La leggenda narra di un’automobile solitaria che costeggiava un campo di calcio polveroso, alla periferia di Lagos, Nigeria. Due squadre si affrontavano sotto il sole cocente.

Richard Mills, un americano che aveva insegnato basket per diversi anni in Africa, era alla guida della macchina. Con la coda dell’occhio scorse il portiere di una delle due squadre, un ragazzino di circa quindici anni, molto alto, magro, estremamente agile.

Mills parcheggiò e scese dalla vettura. Iniziò a seguire le fasi della partita. Il suo occhio correva sempre più spesso verso quel portierone dall’aria dinoccolata. Paziente, aspettò la fine dell’incontro, poi avvicinò il ragazzo e lo invitò a pranzo.

Scoprì così di trovarsi di fronte ad Akeem Olajuwon, terzogenito di una famiglia benestante appartenente alla tribù Yoruba, quotato portiere di calcio, abile giocatore di pallamano, profondamente attratto dal sogno di andare negli Stati Uniti e realizzare qualcosa di grande.

Mills vedeva lontano. Forse non avrebbe mai immaginato che da quell’incontro sarebbe nato uno dei più forti giocatori di basket di tutti i tempi.

Forse non avrebbe mai immaginato che quel ragazzo quindicenne seduto di fronte a lui, un giorno sarebbe diventato The Dream, il centro dai movimenti poliedrici, dalle finte impossibili e dalla tecnica sopraffina.

Forse non sapeva neanche che la parola Olajuwon nel dialetto Yoruba significasse “Essere sempre al top”. Era però certo di avere per le mani un prospetto molto interessante.

L’uomo non impiegò molto a convincere il ragazzo a lasciare perdere calcio e pallamano per dedicarsi al basket. Fu soprattutto la prospettiva di un futuro negli States a invogliare il giovane Olajuwon verso quella scelta che cambierà radicalmente la sua vita.

Incoraggiato da Mills, durante l’ultimo anno alla Muslim Teachers di Lagos, Akeem entrò nella squadra di pallacanestro della scuola. E fu amore a prima vista.

“Da subito mi resi conto che giocare a basket era qualcosa di unico. Presi la palla in mano e capì che quello sarebbe stato il mio sport. Istantaneamente calcio e pallamano passarono in secondo piano” dichiarò tempo dopo lo stesso Olajuwon.

Nell’estate del 1980, il diciasettenne Akeem partecipò con la nazionale nigeriana agli All-African Games. Le sue prestazioni catturarono l’attenzione di Chris Pond, membro del dipartimento di stato, che allenava in Africa. Pond segnalò il nome del ragazzo ad alcune università americane, ottenendo riscontri positivi soprattutto dalla Houston University e dalla St. John’s di New York.

Pond completò il lavoro iniziato da Mills, convincendo Olajuwon che il suo gioco e di conseguenza il suo futuro nel mondo del basket avrebbero tratto notevole giovamento da un trasferimento negli States. Gli fornì dunque i nomi dei college che avevano risposto positivamente alla sua segnalazione, invitandolo a mettere in cima alla lista Houston. Il sogno di Akeem stava diventando realtà.

Qualche mese dopo, nell’ottobre del 1980, Olajuwon sbarcò per la prima volta in America.
Atterrò al John Fitzgerald Kennedy di New York. Era attratto dalla Grande Mela, la città dove il sogno americano è più facile che si realizzi. In cima ai suoi pensieri c’era la St. John’s University.

Non ci mise molto però a cambiare completamente idea. A New York il giovane nigeriano non rimase che pochissime ore. Il clima era invernale. Il vento gelido che soffiava dall’oceano lo stordiva.

Akeem, abituato al sole e al caldo nigeriano, non aveva mai provato tanto freddo in vita sua. Si rifiutò persino di uscire dall’aeroporto. Anticipò di due giorni il volo che aveva prenotato per Houston e si rimise subito in aereo. Destinazione Texas, verso climi più miti.

All’aeroporto di Houston non c’era ovviamente nessuno ad accoglierlo. Olajuwon chiamò un taxi per recarsi all’università.

Diverse leggende ruotano attorno a quel famigerato viaggio. C’è chi dice che Akeem abbia incontrato un tassista nigeriano e la sensazione di sentirsi quasi a casa, lo spinse a scegliere Houston come città per studiare e giocare a basket.

C’è chi invece afferma che il tassista non solo non fosse nigeriano, ma anzi, capendo male la richiesta del ragazzo, lo condusse alla University of Texas at Austin, per poi essere costretto a riportarlo indietro. E solo il clima molto simile a quello cui era abituato, invogliarono Olajuwon a rimanere a Houston.

Leggende a parte, la cosa certa è che Akeem non si prese neanche la briga di visitare altre università. Aveva ormai scelto la sua città, il suo college.

Tuttavia, non appena lo vide, Guy Lewis, coach di Houston, inizialmente pensò ad uno scherzo. Pond gli aveva segnalato un prospetto molto interessante, ma il ragazzo che si trovava di fronte sembrava tutto tranne che un giocatore di basket. Akeem non andava solo svezzato, andava completamente forgiato come giocatore.

b6f341276582b2a027b1d97239d9f224Un’impresa impegnativa, ma non impossibile. Non se si poteva contare sull’aiuto di un certo Moses Malone, all’epoca centro degli Houston Rockets e all’apice della carriera.

Il lavoro di Moses fu certosino. Insegnò al giovane nigeriano tutti i trucchi del ruolo, l’uso del corpo, dei gomiti, il tempismo a rimbalzo, i primi movimenti sotto canestro. Il fisico, l’agilità , la reattività di piedi e l’intelligenza di Akeem fecero il resto.

I due ingaggiarono ben presto una serie di duelli di altissimo livello. Il centro dei Rockets brutalizzava regolarmente il giovane avversario, ma giorno dopo giorno il divario abissale fra i due, andò sempre più affievolendosi.

Ben presto Akeem e Mo divennero grandi amici e anche negli anni a seguire, si ritrovarono sempre più spesso a duellare in accese sfide sempre più equilibrate ed avvincenti.

Tempo dopo Olajuwon dirà alla stampa: “Quando giochi ogni giorno contro Moses Malone, non puoi che migliorare in maniera costante.”

Al suo primo anno di college, Akeem non scese mai in campo. Ma dalla seconda stagione divenne il centro titolare della squadra e i risultati non tardarono ad arrivare.

82-84Durante i suoi tre anni alla Houston University, i Coguars ebbero un record di 88 vittorie a fronte di 16 sconfitte, raggiungendo in ogni singola stagione le Final Four.

Nel 1982 la corsa di Houston, guidata da Akeem e Clyde Drexler, si arrestò solo in semifinale contro la North Carolina di James Worthy e Michael Jordan che si impose per 68 a 63.

Nel 1983 arrivò la prima finale, contro la cenerentola North Carolina State, guidata da Jim Valvano. Sovvertendo ogni pronostico, la partita si rivelò equilibratissima. Alla fine la spuntò incredibilmente North Carolina State, con un canestro all’ultimo secondo, per 54 a 52.

L’anno dopo, Akeem segnò 16.8 punti a partita, guidò la NCAA alla voce rimbalzi (13.5) e stoppate (5.6). I Coguars, privi di Drexler che era approdato in NBA, arrivarono nuovamente in finale. Questa volta a contendere il titolo c’era la temibilissima Georgetown di Coach Thompson, guidata dal grande rivale di Akeem, Patrick Ewing.

Georgetown vinse per 84 a 75 e per Olajuwon l’esperienza al college si concluse senza il taglio della retina.

Il ventunenne Akeem avrebbe in realtà potuto disputare ancora un anno all’università ma decise di dichiararsi eleggibile per il draft, spinto da due certezze: il suo nome sarebbe stato il primo a essere chiamato e la prima scelta sarebbe stata una questione fra Houston e Portland, entrambe mete molto gradite al nigeriano.

O rimaneva a casa, oppure andava a trovare l’inseparabile amico Clyde Drexler.

Fu Houston ad aggiudicarsi il primo pick nel famoso draft del 1984. E Akeem rimase nel Texas. Portland si sarebbe fatta sbeffeggiare secula seculorum scegliendo Sam Bowie mentre Chicago col terzo pick andò su Michael Jordan.

È doveroso affermare che se negli anni a venire fu ovviamente rinfacciato a Portland la scelta di Bowie, a nessuno è mai venuto in mente che Houston abbia preso un abbaglio chiamando Olajuwon anziché Jordan.

L’anno prima i Rockets avevano pescato col pick numero uno Ralph Sampson, prodotto di Virginia, un centro di 2.25, secco come un chiodo, dalle spiccate doti tecniche, in grado di giocare ottimamente sotto canestro ma anche di allontanarsi senza problemi dall’aria pitturata.

Sampson, dominatore negli anni di college e autore di un’eccellente stagione da rookie in NBA, da molti visto come futura stella di prima grandezza, fu spostato nel ruolo di ala grande, mentre Akeem andò ad occupare lo spot di centro. Insieme i due formarono la prima edizione delle Twin Towers. Una coppia di lunghi, tecnicamente validissimi, agili e veloci.

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Al suo primo anno da professionista Olajuwon segnò 20.6 punti, catturò 11.9 rimbalzi e tirò col 53.8% dal campo. Finì secondo nelle votazioni per il Rookie of the Year alle spalle di Jordan.

Houston che l’anno prima aveva chiuso con un record di 29 vinte e 53 perse, con Akeem sotto canestro arrivò a toccare quota 48 vittorie, garantendosi l’accesso ai Playoffs.

Il 34 nigeriano fu convocato all’All Star Game, finì nel secondo quintetto difensivo e nel primo quintetto rookie. Lui e Sampson furono la prima coppia dai tempi di Chamberlain e Baylor a chiudere entrambi con oltre 20 punti e 10 rimbalzi di media.

L’anno dopo Akeem e Ralph trascinarono i Rockets alla seconda finale NBA della loro storia dopo quella di 5 anni prima in cui a dominare sotto i tabelloni per Houston era stato il maestro di Olajuwon, il grande Moses Malone.

I Rockets vinsero 51 partite, issandosi sul tetto della Midwest Division. Eliminarono i Kings e i Nuggets ai primi due turni di playoffs, quindi in finale di Conference affrontarono i favoritissimi Lakers dello showtime.

Houston eliminò i campioni in carica con una semplicità quasi disarmante. Un secco 4-1 che ammetteva poche repliche. Il giovane Olajuwon chiuse quella serie con 31 punti, 11.2 rimbalzi e 4.1 stoppate a partita, vincendo il confronto contro il trentanovenne Jabbar.

Il tiro della vittoria messo a segno sul filo della sirena da Sampson in gara 5 e la successiva esultanza, è ancora oggi uno degli spot della NBA nel mondo.

La favola dei Rockets delle Twin Towers era però destinata ad esaurirsi ben presto.
Superato lo scoglio Lakers, gli avversari in finale erano ancora più temibili. I Boston Celtics al loro massimo splendore con l’impareggiabile front line Bird, McHale, Parish e Bill Walton nel ruolo di sesto uomo.

Poco prima delle finali Olajuwon commise una piccola, involontaria gaffe quando ad una domanda di un giornalista rispose candidamente di non sapere assolutamente nulla della storia dei Celtics, né del loro orgoglio.

Dalla costa atlantica il solito Bird rispose che il nigeriano avrebbe subito un corso accelerato di storia del basket durante quelle finali.

Akeem fu il migliore dei suoi e l’ultimo ad arrendersi in una serie che non ebbe mai storia. I Celtics si portarono sul 2 a 0, poi sul 3 a 1, prima di chiudere qualsiasi discorso in gara sei. Olajuwon collezionò 24.7 punti e 11.8 rimbalzi a partita, ma le forze in gioco erano impari.

Dalla stagione successiva Sampson iniziò ad essere vittima dei numerosi infortuni che ben presto ne avrebbero affossato la carriera, e successivamente fu spedito ai Golden State Warriors. I numeri di Akeem subirono un’impennata. Ma nel contempo da un punto di vista di risultati quelli furono gli anni più bui di una luminosa carriera.

Fu primo quintetto NBA nel 1987, 1988 e 1989.
Primo quintetto difensivo nel 1987, 1988 e 1990.
Centro titolare inamovibile all’All Star Game per la costa occidentale.
Miglior rimbalzista della lega nel 1989 e nel 1990.
Miglior stoppatore nel 1990, 1991 e 1993, risultando così nel 1990 uno dei tre giocatori, assieme agli immensi Jabbar e Walton, ad aver comandato la lega nello stesso anno in rimbalzi e stoppate.

Sempre nel 1990 divenne il primo giocatore della storia a chiudere fra i primi dieci alle voci punti, rimbalzi, recuperi e stoppate per due stagioni consecutive. Quello stesso anno, il 29 marzo per la precisione, contro i Milwaukee Bucks, realizzò 18 punti, 16 rimbalzi, 11 stoppate e 10 assist, diventando il terzo giocatore nella storia, almeno ufficialmente, a realizzare un quadrupla doppia.

Olajuwon era ormai diventato un giocatore totale. Completo in ogni aspetto del gioco ed egualmente efficace su entrambi i lati del campo.

In difesa, aiutato da un tempismo e da un’agilità eccezionale, era uno stoppatore prodigioso, un ottimo rimbalzista, ma soprattutto era dotato di un notevole intuito nell’intercettare passaggi, peculiarità che per quattro anni lo ha portato fra i primi dieci nella classifica dei recuperi, risultando il primo fra i centri.

In attacco aveva sviluppato un ottimo tiro dalla media, ma il meglio lo evidenziava sotto canestro con il tiro dalle tacche girandosi e buttandosi all’indietro, il semi-gancio, le scivolate a canestro e soprattutto con i suoi movimenti e le sue finte, entrate di diritto nei libri di storia della National Basketball Association, sotto il nome di Dream Shake.

Finte effettuate in qualsiasi modo e maniera e con qualsiasi parte del corpo. Di piedi, di spalle, di testa, semplicemente con lo sguardo. Completamente immarcabili. Finte che erano veri e propri ricami cestistici, frutto di una formidabile tecnica individuale, ma soprattutto di una grande reattività di piedi che gli permetteva di eseguire movimenti rapidissimi in pochissimo spazio.

Per i pari-ruolo, più lenti e macchinosi di lui, era pressoché impossibile fermarlo, tanto da rendere il suo Dream Shake uno dei movimenti più difficili da marcare nella storia del gioco, quasi al pari dello Sky Hook di Jabbar.
Pete Newell ebbe modo di definirlo “the best footwork I’ve ever seen from a big man”.

Nonostante lo straripante numero 34, i Rockets vissero un lungo periodo di mediocrità dopo l’exploit della finale del 1986 e la successiva cessione di Sampson.
Nei 4 anni fra il 1988 e il 1991 i Rockets raggiunsero sempre la post-season ma non vinsero mai una serie.
Akeem arrivò addirittura a meditare il trasferimento dall’adorata Houston, in parte influenzato anche dai giornali che erano solit sottolineare come un giocatore del suo calibro fosse sprecato in una città senza ambizioni e velleità di vittoria quale quella del Texas.

Eppure soddisfazioni e vittorie erano inaspettatamente non molto lontane. Il primo grande cambiamento nella vita del nigeriano arrivò il 9 marzo del 1991 quando si convertì all’islamismo. Modificò leggermente il suo nome: Akeem Olajuwon divenne Hakeem Abdul Olajuwon.

Se il cambio del nome poteva lasciare il tempo che trovava, l’uomo Olajuwon trovò un nuovo spirito ed una nuova serenità nella conversione.

“La religione mi ha aiutato ad essere una persona più equilibrata, più serena, una persona migliore e più matura” dichiarò tempo dopo lo stesso giocatore.

Il secondo cambiamento avvenne durante la stagione 1991-92. Houston stentava. Hakeem accusò un presunto stiramento ad una coscia e si rifiutò di scendere in campo proprio quando la Regular Season si avviava verso le battute finali.
La dirigenza di Houston lo accusò di fingere l’infortunio per essere ceduto o quantomeno per rinegoziare il contratto in scadenza, da tempo giudicato dal giocatore troppo basso per un top player. Hakeem andò su tutte le furie. Non giocò e fu sospeso dal club. Sembrava la rottura definitiva. Ma era solo la rinascita.

Houston effettivamente mancò i playoffs, ma l’owner dei Rockets, Charlie Thomas, che pure era stato attaccato pesantemente e pubblicamente da Olajuwon, tenne duro.
Non mancò di valutare le numerose offerte che erano pervenute, il suo obbiettivo però era trattenere a Houston il nigeriano.
Parlò a lungo col giocatore e pochi giorni prima dell’inizio della stagione 1992-93 le due parti raggiunsero un accordo. Hakeem firmò un prolungamento fino al 1999, invogliato anche dalla nomina a capo allenatore di Rudy Tomjanovic, da sempre uno dei suoi più cari amici. La storia dei Rockets cambiò quel giorno.

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Olajuwon realizzò 26.1 punti, tirò giù 13 rimbalzi, rifilò 4.2 stoppate a partita, che gli valsero il terzo titolo in quattro anni di miglior stoppatore della lega. Finì nuovamente nel primo quintetto NBA e nel primo quintetto difensivo. Fu eletto Difensore dell’Anno. Ma cosa più importante Houston passò dal 42-40 della stagione precedente al 55-27 con cui arrivò a dominare la Midwest Division.

Nei Playoffs i Rockets furono fermati in semifinale di Conference dai Seattle Supersonics dopo sette tiratissime gare. Ma ormai era ufficiale: Hakeem e la sua Houston giocavano per l’anello. Tanto più che dopo la vittoria dei Bulls sui Suns in finale, Jordan annunciò al mondo il suo ritiro dall’attività agonistica.

L’anno successivo fu infatti quello della consacrazione. Con Jordan impegnato nel baseball, The Dream realizzò 27.1 punti a partita, fu per la seconda stagione consecutiva Difensore dell’Anno, venne eletto per la prima volta MVP di Regular Season.

Houston chiuse con un record di 58 vinte e 24 perse. I playoffs furono un’autentica, splendida avventura.
Al primo turno contro Portland e il suo grande amico Drexler, Hakeem mise assieme 34 punti, 11 rimbalzi, 4.8 assist e 3.8 stoppate a partita, portando i suoi ad imporsi in 4 gare.

In semifinale di Conference, nelle prime due partite casalinghe i Rockets andarono sotto 2 a 0 contro i favoritissimi Suns di Charles Barkley, vicecampioni in carica. Riuscirono ad impattare la serie a Phoenix, portandola sul 2 a 2.

Vinsero gara 5, persero gara 6. Per la prima volta nella storia della lega dopo 6 gare tutte le vittorie erano arrivate in trasferta.

Gara 7 si giocava in Texas. Olajuwon mise 37 punti e catturò 17 rimbalzi. Portò i suoi a imporsi per 104 a 94 e i Rockets volarono in finale di Conference dove ebbero facile ragione dei Jazz.

Un’ultima battaglia attendeva Olajuwon e compagni, un ultimo ostacolo prima di giungere all’agognato anello. Forse la sfida più difficile, contro il rivale di sempre.
Erano passati esattamente dieci anni dalla finale NCAA in cui Georgetown e Houston si erano affrontati per il titolo collegiale. Olajuwon contro Ewing. Il nigeriano contro il jamaicano. All’epoca l’aveva spuntata Pat.
Adesso si ritrovavano l’un contro l’altro armati a contendersi il titolo NBA. Ma stavolta Hakeem era indubbiamente il più forte.

Fu una serie durissima, combattuta, in cui le difese presero il sopravvento, in cui ogni singola gara venne giocata sul filo del rasoio, in cui ogni palla vagante poteva fare la differenza fra la vittoria e la sconfitta.

I Rockets ebbero bisogno di sette tiratissime gare per piegare la resistenza di New York, dopo che, ancora una volta, erano stati sul punto di essere sconfitti. Sconfitta che solo Hakeem aveva impedito, sbucando dal nulla negli ultimissimi secondi di gara 6 e andando a deviare il tiro di John Starks che avrebbe significato anello per i Knicks.

Quella stoppata provvidenziale ancora oggi nella NBA è ricordata da tutti come The Block.

Hakeem fu eletto MVP delle finali. Le sue medie nei PO parlavano di 29.1 punti, 9.1 rimbalzi e 3.86 stoppate per partita. Aveva appena coronato il sogno di una vita. Giocare nella NBA e vincere.

Eppure il meglio doveva ancora venire. Nella stagione 1994-95, Olajuwon realizzò 27.8 punti a partita, miglior bottino in carriera, accompagnati da 10.8 rimbalzi. Non vinse il secondo titolo di MVP di stagione solo perché Robinson aveva portato gli Spurs al miglior record della lega.

La rivincita per il Sogno Nigeriano sarebbe stata eclatante.
In febbraio Tomjanovic orchestrò uno scambio con Portland mandando ai Trail-Blazers Otis Thorpe in cambio di Clyde Drexler. Fu uno scambio che dagli addetti ai lavori fu visto come deleterio per la compagine texana, perché Drexler andava a minare i sottili equilibri della squadra.

Inizialmente sembrò che potesse andare veramente così. I Rockets dopo la trade persero smalto, si qualificarono ai Playoffs solamente con il sesto record ad ovest, il decimo nella lega.

Nessuno sano di mente avrebbe mai scommesso un misero penny sulla nuova vittoria finale di Houston. L’impresa di vincere il titolo sovvertendo il fattore campo in ogni singola serie dei playoffs non era mai riuscita a nessuna squadra nella storia della NBA. Ben presto tutti si sarebbero dovuti ricredere.

In quei playoffs Drexler giocò a livelli altissimi e Olajuwon fu niente di meno che straripante. Nelle 22 partite di post-season ebbe una media di 33 punti, 10.3 rimbalzi, 4.5 assist, 1.2 recuperi, 2.81 stoppate, il 53% dal campo.

Al primo turno, sotto 2 a 1 contro Utah, i Rockets vinsero la quarta gara in casa e la quinta e decisiva a Salt Lake City.
In semifinale di Conference gli avversari erano ancora una volta i Suns di Barkley. Houston andò dapprima sotto per 2-0 (22 punti di scarto in gara 1, 24 in gara 2), poi per 3-1. Stavolta sembrava davvero finita. Sembrava.

Olajuwon e compagni vinsero gara 5 e gara 6, impattando la serie sul 3 pari. Il capolavoro si completò quando andarono a vincere a Phoenix la decisiva gara 7 in un’epica partita conclusasi sul 115 a 114 per i texani.

Ma ancora una volta il meglio doveva ancora venire. In finale di Conference c’erano gli Spurs dell’MVP di stagione David Robinson.

Non ci fu partita. Hakeem ridicolizzò Robinson durante tutta la serie (35.3 punti di media contro i 25 dell’avversario), dimostrando una superiorità quasi imbarazzante. Tre vittorie esterne per Houston e serie chiusa sul 4 a 2.

Splendida consacrazione di quella serie fu il gioco di gambe e braccia con cui un immenso Hakeem, con sapiente uso del piede perno ed una serie di finte ai limiti della perfezione, mandò per aria uno spaesato Robinson in una sequenza di immagini che ha fatto il giro del mondo. Un canestro che passerà alla storia come la massima espressione del Dream Shake.

“Fermare Hakeem? No. Non puoi fermare Hakeem!” dichiarerà uno sconsolato Robinson a fine serie.
Cui faranno eco le parole di Shaquille O’Neal, al termine della finale: “He’s got about five moves, then four countermoves. That gives him 20 moves.”

In finale il giovanissimo Shaq resse meglio l’urto contro Hakeem rispetto all’ammiraglio, ma anche lui fu rispedito a casa in maniera quasi impietosa. Un secco 4 a 0 e per Houston sui giovani Orlando Magic e per la squadra del Texas arrivò l’insperato back to back. Per Olajuwon il secondo titolo di MVP delle finali.

Nel giro di due anni, Hakeem aveva annientato tutti i rivali nel ruolo di centro in rapida successione, dimostrando una netta superiorità contro avversari di altissimo rango e ritagliandosi un posto importante nell’Olimpo della NBA.

Quelle finali non furono il canto del cigno per il trentaduenne Hakeem perché continuò a giocare a livelli decisamente elevati almeno per altre due stagioni.
Jordan frattanto era tornato a giocare a basket e ad imporre nuovamente la sua dittatura. Da più parti si premeva per uno scontro in finale fra i due dominatori degli anni ‘90. Sua Maestà MJ contro il Sogno Nigeriano Hakeem Olajuwon.

Quello scontro non arriverà mai, i Rockets non raggiungeranno più la finale.

Neanche l’arrivo di Barkley a Houston a partire dalla stagione 1996-97 servì allo scopo. Al primo anno dei Big Three, i Rockets condussero un’ottima Regular Season, vincendo 57 partite. Olajuwon finì ancora una volta nel primo quintetto della lega.

Sembravano la squadra più accreditata per contendere ai Bulls il titolo. Il magnifico e fatidico scontro finale erano nell’aria. Da un lato Jordan, Pippen e Rodman, dall’altro Olajuwon, Barkley e Drexler.

Ma nella finale della Western Conference, un magistrale canestro da tre di Stockton spegneva le ultime speranze di Houston. I Jazz volarono verso la finale e per i Rockets si chiuse un ciclo.

Dalla stagione successiva, Hakeem iniziò a soffrire per vari infortuni che ne limitarono il rendimento, andando ad inficiare sia sui suoi numeri, sia sui risultati di squadra.
Il resto è storia recente.

All’età di 39 anni, Hakeem chiuse la carriera con un’ultima stagione a Toronto, una parentesi che nulla aggiunge e nulla toglie alla straordinaria carriera di uno dei più grandi centri che la storia ricordi.

Forse il più completo, sicuramente quello dai migliori, più variegati e ricchi movimenti offensivi. Senza per questo, però, dover dimenticare la sua straripante presenza difensiva, come i suoi avversari non mancano di fare notare.

“Se dovessi scegliere un centro per la squadra più forte di tutti i tempi, prenderei Olajuwon. Lascerei fuori Shaq e Patrick Ewing. Probabilmente lascerei fuori perfino Wilt Chamberlain. Lascerei fuori un sacco di gente fortissima. E il motivo per il quale vorrei prendere Olajuwon è molto semplice: lui è il più completo in quel ruolo. Non è solo per la capacità di segnare, per i rimbalzi o per le sue stoppate. Molti non sanno che è tra i primi nella storia per palle rubate. Ha sempre preso grandi decisioni nei momenti importanti. Insomma, per tutte queste ragioni prenderei lui.”

Firmato, Michael Jeffrey Jordan.

 

Post By Goat (25 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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23 thoughts on “14 – Hakeem Olajuwon

  1. Che giocatore incredibile Olajuwon *_* e forse forse il quattordicesimo posto gli sta pure stretto.
    Il problema è che lo diciamo di tutti e qualcuno più indietro deve pure finirci.
    :-) :-) :-)

  2. Permettimi una domanda, Goat.
    Mi potresti spiegare perché secondo te O’Neal (che immagino arriverà in classifica) è superiore a Olajuwon considerando che tecnicamente il confronto fra i due non inizia neanche e quando si sono incontrati in finale il buon Shaq le ha prese di brutto?

    • Perché quando si sono affrontati in finale, Olajuwon era al suo prime, mentre Shaq aveva 23 anni ed era ben lontano dall’esserlo. Perché Shaq ha perso il duello senza crollare come invece è successo ad altri pariruolo. Perché il dominio che ha avuto Shaq nel triennio della tripletta dei Laks è stato qualcosa che poche volte si è visto nella storia del basket. Perché spesso si sottovaluta la completezza di Shaq come giocatore e si mettono in luce soltando le sue strabordanti doti fisiche. Infine perché Olajuwon è stato immenso ma anche lui, come quasi tutti, ha attraversaot i suoi periodi bui.
      Detto questo si può preferire l’uno o l’altro indifferentemente. Stiamo parlando di due grandissimi del ruolo.

      • Grazie per la risposta. Quando parli di periodi bui cosa intendi?
        Vedo comunque che qua ognuno ha la propria idea dei migliori centri della storia. Olajuwon a parte, è possibile sentire la tua che sicuramente ne saprai qualcosa in più?

        • Mah, sui periodi bui nulla di che. In una carriera lunga 15 anni, capita a tutti di attraversare alti e bassi, periodi in cui va tutto a gonfie vele e altri in cui tra infortuni, sfortuna, compagni di squadra, va tutto storto. Solo che per alcuni giocatori – diciamo più esuberanti, più in vista, più al centro dell’attenzione dei media – capita che di questi peirodi bui tutti se ne ricordino e tutti son pronti a parlarne. E mi viene in mente Shaq verso cui ancora la si mena per gli sweep subiti nei suoi primi anni di carriera o Kobe o lo stesso LBJ per le sconfitte anche pesanti subite contro Dallas e simili.
          Per altri, diciamo meno personaggi e mi vengono in mente tre grandissimi come appunto Olajuwon, Jabbar o Duncan, sembra quasi che abbiano avuto le carriere immacolate. Anche loro hanno avuto le loro sconfitte, i loro passaggi a vuoto, non è che per questo siano meno forti, semplicemente non son diversi dagli altri grandissimi campioni della storia della NBA. Basti pensare, ad esempio, che Olajuwon e Chamberlain hanno vinto lo stesso numero di anelli, eppure di uno si dice che ne ha vinti troppo pochi, dell’altro che è stato un vincente e un dominatore e stop.
          Per quanto riguarda la mia classifica, beh… siamo qui apposta! :-)

  3. forse il miglior centro di tutti i tempi è un pochino troppo basso in classifica: russel, shaq e Chamberlain non meritano di stargli avanti

    • Oddio hakeem miglior centro della storia è un po’ più difficile da sostenere, ma il bello di questi giochini è che quasi tutte le opinioni son valide, anche quelle un po’ più tirate per i capelli. Sicuramente Olajuwon rientra nella ristretta cerchia dei migliori di sempre. Se la gioca con Moses e Shaq per la medaglia di legno. La Top 3 del ruolo però è unanimemente assegnata da parecchio tempo e sarà difficile anche nel futuro scalzarli. Avverrà, perché prima o poi di certo avverrà, ma per il momento pensare a qualcuno migliore del tripo russell/chamberlain/jabbar, la vedo dura.

  4. Saro di parte perche Olajuwon e uno dei miei idoli se non quello che tra tutti sta in cima alla lista dei miei idoli d’ infanzia. Ma volendo essere anche obbiettivi ritengo che Hakeem meriti di stare in top.10…..specie se alcuni giocatori ancora in attivita come Lebron?… Non saranno presi in considerazione dall’ autore. Perfino sua maesta Jordan si e scomodato per descriverlo come il centro piu completo della storia del gioco.

  5. Infine aggiungo un altra cosa che forse tanti lo pensano ma pochi poi hanno il coraggio di scriverlo perche ormai inciso sulle tavole come leggr biblica…..ma ritenere Russel ad esempio superiore ad Olajuwon. su 4/5 degli aspetti del gioco fa sorridere…poi chiaro gli anelli hanno un valore imprescindibile….ma oggi chi viaggia a 40 punti a partita come wilt o 20 e passa rimbalzi come bill?

  6. Punti di vista.
    Come dicevo è il bello di questi giochini. Ognuno ha la dua idea. Ovviamente per me Hakeem merita il posto che ha. :-)

  7. Ah che bello. Certe parole me le ricordavo, per caso è uno degli articoli di qualche anno fa?
    Complimenti anche per aver ricordato quella che è the block, la stoppata, che questa estate qualcuno si è preso la confidenza di revisionare…
    Un unico appunto: è poco convincente quella svolta dal 92/93, sembra che avvenga per magia. In realtà dobbiamo ricordare i vari “gregari” come Smith, Cassel, Horry, Elie

    • Beh sì, mi sembra ovvio. Nessuno vince da solo. Neanche se ti chiami Olajuwon. Kenny Smith, Sam Cassell, Mario Elie, Robertino Horry, per non parlare di Drexler nel ’95, sono stati tutti componenti fondamentali di un biennio irripetibile.

  8. Sinceramente Olajuwon è il centro più completo, tecnico e “bello da vedere” della mia esperienza NBA. Sabonis l’ho visto giocare solo quando era troppo vecchio per dominare, Shaq: ok nel suo periodo d’oro era semplicemente immarcabile, incontenibile, palla a lui sotto canestro e 2 punti sicuri; ma proprio per questo preferisco The Dream e le sue movenze da ballerino. Inoltre secondo me HO era anche uno stoppatore migliore, più attento a questo aspetto del gioco, Shaq intimoriva, nessuno aveva voglia di andare sotto canestro quando c’era lui. Concordo anche sul fatto che quando fu scelto Olajuwon era la Numero 1 e anche la 2 e la 3, nel senso che nessuno sano di mente si sarebbe fatto scappare un centro del genere in un mondo del basket ancora molto pivot-orientato come era quello. La serie finale con New York è stata una delle più avvincenti che abbia visto, i p.o. della stagione successiva veramente belli e favolosi per un tifoso Rockets e quei p.o. sono un monumento alla potenza, grazia e qualità tecniche e di leader di HO. Per me The Dream rimane uno dei migliori di sempre del suo ruolo e fra quelli visti giocare il mio favorito. Certo su di lui pesa il fatto che non ha vinto a livello NCAA quanto avrebbe potuto(casa però che lo accomuna a tanti altri campionissimi della NBA)e i due anelli sono giunti nel periodo no-Jordan, ma cmq era una NBA ricca di talento e di campioni ugualmente.
    [Non ricordavo avesse concluso a Toronto, nè la storia del taxi a Houston, grazie all’autore del pezzo.Una domanda: F.Buffa racconta, se non ricordo male, delle performance di Olajuwon durante il ramadam: ne sai qualcosa? ]

    • Se non mi sbaglio Buffa aveva messo in evidenza come nel febbraio 1995, mese di Ramadan, le prestazioni di Hakeem erano migliorate arrivando a mettere insieme medie di quasi 30 punti, 10 rimbalzi e 3.5 stoppate, sino a esser premiato come giocatore del mese.
      È anche vero però che questa non è stata sempre la norma. in altri anni le sue medie durante il Ramadan sono leggermente calate come nel 1992. La cosa certe è che più o meno le sue prestazioni sono rimaste costanti, a volte qualcosa in più, a volte qualcosa in meno, il che però è già molto significativo considerando la particolarità del periodo per un atleta.

  9. Sì vabbè, ma Olajuwon meglio di Chamberlain, Russell e sopratutto Jabbar non si può leggere, suvvia. A parte che Jabbar e Olajuwon per un certo periodo hanno pure giocato nella stessa lega e nonostante l’età molto avanzata di Kareem non c’è mai stato dubbio su chi fosse il migliore. Ma poi non c’è nessuna classifica degna di questo nome che mette Olajuwon prima di questi. Anzi!
    Non scherziamo, please.

    • Io parlavo di quelli che ho visto giocare, non certo di Chamberlain o Russell che non ho mai visto. Jabbar quando ho iniziato io a seguire la NBA era a fine carriera(forse proprio l’ultima stagione) e quindi non poteva certo impressionarmi.

      • Sì, il tuo intervento era chiaro, parlavi della tua esperienza NBA. Infatti non parlavo con te, parlavo con chi (andrea mi pare) diceva che olajuwon è stato il miglior centro di tutti i tempi.
        E’ stato un giocatore eccezionale, ma io ad esempio ho anche qualche dubbio sul fatto che sia stato il centro più tecnico di sempre. Sicuramente quello con i movimenti migliori. Ma ad esempio Bill Walton tecnicamente mi sembra una spalla sopra.

  10. La classifica dei migliori centri di sempre, per me, è, immutabile

    Bill Russell
    Kareem Abdul Jabbar
    Shaquille O’Neal
    Wilt Chamberlain
    Tim Duncan

    Fortissimo Olajuwon, tra i dieci migliori lunghi di tutti i tempi. Però questi cinque secondo me gli sono superiori. Al limite posso inserire The Dream al quinto posto se togliamo Duncan e consideriamo il caraibico un 4. Però se Duncan lo consideriamo centro, allora anche lui è superiore al nigeriano

  11. Rispetto e ammirazione massima per chi scrive, ma un Sogno non può finire al 14esimo posto!

    GOAT menomale che non hai lasciato a mezzo sta classifica!

  12. Mi permetto di sostenere che molte di queste diatribe si potrebbero risolvere ammettendo serenamente che si parla di chi “ci piace di più”, e non di chi “è meglio”. Chiaramente, siamo tutti d’accordo nel sostenere che Shaq è meglio del buon Cousins, ma quando si parla dei grandissimi, la differenza è davvero poca, ed è spesso determinata dai gusti personali, o dalla propria idea di cosa sia la “grandezza”. Ragionando così, mi sto gustando molto questa classifica, indipendentemente dalla posizione che penso spetti a tizio o caio.

  13. Altri centri sono stati sicuramente più “grandi”. Russell e le sue vittorie, Jabbar e la sua carriera, Wilt e i suoi numeri. Ciononostante, ritenere Hakeem come il più forte è assolutamente sostenibile.
    Chi ha avuto la sua completezza? Nessun altro è stato così dominante come difensore, su più ruoli, sia sull’uomo che in aiuto, e stoppatore: il solo Russell tra quelli sopra nominati, che però non lo valeva come attaccante.
    Quale degli altri centri è stato capace di essere dominante sia spalle a canestro che frontalmente? Nessuno dei sopra menzionati ha il suo tiro frontale, e azzarderei a dire che in un contesto “moderno” Hakeem sarebbe stato anche un buon tiratore da tre punti, oltre che un lungo che cambia su ogni uomo: chi altri dei sopra citati? Ed è comunque stato un tiratore di liberi di ottimo livello per un centro, e sappiamo bene quanto possa essere determinante quando si gioca per il titolo.
    Quale dei centri sopra menzionati era un giocatore al suo livello come corridore da canestro a canestro? Il primo Wilt, ma non gli altri.
    Insomma, altri hanno scritto pagine di storia più importanti, ma tecnicamente se devo fare la mia squadra prendo Hakeem senza neanche pensarci troppo.

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