C’è una data. C’è un giorno, un mese e un anno. Forse persino un orario che non è dato sapere.
C’è un momento preciso in cui pare tutto abbia avuto inizio. In cui la pallacanestro ha compiuto la sua ultima grande rivoluzione. Sarebbe cambiata per sempre e nulla sarebbe stato più come prima.

In precedenza c’era stato un occhialuto lacustre, sponda Minneapolis, col numero 99 sulle spalle. Il suo nome era George Mikan. Il suo ruolo era centro. Aveva cambiato il modo di intendere il basket introducendo il concetto di giocatore dominante. Dopo di lui e per molti degli anni a venire qualsiasi squadra avesse avuto velleità di vittoria non avrebbe potuto prescindere da un big man sotto canestro.

Poi era arrivato tale William Felton Russell, per gli amici Bill. Con lui il mondo del basket aveva scoperto che le partite potevano essere vinte con la difesa. Che forse era più importante subire un canestro in meno piuttosto che realizzarne uno in più. Russell aveva cambiato radicalmente il modo di intendere il gioco, i suoi concetti, le sue tattiche, la sua psicologia. La sua rivoluzione è stata probabilmente la più grande.

Infine era venuto un ragazzo dallo stato di New York. Roosvelt per essere precisi. Era alto due metri o poco più, giocava da ala piccola. Aveva spiegato al mondo intero come il basket potesse abbandonare per sempre il livello del parquet per elevarsi a quello del ferro.

Questo ragazzo non era stato il primo a veleggiare costantemente sopra le teste di compagni e avversati, sia ben chiaro. Prima di lui c’erano stati altri grandi saltatori, su tutti l’immenso Elgin Baylor e il leggendario Connie Hawkins. Eppure lui aveva fatto diventare questo tipo di gioco la norma in un’epoca in cui la pallacanestro cercava nuove vie per produrre spettacolo, per attrarre pubblico, sponsor e denari.

C’è una data, dicevamo. Quella del 27 ottobre 1971.
C’è un luogo. Louisville, nel Kentucky.

E ovviamente c’è una partita di basket. Una delle prime di stagione regolare dell’ABA, l’American Basketball Association, la lega che da qualche anno sta facendo una feroce concorrenza alla più celebre NBA.

I Virginia Squires sono impegnati contro gli idoli locali, i Kentucky Colonels, una delle formazioni più quotate del circuito. Sono passati pochi minuti dalla palla a due quando una small forward ventunenne ruba palla a metà campo e vola verso il canestro avversario.

Stacca poco oltre la linea del tiro libero per la poderosa schiacciata, ma sulla sua strada si stagliano le imponenti figure di due autentici colossi della pallacanestro americana, Dan Issel e soprattutto Artis Gilmore, 218 centimetri per 110 chili.

“Ero già in volo quando li ho visti di fronte a me ad oscurare il canestro. Ho aspettato un secondo sperando scendessero giù. Poi mi son spinto in mezzo a loro e ho affondato la palla nel cesto più forte che potessi. Così forte che sono caduto indietro sulla schiena. Quella schiacciata è stata come una scintilla. Mi ha fatto capire che se lo avevo fatto contro di loro, l’avrei potuto fare contro chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Without any fear”.

Senza nessuna paura.
Quel giorno il basket cambiò per sempre. L’ultimo profeta avrebbe avuto il nome di Julius Winfield Erving II. Per tutti semplicemente Doctor J.

Il basket moderno nascerà con lui. Da lui. E sarà lo stesso Michael Jordan a volercelo ricordare nel momento del suo secondo ritiro, nel 1998, quando fra i tanti giocatori con cui si è dovuto confrontare e misurare, il grande Michael ha voluto rendere omaggio soltanto a uno, l’unico al quale si sia sempre e solo inspirato.

Le sue parole, poche, semplici ed estremamente significative: “Se non ci fosse stato il Doc, non ci sarebbe stato neanche MJ.” E tributo e riconoscimento migliore non ci sarebbe potuto essere.

Il doc, il primo vero grande uomo volante, forse il più grande talento naturale nella storia della pallacanestro mondiale.

Colui che si librava in aria, decollava, veleggiava, volteggiava, volava. Non come Jordan. Forse anche di più.

Colui che affondava la palla nel cesto con potenza, ma anche con eleganza e classe. Le cui schiacciate, le celeberrime House Call, le chiamate a casa, avevano un effetto assolutamente devastante sugli esiti di una partita. Gasavano i compagni, annichilivano gli avversari, entusiasmavano il pubblico cui, amico o nemico, non rimaneva altro che alzarsi in piedi ed applaudire, molto spesso basito.

Il doc possedeva doti atletiche nettamente superiori alla media, aveva due mani enormi che, complice una falange in più, gli permettevano di trattare la palla come fosse una piccola arancia.

Come ci viene ricordato da Marty Bell, l’autore della biografia The Legend of Dr. J: “He handles a basketball the way the average person handles a tennis ball”.

Ma ciò che più di ogni altra cosa spiccava nel suo gioco era l’assoluta perfezione stilistica della sua pallacanestro. Qualsiasi cosa facesse. Poteva inchiodare una tremenda schiacciata oppure volteggiare sospeso fra gli avversari, poteva mettere palla a terra e partire battendo il suo avversario in un uno contro uno tecnicamente devastante. Il comune denominatore rimaneva sempre un controllo del corpo perfetto, un’eleganza innata, una pulizia del movimento, una compostezza tale da renderlo per la maggior parte degli addetti ai lavori, il giocatore più bello da vedere nella storia di questo sport.

Stile, eleganza, compostezza. Parole che non trovavano riscontro solo nel suo modo di giocare a basket, ma rispecchiavano anche il suo animo, la sua personalità.
Tutti hanno voluto bene al celebre dottore, tutti lo hanno ammirato. È stato uno dei pochi fra i grandissimi di questo sport a non conoscere la parola “hater”, a non avere esperti, giornalisti, allenatori, compagni o avversari che ne sminuissero il valore, che ne criticassero anche solo saltuariamente il comportamento.

È stato idolatrato da tutti i tifosi, senza alcuna distinzione di squadra, è stato amato dagli allenatori, così come dalla stampa con la quale ha sempre avuto un rapporto speciale. Dopo qualsiasi partita, vinta o persa, in cui avesse giocato bene o male, aveva sempre una fila interminabile di giornalisti davanti al suo armadietto. Lui rispondeva ad ogni singola domanda con la disponibilità e la gentilezza che da sempre ha contraddistinto la sua figura.

7b6e9fc11e43ade57f4f2a1a711147dbDurante tutta la sua lunghissima carriera, solo una volta Julius è stato coinvolto in un alterco. Contro il rivale di sempre, Larry Bird. Entrambi si misero le mani al collo, guardandosi con astio, in una posa immortalata da centinaia di flash che è passata alla storia di questo sport.
Entrambi i giocatori furono squalificati per una partita. Ma il giorno dopo, la squalifica di Erving fu annullata in virtù di una carriera e di uno stato di servizio assolutamente impeccabili.

Per tutte queste sue qualità al momento del ritiro Stern lo ha nominato ambasciatore NBA nel mondo.
Billy Cunningham dirà a tal proposito: “Julius è stato il primo giocatore a prendere in mano la fiaccola e diventare il portavoce della NBA nel mondo. Un ruolo che sembrava perfettamente costruito attorno a lui. È stato il primo giocatore la cui figura ha varcato i confini della semplice pallacanestro. Bastava il semplice soprannome per identificarlo in tutto il mondo: Doctor J.”

Le origini del nick, il più famoso nella storia del basket, sono nebulose. Durante i suoi anni nell’ABA, in molti ritenevano fosse dovuto al fatto che Julius in campo “operasse” gli avversari. Ma l’ipotesi più accreditata, avvalorata in seguito dallo stesso Erving, fa risalire il nick ai tempi del college. Julius era solito chiamare scherzosamente il suo compagno di stanza “Professor”. Un giorno costui gli rispose con un “Tell me, doctor!”
Il termine piacque al giovane Erving che lo fece suo.

Il nick salì in seguito agli onori della cronaca durante una partita in un playground di New York, quando un improvvisato commentatore a bordo campo non sapeva più a quali aggettivi ricorrere per descrivere le incredibili gesta di Julius. Esauriti i vari “mirabolous, wonderful, fantastic, spectacular”, lo speaker sembrò arenarsi alla ricerca di nuovi soprannomi ed epiteti da affibbiare a quello straordinario giocatore, finché ad un certo punto lo stesso Erving gli si avvicinò e gli disse: “Call me doctor!”

E doctor fu. Secula seculorum.

Julius Erving nacque nel 1950. Come per ogni newyorkese che si rispetti i suoi primi contatti con il mondo della pallacanestro avvennero in un playground. Campbell Park fu il luogo che vide un ragazzino di circa otto anni cimentarsi con una sfera arancione e sfidare avversari notevolmente più grandi di lui.

A undici anni Julius era altro circa 1.75 e quello che colpiva di lui erano le mani enormi, le braccia lunghissime ed una straordinaria elevazione.

Andò alla Roosvlet High School dove un insegnante, Earl Mosley, lo prese sotto la sua custodia e gli insegnò i primi fondamenti del mestiere, facendolo lavorare duramente, sia in palestra che a scuola.

fc0c319f219fb40f30e681f88d5b79bdA 15 anni era 1.85, giocava sia vicino che lontano da canestro e per i suoi coetanei era semplicemente inarrestabile.
Per college scelse Massachussets. Coach Jack Leaman lo faceva giocare sotto canestro ed il ragazzo infranse tutti i record di punti e rimbalzi dell’università.

Chiuse con le medie 26.3 punti e 20.2 rimbalzi, risultando tuttora uno dei sei giocatori nella storia del college basket ad aver terminato la propria esperienza universitaria con le medie di 20 più 20.

Nonostante ciò era ancora semisconosciuto al grande pubblico americano quando, nel 1971, dopo tre anni di college, Julius si apprestò a varcare le soglie del professionismo.

Trascurato dalla NBA, firmò un contratto di quattro anni per 500.000 dollari a stagione con i Virginia Squires dell’ABA, il cui leader era un altro newyorkese, Charlie Scott.

Erving balzò subito agli onori della cronaca dopo la gara contro i Colonels, quindi fu un crescendo continuo. Chiuse la stagione con 27.3 punti per gara, finì nel secondo quintetto di lega e fu secondo dietro Artis Gilmore nella corsa al titolo di rookie dell’anno.

Nei playoffs Julius alzò la media punti fino ad arrivare a 33.3 punti per gara. Al primo turno gli Squires eliminarono i Floridian, ma persero la finale della Estern Conference contro i Nets della stella Barry, all’epoca il miglior giocatore della lega.

La sua prima stagione fra i pro non era passata inosservata neanche dall’altra parte del firmamento cestistico americano. Iniziarono a piovere le offerte dalla NBA.

I Milwaukee Bucks tentarono di invogliare il giocatore a compiere il salto di lega e utilizzarono la dodicesima scelta del draft NBA del 1972 per fare il suo nome. Erving avrebbe completato una squadra formidabile che aveva in regia l’anziano Robertson e sotto canestro il giovanissimo Jabbar. Vengono i brividi a pensare cosa sarebbero potuti essere quei Bucks se solo la giovane ala avesse accettato.

Invece Julius aveva già firmato all’insaputa di tutti un contratto con gli Atlanta Hawks, sia perché invogliato dall’idea di giocare al fianco del fantastico Pete Maravich, sia perché aveva scoperto che il suo agente (ben presto ex agente) si era accordato con gli Squires per un’estensione al ribasso del suo contratto che lo legava alla squadra della Virginia per cifre che non rendevano giustizia al suo talento.

Sembrava fatto il matrimonio fra Julius e Atlanta, ma sia gli Squires che i Bucks si opposero. Erving fu obbligato a tornare a giocare in Virginia, dove disputò un’altra stagione magistrale, conquistando il primo titolo di miglior realizzatore della lega con 31.9 punti a partita.

L’ambiente degli Squires però continuava a stargli stretto, la squadra era poco competitiva e Julius forzò uno scambio. Sbarcò a New York alla corte dei Nets di coach Lou Carnesecca.

Nell’ottobre del 1973 esordì nella Grande Mela con la maglia numero 32 ed una capigliatura afro destinata a passare alla storia. Fu presentato dallo speaker dei Nets alla sua prima partita ufficiale con una frase anch’essa destinata alla storia del mondo della pallacanestro:
“Ladies and gentleman, the great and woundrous Doctoooor J.”

Tutto ciò che faceva o riguardava Erving in quegli anni era destinato a fare rumore.
Furono stagioni esaltanti quelle ai Nets in cui Julius si impose come il miglior giocatore della sua epoca, NBA inclusa. Era un periodo in cui l’ABA era molto ricca di talento e poteva contare su numerosi giocatori di livello assoluto, ma Erving incarnava dentro di sé l’essenza stessa della lega.

Dire ABA e dire Julius Erving era la stessa identica cosa. Il giocatore dominava dal ruolo di ala piccola, risultando forse il primo di sempre ad avere un totale ed indiscusso controllo sulla partita pur non giocando sotto canestro.

In suo onore all’All Star Game del 1976 si disputò il primo Slam-Dunk Championship della storia. E Julius non deluse le attese. Impressionò tutti con una travolgente schiacciata ad una mano staccando dalla linea del tiro libero. Una roba mai vista prima. I suoi avversari, Artis Gilmore, Larry Kenon, George Gervin e David Thompson dovettero inchinarsi alla dura legge del più forte.

Nei tre anni a New York, Erving vinse tre titoli di MVP di Regular Season, due titoli ABA, nel 1974 e nel 1976, e per due volte fu MVP delle finali.

La prestazione che disputò nella finale del 1976 contro i Denver Nuggets di Dan Issell, del futuro compagno di squadra Bobby Jones e di David Thompson, viene ritenuta da molti la più grande prestazione individuale di un giocatore in una serie Playoffs nella storia del basket americano.

In gara 1, Julius chiuse con 45 punti, 12 rimbalzi e 4 assist. Segnò 18 degli ultimi 22 punti della squadra oltre ovviamente al canestro decisivo con cui trascinò di peso i suoi alla vittoria per 120 a 118.

In gara 2, siglò 48 punti, con 14 rimbalzi, 8 assist, 3 recuperi e 25 punti nel solo ultimo quarto.
In gara 3 mise a referto 31 punti, 10 rimbalzi, 4 assist, 4 stoppate e 2 recuperi.

In gara 4 di punti ne mise 34, cui aggiunse 15 rimbalzi e 6 assist. In gara 5 fece registrare 37 punti, 15 rimbalzi, 5 assist, 5 recuperi e 2 stoppate. Infine nella gara del titolo, la sesta, mise 31 punti, 19 rimbalzi, 5 assist, 5 recuperi e 4 stoppate.

Era la sua personalissima apoteosi. Nessuno nella storia dell’ABA, da cui pure erano passati fior di campioni, era riuscito minimamente ad avvicinare il ruolino di marcia del doc che in appena cinque anni di professionismo aveva oscurato tutto e tutti. Meglio di così difficilmente si sarebbe potuto scrivere la parola fine.
Il suo ineguagliabile show chiuse infatti per sempre l’epopea della lega. Quella stessa estate l’ABA si sciolse per i ben noti problemi economici.

Qualche mese dopo le quattro maggiori franchigie della disciolta lega (New York Nets, Indiana Pacers, San Antonio Spurs e Denver Nuggests) approdarono nella NBA. I restanti giocatori furono assorbiti in uno storico dispersal draft.

Erving all’epoca aveva quasi 27 anni e stava per iniziare la sua avventura nella National Basketball Association con una nuova maglia. Lasciò infatti i Nets, nel frattempo trasferitisi nel New Jersey, dopo un lungo contenzioso che si concluse solo la notte prima dell’inizio della Regular Season. Approdò alla corte dei Philadelphia Sixers per l’allora stratosferica cifra di 3 milioni di dollari.

Julius trovò come compagni di squadra Doug Collins, Lloyd Free, Joe Bryant, George McGinnis, Steve Mix. E sotto canestro, Darryl Dawkins e Caldwell Jones.

Philadelphia era una discreta squadra, reduce da una stagione da 46 vittorie e un’eliminazione al primo turno dei playoffs. Ma era così grande la considerazione che Erving godeva che con lui i Sixers vennero subito indicati come i principali candidati al titolo.

Con l’approdo nella NBA, Julius cercò di cambiare il suo modo di giocare mettendosi maggiormente al servizio della squadra, cercando di essere meno accentratore e provando più a coinvolgere i compagni. Ma appena ne ebbe la possibilità, al suo primo All Star Game nella NBA, le sue grandi doti realizzative, il suo essere autentica fonte di spettacolo allo stato puro, esplosero nuovamente.

Vinse l’MVP della partita delle stelle con 30 punti, 12 rimbalzi, 4 recuperi ed una serie di giocate al limite dell’impossibile, di quelle che lo avevano reso l’autentica icona dell’ormai sepolta ABA e ora lo rendevano punto di riferimento imprescindibile anche per l’NBA.

Erving ebbe il merito di ridestare l’interesse sopito dei tifosi nei confronti di una lega che da tempo stava attraversando un lungo periodo buio dopo i fasti degli anni ‘60. Interesse che ben presto sarebbe sfociato in un vero massiccio ed appassionato seguito.

Le trasferte dei Sixers si trasformarono in breve tempo in un appuntamento imperdibile. Regolarmente facevano registrare il tutto esaurito, con lunghe file ai botteghini che si andavano formando sin da parecchie ore prima l’inizio della partita. Le stesse tribune dei palazzetti si popolavano con largo anticipo perché nessuno voleva perdere il celebre riscaldamento del dottore e dei suoi compagni di squadra, di cui tutt’oggi si favoleggia.

Il nuovo ed improvviso seguito dei tifosi servì anche a ridestare l’interesse dei media e dei mercati pubblicitari nei confronti del basket, gettando le basi per quella che sarebbe stata l’opulenza degli anni a venire. Erving fu infatti il primo giocatore della storia ad avere in commercio una scarpa con il suo nome.

In Regular Season i nuovi Sixers del dottore vinsero 50 partite. Nei playoffs superarono i campioni in carica di Boston e i Rockets di Moses Malone.
In finale trovarono la Portland di Walton. Per tutti era una finale già segnata in partenza. Troppa differenza di talento pendeva dalla parte di Philly.

Quello però era l’anno della Blazermania e i pronostici furono letteralmente sovvertiti. Erving giocò maestosamente ma non ebbe compagni all’altezza. Portland si impose in 6 gare. Al ritorno della squadra dall’Oregon, i tifosi di Philly gli fecero trovare un cartello: “Julius, we owe you one”.

“Julius, te ne dobbiamo uno”. Di titoli ovviamente. E ringraziamento migliore non ci poteva davvero essere.
Philly tornò in finale nel 1980.

Dopo una Regular Season terminata con un record di 59 vittorie ed una splendida finale di Conference vinta contro i Boston Celtics del rookie Larry Bird in 5 gare, arrivò la finale contro i Los Angeles Lakers di Kareem Abdul Jabbar e del giovane Earvin Magic Johnson.

Le prime quattro gare furono di perfetto equilibrio con Erving da un lato e Jabbar dall’altro ad oscurare gli altri giocatori in campo. In gara 4 Julius mise a segno il canestro che alcuni anni fa è stato eletto come il più bello nella storia di questo sport, il celebre Baseline Move.

Un movimento plastico, elegante e stupefacente. Julius che batte uno contro uno Mark Landsberger sulla destra, va per la schiacciata, c’è il recupero del difensore che prova la stoppata, c’è Jabbar che si alza ad oscurargli il canestro. E c’è Erving che tiene la palla in mano come un’arancia. La porta verso il basso mentre continua a fluttuare, apparentemente per sempre. La palla scompare dietro il tabellone, poi riappare nel canestro.

“Ero lì per vincere un titolo ed ero concentrato solo su quello, ma quando Julius fece quel canestro il pensiero dell’anello volò via. Rimasi semplicemente a bocca aperta. Dopo che la palla scosse la retina ricordo che pensai: cosa dobbiamo fare ora? Rimettere la palla in gioco o chiedergli di farlo di nuovo?”
Parole di Magic Johnson.

Con la serie sul 2 a 2, quando Jabbar si infortunò in gara 5 la serie sembrò segnata. Ma poi arrivò la magia di un rookie destinato a scrivere pagine leggendarie nella storia di questo sport. La gara 6 di Magic con Jabbar infortunato consegnerà la vittoria ai Lakers e ancora una volta per Erving l’appuntamento con l’anello di campione NBA sarebbe stato rimandato.

Nell’ottobre del 1980 Julius risultò uno dei due players ancora in attività (l’altro era ovviamente Jabbar) ad essere inserito fra i dieci migliori giocatori della storia in occasione del 35° anniversario di vita della lega. Quindi condusse i Sixers a vincere 62 partite in Regular Season, miglior record della lega al pari dei Celtics. Julius chiuse alle medie di 24.6 punti, 8 rimbalzi, 4.4 assist. Vinse il suo primo titolo di MVP di stagione nella NBA. Ma la corsa della squadra si arrestò a una nuova magnifica finale di Conference contro Boston, in una serie che ha fatto storia.

Trascinata dal dottore, Philly si era portata avanti sul 3 a 1, ma poi diede vita ad un autentico suicidio collettivo. Perse al Garden la decisiva gara 7, dopo aver condotto per larghi tratti di partita. In Larry Bird, Julius già dall’anno prima aveva trovato il suo più acerrimo e terribile rivale.

L’anno successivo, nel 1982, per Philadelphia ci fu la terza finale NBA in sei anni. La terza sconfitta. Ancora contro i Lakers.

I Sixers venivano da una nuova terrificante ed incandescente battaglia nella finale della Eastern Conference contro i Celtics, piegati solo in altre sette tiratissime gare.

In finale, nessun canestro miracoloso, nessuna prova mostruosa. Semplicemente la consapevolezza che Los Angeles era più forte e fresca. I Lakers, complici una Western Conference decisamente più livellata, avevano impiegato appena otto partite per arrivare alla finale. Philadelphia ne aveva impiegate quindici.

In quel momento Erving era un giocatore deluso. Era idolatrato a Philadelphia come in tutti gli States, icona di quella NBA che riacquistava potere economico, diritti televisivi, pubblico, importanti fette di mercato, anche grazie a lui.

Aveva 32 primavere, gli anni migliori stavano per volare via e ancora mancava il sigillo più importante ad una carriera che era stata un’autentica fantastica avventura. Pur giocando nella conference più dura, pur avendo la squadra meno forte rispetto ai suoi rivali Bird e Magic, Julius aveva raggiunto tre finali NBA in sei anni. Ma nel momento decisivo ai Sixers e al Doc era sempre mancato qualcosa per arrivare all’agognato anello. E quel qualcosa altri non era che un big man sotto canestro che potesse lottare alla pari contro i vari Kareem, McHale, Parish.

Così, Harold Katz, owner dei Sixers, quell’estate mosse le pedine giuste. In uno scambio a tre, spedì Darryl Dawkins nel New Jersey e Caldwell Jones a Houston, riuscendo a metter le mani sul miglior centro della lega, colui che era soprannominato “The scoring-rebounding machine”. Ovviamente stiamo parlando di Moses Malone, fresco MVP stagionale con la maglia dei Rockets.

Moses cambiò gli equilibri dell’intera lega. I Sixers ora avevano una squadra terribilmente forte, con Andrew Toney, Maurice Cheeks, Bobby Jones, Julius Erving e lo stesso Malone. Vinsero 65 partite in stagione e si presentarono ai playoffs come la grande favorita.

Erving segnò 21.4 punti a partita, mentre Malone fu eletto ancora una volta MVP di Regular Season.
Al termine della season Moses, ad una domanda di un giornalista su come sarebbero andati i playoffs, proruppe nella spavalda e storica affermazione: “Fo Fo and Fo”. Il che equivaleva a dire, sweeppare le tre squadre che avrebbero incontrato durante la loro corsa al titolo.
Ci andarono maledettamente vicini.

4-0 ai Knicks. 4-1 a Milwaukee in finale di Conference. Al termine di questa partita, Malone sorrise e corresse in “Fo, Fi and Fo”. Non avrebbe più sbagliato.

In finale i Sixers trovarono ancora i Lakers. Ancora Magic. Ancora Jabbar.
Philly vinse gara 1 per 113 a 107 e gara 2 per 103 a 93. Tutte le speranze dei Lakers erano riposte nelle successive due partite casalinghe.

Gara 3 vinta fu vinta ancora dai Sixers per 111 a 94, con il Forum precipitato in un silenzio surreale e Norm Nixon che abbandonò la partita nel terzo quarto per infortunio e fu costretto a saltare anche la successiva.

Gara 4 fu la partita più combattuta della serie. I Lakers volevano comunque salvare l’onore. Misero alle corde i Sixers. A due minuti dalla fine conducevano per 106 a 104.

Philadelphia chiamò l’ultimo time out a disposizione. Quando le due squadre tornarono in campo cominciò lo spettacolo targato Julius Erving.
“I’m taking over” furono le sue parole all’ingresso sul terreno di gioco.

Il Doc rubò palla a Jabbar e andò a schiacciare per il 106 pari. Sull’azione successiva Magic mise un tiro libero, quindi possesso nuovamente ai Sixers. Maurice Cheeks servì Erving che andò in entrata, segnò, subì fallo, mise il libero e portò Philly sul più due: 109 a 107.

I Lakers andarono a cercare Jabbar sotto canestro per ristabilire la parità . Kareem subì fallo. Fece uno su due dalla linea: 109-108.

La partita sembrava ancora in bilico, ma Erving era ormai entrato in trance agonistica. Ricevette palla poco dietro l’arco dei tre punti e fece partire una tripla. Solo rete. Era il 112 a 108 Sixers, che chiudeva di fatto gara e serie.

“Non ho trovato io il canestro, è stato il canestro che ha trovato me” dirà ai microfoni Julius a fine gara mentre fiumi di champagne gli venivano versati sul capo.

Quello rimase l’unico anello del dottore nella NBA. Alcuni infortuni, l’età non più verde dei principali interpreti, limitarono la squadra nei due anni successivi. Poi arrivò Charles Barkley, ma per Erving ormai erano passati gli anni più belli della carriera.

All’inizio della stagione 1986-87 Julius annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista. Dalla prima fino all’ultima partita di Regular Season, dovunque i suoi Sixers andassero a giocare, per Erving erano solo lunghi ed interminabili applausi, appassionati tributi, calorose standing ovation, manifestazioni di affetto e profonda riconoscenza per quanto aveva dato in quegli anni al basket americano.

Ricevette un dono in ogni luogo . Un paio di sci a Salt Lake City, una sedia a dondolo a Los Angeles, le chiavi della città ad Indianapolis, un pezzo del parquet incrociato del Garden a Boston.

Era la prima volta che uno sport intero rendeva omaggio ad uno dei suoi massimi interpreti. Non era successo per Chamberlain, per Robertson, neanche per Russell. Succedeva per Doctor J. Il protagonista dell’ultima, grande rivoluzione del gioco. Colui che, qualche anno dopo, Sports Illustrated indicherà come uno dei 40 più grandi atleti di sempre nella storia dello sport mondiale.

Il 17 aprile del 1987 Erving giocò l’ultima partita di Regular Season allo Spectrum. Tanto per gradire, mise 38 punti. Aveva disputato 11 stagioni in NBA, vinto un titolo, un trofeo di MVP, cinque volte era stato primo quintetto di lega, in ogni singolo anno aveva fatto la sua comparsa all’All Star Game.

Considerando anche l’ABA aveva realizzato 30.026 punti in carriera. Tuttora solo Jabbar, Karl Malone, Bryant, Jordan e Chamberlain hanno segnato più di lui nella storia della pallacanestro americana.

Il 20 Aprile del 1987, al termine della stagione regolare, dopo una vittoria esterna contro Washington, quarantamila persone accorsero alla parata in suo onore per le strade di Philadelphia. L’ultima partita in assoluto fu il 3 maggio, primo turno di Playoffs. Gara 5. I Sixers vennero eliminati dai Milwaukee Bucks.

Al suono della sirena il pubblico di Milwaukee si alzò tutto in piedi per un lungo, spontaneo, interminabile applauso.
Idealmente tutto il mondo del basket si accodò a quell’applauso.

Per rendere omaggio al great and woundrous Doctor J, il giocatore senza il quale questo meraviglioso sport sarebbe stato diverso.
E persino Michael Jordan non sarebbe stato tale.

Post By Goat (24 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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4 thoughts on “13 – Julius Erving

  1. Ciao, mi dispiace dirti che questi articoli sono stati scritti ben 10 anni fa. :-)
    Si tratta di una rubrica sui migliori giocatori di sempre che non era mai stata portata a compimento e che a dieci anni di distanza è stata ripresa dall’inizo e ora finalmente vedrà la fine. L’articolo su Erving nello specifico, proprio questo che hai appena letto, era stato scritto e pubblicato nel 2004 per la precisione.
    Quindi se trovi similitudini o è una vera coincidenza, come io penso, o tu a suo tempo avevi preso spunto.
    Con affetto,

    Luigi Sorrenti (The goat).

  2. Ciao, forse allora si tratta di una coincidenza, non sono a conoscenza ne di questo ne di altri tuoi articoli (comunque ben fatti, a prescindere ). E’ vero che conosco Playitusa dal 2008, ricordo ancora come trovando questo sito ne fui entusiasta. Mi misi subito a commentare ma il mio italiano era pessimo, ricordo ancora come tanti simpaticoni, tra tutti un tizio di nome C-webb, mi sfotteva per gli errori grammaticali. Decisi allora di non seguire più questo sito, ma gli sfottò mi motivarono al punto tale che se oggi scrivo un po’ meglio ;) ..forse…e la mia passione per la Nba è raddoppiata, lo devo a quei simpaticoni. Mentre probabilmente a quel sipatico di C-webb se gli chiedi cos’è un finger roll magari ti risponde che si tratta di un gelato :)
    Con affetto,

    Andrea Lombardo.

    • Ciao, ovviamente non conosco le tue vicissitudini su Playit. Mi fa solo un po’ strano che mi accusi velatamente e fra le righe di aver scritto un articolo un po’ simile al tuo e poi quando scopri che in realtà il mio è molto antecedente, le similitudini diventano sicuramente una coincidenza. Non ho avuto ancora modo di leggere il tuo pezzo, ma sicuramente lo farò. L’unica cosa che posso dirti è di stare attento a muovere certe accuse perché non sai mai chi hai di fronte. Magari trovi qualcuno che scrive per professione e non per hobby e deve comunque tutelarsi da certe situazioni.
      Detto questo, ti auguro buona serata e spero che la tua avventura su Playit proceda nel miglior modo possibile.
      Un saluto,
      Luigi Sorrenti (The goat)

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