Dopo che i gloriosi Lakers avevano abbandonato le fredde montagne del Minnesota per accasarsi sulle calde coste californiane, trascorsero esattamente trent’anni prima che il basket che conta tornasse nella città di Minneapolis.

Fu infatti nella stagione 1989-90 che gli attuali Timberwolves fecero il loro esordio nella NBA. Al primo anno vinsero 22 partite, ne persero 60. Il leader della squadra era il ventisettenne Tony Campbell, guardia-ala proveniente dal draft di espansione dopo un paio di stagioni e un titolo da comprimario ai Lakers di Magic e Jabbar.

Per i cinque anni successivi i T-Wolves non riuscirono mai a raggiungere le 30 vittorie stagionali, adagiandosi spesso sul fondo della Midwest Division.

Poi arrivò il 28 giugno del 1995.

Allo SkyDome di Toronto, Ontario, Canada, si tenne il quarantanovesimo draft della storia.

I Golden State Warriors con la prima chiamata assoluta scelsero Joe Smith da Maryland. I Clippers presero McDyess e lo girarono immediatamente a Denver. Fu quindi la volta di due Tar Heels, Stackhouse e Sheed Wallace, che finirono rispettivamente a Philadelphia e Washington. La quinta scelta spettava proprio ai Timberwolves.

Il nuovo GM della squadra, il grande McHale, decise di puntare tutto su un giocatore proveniente direttamente dall’high school di cui si diceva gran bene. Il suo nome era – o meglio è – Kevin Maurice Garnett, diciannove anni appena compiuti e un passato più o meno turbolento alle spalle.

Kevin era originario di Greenville, nel South Carolina. Aveva giocato per la Mauldin High School con ottimi numeri e discreta visibilità. Prima di cominciare il suo anno da senior era stato però coinvolto in una rissa a sfondo razziale che gli aveva spalancato le porte del carcere. Le accuse erano cadute durante il processo ma la signora Shirley Garnett, madre e genitore unico del nostro, decise comunque di raccogliere baracca e burattini e portare il suo promettente figliolo lontano dalle cattive compagnie di Mauldin.

rfLa famiglia finì per accasarsi a Chicago, dove il giovane Kevin frequentò l’ultimo anno di high school alla Farragut Career Academy nella cui squadra militava il già leggendario Ronnie Fields, di un anno più piccolo ma venerato in tutto l’Illinois come la nuova promessa del basket mondiale. I due andarono a formare la miglior coppia di liceali dell’intera nazione.

Il campionato statale si concluse contro tutti i pronostici senza lo scontatissimo titolo e questo tanto avrebbe dovuto dire sulla futura carriera dell’ancor giovane Kevin, ma il nostro aveva comunque condotto la sua scuola a un record di 28 vittorie e 2 sconfitte, finendo per essere eletto giocatore dell’anno di tutte le high school nazionali da parte di USA Today e Mr. Basketball per lo Stato dell’Illinois.

A fine marzo Kevin fu invitato al McDonald’s All-American Game, un incontro di esibizione che viene giocato ogni anno dai migliori liceali della nazione. La sua prestazione da 18 punti, 11 rimbalzi, 4 assist e 3 stoppate gli garantì il titolo di Most Outstanding Player della gara e condusse la selezione dell’ovest alla vittoria per 125 a 115.

Per una curiosa coincidenza del destino suo compagno di squadra in quella partita, nonché miglior realizzatore dell’incontro con 28 punti, fu tale Paul Pierce da Inglewood, California, colui che 13 anni dopo, in maglia Celtics, sarà eletto MVP delle finali NBA, quelle stesse finali che varranno per Garnett l’unico sospirato anello della sua carriera.

Dopo la prestazione al McDonald’s All-American Game, Kevin si convinse di essere già pronto per il grande salto nella NBA. Si dichiarò quindi eleggibile al draft e approdò alla corte di McHale e di coach Blair, divenendo in quel momento il giocatore più giovane a esordire nella lega dai tempi dell’indimenticato Chocolate Thunder, nel 1975. Per i non udenti, stiamo ovviamente parlando di Darryl Dawkins.

Nel suo anno da rookie, KG giocò poco meno di 30 minuti a partita, mettendo a segno 10.4 punti e 6.3 rimbalzi. Fu un anno povero di soddisfazioni e ricco di trade per la squadra.

Minnesota, sulla cui panchina si era frattanto seduto Flip Saunders, vinse appena cinque partite in più rispetto alla stagione precedente, chiudendo con un record di 26 vittorie e 56 sconfitte. Garnett finì nel secondo quintetto rookie, mostrando momenti di ottimo basket su entrambi i lati del campo ma un talento ancora molto acerbo.

L’anno successivo arrivò dal draft il play Stephon Marbury. Garnett aumentò il suo minutaggio divenendo il giocatore più presente sul parquet per la propria squadra. Mise a segno 17 punti a partita e tirò giù 8 rimbalzi, fu convocato per l’All Star Game e guidò Minnesota a centrare per la prima volta nella sua storia la post-season.

Avversari del primo turno erano i proibitivi Rockets di Olajuwon, Drexler e Barkley. Houston si impose nettamente per tre partite a zero, ma un primo importante passo era stato compiuto.

garnett3_627_073007Minnesota, guidata dall’asse Marbury-Garnett, si stagliava nel panorama NBA come la franchigia del futuro e Kevin come il prototipo del player del 2000, un giocatore alto 2 metri e 10, miracolosamente coordinato, aggressivo e dominante sotto i tabelloni ma perfettamente in grado di allontanarsi da canestro per far valere il suo gioco dalla distanza, le sue doti di passatore e persino le sue abilità di playmaking. Non fu un caso se uno dei primi nickname che Garnett conquistò sul campo fu The Revolution.

E non fu neanche un caso se l’anno successivo squadra e giocatore si accordarono per un’estensione del contratto della durata di sei anni all’astronomica cifra complessiva di 126 milioni di dollari. Il ventenne Garnett divenne così di punto in bianco il giocatore più pagato della lega.

Fu un contratto che fece scalpore. In molti fra addetti ai lavori e semplici tifosi storsero la bocca di fronte a tutti quei soldi dati a un giocatore che ancora non aveva mostrato nulla fra i professionisti. E fin troppo facile profeta fu chi, stante la poca libertà di movimento che quel contrattone concedeva, predisse le difficoltà cui Minnesota sarebbe andata incontro per allestire una squadra competitiva attorno al proprio giocatore simbolo.

In quel momento Garnett divenne per tutti “The Big Ticket”, mentre i T-Wolves divennero il capro espiatorio per il famigerato “lock-out” della stagione successiva.

Nonostante le polemiche, Minnesota chiuse la stagione 1997-98 con il primo record positivo della propria storia: 45 vittorie e 37 sconfitte.

Arrivò però una nuova sconfitta al primo turno di Playoffs, stavolta contro i SuperSonics guidati dal “guanto” Gary Payton. Seattle era più forte e più esperta, ma convinzione comune era che ben presto il vento sarebbe cambiato dalle parti del Target Center. E per i Timberwolves sarebbero presto arrivati i giorni della gloria e degli onori.

Quell’anno si concluse con lo storico secondo three-peat dei Bulls e con il saluto di Michael Jordan al basket giocato cui seguì la stagione del lock-out.

Furono disputate appena 50 partite. Prima dell’inizio, Tom Gugliotta, miglior realizzatore della squadra, lasciò i T-Wolves per approdare ai Suns. A metà stagione salutò anche Marbury che venne ceduto ai New Jersey Nets in cambio di Terrell Brandon, dopo una lite con la dirigenza per l’estensione del contratto.

Fu una stagione travagliata in cui Minnesota acciuffò la post-season con l’ottava posizione e un record di appena 25 vittorie e altrettante sconfitte. I T-Wolves furono nuovamente sconfitti al primo turno, stavolta dai futuri campioni NBA, quei San Antonio Spurs guidati dalla giovane stella Tim Duncan che si apprestavano a vincere il loro primo titolo.

L’anno successivo, Garnett elevò ulteriormente il livello del suo gioco, consacrandosi come uno dei migliori giocatori della lega. Realizzò 22.9 punti a partita, 11.8 rimbalzi, 5.0 assist, 1.6 stoppate e 1.5 rubate. Per la prima volta in carriera fu inserito nel primo quintetto NBA.

Grazie all’apporto del rookie Wally Szczerbiak e del veterano Terrell Brandon in regia, i Wolves misero a referto un record di 50 vinte e 32 perse che costituiva il miglior risultato di sempre della franchigia. Stavolta al primo turno di playoffs c’erano i Trail Blazers che avevano messo insieme una squadra di All Star composta da giocatori del calibro di Scottie Pippen, Sheed Wallace, Steve Smith, Arvidas Sabonis e Damon Stoudamire.

Il confronto per i T-Wolves fu impietoso, Portland vinse per tre partite a uno e per il quarto anno consecutivo la corsa di Minnesota si fermò al primo turno della post-season.

Nei due anni successivi arrivarono altrettante immediate eliminazioni. Particolarmente bruciante fu quella del 2002 contro Dallas e contro il rivale Nowitzki. Una serie in cui il tedesco mise oltre 33 punti e 15 rimbalzi di media, portando i suoi Mavericks a imporsi per tre partite a zero.

La stagione successiva, la 2002-03, un Garnett in cerca di rivincite fu eletto MVP dell’All Star Game dopo una prestazione da 37 punti e 9 rimbalzi, arrivò secondo nelle votazioni per l’MVP di season alle spalle di Tim Duncan e condusse un’annata numericamente devastante, risultando il terzo giocatore nella storia a essere il leader della propria squadra in tutte e cinque le statistiche più importanti (punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate). Prima di lui c’erano riusciti soltanto Dave Cowens nel ’78 e Scottie Pippen nel ’95. Dopo ci riuscirà solo LeBron James nel 2009.

Trascinati dal numero 21, i T-Wolves chiusero la regular season con 51 vittorie e per la prima volta conquistarono il fattore campo al primo turno dei playoffs da giocarsi – novità assoluta – al meglio delle sette partite. Si ritrovarono però come avversari i Lakers di Bryant e Shaq, freschi reduci dal three-peat.

Minnesota si portò avanti nella serie per due gare a uno, ma poi Los Angeles vinse le tre partite successive e per il settimo anno consecutivo Garnett salutava prematuramente i playoffs, mentre sempre più bocche si storcevano di fronte alla piega che stava prendendo la sua carriera.

Le sue cifre parlavano di 27 punti, 15.7 rimbalzi e 5 assist di media in post-season. Ma ancora una volta non erano state sufficienti a colmare il gap tecnico che Minnesota pagava nei confronti della dirette avversarie. Ancora una volta Kevin era costretto ad assistere in TV alle entusiasmanti sfide che i suoi pari ruolo, alcune fra le migliori power forward di sempre, Karl Malone, Tim Duncan, Dirk Nowitzki, Chris Webber, Sheed Wallace, ingaggiavano in post-season.

La stagione 2003-04 si aprì con la consapevolezza che al termine della stessa Garnett sarebbe diventato Free Agent. Minnesota rischiava seriamente di perdere il giocatore su cui aveva investito tanto senza avere avuto alcun riscontro in termini di risultati.

hi-res-c03f694c93d865a815e65db60312acbc_crop_northLa dirigenza dei Timberwolves fece le cose in grande al fine di convincerlo a rinnovare prima della scadenza. Arrivarono così Latrell Sprewell da New York e Sam Cassell da Milwaukee.

E la squadra cambiò letteralmente volto. Nonostante il lungo infortunio del play di riserva Troy Hudson, un infortunio che si rivelerà determinante soprattutto in ottica playoffs, Minnesota chiuse con 58 vittorie e 24 sconfitte, primi a ovest e secondi assoluti nella NBA alle spalle degli Indiana Pacers.

A livello individuale Garnett mise insieme ancora una volta numeri eccezionali: 24.2 punti, 13.9 rimbalzi, 5 assists. Realizzò 71 doppie doppie, consacrandosi primo nella speciale classifica, fu miglior rimbalzista NBA e chiuse secondo nella classifica dei realizzatori alle spalle di Tracy McGrady. Venne quindi eletto per la prima volta MVP della stagione.

Stavolta al primo turno i Timberwolves avevano tutti i favori del pronostico. Sconfissero i Denver Nuggets del rookie Carmelo Anthony per 4 a 1.

Al secondo turno furono necessarie 7 gare per eliminare i Sacramento Kings, reduci da una stagione da 55 vittorie. Fu una sfida appassionante con continui capovolgimenti di fronte, terminata con quella che forse è stata la migliore prestazione di Kevin in una partita di playoffs. Nella decisiva gara 7 al Target Center, mise 32 punti, catturò 21 rimbalzi, rifilò 5 stoppate e fu autore di 4 recuperi, sovrastando il suo diretto rivale, l’ex fab five, Chris Webber.

I T-Wolves approdarono alla finali di conference sulle ali di un entusiasmo maturato dalla consapevolezza che finalmente Garnett, con un supporting cast adeguato, poteva essere un giocatore decisivo e giocarsi ampiamente le sue chances per il titolo.

Ad attendere la squadra del Minnesota c’erano però i Lakers dei Big Four. Kobe Bryant, Shaquille O’Neal, Karl Malone e Gary Payton tutti insieme in casacca giallo-viola con un unico, inderogabile obiettivo, il titolo.

I T-Wolves scesero in campo per gara 1 appena due giorni dopo la vittoriosa gara 7 contro i Kings. I Lakers si imposero subito in trasferta per 97 a 88 con un Malone ottimo a limitare difensivamente Garnett che chiuse la partita con 16 punti e 10 rimbalzi.

In gara 2 Minnesota impattò la serie sull’uno a uno, ma già priva di Hudson, perse il play titolare, Sam Cassell, per infortunio. La squadra giocò comunque una gara quasi perfetta. Darrick Martin (terzo play della squadra) e Wally Szczerbiak si alternarono in regia, fornendo ottime prestazioni. Garnett completò l’opera con 24 punti, 11 rimbalzi e una prova difensivamente maiuscola.

Il risultato finale fu 89 a 71, il secondo più largo margine di vittoria di Minnesota in una partita di playoffs. Le preoccupazioni per lo stato di salute di Cassell tenevano però banco dalle parti del Target Center. Senza il secondo violino della squadra, l’impresa di superare i Lakers si rivelava improba.

Le telecamere che avevano indugiato sul volto di Garnett mentre Cassell era stato portato a braccio negli spogliatoi immortalavano delusione e paura per lo spetto di un’ennesima post-season da chiudersi anzitempo proprio nel momento in cui l’impresa di portare l’anello a Minneapolis, mezzo secolo dopo Mikan, sembrava davvero possibile.

Ed infatti a Los Angeles dove i giallo-viola non avevano mai perso in stagione, Cassell tornò in campo per gara 3 nonostante l’infortunio, ma i Lakers si imposero per 100 a 89. Replicarono la vittoria anche in gara 4 grazie a 31 punti di Bryant e a 19 punti e 19 rimbalzi di Shaq, portando la serie sul 3 a 1.

Nuovamente privi del loro play titolare, Garnett fornì una super prestazione in gara 5, conducendo i suoi alla vittoria con 30 punti e 19 rimbalzi in 46 minuti di gioco. Ma gli esperti Lakers chiusero i conti nella casalinga gara 6, volando alle finali contro i Detroit Pistons.

Chi pensava che l’appuntamento con il titolo per i T-Wolves fosse solo rimandata, avrà un’amara delusione. Minnesota non avrebbe più fatto così tanta strada in post-season. Anzi, a dirla tutta, non avrebbe più disputato i playoffs con Kevin in campo.

L’anno successivo fu infatti quello della debacle.
Nonostante al termine di quella stagione KG divenne il primo giocatore della storia a realizzare in media almeno 20 punti, 10 rimbalzi e 5 assist a partita per 6 anni consecutivi, i continui infortuni del trentacinquenne Cassell, le bizze del trentaquattrenne Sprewell, dovute a questioni contrattuali, e le tensioni dello spogliatoio, portarono Minnesota a chiudere la Regular Season con 44 vittorie a fronte di 38 sconfitte e la nona posizione nella competitiva Western Conference.

Per la prima volta dall’anno da rookie di KG, i T-Wolves mancarono sorprendentemente l’accesso alla post-season.

Alla fine della tribolata annata, Sprewell non venne firmato diventando free-agent, mentre Cassell fu ceduto ai Clippers per Jaric. Gli arrivi di Ricky Davis e Mark Blount non supplirono alle sanguinose cessioni e Minnesota fece ancora peggio dell’anno precedente. Appena 33 vittorie e per il secondo anno consecutivo playoffs mancati.

Nell’estate del 2006, un deluso KG fu più volte sul punto di lasciare la squadra. Aveva appena compiuto 30 anni, disputato undici stagioni in NBA, inanellato numeri eccezionali, era all’apice della carriera, ma la vittoria di un titolo era in quel momento quanto di più lontano potesse esserci per lui. E l’epiteto di magnifico perdente cominciava ad aleggiare con sempre maggiore insistenza sul suo nome.

L’accusa maggiore che gli veniva rivolta era quella di giocare solo per le statistiche, i tanto adorati numeri, di essere disinteressato alle vittorie. Eppure un titolo KG lo desiderava fortemente, solo che voleva vincerlo nella squadra che tanti anni prima aveva fortemente creduto in lui.

Inutile a dirsi, rimarrà solo un sogno.

Kevin trascorse infatti ancora un anno fra le sue amate Montagne Rocciose ma fu un’altra stagione mediocre per la squadra. Le vittorie furono appena 32 e i playoffs di nuovo una chimera. Contemporaneamente il suo rivale di sempre, Tim Duncan, conquistava il quarto anello della sua carriera.

L’addio alla sua casacca blu numero 21 era ormai imminente.

Il 31 Luglio del 2007 Minnesota raggiunse infatti un accordo con Boston e Garnett finì nel Massachussets in un clamoroso scambio in cui i T-Wolves acquisirono 7 giocatori, in quella che è la più grande trade per un singolo player nella storia della NBA.

KG lasciò Minnesota dopo 12 anni, sette eliminazioni al primo turno della post-season, una finale di conference, quattro mancati accessi ai playoffs, ma soprattutto raramente una squadra all’altezza delle aspettative.

b3Sulle sponde dell’Atlantico trovò però come compagni di squadra Ray Allen e Paul Pierce. E Boston divenne subito la squadra da battere.

L’esordio con la gloriosa casacca verde dei Celtics arrivò il 2 Novembre contro i Washington Wizards. Garnett siglò 16 punti e tirò giù 20 rimbalzi. Boston vinse le prime 8 partite prima di cadere a Orlando. Riprese la sua corsa.

Chiuse l’annata con 66 vittorie e 16 sconfitte. Garnett realizzò 18.8 punti, 9.2 rimbalzi, 3.4 assist a partita. Nella propria metà campo fu niente meno che straripante. Vinse il premio di difensore dell’anno. Con lui sul parquet i Celtics limitarono gli avversari ad appena 90.3 punti a partita e misero a referto il miglioramento più netto da un anno all’altro in tutta la storia della NBA, vincendo 42 partite in più rispetto alla stagione precedente.

I primi problemi arrivarono però nei playoffs e fantasmi che sembravano almeno per un anno dimenticati tornarono a tormentare le notti dell’ex stella di Minnesota. I Celtics ebbero bisogno di 7 partite per superare al primo turno Atlanta.

E di altre 7 tiratissime gare per piegare la resistenza di Cleveland al secondo turno. Dopo quelle due serie Boston aveva un bilancio di 8 vittorie su 8 in casa, ma 6 sconfitte su 6 in trasferta.

La finale di Conference contro i Pistons fu un’altra battaglia al termine della quale i Celtics si imposero in sei gare.
Arrivò così il momento della prima finale NBA per Kevin Garnett, il momento per la prima finale per Boston dai tempi dell’indimenticabile e indimenticato Larry Bird.

Ironia del destino, gli avversari dei biancoverdi erano proprio quei Lakers contro cui, ventuno anni prima, i Celtics avevano fatto la loro ultima apparizione sul palcoscenico più importante della NBA. All’epoca ad affrontarsi c’erano Kareem, Magic e Worthy da un lato, Bird, McHale e Parish dall’altro.

Adesso c’erano Garnett, Pierce e Allen in maglia bianco-verde, Bryant, Gasol e Odom in maglia giallo-viola
Il resto è storia.

I Celtics vinsero il titolo in sei gare, il diciassettesimo della franchigia, il primo e unico di Kevin Garnett.
Nonostante i 26 punti e i 14 rimbalzi nella decisiva gara 6, terminata con l’eclatante risultato di 131 a 92, Garnett non fu eletto MVP delle finali.

Chiuse la serie con 18.2 punti, 13 rimbalzi, 1 stoppata, 3 assists e quasi 2 recuperi a incontro. Tirò male dal campo (42.9% a fronte del 53.9% di stagione regolare) ma diede un contributo a dir poco fondamentale in difesa rendendo il verniciato di Boston terreno inespugnabile per i Lakers e limitando l’MVP di stagione Kobe Bryant a 25 punti a partita. In un colpo solo spazzò via tutte le critiche e tutti i dubbi che avevano accompagnato la sua carriera fin quasi dagli esordi.

L’abbraccio liberatorio a fine partita fra il leggendario Bill Russell, colui che grazie alla sua difesa aveva portato undici titoli a Boston, e Kevin Garnett, colui che grazie alla sua difesa aveva riportato Boston sul tetto del mondo, sanciva l’ingresso del nostro fra le leggende di questo sport.

La stagione successiva arrivò però il primo serio infortunio. Kevin giocò solo 57 partite e saltò tutti i playoffs. Priva del proprio faro difensivo, Boston chiuse la sua corsa al secondo turno contro gli Orlando Magic.

I Celtics tornarono in finale l’anno successivo, nuovamente contro i Lakers.

Fu quello l’anno in cui il trentaquattrenne Garnett sembrò avvertire le prime avvisaglie di un fisico non più integro, perdendo parte di quell’esplosività che aveva caratterizzato la sua lunghissima carriera.

I Celtics eliminarono al secondo turno i Cavs di Shaq e del fresco MVP di stagione, LeBron James, detentori del miglior record della lega. In finale di Conference piegarono la resistenza degli Orlando Magic.

Persero la finale contro i Lakers in sette gare, soffrendo molto a rimbalzo contro un eccellente Gasol, dopo essere stati in vantaggio per 3 a 2 nella serie. Nella decisiva gara 7 i Celtics andarono sopra di 13 punti nel secondo periodo, poi subirono la rimonta giallo-viola che chiuse partita e serie.

Con quella sconfitta terminò la carriera ai più alti livelli di Garnett nella NBA.

Seguirono altre tre stagioni ai Celtics, la penultima delle quali condita da una straordinaria finale di conference persa solo alla settima gara contro i Miami Heat, futuri campioni della lega.

Poi due stagioni ai Nets, trasferitisi nel frattempo a Brooklyn, infine l’emozionante ritorno a Minnesota nel febbraio del 2015 all’età di 39 anni.

Il giorno del suo secondo esordio al Target Center con la maglia dei T-Wolves, avversari i Washington Wizards, KG segnò 5 punti, tirando 2 su 7 dal campo, catturò 8 rimbalzi e piazzò 2 stoppate in 19 minuti di gioco.

È passato più di un anno e mezzo da quel giorno. Un anno e mezzo in cui gli infortuni non gli hanno più dato tregua.

Ad oggi Garnett conta 21 stagioni nella NBA, un titolo, un trofeo di MVP di stagione, uno di difensore dell’anno, quattro titoli di miglior rimbalzista della lega, 15 convocazioni all’All Star Game, un trofeo di MVP nella partita delle stelle, quattro primi quintetti NBA, tre secondi quintetti, nove primi quintetti difensivi (quest’ultimo record all time, condiviso con Bryant, Jordan e Payton).

È il quinto giocatore di sempre per partite giocate in NBA, il terzo per minuti giocati, il nono per rimbalzi totali, il ventesimo per punti realizzati. A breve diventerà il giocatore con più stagioni all’attivo nella storia della NBA, sopravanzando Robert Parish e Kevin Willis nella speciale classifica.

Per ultimo, ma non certo per importanza, occupa il ventitreesimo posto di questa nostra speciale classifica.

Appena una posizione in più rispetto al grande Rick Barry.
Appena una posizione in meno rispetto a…

Post By Goat (25 Posts)

Ha esordito su Play.it nel 2004 con la rubrica "NBA Legendary Games". Dopo una trentina di pezzi ha lasciato perdere le partite per dedicarsi alla nuova rubrica "25 Legendary Players". Ha mollato anche questa sul più bello per mettersi a scrivere romanzi noir. Il successo, probabilmente vittima di paresi, gli ha arriso e sorriso.

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6 thoughts on “23 – Kevin Garnett

  1. Grandissimo giocatore e grande personaggio Il Bigliettone, fra l’altro portatore sano di una “cazzimma” che è andata crescendo col passare degli anni, fino a diventare quasi “mobbing” nei confronti degli avversari…

    Detto questo, per il fatto che non è quasi mai stato un “primo violino” naturale in attacco, rientrando invece in quella ristretta categoria di giocatori all-around e defense-first, ecco io in quella categoria davanti a Garnett ci metto sempre Scottie Pippen, vera e propria leggenda dei Bulls con 6 anelli al dito. Certo, non giocava da solo come ha spesso dovuto fare KG, ma in carriera un po’ di fortuna coi compagni serve…

  2. Onore a garnett ..ma addirittura davanti a barry ?forse x la prima volta non sono d’accordo accordo con la classifica. .guardando titoli e premi personali(e come sono stati vinti) numeri e picchi di carriera vedo barry superiore un po in tutto anche al netto dei suoi aspetti controversi

  3. Senza la parentesi ABA avresti ragione tu, ma non per l’ABA in sè quanto perché Barry è andato a giocare di là nel momento in cui la NBA era per ovvietà di cose un livello molto superiore ed è tornato quando invece forse era proprio l’ABA ad esprimere le migliori individualità o comunque in un momento storico in cui le due leghe si facevano concorrenza indebolendosi a vicenda.
    Dal tramonto dei grandi vecchi del decennio precedente fino all’arrivo di magic e bird la nba ha attraversato un periodo nero sia a livello economico, dunque di seguito e di mercato, sia anche a livello prettamente cestistico. In questo contesto si colloca la seconda parte di carriera di Barry che poi a ben pensarci è stata quella preponderante visto che in precedenza in Nba aveva giocato (meravigliosamente) solo due anni.
    Di questo non si può non temerne conto specie se poi facciamo il confronto con gli avversari che ad esempio ha affrontato garnett che al contrario ha giocato in un’epoca dal talento strabordante. Ecco perché nell’articolo scrivevo ‘con una gestione più oculata della carriera, Barry eccetera eccetera…’
    Non per il suo essere controverso o per le decisioni che ha preso di cui ce ne frega il giusto ma per le conseguenze che hanno portato.
    Poi che Barry abbia avuto picchi superiori è indubbio, non solo rispetto a Garnett ma a quasi tutto il resto del pianeta NBA. Ma una carriera non si misura solo dai picchi. :-)

    • Grazie x la risposta molto chiara. Io nella valutazione globale ho dato un peso maggiore ai titoli compresi quelli aba e al fatto che siano stati vinti tutti da primo violino a differenza di quello di garnett (in attacco..) ma capisco anche il tuo punto di vista

  4. Come dicevo nell’articolo su Nowitzki, io Garnett lo avrei invece visto più su del tedesco. Spero che in questa classifica ci sia Barkley, altrimenti perderebbe ogni senso imho.
    Comunque, complimenti all’autore. Articoli molto ben fatti.

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