Ok, ormai non è più una sorpresa. Avendo ripreso questa rubrica dopo dieci lunghi anni, non c’è neanche più gusto a dire che ho barato.

Sì, perché – ormai l’avrete capito – dovevano essere trenta i giocatori in classifica, e invece sono trentuno. E John Stockton che sarebbe dovuto finire un po’ più indietro nel ranking, s’è ritrovato a scavalcare diverse posizioni, assestandosi al diciottesimo posto a far compagnia al suo inseparabile amico Karl Malone.

Per gli aficionados dell’ultima ora, a mia discolpa – o almeno spero – rimangono valide le giustificazioni che fornii a suo tempo.

La prima è che avrei dovuto escludere una delle precedenti superstar per far posto al duo di Utah e non sapevo proprio chi togliere. Per una questione di cuore e di tifo, certo non Willis Reed che ha avuto l’ingrato compito di inaugurare questa nostra rediviva classifica.

La seconda, molto più credibile, è che ho provato a giudicare separatamente le carriere dei due immortali da Salt Lake City. Lo giuro. Ma mi son trovato di fronte ad uno spesso muro di cemento armato. Senza che avessi la minima possibilità di abbatterlo o di aggirarlo.

Come avrei potuto, io misero scribacchino, sperare di valutare singolarmente le carriere di John Stockton e Karl Malone? Come pensare di essere in grado di capire dove finivano i meriti di uno e iniziavano quelli dell’altro e quindi classificarli in maniera corretta, se fior di esperti si sono arresi di fronte a questo improbo compito?

Stockton è stato John Stockton, ha smazzato più assist di tutti nella storia del gioco grazie a Malone che tramutava ogni suo singolo passaggio in un canestro, oppure Malone è stato Karl Malone, ha segnato quasi trentasettemila punti in carriera grazie a Stockton, i cui passaggi erano manna dal cielo per chiunque?

Probabile che la verità stia nel mezzo ma, alla fine della fiera, quanto ha influito l’uno sulla carriera dell’altro? E come sarebbero evolute le storie cestistiche di John e Karl se i loro destini non si fossero incrociati nell’estate del 1985?

Ci sono domande cui passano i mesi e gli anni e la vita non risponde. Inutile starci a perdere la testa.
Lo stesso Malone, che pure immaginiamo qualcosa in più ne sappia sull’argomento, si è limitato ad affermare:
“Non puoi avere l’uovo senza la gallina. E non puoi avere la gallina senza uovo. Bene, io non so, John è l’uovo o la gallina? E io chi sarei? Nessuno lo può dire ed è per questo che non si può valutare appieno quanto uno di noi valga per l’altro!”

Con i suoi passaggi perfetti Stockton ha dato al collega molte opportunità . D’altro canto senza i blocchi durissimi di Malone e il suo costante pericolo sotto canestro, John non avrebbe potuto sviluppare appieno la sua pericolosità nel tiro dalla distanza. Né battere tutti i record della lega alla voce assistenze.

Immagini nitide affiorano alla mente. Di un passato neanche troppo lontano.
Malone che blocca per Stockton. Poi scivola via. E, a seconda del comportamento del difensore, la palla che arriva dal play all’ala per il tiro immediato o rimane fra le mani esperte di John, liberato dal blocco del collega, per la tripla. Spesso decisiva.

È il celeberrimo pick and roll. Uno schema semplice ma cui nessuno ha mai saputo porre efficace rimedio. Un’arma devastante che con il duo di Utah ha raggiunto la perfezione assoluta.

Stockton to Malone, quindi. Inscindibili, nei secoli dei secoli. Anche in questa classifica. Una delle combo più forti nella storia di questo sport. Un’unica entità. Uno splendido, sontuoso, devastante animale a due teste, ma… con i suoi lati oscuri. I suoi punti deboli. Inutile negarlo.

Karl Malone alla fine degli anni ’90 era unanimemente considerato la migliore Power Forward di sempre.
John Stockton è tuttora considerato il miglior playmaker puro di sempre. Nessuno fra gli immortali del ruolo, né Magic, né Robertson, né Thomas, giocatori nel complesso superiori (spesso anche molto superiori) al numero 12 da Gonzaga, è stato tanto bravo a far girare la propria squadra quanto lo è stato John.

Eppure il miglior play e la migliore ala, messi per quasi venti anni nella stessa squadra, non sono mai riusciti a vincere un titolo. Mai.

Sonore sconfitte nei Playoffs. Tre in finale di Conference, due in finale NBA. Perché?
Sarebbe troppo banale, oltre che ingiusto, imputare tutto a dei compagni non sempre all’altezza. Certo, potrebbe essere una spiegazione, almeno all’inizio. Ma non è tutto qui.

Perché, Jordan insegna, arriva prima o poi il momento in cui il grandissimo leader non ha l’appoggio della squadra. E allora in quei momenti cruciali in cui la palla scotta come un tizzone ardente, deve caricarsela sulle spalle e condurla per mano alla vittoria.

D’altro canto sarebbe anche un errore spiegare il tutto con la presenza dello stesso Jordan.
Certo, Michael ha falsato un po’ i valori, ha relegato al ruolo di perdenti giocatori che invece avrebbero meritato ben altra sorte. Ma MJ è stato quasi due anni a giocare a baseball, si è ritirato nel ’98.

Eppure i due di Utah hanno fatalmente trovato altri avversari sulla strada a ostacolare il loro cammino verso la gloria imperitura. E anche quando sembrava che le porte per il titolo fossero definitivamente spalancate, come nel 1999, in un modo o nell’altro questo non è comunque arrivato.

Il maggior imputato è ovviamente Karl Malone. Il bersaglio più grosso, colui che è stato oggetto delle critiche più aspre, degli attacchi più duri. Probabilmente perché su di lui son sempre state riposte aspettative e speranze maggiori e i suoi errori di conseguenza ne son risultati ingigantiti. Ma non è solo questo.

Nel corso della sua carriera, Karl si è reso protagonista negativo di almeno un paio di cocenti eliminazioni per i suoi Jazz. In alcuni momenti cruciali il suo apporto è stato insoddisfacente, facendo storcere la bocca a quanti lo hanno spesso definito un magnifico perdente.

Uno capace di fare il duro quando si trattava di mandare al tappeto il piccolo Isiah Thomas con una gomitata che gli procurava 40 punti di sutura o spedire a terra il “morbido” David Robinson, ma poi incapace di sovrastare l’esuberante Rodman, che pure gli rendeva diversi centimetri e ancor più chili.

Nella carriera del numero 32 pesano come macigni i due tiri liberi sbagliati nella decisiva gara 7 di finale di Conference contro Seattle del 1996. Pesano le due finali non giocate alla sua altezza. Gli errori decisivi dalla lunetta in gara 1 del ’97. La palla rubata da Jordan in gara 6 dell’anno dopo.

Dubbi sulla reale tenuta psicologica di Karl, quando la partita diventava incandescente, sono stati più volte avanzati. Dubbi però che non possono far dimenticare la reale grandezza dell’intramontabile combo. Per la loro carriera, i loro numeri. Per quanto hanno dato alle lega. Perché senza lo Stockton to Malone la NBA sarebbe stata un bel po’ più povera.

La prima volta che John Houston Stockton e Karl Anthony Malone hanno incrociato i loro destini è stato nell’estate del 1985, allorché il postino venne scelto con la tredicesima chiamata assoluta dagli Utah Jazz.

Karl era reduce da tre anni di parziale anonimato a Lousiana Tech, dove aveva viaggiato alle dignitose medie di 18.7 punti e 9.3 rimbalzi a partita. Di lui al college si ricordavano fondamentalmente due tabelloni frantumati ed un bel servizio di Sport Illustated che ne aveva accresciuto la notorietà .

Al momento della chiamata, un emozionantissimo Malone suscitò l’ilarità dei giornalisti ritrovandosi a dichiarare: “Non vedo l’ora di giocare nella città di Utah”.

A Salt Lake City, Karl incontrò il secondo anno Stockton.
John era un prodotto di Gonzaga, scelto al draft dell’anno prima con la sedicesima chiamata assoluta. Era approdato nella NBA in punta di piedi, sconosciuto ai più. Fisico normale, certo non da impiegato come talvolta è stato un po’ pretestuosamente affermato, ma comunque lontano dagli standard cui erano abituati al piano di sopra. Un metro e ottantacinque centimetri, bianco, atteggiamento modesto, ragazzo schivo.

Aveva partecipato al training camp della selezione statunitense che si apprestava a vincere le Olimpiadi del 1984, sotto la guida di Bobby Knight. Era stato però tagliato dal roster finale insieme a Barkley e Porter.

Si narra che al Madison, la notte del draft, lo storico radiocronista dei Jazz, Rod Hundley, fosse in collegamento telefonico col Salt Lake Palace, dove erano assiepati alcune centinaia di tifosi per seguire in diretta televisiva l’evento.

Alla chiamata di Stockton, Hundley riferì al giocatore di sentir provenire dal pubblico un serie di “Booooh” che ne indicavano il poco gradimento. Salvo poi immediatamente dopo correggersi: No, no! Dicono “Whooo?”
Per la serie, Stockton? Chi?

John al suo primo anno in NBA fu la riserva di Rickey Green. Giocò 18.2 minuti e mise 5.6 punti per gara, che gli valsero comunque il primo quintetto rookie. Una stagione dignitosa per Utah che approdò ai playoffs. In ognuna delle singole stagioni di Stockton, i Jazz disputeranno la post-season.

Con non poca sorpresa la squadra superò al primo turno la più quotata Houston delle Twin Towers, Hakeem Olajuwon e Ralph Sampson. Perse le semifinali di Conference contro Denver.

La stagione successiva, la prima di Karl, un leggero passo indietro.
Stockton aumentò il minutaggio, passando a poco più di 20 minuti. Mise assieme 7.7 punti e 7.4 assist. Malone realizzò 14.9 punti e 8.9 rimbalzi, finendo terzo nelle votazioni per il Rookie of the Year alle spalle di Ewing e McDaniel.

Karl si consolò col primo quintetto delle matricole, ma Utah non fece molta strada nei playoffs, finendo per essere subito eliminata dai Dallas Mavericks.

Quell’estate la dirigenza spedì il top scorer Adrian Dantley a Detroit. Il secondo anno Malone assunse così il ruolo di principale terminale offensivo della squadra, salendo a quota 21.7 punti a partita. A partire da quel momento Malone non sarebbe più sceso sotto i 20 punti di media per i successivi 17 anni, per quello che è a tutti gli effetti un record difficilmente eguagliabile.

A partire dalla stagione seguente, l’intera America sportiva cominciò ad accorgersi della straripante presenza dei due giocatori in maglia Jazz. Così diversi fisicamente, così simili caratterialmente.

Stockton scalzò definitivamente Green nelle gerarchie ed ebbe tutto per sé il ruolo di playmaker dei Jazz. Fu subito record. Servì 13.8 assist a partita per un totale di 1.128 in stagione, 5 in più di quelli registrati da Isiah Thomas nel 1985 e che, fino ad allora, erano stati record della lega.

Malone ne approfittò per concludere la prima di undici stagioni consecutive sopra i 25 punti di media. Segnò 27.7 punti a partita, piazzandosi al quarto posto nella classifica degli scorer e accompagnando il tutto con 12 rimbalzi, quinto nella categoria. Fece la sua comparsa al primo di quattordici All Star Game consecutivi e realizzò almeno trenta punti in ognuna delle ultime 8 partite di stagione.

Finirono entrambi nel secondo quintetto NBA.
Stockton to Malone. Il verbo era ufficialmente nato.

Al primo turno di playoffs Utah eliminò i Trail-Blazers e si ritrovò di fronte i Lakers, campioni in carica. Una serie che pareva scontata e che invece si concluse solo alla settima partita.

In gara 5 John smazzò 24 assist sotto la sguardo attonito di Magic Johnson, eguagliando il record NBA per numero di assist in una partita di PO, record che apparteneva proprio al 32 dei Lakers. Nella settima gara fu Karl a salire in cattedra. Tenne a galla i suoi segnando 31 punti e tirando giù 15 rimbalzi.

L’esperienza dei Lakers alla fine prevalse. Los Angeles volò verso la vittoria dell’anello, ma il duo di Utah ne uscì rinvigorito da quel confronto.

Nella stagione successiva, la prima di Jerry Sloan sulla panchina dei Jazz, Utah migliorò il proprio record di franchigia arrivando a vincere 51 partite.

Malone fu MVP all’All Star Game con 28 punti, 9 rimbalzi, 12 su 17 dal campo. Stockton si classificò secondo nella votazioni dopo una prestazione da 11 punti e 17 assist.

Durante la premiazione Malone tentò di rifarsi dalla gaffe di quattro anni prima e dichiarò entusiasta ai microfoni: “Grazie a me adesso la gente sa dov’è lo Utah. È a Salt Lake City”.
Gli andò male anche stavolta. Per fortuna non ci riprovò più.

In Regular Season Karl segnò 29.1 punti a partita. Solo la presenza di Jordan lo privò del titolo di miglior realizzatore. Finì terzo nelle votazioni per l’MVP della lega e fu per la prima di undici volte consecutive primo quintetto NBA. Stockton fu secondo quintetto di lega e secondo quintetto difensivo. Servì 13.6 assist a partita, accompagnati da 3.21 recuperi, leader NBA in entrambe le categorie.

Nei playoffs, nonostante una prematura eliminazione contro i Warriors, Stockton e Malone continuarono a predicare basket nel deserto dei Jazz, chiudendo la post-season rispettivamente con le medie di 27 punti più 14 assist e di 30.7 punti più 16.3 rimbalzi.

Rispetto ai loro esordi, erano entrambi cresciuti in maniera esponenziale.
John aveva notevolmente ampliato il proprio raggio di tiro, incrementato il numero dei recuperi, era divenuto una presenza difensiva di tutto rispetto, ma la sua vera forza era data da qualcosa che difficilmente si poteva imparare con l’allenamento o con l’impegno continuo. Il senso del passaggio, della posizione, del gioco. La consapevolezza del momento migliore in cui dare la palla. All’uomo giusto. Nel posto giusto. La sua era una dote naturale. La dote di una mente geniale.

“Quando penso a Stockton mi viene in mente la parola intelligenza!” dichiarò appunto Cotton Fitzsimmons, all’epoca coach dei Suns.

Ma l’omaggio più bello arrivò dal più grande di tutti nel suo ruolo: “Nessuno sa distribuire la palla ed essere leader come lui. La sua preoccupazione principale in campo è mettersi al servizio dei compagni.”
Parole di Earvin Magic Johnson.

Al contrario Karl faceva della straordinaria potenza fisica e del suo atletismo dirompente, il principale punto di forza. Era forte come nessun’altro e dotato di una velocità fuori dal comune per uno della sua taglia.

“Nel ruolo di Power Forward, difficile trovare uno più veloce di lui. Lo vedi correre dietro ad un avversario ed un attimo dopo lo vedi davanti. E quando esce in contropiede, per Stockton è elementare trovarlo con un passaggio telepatico” era solito sottolineare coach Sloan.

Ma Malone non era – o meglio non più – solo potenza e velocità. Il suo più grande merito è stato quello migliorare giorno dopo giorno. Ha imparato progressivamente ad allontanarsi da canestro e salire in sospensione da tre/quattro metri, non permettendo più ai difensori di lasciargli troppo spazio, cosa che prima avveniva puntualmente per evitare che mettesse palla a terra e andasse ad attaccare il ferro con risultati prevedibili viste la stazza e la velocità.

Ha incrementato di stagione in stagione il numero di assist e di recuperi fino a diventare, al momento del ritiro, l’ala forte con il maggior numero di assist e palle recuperate nella storia della lega. Ha migliorato la sue percentuale ai liberi, cosa fondamentale considerando che per cinque anni consecutivi, dal 1988 al 1993, è andato in lunetta più di tutti gli altri giocatori NBA, Jordan compreso. Fino a divenire col tempo colui che ha tirato e realizzato più liberi nella storia della lega.

Malone negli anni è diventato un giocatore completo, quasi perfetto. Il prototipo dell’ala forte moderna, capace di essere uno dei migliori realizzatori di sempre, ma nel contempo di fare la differenza nella propria metà campo, tanto da essere incluso per 4 volte nei quintetti difensivi di lega, in un’epoca in cui nel ruolo imperversavano gli specialisti alla Rodman, coloro che trascuravano la fase offensiva per dedicarsi esclusivamente alla difesa.

Sia Stockton che Malone inoltre avevano aggiunto al loro già vasto repertorio una buona dose di cattiveria agonistica, al limite e talvolta anche oltre ciò che era consentito da regolamento. Non è un caso se entrambi son stati spesso definiti fra i giocatori più “sporchi” della loro generazione.

Nel corso degli anni i gomiti appuntiti di John hanno lasciato numerosi e vistosi segni sugli avversari che avevano l’incauta idea di andargli troppo vicino. I muscoli di Karl hanno fatto ancora più danni, talvolta anche molto seri.

Tanto è vero che quando, molti anni dopo, Malone salirà il piccolo palco della gloria in quel di Cleveland per la premiazione dei 50 migliori giocatori della storia, il suo sarà l’unico nome, assieme e per ben altri motivi a quello di Shaquille O’Neal, ad essere accolto dai fischi dei tifosi.

La stagione 1989-90 vide comunque il nostro finire ancora una volta secondo nella classifica dei migliori realizzatori della lega alle spalle di Jordan, con una media di 31 punti a partita.

Il 27 gennaio 1990 contro i Milwaukee Bucks realizzò 61 punti in 33 minuti di gioco, con 21 su 26 al tiro e 19 su 23 ai liberi, divenendo il terzo giocatore nella storia a segnare più di 60 punti in meno di 40 minuti. Prima di lui c’erano riusciti solo Jerry West e George Gervin. Dopo ci riuscirà solo Kobe Bryant contro Dallas nel 2005.

Dal canto suo, Stockton strabiliò il mondo distribuendo 1.134 assist in 78 partite, nuovo record NBA. Una media di 14.5 assist ad allacciata di scarpe.

Il 19 dicembre 1989, contro i Knicks, ne smazzò 27, all’epoca il miglior bottino mai messo a referto. Un record che verrà battuto l’anno dopo Scott Skiles, play di Orlando, e dallo stesso Stockton nel 1991, per quelle che tutt’oggi rimangono le tre migliori prestazioni di sempre in singola gara alla voce assist.

Ma quando a dispetto dei record individuali, ancora una volta arrivò un’eliminazione al primo turno dei playoffs, stavolta contro i Suns, la dirigenza dei Jazz realizzò che era necessario operare sul mercato per migliorare il supporting cast e non sprecare la splendida carriera del duo nel vano tentativo di un anello.

Nel 1992, i rinforzati Jazz chiusero la stagione con 55 vittorie e il miglior record nella Midwest Division. Arrivò la prima finale di Conference e una sconfitta contro Portland in 6 gare. Ma squadra e dirigenza realizzarono finalmente che l’anello era davvero ad un passo.

Nel 1993 l’All Star Game si giocò a Salt Lake City. Malone mise a referto 28 punti e 10 rimbalzi. Stockton 9 punti e 15 assist. Per la prima volta dal 1959 quando ad aggiudicarselo furono Pettit e Baylor, l’MVP della partita delle stelle venne assegnato ex aequo a due giocatori. Ovviamente Stockton e Malone.

La stagione successiva approdò nello Utah Jeff Hornacek, la terza punta di una luminosa stella. Stockton divenne il terzo giocatore di sempre, dopo Robertson e Magic, a superare i 9.000 assist in carriera (in seguito ci riusciranno anche Thomas, Jackson e più recentemente Kidd e Nash). Entrò a far parte del primo quintetto NBA.

Arrivò la seconda finale di Conference. Ma anche una nuova sconfitta, stavolta contro gli Houston Rockets che si apprestavano a vincere il primo titolo della loro storia.

L’anno dopo i Jazz chiusero con 60 vittorie, nuovo record di franchigia. Al primo turno di playoffs incontrarono nuovamente i Rockets che, qualificatisi come sesti ai playoffs, erano in procinto di riscrivere la storia della lega, andando a vincere il secondo titolo dopo aver capovolto in ogni singola serie il fattore campo. Una nuova delusione.

Ne seguirà un’altra nel 1996, quando ancora una volta all’ultimo atto della Western Confernece i Jazz furono eliminati sul filo di lana da Seattle. Karl sbagliò i due liberi decisivi di gara 7. John guardò sconsolato l’amico fraterno. Uno sguardo che valeva più di mille parole.

Dopo 12 anni in NBA, Stockton, ormai trentaquattrenne, stava infrangendo qualsiasi record per quanto riguardava assist e recuperi. Malone di anni ne aveva trentatré e stava collezionando una serie di secondi posti come miglior realizzatore della lega. Segnava, catturava rimbalzi, lottava, difendeva. Entrambi in oltre dieci anni di carriera avevano saltato fino ad allora un totale di 4 partite a testa, donando tutto alla causa dei Jazz.

Ma mai un anello. Mai una finale. Mai una vittoria nel momento decisivo.
Poi arrivarono i due anni migliori. Ma anche contemporaneamente le delusioni più cocenti.

Nel 1996-97 i Jazz vinsero 64 partite che valsero il miglior piazzamento ad ovest, secondi assoluti nella lega alle spalle dei Bulls di Jordan.

Malone divenne il quinto giocatore nella storia a segnare oltre 25.000 punti e catturare 10.000 rimbalzi. Portò a termine una stagione numericamente devastante. Fu per la prima volta in carriera eletto MVP della Regular Season. Un premio che in quel di Chicago digerirono poco, promettendo vendetta nell’ipotetica finale.

Stockton invece dopo 9 titoli consecutivi di migliori assist-man della NBA (anche questo record della lega), cedette lo scettro a Marck Jackson. Ma ormai contava poco. Utah non giocava più per i numeri. Ma solo ed esclusivamente per il titolo.

Arrivò una nuova finale di Conference, la quarta in sei anni. A contendere l’accesso in finale ai Jazz c’erano ancora una volta gli Houston Rockets che oltre a Olajuwon e Drexler, ora potevano contare anche sull’apporto di Charles Barkley.

Era una sfida da sogno che oltretutto metteva di fronte l’un contro l’altro armati quelle che all’epoca erano considerate le due migliori Power Forward nella storia del gioco: Malone e Barkley. Solo che il postino era all’apice della propria forza, mente Sir Charles aveva visto ormai scivolare via gli anni migliori della propria carriera.

I pronostici della vigilia vedevano i Rockets leggermente favoriti e molti premevano perché Houston raggiungesse la finale di modo che potesse aver finalmente luogo il fatidico scontro fra le due squadre regine degli anni ’90, Chicago e Houston, e fra i giocatori simbolo della decade, Jordan e Olajuwon.

Utah vinse le prima due gare in casa. Houston pareggiò i conti al Summit. Gara 5 al Delta Center di Salt Laker City fu ancora ad appannaggio della squadra di casa.

Sul risultato di 3 a 2 per Utah, si tornò a Houston per gara 6. Fu una partita estremamente equilibrata. A 2 secondi e 8 decimi dalla sirena il risultato era inchiodato sul 100 pari. Utah però aveva l’ultimo possesso. Bryon Russell andò alla rimessa dopo il time-out, Malone eseguì il blocco, Stockton si liberò della propria marcatura, ricevette il passaggio, si girò, lasciò partire la tripla fronte a canestro, oltre le braccia distese di Barkley.
Quando la sfera infuocò la retina fu finalmente finale. E fu festa in tutto lo Utah.

Delle due finali consecutive disputate dai Jazz si è scritto e detto di tutto.
Un avversario troppo forte da battere. Un singolo giocatore che non conosceva la parola sconfitta. Un Jordan incommensurabile.

Un Malone che giocò da Malone solo a tratti, limitato bene da Rodman. Uno Stockton che giocò una splendida gara 4 nel ’97, autore di uno dei più bei passaggi che si ricordino. Da canestro a canestro dopo rimbalzo difensivo, per le braccia tese di Karl che andava a depositare a canestro.

Ma questi sprazzi di gran classe non bastarono. Né quell’anno, né il successivo. E per Utah furono due sconfitte, entrambe in sei gare.

Eppure nel ’98 sembrava la volta buona.
Chicago appariva stanca, divorata dalle diatribe interne e con un Rodman sempre meno gestibile. Da un lato c’era Krause che aveva promesso di smantellare la squadra per la ricostruzione, dall’altro Jordan che premeva affinché si andasse avanti ancora per un anno. Ancora con Jackson in panca, con Pippen e Rodman come suoi scudieri.

I Jazz avevano chiuso la stagione col miglior record della lega. Avevano demolito ogni sorta di concorrenza ad ovest. Avevano distrutto i Lakers di O’Neal e Bryant nella finale della Western con un sonoro 4 a 0. Avevano il fattore campo a favore in finale ed erano partiti con una bella vittoria in gara 1 guidati da un eccellente Stockton.

Poi la fine del sogno.
La decisiva gara 6 fu giocata al Delta Center, all’epoca l’arena più chiassosa d’America, con Pippen rotto e Harper febbricitante. A meno di mezzo minuto dalla fine, Utah aveva un punto di vantaggio e il possesso della sfera.

C’erano tutti i presupposti perché quella notte nello Utah fosse grande festa. Ma Malone perse quella maledetta palla. La decisiva. E Michael Jordan andò a realizzare il canestro della vittoria. Le telecamere crudeli si soffermarono sul volto deluso di Malone che consegnava le armi agli avversari. Sconfitto ancora una volta.

I Jazz non tornarono mai più in finale.
L’anno successivo, senza Jordan a calcare i parquet, erano considerati i grandi favoriti. Malone vinse il secondo titolo di MVP di stagione. I Jazz finirono secondi nella lega alle spalle degli Spurs, pur avendo vinto lo stesso numero di partite. Fallirono però la post-season, sconfitti al secondo turno dai Trail Blazers.

Stockton e Malone disputarono altre quattro stagioni insieme a Salt Lake City. Incrementarono i loro record, ma non giocarono mai più per l’anello.

Malone superò Jordan e Chamberlain come miglior realizzatore di sempre nella NBA, issandosi al secondo posto assoluto fra i top scorer alle spalle di Jabbar.

Nel 2000, all’età di 37 anni, mise 50 punti contro i Sonics al primo turno di playoffs, diventando in quel momento il più vecchio giocatore di sempre a realizzare un simile score in una partita di post-season.

Stockton dal canto suo arrivò a quota 15.806 assist in carriera, anni luce avanti al secondo. La sera del 30 aprile del 2003, gara 5 del primo turno di playoffs contro i Sacramento Kings, disputò la sua ultima partita in carriera. Una sonora sconfitta per 101 a 78.

La leggenda era giunta al suo epilogo.
All’età di 41 anni, John abbandonava il fastoso mondo della NBA così come vi era entrato. In punta di piedi.
Di lui il divino John Wooden ha detto: “L’unico giocatore che amo vedere su un campo di gioco è John Stockton. L’unico per cui pagherei il biglietto”

Un’altra leggenda del basket a stelle strisce, Jack Ramsay, lo ha definito The ultimate team player.
Mentre John appendeva le scarpe al chiodo, Malone abbandonava le montagne dello Utah per il mare della California.

Era divorato dalla voglia di vincere un anello. E Los Angeles, sponda Lakers, era il posto migliore per ingioiellarsi le dita. Andò a fare da terzo violino in un Dream Team che comprendeva O’Neal, Bryant e Payton.

Era la sua diciannovesima stagione in NBA. Sarebbe stata anche l’ultima. La più difficile. Gli infortuni lo tennero lontano dai campi di gioco per 40 partite.

I Lakers vinsero 56 gare. Malone chiuse con 13.2 punti, 8.7 rimbalzi, 3.9 assist. Per la prima volta in carriera dall’anno da rookie, diciannove anni prima, scese sotto la soglia dei 20 punti a partita.

In gara 4 del primo turno contro Houston, divenne il più vecchio giocatore a segnare almeno 30 punti in una partita di post-season.

Nei due turni successivi, lui che viaggiava verso le 41 primavere e aveva passato metà stagione in injured list, duellò alla pari dapprima con Tim Duncan, quindi con Kevin Garnett, i nuovi magnifici interpreti nel ruolo di ala forte, entrambi più giovani di tredici anni e nel pieno della loro maturità cestistica.

Anche grazie al suo apporto, soprattutto difensivo, i Lakers approdarono da super favoriti alla finale contro i Detroit Pistons.

Fu una tremenda batosta. Los Angeles perse in cinque gare, senza mai dare l’impressione di poter contrastare la supremazia degli avversari.

Gara 5 di finale fu la l’ultima partita in carriera di Karl Malone. L’ultima sconfitta.
Raggiunse il suo amico di sempre, John Stockton, nel parterre degli spettatori. E l’anello rimase per sempre una chimera.

Post By Goat (24 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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4 thoughts on “18 – Stockton to Malone

  1. grandissima coppia, grandissimo articolo.. solo ritengo I. Thomas nettamente superiore ad entrambi ed al duo. lo avrei messo sicuramente avanti e di molto.

    • A certi livelli, sono valutazioni estremamente soggettive e hanno tutte ragion d’essere. Molto dipende dagli aspetti che si intende privilegiare.
      Se posso esprimere la mia opinione, concordo con te nel paragone Thomas/Stockton, non concordo in quello fra Malone e Thomas.
      Personalmente ritengo Malone – nonostante tutto – un giocatore cui spesso non si dà il giusto riconoscimento per via di quel titolo che è sempre sfuggito, della sua proverbiale antipatia, del suo giocare sporco, di alcune pecche soprattutto di natura mentale. Ma Karl è stato davvero un giocatore eccezionale se mai ce n’è stato uno. E su entrambi i lati del campo. Grande difensore, superbo realizzatore. Al suo prime non aveva punti deboli, era potente e completo. Per un attimo ti invito a pensare cosa sarebbe stata la sua carriera, se non ci fosse stato Jordan sul suo cammino. Oltre ai numeri e ai record (già di per sé notevoli) che gli appartengono di diritto, aggiungiamoci due titoli, due mvp delle finali, tre mvp complessivi e consecutivi di Regular Season, 5 titoli di miglior realizzatore delle lega, per tre anni il miglior giocatore della lega con il secondo che arriva quinto. Numeri che lo avrebbero catapultato direttamente in una top ten e oltre.
      Certo la storia non si fa con i se e con i ma, ma non si può non riconoscere come la presenza di MJ abbia un po’ disstorto agli occhi dell’opinione pubblica i valori di molti giocatori.

      • Goat io considero malone a livello di duncan, per dirti. lo adoro davvero.
        ma thomas ha battuto jordan tante volte (nel suo prime è vero) bird e magic… questo lo proietta, ai miei occhi oltre l’olimpo. lui è stato il 4° giocatore più forte al mondo in quegli anni.. ma i primi 3 erano magic bird e jordan.. G6 (è corretto) con la caviglia scassata sembra un cartone animato. per questo motivo lo metterei avanti al duo.

  2. Due giocatori meravigliosi. Non hanno vinto il titolo? Secondo me, i motivi sono due:

    1- La concorrenza. La Nba degli anni ’90 è stata il periodo di maggior fulgore della pallacanestro, tanto che Stockton e Malone non furono gli unici due fuoriclasse a rimanere senza anello. Se quei Jazz giocassero nella Nba odierna, vincerebbero il titolo tutti gli anni.

    2- Detesto parlare di arbitri, ma quello di gara 6 del 1998 è stato l’arbitraggio più assurdo nella storia della pallacanestro. Si doveva andare a gara 7. Poi, magari, gara 7 l’avrebbe vinta Chicago. Ma quella gara 7 la volevo vedere. Anche perché, personalmente, ritengo Utah – Chicago del 1997 e del 1998 le due Finali per antonomasia della Nba.

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