso istante. E che rischiavo di morire.”

All’epoca, proprio per la scarsa conoscenza della patologia e per le poche ricerche che erano state fatte, si pensava che avere l’HIV significasse essere condannati a morte. Era solo questione di tempo prima che l’HIV degenerasse nel virus dell’AIDS e sopraggiungesse la fine, perché non c’erano vaccini o cure universalmente riconosciute come efficaci. Questi erano i pensieri che affollavano la mente di Magic nel tragitto verso casa, dove dovette comunicare alla neo moglie che tutti i loro progetti futuri erano di colpo da buttare nella spazzatura.

I Johnson avevano scoperto solo da pochi giorni di aspettare un figlio, e dopo essersi ripresi dal contraccolpo psicologico  tornarono assieme dal Dottor Mellman per fare nuovi esami.

Nell’attesa del responso, per giustificare la sua assenza dalle partite della squadra al mondo venne comunicato che Magic aveva l’influenza. Dopo dieci interminabili giorni arrivarono i risultati: mentre quelli sul sangue di  Magic confermarono la presenza del virus dell’HIV, quelli di Cookie furono negativi, e quindi anche il bambino era al sicuro.

Un grosso peso venne tolto dalle spalle di Magic, che più di ogni altra cosa non voleva che la sua condotta sessuale potesse aver rovinato la vita di sua moglie e del suo futuro figlio. Il problema era circoscritto a lui, e lui avrebbe dovuto trovare il modo di affrontarlo, per quanto difficile potesse essere.

Il passo successivo fu decidere come annunciarlo al mondo. La cosa non avrebbe potuto essere tenuta segreta, anche perchè il percorso di terapie che Magic doveva cominciare gli avrebbe impedito di svolgere un’attività agonistica. Ma non c’era solo quello. Johnson capì quanto era stato ignorante su quella malattia e sentiva di dover fare qualcosa per informare la gente che se era capitato a lui, avrebbe potuto capitare a chiunque.

Dopo averlo annunciato alla famiglia e ai suoi amici e colleghi più vicini (tra cui anche Jordan e Bird), chiese quindi ai Lakers di organizzare una conferenza stampa. Quella appunto che si tenne il 07 Novembre di venticinque anni fa al Forum di Inglewood.

“Per cominciare, buon pomeriggio. A causa del virus dell’HIV che ho contratto, oggi devo ritirarmi dai Lakers. Prima di tutto voglio chiarire che non sono malato di AIDS, perché so che molti di voi vorranno saperlo, ma ho il virus dell’HIV. Voglio solo dire che mi mancherà giocare e che ora diventerò un portavoce della lotta contro l’HIV, perché voglio che la gente e i giovani capiscano che possono fare sesso sicuro. A volte si è ingenui e si pensa che queste cose succedano agli altri. Andrò avanti, sconfiggerò il virus e continuerò a divertirmi. Quindi, grazie ancora e a presto”.

Queste frasi, pronunciate di fianco ad un impassibile Commissioner David Stern, furono il fulcro del suo discorso. In quei dieci minuti scarsi, Magic ruppe il muro del silenzio e le parole HIV e AIDS smisero di essere qualcosa di limitato al mondo gay e alla comunità scientifica per uscire prepotentemente dallo schermo della TV ed entrare nella vita della gente comune.

La portata di quell’annuncio fu devastante. La notizia si sparse in tutto il mondo alla velocità della luce. Tutti avevano sentito parlare di Magic Johnson e la notizia che un grande atleta come lui aveva contratto quel terribile virus fece sentire il mondo molto meno al sicuro.

I colleghi iniziarono a rilasciare interviste, in cui il nome di Magic era associato al concetto di “dead man walking”. Sul campo dei Knicks il coach Pat Riley, grande amico di Johnson, chiese al pubblico di osservare un minuto di silenzio, come si fa quando muore qualcuno.

Ma Magic non aveva intenzione di morire. Paura ne aveva e anche parecchia, ma arrendersi non era nel suo carattere. Per capire cosa avrebbe dovuto affrontare Earvin andò a parlare con Elizabeth Glazer, moglie dell’attore che interpretava Hutch nella famosa serie TV “Starsky & Hutch”.

Lei stava morendo di AIDS e gli spiegò nei dettagli con che cosa avrebbe dovuto confrontarsi. Ma più di ogni altra cosa Elizabeth fece a Magic una richiesta: voleva che lui diventasse il volto della lotta all’HIV, perché aveva capito che solo un personaggio della sua portata avrebbe potuto spingere l’opinione pubblica e le istituzioni ad impegnarsi nell’educazione della gente e nella ricerca di una cura.

La storia della famiglia Glazer lo ispirò, e dopo breve tempo Magic si recò alla Casa Bianca come rappresentante della Commissione Presidenziale per l’AIDS, a parlare con l’allora presidente George W. Bush riguardo ai piani dell’amministrazione per la lotta alla malattia. 

Magic capì presto che la politica è un campo molto più difficile di quello da gioco e dopo poco tempo Johnson si dimise dalla Commissione, accusando Bush di non fare abbastanza per combattere il problema. Ma la sua campagna di sensibilizzazione continuò. Particolarmente toccate fu un incontro con alcuni bambini malati di AIDS nel corso di una trasmissione televisiva.

Le attività di promozione della ricerca e le terapie a cui si stava sottoponendo lo impegnarono molto, ciononostante in quel periodo Magic deve essersi sentito parecchio solo. L’ignoranza generale sulla sua malattia riguardava anche le modalità trasmissione del virus, e persone che fino al giorno prima avrebbero fatto carte false per abbracciarlo, di colpo non volevano più nemmeno stringergli la mano perché erano spaventate dalla possibilità di essere contagiate.

I giocatori non volevano allenarsi con lui, i suoi ex-compagni trovavano scuse per non incontrarlo. Ma non tutti reagirono con paura. Pat Riley lo chiamò a New York e si allenò con lui per dimostrare al mondo che non c’era nulla di cui aver paura.

Venne convocato per l’All Star Game del 1992, perché il suo nome era tra i candidati di inizio anno e l’affetto che la gente provava per lui era ancora enorme. Fu una grande festa dello sport, conclusasi con il titolo di MVP assegnato proprio allo stesso Johnson, e l’occasione per Earvin tornare a fare quello che veramente amava più di ogni altra cosa.

Dopo ci fu l’oro alle Olimpiadi di Barcellona, dove Magic venne convocato a far parte del primo, vero e unico Dream Team. Al ritorno venne assunto come capoallenatore dei Lakers (con risultati ad onor del vero piuttosto modesti) e addirittura ci fu un suo ritorno in campo (seppur visibilmente ingrassato) nel corso della stagione 1995-96.

Ma nessuna di quelle partite sconfissero i pregiudizi dell’ambiente e di molti suoi colleghi. Molti giocatori si erano opposti al suo rientro alle gare (tra loro anche Karl Malone, probabilmente Isiah Thomas e di sicuro  due suoi ex compagni di squadra ai Lakers, Byron Scott e A.C. Green). 

Furono proprio le voci e i commenti dei suoi colleghi, spesso sussurrati dietro le spalle piuttosto che detti in faccia, che lo convinsero alla dopo l’eliminazione nelle semifinali di Conference del 1996 a chiudere definitivamente la sua carriera a 37 anni.

Ma seppur terminate le sue battaglie sul campo da gioco, Magic ha continuato a lottare anche fuori, sia nella sua personale battaglia per la sua salute fisica che partecipando attivamente alla lotta contro il virus che aveva prematuramente messo fine alla sua carriera, impegnandosi a fondo in raccolte di fondi con la “Magic Johnson Foundation”, e conducendo campagne di sensibilizzazione, che ebbero un forte effetto grazie alla notorietà ed alla stima di cui godeva l’ex-campione NBA.

Ancora oggi, oltre che essere diventato imprenditore, azionista di minoranza dei Lakers e proprietario della franchigia MLB dei Los Angeles Dodgers, è ancora uno dei nomi più noti della lotta all’HIV in tutto il mondo.

Tutto partì da quella conferenza stampa del 07 Novembre 1991, che poteva essere la fine di tutto e invece fu un nuovo inizio.

La partita contro l’AIDS si sta ancora giocando, ma con Magic il mondo ha sul campo un giocatore che ha fatto e sta facendo la differenza sulla strada per la vittoria. 

Perché il valore dei grandi campioni spesso viene dimostrato durante il gioco… ma alcune volte, quando si trova davvero a confronto con il mondo reale, esce molto più forte al di fuori del parquet.

Post By Giorgio Barbareschi (26 Posts)

Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei '49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.

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